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	<title>turchia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Antenati a Costantinopoli: come il Risorgimento italiano è sbarcato in Turchia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 May 2022 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[Costantinopoli]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-97756" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-204x300.jpeg" alt="" width="204" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-204x300.jpeg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-697x1024.jpeg 697w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-768x1128.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-150x220.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-300x441.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-696x1023.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto-286x420.jpeg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/ilpoligrafo_antenati_a_costantinopoli_cover_7.12.2021_piatto.jpeg 878w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /><br />
di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>Luis Miguel Selvelli ne “Antenati a Costantinopoli. Esuli italiani negli anni del riformismo ottomano 1828-1878” (Il Poligrafo, pp. 239, 2022, 28 euro) ripercorre cinquant’anni di storia ottomana attraverso le biografie di dodici esuli italiani. Antenati a Costantinopoli ricostruisce le reti di relazioni, spesso dimenticate, tra Risorgimento italiano e riformismo ottomano, permettendoci di fare paralleli continui con la recente attualità politica in Turchia e in Europa. Negli anni del Risorgimento, dalla penisola italiana furono in molti a volgere lo sguardo verso Oriente, verso una Costantinopoli in fermento nella quale era stato avviato uno straordinario processo di rinnovamento politico e culturale. Le ricerche di archivio, soprattutto nella Società operaia di mutuo soccorso a Istanbul, hanno portato l’autore a riscoprire le vicende che hanno coinvolto i suoi antenati, tra i quali spicca la figura del trisnonno, Italo Selvelli, compositore che nel 1909 scrisse l’ultimo inno nazionale dell’impero ottomano. “Sono partito da tre generazioni prima. Michele Selvelli era nato a Fano e aveva fatto il Risorgimento partecipando all’assedio di Ancona. Seguendo le sue orme ho scoperto che il Risorgimento è straordinario. La popolazione era insorta a Venezia, Padova, Milano, Roma e aveva creato esperienze rivoluzionarie, repubblicane, allora si scriveva una costituzione progressista in cui si parlava di divorzio, suffragio universale”, ci ha spiegato l’autore intervenendo al lancio del libro a Padova all’Arcella Bella. “Ma purtroppo la repressione non tardò ad arrivare, chi si trovava nel Tirreno scappò in Francia, da Ancona sono finiti a Corfù. La Gran Bretagna sosteneva i rivoluzionari italiani contro l’Austria e il Vaticano. Ho voluto guardare alla storia del mio avo esule piuttosto che del più noto compositore cercando di ricostruirne la vicenda. E così ho ricostruito il contesto storico e ho scelto le 12 biografie da inserire nel testo. Michele Selvelli diventò un produttore di birra e poi di gassosa nei suoi 45 anni a Istanbul”, ha aggiunto Miguel.</p>
<p>Ma tutto cambiò nel 1878. “Dopo 50 anni di espansione delle libertà, il principe Abdulhamid II iniziò a tirare il freno a mano, chiuse la massoneria, iniziavano trent’anni di opacità, arrivarono i giovani turchi. Si cercava, per orgoglio nazionale, una rivoluzione politica orientata sui valori militaristici. Con la forte sconfitta in seguito all’ingresso in guerra con la Germania, l’impero ottomano fu costretto ad accettare condizioni davvero umilianti che aprirono la strada al revanchismo di Mustafa Kemal”, ha continuato l’autore.<br />
Ma cosa è accaduto agli italiani di Istanbul dopo gli anni della prosperità? “Per gli italiani in Turchia il grande cambiamento è iniziato nel 1911-12, con la guerra in Libia. L’impero ottomano si era mostrato ben disposto verso gli italiani ma con il bombardamento del porto di Beirut, l’occupazione di Rodi nel 1912, le cose cambiarono: gli italiani vennero espulsi e solo in pochi restarono in Turchia. Oggi della vecchia presenza levantina è rimasto molto poco, centinaia di famiglie. Quello che ha tenuto unita la comunità è stato il cattolicesimo, ma con i numeri sempre più esigui tanti italiani hanno cominciato a sposarsi con i turchi”, ha proseguito Miguel.<br />
Come è iniziato quest’interesse così appassionato per la Turchia? “Ho iniziato a frequentare Istanbul nel 2002 e mi sono trasferito in Turchia nel 2007. Ero attratto dal fatto che si trovasse lì la tomba del mio bisnonno. Nessuno della famiglia sapeva dove fosse né sapevo come chiedere dove fosse il cimitero cattolico perché ancora non parlavo il turco. Allora ho deciso di imparare il turco, come fonte di sostentamento facevo il traduttore. Sono stato circondato da amici fino al 2018 quando abbiamo lasciato il paese. La prima volta la città mi è sembrata enorme e difficile da viverci. E così nell’estate del 2002 sono subito scappato via. Il presidente, Recep Tayyip Erdogan, ha vinto le elezioni ed è arrivato al potere nel 2003. Il volto del paese è cambiato, la città si è trasformata. Il 2007 è stato l’anno in cui arte, cultura, fiorivano e Istanbul era la meta preferita di artisti e musicisti, l’idea di entrare nell’Unione europea era solida, il paese avanzava nel processo di liberalizzazione”, ha concluso l’autore.</p>
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		<title>Cosa sta succedendo nel Caucaso: Azeri, Armeni, ma anche altri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 10:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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		<category><![CDATA[Franz Di Maggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Di Maggio (Volentieri pubblico questa mia intervista – condotta in collaborazione con Kika Bohr – a Franz Di Maggio a proposito del recente conflitto nella regione caucasica. a.s.). Di una guerra parliamo. Ma “Non esistono guerre giuste” proclama perfino Papa Francesco nella sua ultima enciclica “Tutti Fratelli”. Vogliamo in questo caso dargli torto? [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franz Di Maggio</strong></p>
<p>(Volentieri pubblico questa mia intervista – condotta in collaborazione con Kika Bohr – a Franz Di Maggio  a proposito del recente conflitto nella regione caucasica. a.s.).</p>
<p><em>Di una guerra parliamo. Ma “Non esistono guerre giuste” proclama perfino Papa Francesco nella sua ultima enciclica “Tutti Fratelli”. Vogliamo in questo caso dargli torto?</em><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno.jpg" alt="" width="873" height="566" class="aligncenter size-full wp-image-86641" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno.jpg 873w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-768x498.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-250x162.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-200x130.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/cartina-Nagorno-160x104.jpg 160w" sizes="(max-width: 873px) 100vw, 873px" /><br />
«Certo che no. A maggior ragione, se ce ne fosse bisogno, se si analizza con onestà intellettuale l’assurda contesa della regione del Nagorno Karabakh, nel Caucaso, detta Artsakh degli autoctoni di etnia armena. Leggiamo in questi giorni fantascientifiche ricostruzioni copiate e incollate da comunicati ufficiali del regime azero, regime che, notoriamente, attua un controllo capillare sulla totalità dell’informazione e dei media azeri. Come riportato da prestigiosi e indipendenti indici internazionali, il regime azero è tra i più liberticidi e autoritari al mondo e il presidente azero Ilham Aliyev, dopo aver ereditato il potere dal padre, è giunto al terzo mandato presidenziale consecutivo con l’85% dei voti.»</p>
<p><em>Ma cosa ha portato al conflitto armato?</em></p>
<p>«In realtà si tratta dello strascico di una mai risolta contesa, culminata all’inizio degli anni ‘90 del ventesimo secolo nella lotta per l’autodeterminazione del popolo karabaghzi dalla dominazione azera<br />
Questa contesa alla base del conflitto è stata, durante tutta la dominazione sovietica, il negato esercizio del diritto all’autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno-Karabakh dall’Azerbaijan, a quei tempi Repubblica Socialista Sovietica. Si trattava, allora come oggi, di ribellione a un sopruso che nel 1921, su iniziativa di Iosif Stalin, all’epoca Commissario per le Nazionalità, annetteva la regione, storicamente armena (lo testimonia Erodoto, Storie, libro VII, cap. 73, nel V secolo a.C.) e a maggioranza armena, come enclave dell’Azerbaijan con tutte le conseguenti discriminazioni di Baku nei confronti degli armeni nel Nagorno-Karabakh. Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, incoraggiati dalla relativa libertà di espressione introdotta da <em>glasnost </em>e <em>perestrojka </em>in Unione Sovietica, gli armeni del Nagorno-Karabakh ribadirono il loro diritto all’autodeterminazione (si veda la Carta delle Nazioni Unite) con un referendum per l’indipendenza svoltosi regolarmente il 10 dicembre del 1991, secondo le modalità sancite dalle leggi vigenti e dalla costituzione dell’Urss. Al referendum seguì una vera e propria invasione militare da parte dell’Azerbaijan contro il Nagorno-Karabakh. Per più di un anno la popolazione civile di Stepanakert, la capitale del Nagorno-Karabakh, fu sotto il fuoco diretto di missili Grad e sottoposta a bombardamenti con bombe a grappolo dall’aviazione azera. Il ruolo dell’Armenia nella fase armata del conflitto, in mancanza di forze internazionali di interposizione, era quello di protezione dei civili nonché di assistenza umanitaria, economica e diplomatica; invece, nelle operazioni militari erano coinvolte le forze armene di autodifesa del Nagorno-Karabakh. Il 5 maggio del 1994 fu firmato l’accordo di Bishkek, da tre parti: l’Armenia, l’Azerbaijan e la Repubblica del Nagorno Karabakh.<br />
Il regime Aliyev ha poi confezionato una «verità» armenofoba e finora i dissidenti azeri che hanno contestato tale «verità» sono stati arrestati o uccisi. Tutto questo, in aggiunta all’uso dei civili come scudo, rende le responsabilità criminali azere ancora più evidenti.»</p>
<p><em>Perché si è arrivati alla ripresa degli scontri armati?</em></p>
<p>«L’Azerbaijan si è più volte rifiutato di negoziare direttamente con il governo democraticamente eletto del Nagorno-Karabakh e ha rimandato al mittente le proposte OSCE sul ritiro dei cecchini dalla linea di contatto e sulla messa a punto di un meccanismo congiunto per indagini sulle violazioni del regime di tregua. L’Armenia invece era determinata ad arrivare a una soluzione negoziata del conflitto, soluzione che escludeva alla base l’utilizzo dello strumento militare per la composizione finale. Posizione questa condivisa dalla comunità internazionale e richiesta alle parti in conflitto.<br />
Stiamo parlando – voglio ricordarlo – del confronto tra un regime dittatoriale che si perpetua (la famiglia Aliyev) da una parte, e dall’altra il diritto di autodeterminazione di un popolo che ha meritato la propria indipendenza non con le armi, ma attraverso processi politici pluralistici e istituzioni democratiche. Questa è la migliore prova di esistenza dello Stato che è la Repubblica del Nagorno-Karabakh e la risposta a coloro che lo giudicano uno “Stato che non c’è”.»</p>
<p><em>La distruzione di questo “Stato” sarebbe in linea con la visione nazionalista e autoritaria portata avanti dall’attuale regime turco? </em></p>
<p>«Certamente. La realizzazione di quel grande stato “panturchico” dal Caspio al Mediterraneo, sulla strada del quale si trova, lo scomodo, innocente e già sottoposto a genocidio popolo armeno. Come nel 1915 ci chiediamo se la comunità internazionale possa restare cieca e sorda a quanto accade in Artsakh e anche se gli attori di questo conflitto, non voluto dagli armeni e tantomeno dal popolo karabaghzi, debbano rimanere quelli regionali con l’entrata in campo delle due forze che nel medio Oriente e nel nord Africa decidono ogni conflitto: Turchia da una parte e Russia dall’altra.»</p>
<p><em>La Russia sembra voler giocare di anticipo. I ministri degli esteri azeri e armeni sono stati convocati a Mosca. Cosa si vuole ottenere?</em></p>
<p>«Sono comprensibili le preoccupazioni russe. Da una parte ci sono le basi militari russe in Armenia. Dall’altra il petrolio azero. E i turchi che continuano il loro progetto espansionistico verso oriente. Ma non dimentichiamoci gli altri attori del territorio. Se Israele ha fornito irresponsabilmente armi agli azeri, diventa complice di questa nuova ferita. Assurdo che un governo nato da un genocidio come quello ebraico, appoggi i fautori di un nuovo genocidio. Israele deve chiarire immediatamente la sua posizione e interrompere i flussi di armi verso l’Azerbaijan. Anche il governo italiano deve smarcarsi. Di Maio deve sapere che quando stringe la mano del ministro degli esteri turco, stringe una mano sporca di sangue. Il governo turco sta usando contro i suoi stessi cittadini di etnia curda e yezidi i jihadisti mercenari. E ora li sta indirizzando contro gli armeni, ma in un territorio non turco, ma “amico”.  Anche l’Iran dopo aver rispettato per oltre un millennio accordi tra gli antichi dominatori persiani e i principi armeni delle montagne del Artsakh deve chiarire la sua posizione. Ovvio che il petrolio azero e la posizione geo-politica della Turchia spostano interessi pesanti. Infine attenzione alla Cina, che guarda a queste tensioni con interesse, dato che il progetto panturchico dovrà prima o poi confrontarsi con le mire cinesi nei territori sulla via della seta come Uzbekistan e Kirghisistan. Insomma, un panorama molto preoccupante, col rischio di una balcanizzazione del conflitto evidente.»</p>
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		<title>L’oro della Turchia: come battere Erdogan con la lotta alla gentrificazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe acconcia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-83930" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-250x350.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-200x280.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL-160x224.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/51P4kKvyjgL.jpg 357w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Acconcia</strong></p>
<p>La giornalista Giovanna Loccatelli ne <em>L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale</em> (Rosenberg &amp; Sellier, 2020, pp. 190, 14 euro), prefazione di Alberto Negri, traccia l’ascesa e il declino del presidente turco Recep Tayyip Erdogan attraverso il business del cemento. L’autrice che ha vissuto prima al Cairo e poi a Istanbul descrive con arguzia e precisione i progetti che hanno deturpato le città turche. Giovanna Loccatelli lo fa con originalità, andando oltre le ben note proteste del 2013 di Gezi Park in cui gli attivisti turchi denunciavano abusi edilizi e danni all’ambiente dei progetti per la costruzione di una caserma e di una moschea, con la distruzione completa del parco nella centralissima piazza Taksim. Per anni gli antichi palazzi della <em>bella Istanbul</em> sono stati demoliti per lasciare spazio a centri commerciali e compound. In parallelo all’ascesa politica del populista per eccellenza, i palazzinari della “borghesia religiosa” hanno conquistato l’Anatolia finché il boom dell’economia degli anni Novanta e Duemila lo ha permesso. Istanbul è diventata così una città cantiere mentre la gentrificazione galoppante favoriva le classi medio-alte tra i 53 mila metri quadri destinati ai <em>duty free </em>del nuovo aeroporto e i 400 operai morti nel cantiere per realizzarlo. E poi è stata la volta del terzo ponte sul Bosforo, <em>Yavuz Sultan Selim Koprusu</em>, e del tunnel che unisce la parte asiatica e quella europea della città, <em>Avrasya Tuneli</em>. Il tutto condito da una propaganda senza precedenti legata alle sfarzose cerimonie di inaugurazione delle grandi opere, la rivendicazione di primati architettonici, lo sfoggio del lusso chiarissimo nel centro commerciale Zorlu così come nel volto nuovo e snaturato del centralissimo quartiere di Beyoglu. Nel viaggio che Giovanna Loccatelli ha compiuto nella Turchia dell’edilizia e degli appalti, controllati dall’élite politica vicina al presidente Erdogan, non poteva mancare il Galataport la cui realizzazione sta cambiando interi quartieri. Un altro esempio di gentrificazione è il quartiere Tarlabasi di Istanbul che da zona popolare ha visto gli affitti crescere a dismisura negli ultimi anni. Con la legge del 2006 sull’edilizia urbana le autorità locali hanno assunto poteri senza precedenti anche nella gestione della popolazione residente. E così la <em>Gap Insaat</em>, del genero di Erdogan, Berat Albayrak, ha vinto l’appalto. Il gioco è fatto: palazzi di pregio a prezzi stratosferici che aumenteranno le disuguaglianze sociali nel quartiere. Per non parlare di veri e propri non-luoghi, come le <em>gated communities</em>, i compound di Gokturk, complessi residenziali chiusi dove sono “imprigionati” i turchi ricchi che, come espatriati, vivono in un “labirinto fortificato” e mai passeggerebbero per le strade del centro, se non per voglia di esotismo. Queste sono le realtà di cui ha continuamente bisogno di nutrirsi il mostruoso “neoliberismo in salsa turca” che ha permesso a Erdogan di estendere a dismisura i suoi poteri e di reprimere ogni forma di opposizione con il pretesto del fallito colpo di stato del luglio 2016. Un altro esempio in questo senso è il quartiere curdo di Istanbul Ayazma: un’area mal collegata che ha acquistato valore nei primi anni Duemila con la costruzione dello Stadio olimpico Ataturk. E così il Toki, gli amministratori per l’edilizia urbana, è subito intervenuto con il pretesto della possibile formazione di “cellule terroristiche” sradicandone gli abitanti. I curdi del quartiere nel migliore dei casi si sono ritrovati in abitazioni che hanno stravolto le loro radicate abitudini quotidiane, inclusi i divieti di camminare nelle aree verdi o per le donne curde di riunirsi davanti alle loro case. Eppure proprio l’artificialità della modernizzazione nel segno del mattone e dei <em>mall</em> promossa dal partito Giustizia e Sviluppo (Akp) di Erdogan è stata la chiave della sua più cocente sconfitta, realizzatasi grazie al discorso ambientalista del candidato sindaco alle elezioni amministrative del 2019, Ekrem Imamoglu, che ha scippato Istanbul all’Akp aprendo la strada al declino del suo populismo.</p>
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		<title>poveri curdi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/15/poveri-curdi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2019 10:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[curdi]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Me lo immagino Erdogan, quando qualche suo manutengolo gli racconterà che ieri a Milano, davanti al consolato turco, c’erano tante persone volonterose che gridavano a favore dei curdi, con tante bandiere, con dozzine di sigle diverse, la maggior parte insignificanti (dei 5 stelle neanche l&#8217;ombra), me lo immagino dire al suddetto manutengolo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Me lo immagino Erdogan, quando qualche suo manutengolo gli racconterà che ieri a Milano, davanti al consolato turco, c’erano tante persone volonterose che gridavano a favore dei curdi, con tante bandiere, con dozzine di sigle diverse, la maggior parte insignificanti (dei 5 stelle neanche l&#8217;ombra), me lo immagino dire al suddetto manutengolo di non seccarlo con queste inezie senza senso, magari ridacchiando un poco e pensando a come meglio far fuori il più Curdi possibile, con tutte le armi e il denaro che l’Europa allegramente gli fornisce. Sono andato, perché comunque mi pareva giusto, ieri nel tardo pomeriggio a questa manifestazione in via Canova,, dove tutti, moderatamente, per carità, esprimevano la loro volontà di pace e di sospendere immediatamente il conflitto al confine siriano. Alcuni cantavano <em>Bella ciao</em>, che va sempre bene e fa bello, altri battevano le mani alle parole dell’altoparlante: così esordiva il sindacato  “esprimiamo la nostra più viva preoccupazione . . .”. Ma per favore!</p>
<p>C’era una bella bandierona del PD che veniva fatta continuamente sventolare. Ah sì? Ma il PD non è forse al governo di questo paese, governo che, a differenza di altri, non ha ancora deciso la sospensione della vendita di armi alla Turchia.</p>
<p>Ma cosa aspetta il su non lodato nostro “giallo rosso” governo a prendere invece quei provvedimenti che soli possono <em>forse</em> avere qualche effetto sulla situazione. Convocare ufficialmente l’ambasciatore turco, richiamare in Italia “per consultazioni” il nostro ambasciatore ad Ankara, consigliare ai cittadini italiani ora in Turchia di tornarsene a casa, bloccare le importazioni commerciali dalla Turchia, chiedere fortemente alla UE di fare altrettanto, eccetera.</p>
<p>Il vero è che quando si toccano i soldi tutto il resto perde importanza, guardate il caso Regeni: bloccare le importazioni dall&#8217;Egitto? Manco a parlarne, scherziamo?</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/23/sommersi-salvati-riflessioni-siriane/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/02/23/sommersi-salvati-riflessioni-siriane/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2017 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daud al-Ahmar* Si sbaglia a credere che le nazioni vittime della storia (e sono la maggioranza) vivano col pensiero fisso della rivoluzione, vedendovi la soluzione più semplice. Una rivoluzione è sempre un dramma (&#8230;). La rivoluzione è l’ultima risorsa e se un popolo ha deciso di ricorrervi è perché ha imparato per lunga esperienza, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daud al-Ahmar*</strong></p>
<blockquote><p><b></b><span lang="it-IT"><i>Si sbaglia a credere che le nazioni vittime della storia (e sono la maggioranza) vivano col pensiero fisso della rivoluzione, vedendovi la soluzione più semplice. Una rivoluzione è sempre un dramma (&#8230;). La rivoluzione è l’ultima risorsa e se un popolo ha deciso di ricorrervi è perché ha imparato per lunga esperienza, che non gli resta altra via d’uscita. (</i></span>Ryszard Kapuściński &#8211; Shah in Shah)</p></blockquote>
<p><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Mi dice che non sapeva cosa fare dopo la prima esplosione, non c’era ancora abituato. Era corso a radunare i pezzi dei corpi per cercare di rimetterli insieme. C’erano altri ragazzini come lui, piccole prede del panico, e tutti si affannavano a dare a quei pezzi un ordine. Era un istinto nuovo (o antichissimo) e bisognava fare in fretta, ma era allo stesso tempo un dovere ineludibile costruito sul paradigma per cui non ci si può prender cura dei vivi se non è possibile farlo coi morti.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ali mi guarda diritto, con quei suoi occhi color nocciola la cui forma allungata ha qualcosa di turcomanno e di azero e che graffiano sempre con ironia e cinismo. Ma ora che lo conosco bene ho capito che hanno anche qualcosa che appartiene all’angoscia dei testimoni, dei sopravvissuti. Qualcosa che ha radici in una solitudine profonda, sempre oscillante tra due imperi, la memoria e la dimenticanza, e sospesa sul vuoto dell’incomunicabilità. Un sentimento nato in un ragazzino iracheno di Mosul, cresciuto con lui e in lui, negli anni e guerra dopo guerra. I suoi occhi sono anche pieni d’amore per la vita, però. Anche se talvolta mi pare un amore strano, eccessivo, costruito su una vaga e inestinguibile fascinazione per la morte.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Sediamo in un minuscolo bar di Amman, un posto dai vetri opachi e dal molto fumo nell’aria. Stringiamo birra e sigarette. Tavolini angusti e consumati costringono al faccia a faccia. Sotto il mento piattini di formaggio salato, noccioline, cetrioli; sopra le teste un piccolo televisore anni ‘80 montato su un braccio meccanico simile a quello di certi alberghi economici. La voce lontana e melodiosa di Umm Kulthum fa da sottofondo ad annunci pubblicitari a dir poco grotteschi, uomini in tanga gonfi di anabolizzanti, modelle sexy al volante di macchine sportive, resort di lusso sul mar morto o ad Aqaba. Sulla parte bassa dello schermo scorrono ininterrottamente le ultime notizie: bombardamenti sulla Siria, attentati a Baghdad e a Beirut, la spianata delle moschee a Gerusalemme chiusa dagli Israeliani.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ali dice che vorrebbe vedere tutto raso al suolo, distrutto, ogni statua, ogni colonna, ogni argilla, ogni tempio. La devono far finita con questa parola ridicola: civiltà. Che se ne vada tutto in polvere Ninive, Ur, Babilonia, nomi che non significano più nulla per gli iracheni. “Civiltà” ripete, lanciandomi un’occhiata sarcastica mentre rimuove un pezzo di nocciolina dai denti e lo inghiotte.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Ci soffermiamo a guardare lo schermo, pensando che forse quell’amalgama di immagini musica e notizie non è poi così assurdo. Non più di quanto lo siano i caccia siriani, russi, francesi, statunitensi, turchi, israeliani e via dicendo, che si sfiorano, sfrecciando a pochissimi metri di distanza sul cielo devastato della Siria.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Poi Ali, rapito da qualche pensiero, assume quell&#8217;atteggiamento paternalista che odio e mi dice che no, non posso capire. Anche se ho qualche “referenza”, sensibilità e tanta buona volontà. Sorride perché mi incazzo. Torna sereno, raccoglie due noccioline tostate dal piattino, manda giù una gran sorsata di birra e lancia una breve occhiata allo schermo esclamando: questi giordani sono proprio stronzi! E poi: ma tu, civilizzato, sei nato in ospedale, vero? E perché? Eri malato?</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Paolo dall’Oglio ha scritto di aver subito durante la guerra una potente accelerazione esistenziale. Mi pare un’ottima definizione per descrivere quel tipo di </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>dis-orientamento</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> che hanno i profughi quando riescono a scappare o sopravvivere. E in questo caso parola non potrebbe calzare meglio, dato che non possono più volgere verso oriente, la loro terra [non è un po&#8217; orientalista come cosa? State ad Aqaba lui va a Izmir! Cmq “dato che Ali forse non potrà più volgersi verso oriente, dov&#8217;è la sua terra].</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Che ne pensi? mi guarda, la guardo. è pericoloso, dico. E poi, cosa farai? Non lo so, non importa c’è mio fratello ad Amsterdam. Qualcosa farò. Meglio che stare qui. Quando parti? La prossima settimana vado a Izmir, poi di lì non so dove mi porteranno. Non te lo dicono mai prima. Sono dei bugiardi quelli. Mi raccomando, appena sai la destinazione contattami, ho degli amici a Lesbos e in altre isole, a Kos per esempio. Certo, ti faccio sapere. Mi raccomando, così se c’è qualche problema ti possono aiutare. Certo, ti ringrazio veramente tanto. Ma figurati. Ma si, tu mi capisci. Non so se ti capisco, so solo che io farei lo stesso.</span></span><span lang="it-IT"><br />
</span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Provo a capirti (penso). Damasco posso solo immaginarla, figurati perderla. O Aleppo. A volte penso: se distruggessero Venezia che farei, che penserei, come reagirei? Mi rivolgo spesso a Venezia quando cado in queste crisi d&#8217;identità, quando provo a immedesimarmi. Non so perché proprio Venezia, io non sono di Venezia. Forse perché come il Marco Polo di Calvino ho bisogno di una città, di una bellezza originaria che mi permetta di comparare con tutto il resto (quindi di capire). E Venezia, nel suo sprofondare, mi mette faccia a faccia con la morte: una morte lenta è più accettabile, mi dico, più umana, a patto che non sia per malattia (anche nel modo di morire o di soffrire emergono i privilegi). Penso a Venezia, forse, perché dopo anni che viaggio in Medio Oriente ho capito che il suo fascino sta nel suo </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>orientalismo</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> (di un </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>occidentalismo</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">) e in un immaginario tutto arabo; tantissime persone che ho incontrato, all’udire la mia provenienza, mi hanno subito chiesto con aria curiosa e sognante come fosse </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>Bunduqiyya</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> (in arabo Venezia ha un nome suo proprio, c’è chi sostiene provenga dal nome di un fucile che si mercanteggiava in epoche lontane). </span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">L’altro giorno è passato a trovarmi Abdelqader, si è avvicinato ad una delle piante che ho sul balcone e mi ha detto: ehi ma questa è una gardenia! Ho annuito, ero sorpreso che conoscesse la pianta. Poi ha aggiunto con quell’aria spensierata che si ritrova: Damasco è piena di alberi di gardenia. Sento la vostra nostalgia soprattutto quando cambiate argomento. Mi chiedo spesso se cercare di </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>immedesimarsi </i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">non sia un esercizio inutile o patetico o paternalista.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Comunque ascolta, appena sei a Izmir fammi sapere, questo è il numero che mi hanno dato i miei amici, se ti trovi in mezzo al mare e succede qualcosa, chiamalo. è un s.o.s. che ti mette in contatto con la guardia costiera greca. Qualsiasi cosa succede chiamalo, capito? mi raccomando. Anche se qualcosa non ti quadra con quello che vi porta, non solo se il mare è grosso. Ma si non preoccuparti. Vedrai che andrà tutto bene, è vicinissimo, al massimo un paio d’ore di barca mi hanno detto. Si si, lo so, però ricordati: appena sai il nome dell’isola chiamami. Se è Lesbos &#8211; si chiama anche Mitilini &#8211; o Kos, fammelo sapere. E in ogni caso dimmi quale sarà l’isola: ci sono sempre amici di amici da contattare. Ma si, ma si, tranquillo, avrò il telefono ti scrivo. Dai che qui non è come tra la Libia e l’Italia, mi hanno detto che è facile. Si ma poi quando arrivi avrai bisogno di qualcosa, di soldi di cibo, di farti una doccia&#8230; Dai basta cosi. Vieni qui e dammi un abbraccio. Sembra che ti devo consolare io! E io: </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>è che mi vergogno</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">.</span></span> <span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Dai. Basta cosi. A presto. Yalla, ciao! Ciao! Ci vediamo in Europa!<br />
Ehi, a proposito, sai nuotare? Non ricordo più se gliel’ho chiesto o l’ho immaginato.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">A Beirut trovo un libro di Pasolini in francese con testo italiano a fronte. “Poesia in forma di rosa”. Lo sfoglio con affetto, un vecchio amico. Dopo gli scritti, a mo’ di postfazione, l’edizione francese ha aggiunto un’intervista a Moravia, vi leggo che Pasolini e Genet non si sono mai incontrati; dopo la morte del poeta pare che Moravia e Genet invece si siano frequentati, lo scrittore italiano catturato dalla fascinazione del poeta per la causa palestinese. La cosa mi riempie di interesse (era una cosa che mi chiedevo da molto tempo senza mai accondiscendere alla veloce risposta della rete) ma, come a rimandare un piacere, mi affretto a chiudere il libro, soddisfatto, pensando che tornerò presto sull’argomento.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Ora ho fretta. Salgo le scale e mi ributto su Hamra. Strana Beirut, una città che non conosco e che mi pare di conoscere. Chissà perché. Forse per questa maledetta abitudine al Medio Oriente. Eppure lo stesso Medio Oriente mi ha insegnato che di “medio” c’è davvero poco, che ogni posto ha il suo bel caratterino o identità e modo di lottare per questo e quella. Eppure. Un’aria familiare.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Camminando vedo un sacco di gente seduta a terra o sui marciapiedi. Siriani. Penso: eccoli qua. Negli occhi qualcosa che non è disperazione né dolore. Stanchezza. Siedono sul grembo grigio e arido della strada, su piccole lingue di asfalto, ruvide come quelle dei gatti. Tra le braccia delle donne neonati, tra le dita degli uomini sigarette, ultimo appiglio di virilità. Derubati di tutto. Uomini-bambini dal sesso fragile. Le donne invece mi sorprendono sempre, coi loro avambracci forti cullerebbero una stiva.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Vedere il mare a Beirut è un’impresa con tutti questi palazzoni grigi. E guardando in alto penso: e se fosse il mare invece a dare colore al cielo? Un cielo grigio. Sono pochi gli sguardi verso l’alto. Io me lo posso permettere mentre i profughi per strada guardano dritto, come a invocare l’orizzonte che tagli le costruzioni infami e faccia passare un po’ di brezza. Beirut è un caldo umido difficile da sopportare, con i vapori del traffico asfissiante, i peli che ti pizzicano la pelle come se fossero quelli di qualcun altro, la sporcizia accumulata ai lati delle strade, i liquami, le mosche, i clacson, i mozziconi, le rose. Le rose sulle braccia di questo bambino che me ne offre una. Ma sono al tavolo da solo, gli dico con un arabo zoppicante. E lui mi guarda, sorride, come per dire: embé? Fairuz coccola in sottofondo cantando di rose damascene: tutto torna. Faccio cenno al bambino di andare verso le coppie. Mi guarda senza muoversi, con un sorriso dai denti bianchissimi che gli illumina la pelle oliva. Gli occhi vivaci mi fanno agguato di bellezza. Ma non cedo: fisso lo scugnizzo con aria seria, che vuol essere quasi di rimprovero, mentre sento il senso del ridicolo che mi si dibatte dentro. Fingo di distrarmi per un momento e poi torno a guardarlo ma quello è già guizzato via, lasciandomi lí da solo, con un irreprensibile e sorpresa aria da coglione a chiedermi da dove venga quella rosa rossa poggiata sul mio tavolino che giace come un’apparizione. Mi torna alla mente un racconto de l’Isle d’Adam in cui i bambini andavano a rubare fiori freschi nei cimiteri per rivenderli agli stessi borghesi che li avevano lasciati qualche ora prima sopra i sepolcri dei loro parenti. Le strade del ‘900, penso, Parigi. Beirut trattiene ancora molto del novecento, e di una certa borghesissima e sprezzante aria parigina. Di un certo modo intellettuale di fare, di guardarsi intorno, di studiare, la Palestina, la Giordania, la Siria, i maroniti, gli sciiti, i sunniti, i druzi e via dicendo. Beirut è l’unica che è rimasta penso, se salta Beirut è finita. Baghdad, Damasco, Cairo, Gerusalemme, ormai inaccessibili in un modo o in un altro, più che agli stranieri, agli arabi stessi. E quanto sono importanti le rappresentazioni simboliche e culturali di queste capitali, per gli arabi. La loro identità conta più degli Stati stessi, mi pare di poter dire. Di fatti, Faiuruz canta le città, non gli Stati, penso. Guardo la rosa, sorrido, sicuramente prima di arrivare sul mio tavolo avrà fatto un giro ingegnoso e irriverente</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Un rivolo di sudore mi scivola dall’ascella al gomito, solleticandomi la coscienza. Il calore mi rimbambisce. Guardo i vestiti che indossano. Non posso stare nel limbo, preferisco l’inferno, diceva Kamal, amico palestinese mentre camminava su e giù per la stanza. Te la smetti di fare “i fora?!” (cosi chiamava l’andirivieni durante l’ora d’aria nelle prigioni israeliane), ma no, sai che favoriscono la digestione e il pensiero! Ora capita anche a me di camminare avanti e indietro per la stanza quando penso. Che pensavo? Ah, già l’Inferno. Che si tratti sempre di quel vecchio inferno che formiamo stando assieme? O invece si tratta di qualcos’altro? Quanta gente c’è a Beirut e in Libano? Qui si rischia di morire soffocati dalla folla. Vivere laddove l’uomo si è ritirato a istinto. I rifugiati siriani a Beirut non sono accolti bene. Eppure sono un milione in una popolazione di tre (che conta anche un buon numero di rifugiati palestinesi) e tutto si tiene in piedi in un equilibrio stupefacente.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Penso ai vestiti, al loro logorarsi naturale, guardo gli abiti come fossero staccati dai corpi. Strumenti umani. Penso al loro logorarsi sociale. Troppo facile riconoscere nel gomito, nella manica o nella cerniera, un contadino o un operaio. E quelli di un rifugiato? Eppure non ho mai visto abiti abiti così puliti e stirati come quelli dei miei vecchi colleghi di Gaza. O quelli dei contadini che incontravo nei campi e che quando mi venivano a trovare in ufficio avevano camice impeccabili, gilet e giacca di un eleganza scintillante. E le jalabyye bianchissime dei beduini una volta lasciati gli animali nelle stalle? Quante mani di donna ci sono dietro a tutto ciò? Eccola che infatti mi torna alla mente, la vecchia contadina umbra che durante la vendemmia mi diceva: poro marito mio, me ricordo che non se riusciva a toje de dosso quella puzza de merda! Stava sempre a accudì li porchi! Io ce provavo ma mice je se la faceva! E me lo immaginavo così il marito, con lo scrimo perfetto e le mani gonfie infilate l’una nell’altra, a sentire la messa con quel raccoglimento umile e delicato. Poi c’è mio nonno: il suo affannarsi nel farsi bello, nel rigovernarsi (una volta si diceva cosi in italiano, </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>rigovernare</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">) ogni mattino, nonostante la morte già lo placcasse, a letto da mesi. Una delle immagini più nobili che porto con me.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ana, I am sick, marida, malata. L’uomo ritiratosi a istinto, ad alienazione? </span></span><span style="font-size: medium">Everybody is getting sick because of the A.C., l&#8217;aria condizionata. </span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">L’alienazione ha già in sé il germe del privilegio (di farsi alienare)? </span></span><span style="font-size: medium">What did you buy today? Shoes. Fi discount bi shara3 el-hamra, </span><span style="font-size: medium"><span lang="en-US">ci sono I saldi su via Hamra? </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Rinunciare ai privilegi? Profittarne per estenderli? Don’t do it habibi, you will ruin your make up, ti stai rovinando il trucco, non fare cosi tesoro. Estendere o eliminare. La trasvalutazione. Guardo le dita trasvalutate di smalto di queste giovani donne libanesi che bevono birra parlandosi tra di loro senza staccare l’occhio dal telefonino intelligente: don’t do it, habibti! Queste ragazze che parlano un arabo inglesizzato, due razze non incrociabili. Già il francese beirutino ha impregnato la lingua. Ora l’inglese. Beirut sembra realizzare l’inicrociabile. è questo l’inferno, mi dico a volte, il non saper più districare, strangolati da troppi lacci in cui tutto sembra avere lo stesso valore. Strano che Pasolini e Genet non si siano mai incontrati.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Turchia.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ma che cosa gli dovrei dire io a uno che mi chiede cosa ne penso del Mediterraneo? È così caro, per me. Già la parola suscita un riverbero ameno in me. Ma tutto sta cambiando da un po’ di anni, da quando lo vedo dalla sponda sud, sud-est. Ho cominciato a metterci sabbia sporca dentro questo bel sentimento: il presente. Vedo scendere sabbia sporca, una clessidra che si inceppa. Un tempo sporco, una puzza di passato che ritorna. Sará la puzza della Storia? E più vado avanti più insisto nel metterci sabbia: mi faccio del male? Ma potrei fare altrimenti ormai? Tutte le evocazioni solari, sognanti, romantiche con cui mi sono forgiato da giovane pensando alla Grecia, al mare tra le terre, alla lira. In arabo lo chiamano il mare bianco, tra le terre. Ecco un’altra cosa che dimentico sempre di andare a guardare, questo legame tra colori e i mari, mar rosso, mar nero, mar bianco. Chissà se anche dalle nostre parti lo si chiamava bianco, tempo fa, il mediterraneo. Deve averlo scritto Metvajevic nel suo splendido breviario ma anche qui la memoria non mi viene in soccorso. E poi anche quel breviario è poesia, e la poesia la stavo giusto giusto riempiendo di sabbia sporca. Certo Predrag se lo può pure permettere, capirai è di Mostar, un’altra dolorosa-amorosa sponda. Ma io no, non posso. Penso ancora a Pasolini, all’apertura scenica della sua Medea: tutto è santo, tutto è santo! Esclama Chirone mostrando un mare splendido al piccolo Giasone. Per poi aggiungere: ma la santità può anche essere una maledizione.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Solo chi è umile può gridare viva la libertà. Vedo le immagini della polizia di frontiera che cerca di contenere centinaia di umani, vestiti come umani. La polizia è grottesca, invece, uomini vestiti come dei non uomini. La gente non scappa, scarta di lato, poi ci ripensa, torna indietro, scavalca i muri, si infila tra i fili spinati, si graffia, si sbuccia, prende due manganellate in testa. Sanguina, urla. Ma questi scappano dalle bombe, dalla clorina, dagli stupri della guerra, dall’inaudito. Avranno mica paura di due cyborg grotteschi? E infatti passano. Si fanno pure i selfie a un certo punto. Decine di volte mi è capitato di andare a manifestazioni contro il governo: la polizia, le cariche, il fuggi fuggi. Scorrimento pacifico, zone rosse, teste rosse. Un tipo di gioco che ha delle regole. Tutti o quasi le conoscono, perché sono le regole del proprio momento storico nel proprio paese, e il rapporto dialettico che ha una data popolazione con il proprio Stato (potere) e l’uso che questi fa della forza. Sappiamo bene come la forza diventi violenza e poi come, sempre Genet ci ha insegnato, come la violenza si faccia brutalità. Si sa che lo Stato si può permettere di rompere le regole del gioco. Ma il popolo no, a meno che, appunto, non si tratti di una rivoluzione.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Ma quello che vedo ora è una specie di dipinto del Quarto Stato che avanza tra polizie di frontiera, bambini che camminano in rime sparse, ragazzi coi backpack che sembrano farsi una gita in montagna, e invece si portano dietro la casa e la vita, facce stanche ma decise ad andare avanti con dentro gli occhi la voglia di una vita migliore, anche se hanno già capito meglio di tanti giovani europei che in quest’Europa c’è qualcosa che non torna, che c’è poco da fidarsi. Ci sono pur sempre dei diritti (a pagamento), ma sono pronti (a pagare) per i campi in detenzione, le impronte digitali, il rispetto delle regole, che non si rimetta in discussione lo statu quo, simbolico e legale. Eppure avanzano e con il loro andare sbaragliano le regole del gioco. La polizia carica, respinge, lacrimogeni botte. E allora? Dove volete che vadano dopo la manifestazione? A casa? Questo è un viaggio sola andata per il momento, poi staremo a vedere. Avanzano e cambiano le leggi, stati di emergenza, detenzioni amministrative, regolamenti temporanei, quote. Schengen, Dublino I Dublino II, Dublino III. Basta, non c’è più. Finito. Tutto finito. Le hanno cambiate con una camminata lunga un mese o due: Siria-Svezia.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Decine di manifestazioni (sorrido tra me e me) da adolescente ventenne, lotte in strada all’università. Mai riusciti a cambiare una virgola in una legge negli ultimi vent’anni. Nemmeno un capoverso, maledettissima Italia. E loro invece? Arrivano e le cambiano! Facile facile, come sedersi sull’arena, osservare il mare e l’orizzonte, il moto dei gabbiani, infilare il proprio odorato nella brezza: tutto è santo. è meraviglia.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">(</span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>Ma nel momento in cui guarderemo la natura come naturale tutto sarà finito. Addio mare, addio cielo</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">).</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Chiamo Ali, il mio amico iracheno, e gli annuncio: i bambini si stanno riprendendo l’acqua dell’Eufrate! Abbiamo già scherzato un sacco di volte sui due fiumi, ride, mi chiede, e come? Gli dico che mi trovo al parco e ci sono i piccoletti siriani che giocano a pallone a piedi nudi su quell’erbetta turca di un verde tanto sgargiante: si riprendono il fiume. In piena estate con 45 gradi questi turchi annaffiano tutti i giorni parchi, automobili, negozi: persino gli spartitraffico delle autostrade sono prati inglesi. Mostruose dighe hanno permesso a questo paese di diventare il granaio del Medio Oriente. Agricoltura intensiva e via a mercanteggiare. Senza preoccuparsi se si sommergono città antichissime e interi siti archeologici o se si inaridiscono altri paesi. Ma gli uni sono kurdi, gli altri siriani o iracheni. Ali recita le parole di un vecchio poeta di Baghdad, Abd al-Wahhab al-Bayyati, </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>è</i></span></span> <span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>un epoca in cui nemmeno più le anime si prendono cura delle altre o osano ribellarsi</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">. Si intenerisce anche lui ogni tanto, forse rapito da qualche ricordo della sua Mosul quando ci si poteva lavare via la polvere della strada con un bel tuffo nel Tigri o quando si poteva pisciare in santa pace sui ruderi di Ninive, tra sterpaglie e fiori di ortica. Mi dice che non devo rimproverare troppo la Turchia perché si sta prendendo più di un milione di persone mentre voi (europei) prima li bombardate e poi li lasciate morire come cani, in mezzo al mare. Gli dico che lo sta facendo per convenienza politica e strategica e anche perché in fondo non potrebbe fare altrimenti. E che la smettesse di darmi dell’europeo. Mi prende in giro e dice che sono solo un turista. Gli dico che fanno bene a rubargli l’acqua allora, e ci mettiamo a ridere.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Incontro una ragazza, amica di amici, mi dice di essere siriana, le chiedo di dove, in arabo, mi chiede dove hai imparato l’arabo le dico in Palestina mi dice di essere palestinese le chiedo di dove mi dice di Haifa. Dopo una breve pausa aggiunge: mia nonna ha le chiavi di casa. Poi: ci sei stato? è bella Haifa? Mi torna alla mente un lungo poema di Mahmoud Darwish che parla di quest’uomo di Haifa rifugiato nel sud del Libano, che un giorno parte con la sua barchetta e si dirige verso sud e vuole tornare in Palestina, nella sua cittrà, Haifa. Rema finché non lo fermano i soldati israeliani. Le dico che Haifa è bella, anche se in realtà non mi è piaciuta molto, le preferisco Acca. Mi dice che suo nonno invece era un posto vicino a Tiberiade e che ogni tanto ritira fuori la storia del cane che aveva da bambino e che aveva abbandonato a casa nella fuga. Poi mi dice che è nata a Yarmouk ma cresciuta ad Aleppo. Le dico: non finite mai di muovervi voi palestinesi, eh? Sorride e mi dice si però sono stanca! Dopo l’inizio della guerra è andata a Beirut dove ha vissuto dal 2012 fino a qualche mese fa e poi è venuta in Turchia; quest’estate ha provato di arrivare in Grecia ma non ci è riuscita, mi fa capire che si è trovata in una situazione poco piacevole e non indago oltre. Si è messa a lavorare con un organizzazione umanitaria qui. Parla un ottimo inglese, e arabo madre lingua. Un po’ di curdo. Il turco non le piace anzi non le piacciono i turchi, non si sa mica quello che stanno combinando e chi pagano. Le dico di non dirlo troppo forte, sorride. La sera fumiamo un narghilè e mi racconta la storia di sua zia, la moglie del fratello del padre. È scappata da un Aleppo in fiamme un paio di settimane fa. Doveva passare i check-point governativi per andare nella zona controllata dai gruppi ribelli e poi arrivare qui in Turchia. Era con il figlio, ricercato perché doveva fare il servizio militare. Al check-point ha dato al soldato (del governo) la carta d’identità dell’altro figlio che si chiama Ibrahim ed è in Germania. Il soldato l’ha consegnata a un ufficiale e questi le ha detto: signora ci dica la verità ed io la aiuto. Come si chiama suo figlio? Ibrahim. Allora sono andati dal figlio e gli hanno detto: come ti chiami? Ibrahim. Li hanno tenuti un’ora. Dopo di che l’ufficiale è tornato dalla donna con la carta d’identità in mano e le ha detto signora, ora è disposta a dirci la verità? Come si chiama suo figlio? Ibrahim. Hanno preso il ragazzo e gli hanno detto: come ti chiami ragazzo? Ibrahim. Li hanno trattenuti per un’altra ora. Poi l’ufficiale si è avvicinato alla donna di nuovo e lei lo ha guardato negli occhi e gli ha detto: è Mohammad, ha un cancro e dobbiamo andare di là. Dopo un cenno i soldati hanno portato via il ragazzo che è riapparso poco dopo zoppicante e col viso tumefatto. Dopo essere stati respinti la donna ha fatto il giro di mezza Siria passando per altri check-point da sud verso ovest e poi risalire. Stringendo tra i pugni quelle prescrizioni mediche che erano la sua unica risorsa e salvezza. Il suo lasciapassare e quello del figlio malato. E’ riuscita ad arrivare nella zona dei ribelli, e infine in Turchia. Ieri, mi ha detto Yasmin guardandomi negli occhi, si è presentata a casa mia ed era stravolta, coi vestiti logori. Le ho offerto di fare una doccia, le ho passato dei soldi, ha rifiutato. Mi ha detto che suo figlio era già arrivato a Izmir e lei doveva raggiungerlo perché non aveva con sé i documenti medici e dovevano andare in Grecia e poi in Germania al più presto. I medici ad Aleppo le hanno detto che non potevano farci niente. Ma in questo caso, aggiunge Yasmin, anche se non ci fosse stata la guerra non sarebbe stato diverso.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Guardo Yasmin che soffia fumo dal becco legnoso del narghilè e sorseggiando la sua birra dice &#8211; come si trattasse di un romanzo &#8211; che storia, eh? Io fuori dalla portata della parola, la osservo, annuisco a tutto quello che dice, provo grande imbarazzo. Le chiedo se riproverà a imbarcarsi, mi dice distrattamente: sì, forse. È stato come chiederle se domani viene a piovere.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify">“<span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">La separazione è sempre dolorosa!” ripete la voce meccanica di google translator mentre due visini mi sorridono di là dello schermo. Rania e Lana giocano divertite, sono venuto a trovarle perché stasera è la vigilia della loro partenza per la Germania. Sono eccitatissime, non saprei dire se tristi o felici, forse entrambe le cose. Hanno finalmente ottenuto il visto tramite il ricongiungimento familiare, perché la loro mamma, un anno esatto fa, ha traversato in qualche stiva. Dopodiché si è regolarizzata, ha pazientato dodici mesi senza marito e figli, con l’ausilio dei servizi sociali tedeschi ha studiato la lingua, trovato casa, lavoro e ora ha potuto finalmente chiamare tutti a sé. Ahmad, il marito, ha un bel sorriso da adolescente nonostante gli ultimi due anni gli abbiano scolpito rughe che la sua discreta posizione sociale ad Aleppo non aveva previsto punto. È un padre premuroso e ha fatto di tutto perché Rania e Lana continuassero a suonare (hanno deciso di non mandarle a scuola e aspettare la Germania), e Khafif (mentre scrivo è fresco fresco di diciott’anni) invece finisse la scuola in Turchia. Non dev’essere stato facile per nessuno, né per la mamma sola, lontana ed estirpata dei figli, né per lui a far collare la famiglia e tutti gli attriti adolescenziali pervertiti dall’orrore cui sono stati sottoposti. Ha responsabilizzato Khafif il più grande, e tentato di imbrigliare quel diavoletto che è Lana. Ma forse, la cosa più difficile è stata di rassicurare Rania, la più piccola, timida e introversa, ma ricca di un’intelligenza profondissima.<br />
Ed eccoci qui alla vigilia della partenza: Khafif ha appena finito la scuola e Rania e Lana mi fanno l’ultimo concertino personale. Sono molto felice, queste due piccolette mi sembrano in grado di levare ogni pietra dal cuore del padre che le guarda sottecchi col sorriso di soddisfazione tipico del genitore. Sono mesi che mi hanno portato Fairuz con la loro voce e i loro strumenti: Lana suona il violino, Rania la chitarra. Guardo Salime mi viene da ridere pensando al momento in cui la prematura vivace bellezza delle figlie sboccerà come un melograno folgorando la povera razza germanica: quanti grattacapi che avrà il mio amico! Suonano, ma Rania è costretta a fermarsi di tanto in tanto perché le si congelano le dita e non può continuare a pizzicare le corde: perde sensibilità. Salimmi ha già spiegato in un’altra occasione che da quando la madre è partita, Rania ha cominciato ad avere questi disturbi agli arti. Rania guarda imbarazzata il padre, come a dire, eccoci di nuovo, e si strofina con violenza le mani tra loro. Le dita sono violacee. </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>La separazione è sempre dolorosa.</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> Penso a Rania cosi timida e silenziosa, quanta guerra c’è in lei e quanto dev’essere stato difficile dire addio alla madre che partiva in nave. Chissà se ne conosceva i rischi. Credo di sì, possiede quell’arguzia dei timidi cui non sfugge nessun dettaglio. Lo vedo da come si muove, dalle domande che mi pone (la timidezza ora che mi conosce meglio si è fatta furba discrezione) in cui echeggiano sempre pezzi di conversazione che ho avuto col padre (seppur queste avvengano in un inglese che lei capisce pochissimo) o dalle parole in italiano che ripete alla perfezione a settimane di distanza, e mi sussurra come un segreto tra me e lei.<br />
Lana invece è una bottiglietta d’aranciata frizzante, non si ferma un attimo, trova sempre un pretesto per dire la sua. Gioca, ride, prende e si fa prendere in giro. Un giorno, mentre mi spiegava quanto fosse brava a suonare il violino l’ho interrotta e facendo finta di sgridarla le ho detto in inglese: ah! come siamo modesti! Ha guardato il padre con quel naso da scoiattolo curioso e gli ha chiesto in arabo: cosa significa </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>humble? </i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Da quel giorno è peggio di prima e non fa altro che lodarsi e compiacersi e concludere con un: ai eem veery veeery humble!! E giù a ridere&#8230; Lana e Rania hanno due piccoli nei sulla parte destra del mento, seminati nella stessa posizione obliqua, come una costellazione che finisce sull’arco delle labbra. Penso che se riuscirò a conoscere la loro mamma, per prima cosa andrò a cercarle l’orsa maggiore sul volto. Le rivedrò in Germania probabilmente.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">È la vigilia della partenza e Salim si affaccia più del solito sulla memoria: mi parla della loro fuga da Aleppo. La peculiare intimità che comportano gli addii lo spinge a dire più cose, a indugiare sui particolari, a metterci anche l’emozione. Non tutti quelli che hanno fuggito le porte dell’inferno sono disposti a parlarne, al contrario. La memoria è “legittima difesa” e poi ci si snerva nel rispondere sempre alle stesse domande. C’è un doppio binario. Il primo è la consapevolezza più o meno intimamente dichiarata che la memoria è </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>fallace</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">. Prendo in prestito il termine che ha usato Primo Levi con raffinata lucidità per arrivare al secondo, analizzato anch’esso dal grande chimico-scrittore italiano: la vergogna. Quella sorta di vergogna che si prova nel raccontare, superstiti del vuoto, davanti agli occhi vergini di chi non sa cos’è l’orrore.<br />
Salim mi racconta di come l’appartamento in cui vivevano si sia trovato, a un certo punto, sulla linea di divisione tra ribelli e forze governative. Il palazzo, appena fuori della città vecchia di Aleppo, sorge esattamente in un incrocio che era divenuto di cruciale importanza militare. Accende il portatile, mette google map e zoomma fino a mostrarmi il palazzo. Mi spiega le forze in campo, le vie, i punti strategici. Il posizionamento dei cecchini. Era così due anni fa, ora è tutto cambiato. Mi mostra come i governativi avevano occupato l’ultimo piano del palazzo dove viveva mentre i ribelli tenevano sotto controllo il territorio che comincia dall’altro lato della strada. Si erano ritrovato in mezzo a due fuochi. I governativi sparavano dal tetto e i ribelli rispondevano sull’intero palazzo, probabilmente credendo che lì vi fossero soltanto soldati e cecchini fedeli al presidente. E invece gli altri piani erano ancora abitati da famiglie.<br />
Poi mi mostra il terrazzo del salotto, comincia a spiegarmi qualcosa ma siamo interrotti da Khafif che entra all’improvviso nella conversazione. Indica il terrazzo della sua camera, più esposto ai colpi dei ribelli, e corregge il padre su alcuni dettagli. Salim lo guarda stupito e pensieroso. Poi il figlio aggiunge: ti ricordi papà quando siamo andati a prendere i vestiti in camera mia? Abbiamo strisciato fino all’armadio per evitare le pallottole e poi, usando il vecchio bastone, abbiamo agganciato la mia roba? Salim sorride imbarazzato, come se non ricordasse. Mi dice che durante quel mese in cui erano rimasti in trappola non sapeva come comportarsi, era stordito. Aveva passato notti insonni, non solo a causa degli spari, ma perché attanagliato dalla responsabilità. Sapeva che doveva prendere una decisione, prima o poi. Aggiunge: l’unica cosa che mi rendeva “relativamente” tranquillo era che i ribelli non avevano armi che potevano colpire in modo grave, o distruggere il palazzo. All’epoca avevano solo piccoli calibri e miravano ai corpi. Bastava stare fuori dal loro tiro. Mi ricordo che al tramonto il sole creava una traiettoria di luce che entrava in salotto illuminandolo perfettamente: in quei momenti dovevamo stare particolarmente al riparo. Io dormivo in quella stanza perché c’era la televisione e cercavo di capire cosa cavolo stava succedendo nel paese: la guerra era scoppiata cosi, da un giorno all’altro. Ricordo che una volta una pallottola mi ha sfiorato la nuca e si è infilata sul muro a un palmo sopra la mia testa.<br />
Il palazzo era costantemente sotto tiro e la cosa incredibile è che due vie più in là la vita scorreva tranquillamente, negozi aperti, gente in giro, il solito traffico aleppino. Quella era la parte governativa. L’altra era l’inferno delle bombe sganciate dai jet governativi e tutto il resto. Io oltretutto ero stato rilasciato da poco, dopo aver passato tre mesi in cella (qui non si dilunga ma avverto una lieve esitazione) perché i governativi mi avevano arrestato: avevo preso parte alle manifestazioni all’inizio della rivoluzione, dimostrazioni pacifiche e piene di speranza. Ma poi avevo lasciato perdere, quando le cose avevano cominciato a cambiare piega.<br />
Quando mi hanno rilasciato sono corso a casa ma qualche giorno dopo i militari del governo hanno occupato il tetto del palazzo. Ora, coi soldati al piano di sopra ero sicuro che mi avrebbero riconosciuto e ammazzato. Ero considerato uno dei ribelli! Ma dopo qualche scambio di battute con gli ufficiali che perlustravano le case avevo capito che la comunicazione tra i soldati e i servizi segreti non era poi così lineare (spesso gli uni disprezzano gli altri), quindi non si sono troppo curati di me.<br />
Mi dice come la guerra sia arrivata in città, da un giorno all’altro, senza preavviso, come la pioggia&#8230; ma a questo punto Khafif rientra violento nella conversazione (è la prima volta da quando lo conosco che lo vedo sgusciar fuori dalla sua giovane età e cambiare voce e atteggiamento) e dice ti ricordi papà quella macchina schiacciata dai carri armati? Era una giornata come le altre e dal terrazzo avevano visto un’automobile che a un certo punto si era trovata davanti un carro armato, sbucato dall’angolo. Il guidatore è uscito dalla macchina e gli hanno sparato, dice Salim ma Khafif aggiunge: sì ma non lo hanno preso, è scappato in mezzo ai cespugli di quel palazzo, aggiunge indicando lo schermo. Salim lo guarda di nuovo con stupore. Ma hanno schiacciato la macchina coi cingoli! esclama il figlio ancora incredulo.<br />
Allora Khafif entra al centro della discussione e si mette a raccontare una storia pure lui ma questa volta si rivolge al pavimento, non a me. Sono sceso giù per comprare qualcosa da mangiare al negozio all’angolo. Eravamo affamati, stipati dentro casa coi soldati sul tetto. Quando sono uscito dal portone del palazzo c’erano tutti soldati intorno. Uno di loro, giovanissimo, mi ha chiesto se potevo comprargli un panino. Ho risposto che certamente lo avrei fatto. Il tempo di correre al negozio, prendere qualcosa al volo&#8230; dopo due minuti l’ho trovato in una pozza di sangue. Ero immobilizzato dal panico. Sono rimasto come uno scemo davanti a quel corpo col panino in mano finché non ho realizzato che tutti mi stavano gridando di scappare. Ero terrorizzato dal rumore dei colpi che venivano dall’altra parte ma anche dai soldati stessi. Non sapevo cosa fare col panino, dice sorridendo imbarazzato. Ricordo solo che poi sono tornato in me, mi sono allontanato. Un altro soldato mi ha preso il panino dalle mani, mentre a un altro fu ordinato di andare a rimpiazzare il morto. Khafif stacca gli occhi dal pavimento e torna al presente come dopo una lunga trance: mi guarda con occhi acquosi come a sincerarsi che abbia anche io partecipato al suo monologo interiore.<br />
All’epoca Khafif aveva quindici anni, mentre lo vedo con quel panino in mano penso all’accelerazione esistenziale narrata da Paolo Dall’Oglio, prima che lo rapissero.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Infine Salim mi racconta il giorno in cui ha deciso che era ora di andarsene dal palazzo. Una mattina lui e sua moglie avevano notato due fori perfetti nelle colonne di cemento armato della casa. Ho capito che erano armi nuove. Non c’era da fare altro che radunare in fretta le cose e andare via. Quello era il segnale: la guerra stava evolvendo. Torna a mostrarmi il palazzo su google map, e indica, vedi? Siamo passati di qui e poi abbiamo preso la macchina che era parcheggiata proprio vicino a quel palo e infine siamo scappati. No, papà, dice Rafif. Siamo scappati tutti a piedi verso la parte sicura della città e tu sei tornato da solo a recuperare la macchina. Me lo ricordo, benissimo.<br />
Vedo Salim che guarda Khafif e li lascio al loro stupore di padre e figlio, alle loro memorie complementari e sovrapposte che fondono l’insonnia, gli incubi, le opzioni, le strategie e i ripensamenti per sfuggire alla morte. Ora stanno parlando di quando scapparono da casa, ma parlano tra di loro, non più a me; io osservo lo schermo del computer e penso che se il portone del palazzo avesse dato sulla strada principale invece che sul retro un cecchino li avrebbe sterminati uno ad uno, quando scapparono. Penso a Sarajevo, che è stata la mia prima guerra e il mio primo assedio. Penso che nella guerra conta tutto, ci vuole abilità, arguzia e tanta fortuna. Ci vuole coraggio. Ma nessuno di questi ingredienti è in grado di garantirti la vita.<br />
Rania e Lana si annoiano, scalpitano come si scalpita prima di una partenza come questa: è giunto il momento dei regali. Le porgo i braccialetti che ho portato mentre con la coda dell’occhio vedo Salim che dice a Khafif di portarmi qualcosa. Arriva con un backgammon di legno e mi dice, ci tengo a questo, portatelo in Italia. Le separazioni sono sempre dolorose, dico a Rania e Lana prima di abbracciarle. Poi dico loro che quando ci vedremo le porterò a Venezia, sono tutte contente.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">La mia amica mi ha mandato un messaggio, la Grecia è bella, le piace un sacco, quando sarà finita tutta questa storia ci ritornerà in vacanza. I greci mi piacciono scrive. Sono come noi: strillano per ogni cosa. Il mare è bello anche se non so nuotare, lo guardo. Non l’avevo mai guardato così, in Siria. Ora è un valore. Le faccio un’infinità di domande, sono curiosissimo. Ma non risponde più. Riappare dopo qualche giorno, mi racconta parte del viaggio, ancora via sms: è arrivata a Bodrum e da lì si è imbarcata per Kalimnos. L’hanno portata al campo ma era pieno, ora sta in un hotel. È contenta. Poi scompare di nuovo. Ancora qualche giorno e un numero olandese mi dice che è arrivata dal fratello. Sono felicissimo. Mi dice ti posso chiamare, le dico certo. Ha la voce che brilla. Adesso si riposerà per qualche giorno e poi andrà dalle autorità. La metteranno in un campo, mi dice. Mi ci terranno spero non più di una quindicina di giorni e poi mi sposteranno in un altro. È un passaggio obbligato, se voglio la residenza. Fanno tutti cosi. Dovranno intervistarmi per l’asilo. Dopo qualche giorno mi scrive dal campo: è affollato di gente che viene da ogni dove, si sente fuori posto, è molto sola, ma si è fatta un amico. Mi invia una foto di lei che sorride con un bimbo nigeriano. Gli occhi tristi, ma hanno la bellezza di chi sta vivendo la propria storia.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Siedo in un piccolo caffè in Libano, in Turchia, in Giordania, non ne sono più cosi sicuro.<br />
Il giardino interno è in stile aleppino, pavimentato di pietre fresche, alberi di agrumi, un pozzo, tavolini bassi dove non so mai come infilarmi. Fumo profumato di narghilè e il rumore delle pedine del backgammon. Il caffè è frequentato da molti ragazzi siriani. Discutono vivaci e aspettano. Scrivono e aspettano. Si guardano, sorridono e aspettano. Molti di loro hanno partecipato ai primi fermenti della rivoluzione, quando si andava per le strade e la polizia cominciava a torturare e a sparare. Hanno visto il sangue dei primi caduti e hanno strillato in faccia agli aguzzini in divisa. Sono tornati in strada più arrabbiati e più numerosi. Finché la rivoluzione è cambiata. Finché abbiamo cominciato a odiare la parola “rivoluzione”, mi ha detto una giovane archeologa siriana, un giorno, come a marcare “il punto di non ritorno”.<br />
Kapuściński mi ricorda che quel momento è uno dei massimi enigmi della storia. E dell’</span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>umanità</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> mi verrebbe da aggiungere. Questi ragazzi sono “</span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>quell’uomo della folla che ha smesso di avere paura” </i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">di cui narra il reporter polacco. Il poliziotto incontra il dimostrante in mezzo alla strada, lo minaccia, ma lui rimane impassibile. Non c&#8217;è più quella terza persona tra poliziotto e ribelle: la paura. L’uomo rimane, la folla rimane. Il poliziotto torna indietro e dà ordine di sparare. Il potere, tronfio e pieno di sé esagera in arroganza e perisce. Il despota è convinto che l’uomo sia una creatura vile perché è circondato da persone vili. Ma morire per un dittatore o morire per la libertà non è la stessa cosa.<br />
Forse è dentro questa frase che cerco di districare quei fili che prima mi strangolavano. Si dice spesso (in Europa) che la rivoluzione siriana &#8211; e quelle arabe in generale &#8211; siano primavere tradite, fallite, trasformatesi in qualcos’altro. La violenza, la brutalità, le bombe barile, l’estremismo islamico e via dicendo. E lo si dice con quel fatalismo che non si cura nemmeno di nascondere la spocchia (tutta occidentale) da cui è generato.<br />
Quello di cui non si parla mai invece è il tradimento della democrazia, di questa Europa tronfia e piena di sé, che ha dimenticato le sponde natie di Tiro, e che guarda il mediterraneo – non da nord verso sud – ma dall’alto verso il basso. Stati di emergenza che vengono prolungati da governi di transizione: è un Unione che si stringe intorno al proprio deficit di libertà e di identità, che non sa più a quale paese vicino riempire le tasche, a chi fare capacity building sulla sicurezza. E di nuovo quella </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>sinistra</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> tolleranza verso i fascismi che aumentano le proprie leve, masturbandosi nella paura sociale.. </span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Forse per alcuni moralisti delicati, cinici dell’intelletto, anche questo è fisiologico. Ché in fondo la Storia umana non è che guerra, interrotta da brevi periodi di pace. Ma io dico, con Primo Levi, che nessuno storico o epistemologo ha ancora dimostrato che la storia umana sia un processo deterministico. Se ne discuterà tra pochi anni, quando i giovani rifugiati parleranno la nostra lingua. Sarà una bella prova, allora, trovare </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>l’ordine del discorso</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">. E non sarebbe male cominciare adesso.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify">
<ul>
<li>l&#8217;autore scrive sotto pseudonimo</li>
</ul>
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		<title>Lo strano colpo di Stato del Sultano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2016 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[ottomani]]></category>
		<category><![CDATA[sultano]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Cossuto  Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389). Erano un&#8217;efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano. La particolarità di questa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Giuseppe Cossuto </b></p>
<p>Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i<i> kapikulu</i>.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).</p>
<p>Erano un&#8217;efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano.</p>
<p>La particolarità di questa istituzione è che i membri della stessa provenivano essenzialmente dal<i> devsirme</i>, ovvero dalla “raccolta” periodica di ragazzi cristiani, da educare nella religione islamica e da selezionare, a seconda delle capacità e delle attitudini dei singoli, per i diversi servizi, sia militari che amministrativi.</p>
<p>L&#8217;istituzione venne fondata da Murad (probabilmente di madre greca) per avere una struttura di fedelissimi al fine di contrastare gli altri signori turchi che potevano mettere in discussione il suo potere e, nei primissimi tempi, quando ancora la Casa di Osman era una piccola dinastia turcomanna anatolica, nei ranghi dei<i> kapikulu</i> entravano i ragazzi rapiti durante guerre e, soprattutto, durante le scorrerie.</p>
<p>Gli “Schiavi della Porta” avevano generalmente  l&#8217;obbligo del celibato, il che permetteva allo Stato di disporre dei loro beni alla loro morte.</p>
<p>Una macchina efficientissima, quindi, che aveva come punto di forza una particolare fanteria, quella dei giannizeri (<i>yeni çeri</i>: la nuova milizia).</p>
<p>Tuttavia, con la crescita dell&#8217;impero, i membri del <em>devsirme</em>, che condividevano comuni caratteri morfologici, culturali e linguistici (dal XVI secolo erano ormai quasi prevalentemente di origine slava), erano diventati una vera e propria “nuova etnia” che si differenziava da tutte le altre dell&#8217;impero e che incarnava e rappresentava l&#8217;impero stesso, ovvero gli Ottomani (<i>osmanli</i>).</p>
<p>Questa consapevolezza si diffuse tra di loro, pienamente, verso la fine del XVI secolo e, nei primissimi anni del XVII già abbiamo delle testimonianze scritte da membri<i> kapikulu</i> che si identificano come unici “ottomani”. Sono uomini dello Stato, differenti dagli altri sudditi dell&#8217;impero, sudditi che essi amministrano e controllano militarmente come burocrati, poliziotti e persino vigili del fuoco.</p>
<p>E&#8217; in questo stesso periodo che i giannizzeri riescono ad ottenere la fine dell&#8217;obbligo del celibato, a non fare più esclusivamente vita cameratesca, e a dedicarsi anche ad attività parallele, come il commercio. Allo stesso tempo fanno entrare nei ranghi dello Stato i propri figli.</p>
<p>In parallelo alla perdita di forza di combattimento, vengono autorizzati alcuni arruolamenti di turchi etnici e, nel 1683, il sultano Murad IV, abolì del tutto il <em>devsirme.</em></p>
<p>Oramai tutto il sistema di controllo dello Stato era basato quasi esclusivamente sull&#8217;ereditarietà di una vera e propria casta di salariati dallo Stato capace di imporre il proprio volere, anche violentemente, addirittura ai Sultani e di organizzare colpi di Stato o di ritagliarsi territori da governare autonomamente.</p>
<p>Altresì, questa casta praticamente impermeabile di statali, era fieramente refrattaria a qualsivoglia innovazione, specialmente per quanto riguardava le istituzioni ed i costumi sociali.</p>
<p>In un impero che segnava il passo alle innovazioni tecnologiche dell&#8217;Occidente, costoro continuavano ad opporsi a qualsivoglia necessario cambiamento e miglioria.</p>
<p>Stanco di questa situazione il Sultano Mahmud II organizzò un&#8217;azione molto simile ad un colpo di Stato contro questi statali, il 16 giugno 1826.</p>
<p>Il Sultano inalberò lo stendardo del Profeta, e i muezzin chiamarono dai minareti il popolo per riversarsi nelle strade al fine di sostenere il rinnovato esercito imperiale ispirato alle armate europee e porre fine al secolare potere dei giannizzeri, che in quell&#8217;anno erano circa 135.000.</p>
<p>La strage dei giannizzeri fu terribile, e così le epurazioni successive nei ranghi dello Stato e, come atto fortemente simbolico vi fu la distruzione tramite cannoneggiamento delle caserme occupate dai giannizzeri.</p>
<p>Venne altresì dichiarato fuorilegge il loro ordine religioso, quello dei Bektashi, i confratelli dei quali vennero perseguitati e banditi, ma continuarono ad esistere vivendo in ambienti religiosamente sincretici, soprattutto nei Balcani, nei luoghi da dove gli antenati dei giannizzeri provenivano.</p>
<p>Questa sollevazione popolare diretta dall&#8217;alto venne chiamata<i> Vaka-i Hayriye</i> &#8220;Il Fausto Evento&#8221; a Costantinopoli mentre, al contrario, in alcune località balcaniche venne detta<i> Vaka-i Şerriyye,</i> &#8220;L&#8217;Evento Sfortunato”.</p>
<p>Dopo la distruzione delle caserme dei giannizzeri, la concezione di “ottomano” cambiò abbastanza velocemente ma quasi sempre traumaticamente: dapprima incluse i soli musulmani sunniti, in seguito tutti i sudditi dell&#8217;Impero, senza distinzione di confessione religiosa che poterono entrare gradualmente nei ranghi dei dipendenti dello Stato.</p>
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		<title>Ancóra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/01/31/ancora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jan 2016 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Ancóra]]></category>
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		<category><![CDATA[Hakan Günday]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[marcos y marcos]]></category>
		<category><![CDATA[Prix Médicis 2015]]></category>
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					<description><![CDATA[di Hakan Günday Ormai sapevo tutto. Ero in grado di percepire in quale parte di un cadavere le larve si ammassavano prima di uscire! Vedevo e percepivo tutto! Proprio tutto! Il buio, i vestiti, i pezzi di stoffa infilati nelle narici non servivano a nulla, perché sentivo il loro odore. I confini tra i miei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-59725" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Ancora_web-182x300.jpg" alt="Ancora_web" width="182" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Ancora_web-182x300.jpg 182w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Ancora_web-620x1024.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Ancora_web.jpg 1530w" sizes="(max-width: 182px) 100vw, 182px" />di <strong>Hakan Günday</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ormai sapevo tutto. Ero in grado di percepire in quale parte di un cadavere le larve si ammassavano prima di uscire! Vedevo e percepivo tutto! Proprio tutto! Il buio, i vestiti, i pezzi di stoffa infilati nelle narici non servivano a nulla, perché sentivo il loro odore. I confini tra i miei cinque sensi erano spariti ed erano travolti dalla vita. Non avevo più nessun posto dove fuggire. Nemmeno l&#8217;oscurità era sicura, perché vedevo tutto nitidamente, come un animale notturno! Anche a occhi chiusi! Era come se le palpebre fossero forate! Trattenni il respiro nell&#8217;estrema speranza di calmarmi. Non servì a niente, quindi ritentai. Cominciai a contare, poi non resistetti più, ripresi fiato e restai di nuovo in apnea. Contai! Espirai e poi mi trattenni ancora. Contai. Feci questo per forse un&#8217;ora intera. E nel frattempo continuavo ad agitare le mani. <span id="more-59718"></span>Alla fine vidi davanti ai miei occhi un puntino bianco e accadde tutto in un attimo. Il punto si ingrandì e diventò un velo bianco, che cadde su di me come una rete. Fu allora che le mie pulsazioni diminuirono e aprii gli occhi. Ero in un tunnel. Una galleria dalle pareti rosa e nerastre. Ero nel mio intestino! Poi tutto tornò bianco e, quando aprii gli occhi, vidi milioni di linee, come venature luminose in un cielo oscuro. Si diramavano da un unico punto in mille direzioni, formando altri centri che a loro volta ne sprigionavano delle altre. Stavo guardando una ragnatela gigante con milioni di centri. Una trama tridimensionale. Ero nel mio cervello, in una prigione costellata di nervi&#8230; Non avevo bisogno di parole per rendermene conto. Sapevo soltanto di trovarmi lì. Potevo muovermi liberamente nel mio corpo. Non ero andato via da quel corpo, ci ero dentro. Dovevo solo concentrarmi e aprire gli occhi per vedere apparire davanti a me qualsiasi parte del mio corpo. Non ero per niente stupito. La capacità di vedere all&#8217;interno del mio corpo mi risultava del tutto naturale. Come se ogni essere vivente al mondo potesse farlo a suo piacimento, e seguire il flusso del proprio sangue&#8230;<br />
Quel giorno, circondato da quei cadaveri e quelle larve che se ne cibavano, trovai rifugio nel mio corpo, non avendo altro luogo in cui andare, e aprendo gli occhi vedevo tutto. Non era un&#8217;allucinazione, perché vedevo parti e organici cui non conoscevo neanche l&#8217;esistenza prima di quel momento. Non sapevo come si chiamassero, come funzionassero, né che forma avessero. Non potevano essere frutto della mia immaginazione, perché non li avevo mai visti prima di allora. Eppure ero riuscito a vederli. Addirittura anni dopo, quando mi sarei interessato di anatomia umana, quelle figure che avrei analizzato nei dettagli per la prima volta non mi sarebbero risultate affatto sconosciute. Perché io quel giorno mi ero completamente chiuso al mondo esterno per esplorare me stesso. Era la prova che l&#8217;uomo fosse in grado di percepire se stesso e il corpo che possedeva senza limiti. Ed era tutta una questione di respiro. Era il mio premio per una scoperta fatta inconsapevolmente grazie a un semplice gioco di respiri&#8230; Un premio che mi aveva permesso di percepire ogni organo e cavità del mio corpo&#8230; Non avevo più bisogno di guardare l&#8217;orologio. Potevo sentire l&#8217;incedere dei secondi come se fossero le mie pulsazioni e potevo contare i minuti e le ore senza problemi. Non c&#8217;era bisogno di alcun nome per me, per il mio racconto, né per il mio film. Io ero il tempo&#8230;</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Vincitore del <em>Prix Médicis</em> 2015 in Francia, dove è stato il caso letterario dell’autunno, best seller in Turchia, <em><a href="http://www.marcosymarcos.com/libri/ancora/">Ancóra</a>,</em> edito in Italia da <em>marcos y marcos, </em>sarà presentato col suo autore a Roma:<br />
<span style="text-decoration: underline;">lunedì 1 febbraio</span>, ore 21<br />
Libri e bar Pallotta, piazzale di Ponte Milvio 23<br />
<span style="text-decoration: underline;">martedì 2 febbraio</span> ore 18.30<br />
Libreria minimum fax, via della Lungaretta 90/a</li>
</ul>
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		<title>Ultimi appunti su Kobane</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/11/ultimi-appunti-su-kobane/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2014 10:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Allora: l&#8217;ONU dice che a Kobane si rischia una nuova Srebenica. La Turchia dice che in città sono rimasti solo i combattenti e le combattenti dell&#8217;YPG, ossia militanti di un&#8217;organizzazione terroristica, e su quella base ha rifiutato persino la creazione di un cordone umanitario verso il proprio territorio. Il comando centrale USA [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Al-di-qua-di-Kobane-300x199.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Al-di-qua-di-Kobane-300x199.jpg" alt="Al-di-qua-di-Kobane-300x199" width="300" height="199" class="alignleft size-full wp-image-49212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Al-di-qua-di-Kobane-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/Al-di-qua-di-Kobane-300x199-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Allora: l&#8217;ONU dice che a Kobane si rischia una nuova Srebenica.<br />
La Turchia dice che in città sono rimasti solo i combattenti e le combattenti dell&#8217;YPG, ossia militanti di un&#8217;organizzazione terroristica, e su quella base ha rifiutato persino la creazione di un cordone umanitario verso il proprio territorio.<br />
Il comando centrale USA (se non mi confondo) si colloca su una posizione intermedia e dirama cifre basse dei civili ancora intrappolati in città: 700 ca.<span id="more-49211"></span></p>
<p>Però, secondo altre fonti, tipo quelle ONU, ce ne sarebbero molti di più nei dintorni.<br />
Allora vai con il balletto di numeri: perché è la conta preventiva delle vittime che determina se stiamo assistendo a quella cosa inaccettabile che è la ripetizione di un genocidio.<br />
La perversione di questa logica diventa piuttosto evidente se si guarda come a Kobane è stata sinora gestita la faccenda.<br />
Nei giorni e nelle settimane precedenti di questo assedio che dura da quasi un mese, i combattenti curdi hanno avuto cura di far evacuare gran parte dei civili dalla zona del conflitto. Inoltre la Turchia si è fatta carico e anche vanto di centinaia di migliaia di profughi accolti oltre confine.<br />
Così si è scoperto solo nell&#8217;ultima settimana con i carri turchi fermi immobili, con la frontiera bloccata sia per chi cerca ancora di fuggire, sia per chi invece è partito per rinforzare le fila dei difensori di Kobane, che l&#8217;accoglienza dei civili fa parte di un disegno che prevede la caduta della città, ma che vuole pararsi il culo (scusate il termine) dalla corresponsabilità in un massacro che agli occhi dell&#8217;opinione pubblica mondiale possa assumere una dimensione alla Srebenica.<br />
Questa, immagino, sarà stata una preoccupazione condivisa dalle forze occidentali che infatti fino a qualche giorno fa non sembravano preoccupate di dover intervenire lì con l&#8217;appoggio aereo, visto che comunque la catastrofe umanitaria sembrava evitata nelle sue peggiori proporzioni.</p>
<p>La cosa fuori dagli schemi è che il mondo si è accorto di Kobane non perché ricettacolo di future vittime, ma come luogo di una resistenza armata che stava mostrando tutti i crismi anacronistici dell&#8217;eroismo.<br />
Ne sono simbolo le miliziane curde, queste donne e ragazze che incarnano a primo colpo d&#8217;occhio tutto ciò che si oppone ai cliché su donne e islam, tenendo conto che in modo assai semplificato è propio l&#8217;immagine delle donne nascoste dal burqa (o meglio dal niqab) a simboleggiare l&#8217;oppressione inaccettabile del fondamentalismo (o dell&#8217;islam tout court) per l&#8217;Occidente.<br />
In pratica: se non ci fossero state queste interpreti di un rifiuto radicale a rassegnarsi al ruolo della vittima, queste donne che reclamano di voler vivere e morire combattendo per la loro terra e la loro libertà, Kobane sarebbe caduta nella disattenzione generale.<br />
Il fatto che faranno la brutta fine che si sono scelte &#8211; loro e i difensori maschi, curdi e non solo curdi &#8211; dovrebbe far riflettere su quanto sia sbagliato sentirsi chiamati in causa soltanto per la difesa delle vite nude e inermi e non altrettanto rispetto ai diritti e ai desideri (di libertà, giustizia, uguaglianza) dei popoli e dei singoli &#8211; donne e uomini che siano, ovunque essi siano.<br />
Non è solo questione di riconoscersi ancora in comuni idee e aspirazioni, quanto anche la sensazione elementare e inquietante che chi si allarma e si indigna soltanto per un gran numero di morti trucidati, magari è pure lui piuttosto morto dentro.</p>
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		<title>Questa è follia, è guerra contro le persone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/16/questa-e-follia-e-guerra-contro-le-persone/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 08:31:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Egemen Bagis, il ministro turco per gli affari con la UE, ha annunciato ieri sera che chiunque si avvicinerà a piazza Taksim sarà «trattato dalla polizia come un terrorista». La dichiarazione sembra un avallo ex post dello stato della repressione già in atto. Le testimonianze, i video e le foto da Istanbul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj-300x224.jpg" alt="BM1DgwWCcAA1Yzj" width="300" height="224" class="alignnone size-medium wp-image-45844" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/BM1DgwWCcAA1Yzj.jpg 599w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Egemen Bagis, il ministro turco per gli affari con la UE, ha annunciato ieri sera che chiunque si avvicinerà a piazza Taksim sarà <a href="http://www.hurriyetdailynews.com/everyone-who-enters-the-taksim-square-to-be-treated-as-terrorist-turkish-eu-minister.aspx?pageID=238&#038;nID=48875&#038;NewsCatID=338">«trattato dalla polizia come un terrorista»</a>. La dichiarazione sembra un avallo ex post dello stato della repressione già in atto.<span id="more-45843"></span> Le testimonianze, <a href="http://www.rightnow.io/breaking-news/gezi-park_bn_1371216346624.html">i video e le foto</a> da Istanbul parlano di ustioni e piaghe causate da <a href="https://twitter.com/YrGangelopoulos/status/346038938181464064/photo/1">sostanze chimiche</a> mischiate all’acqua degli idranti, di attacchi alle strutture di pronto soccorso, di due pesantissime irruzioni con lacrimogeni nel lussuoso Hotel Divan, rifugio per feriti e manifestanti del vicino parco Gezi. Bambini sanguinanti, un uomo travolto da una camionetta della polizia antisommossa. Impedimenti per giornalisti (anche stranieri) e personale medico di accorrere alle zone degli scontri. Traghetti e ponti sul Bosforo bloccati per chiudere l’afflusso dei manifestanti dalla parte asiatica della città.<br />
Legge marziale, in pratica. La leader del verdi tedeschi Claudia Roth, intrappolata nell’Hotel Divan dopo lo sgombero di Gezi, <a href="https://twitter.com/jalenz/status/345993767968464896/photo/1">ustionata in volto dai lacrimogeni</a> (o da altro), ha parlato di follia, di guerra contro i cittadini.<br />
La Turchia è nota per le sue violazioni dei diritti umani però non è l’Egitto di Mubarak o l’Iran dove ieri, al primo turno, è stato eletto presidente Hassan Rohani, il più moderato degli ayatollah ammessi alla competizione.<br />
È una democrazia &#8211; con molte tare ma non un’innegabile “democratura”: tant’è che le<a href="http://www.youtube.com/watch?v=o-kbuS-anD4&#038;feature=youtube_gdata_player"> manifestazioni più che pacifiche</a> contro il progetto di costruzione di un centro commerciale sul luogo del parco Gezi mostravano, al principio, una grande consonanza con le proteste diffuse nelle cosiddette democrazie avanzate: da Stoccarda alla Val di Susa. E mostrano pure inquietanti analogie nell’impiego sproporzionato della repressione poliziesca; per quanto ciò che sta accadendo in Turchia – cinque morti accertati, quasi un centinaio di avvocati arrestati ecc.- sia sinora il peggio.<br />
Ma prima, dopo e durante Occupy Gezi, nelle ultime due settimane è avvenuto questo:<br />
Il 1° giugno a <a href="https://blockupy-frankfurt.org/en/">Blockupy Francoforte</a>, la protesta contro le politiche BCE, la testa del corteo autorizzato è stata accerchiata e tenuta per ore sotto scacco. L’uso massiccio di spray urticanti e di manganelli ha causato ca 300 feriti, alcuni piuttosto gravi. Anche in quel caso diversi volontari sanitari parlano di impedimenti a prestare soccorso.<br />
In Italia la sentenza assolutoria per la polizia sulla morte di Stefano Cucchi è arrivata in contemporanea con le teste lacerate degli <a href="http://www.rassegna.it/articoli/2013/06/5/101218/il-sindaco-ferito-gestione-ottusa-dellordine-pubblico">operai e del sindaco di Terni</a> in corteo contro la chiusura dell’acciaieria. Mentre in Turchia partiva lo sgombero di piazza Taksim e parco Gezi, la Cassazione ha confermato, riducendo i risarcimenti alle parti lesi, della sentenza su Bolzaneto e le violenze alla scuola Diaz.<br />
A ridosso di tutto questo, si è scoperto il gigantesco programma di spionaggio “Prism” voluto da Obama, il governo greco ha deliberato la chiusura della tv e radio di Stato ERT, arrivando a chiudere il segnale nel giro di poche ore e mandando la polizia antisommossa a difendere la propria decisione. A <a href="http://www.formiche.net/2013/06/15/brasile-non-solo-confederation-cup-2013-ecco-le-ragioni-della-protesta-a-sao-paulo/">Saõ Paolo del Brasile</a>, paese economicamente emergente al pari della Turchia, la protesta per l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico ha causato una repressione poliziesca molto dura, con 250 arresti e 50 feriti.<br />
L’eccesso di impiego della forza di polizia è una ormai una costante planetaria – in tutta Europa come a New York e negli Usa – e questo sia nel caso che vi sia stata violenza da parte dei manifestanti sia quando le pratiche di resistenza passiva sono state portate avanti senza alcun cedimento. Ma rappresenta soprattutto una costante che tutte queste proteste nascono dalla volontà popolare di difendere dei beni comuni (lo sono sia gli alberi dei parchi e le valli subalpine che i biglietti degli autobus) o di arginare il potere di poteri sottratti al controllo democratico, come le istituzioni bancarie e monetarie. Non c’è nessuna volontà di sovvertimento rivoluzionario-  eppure i governi democratici di vario stampo e colore politico difendono a forza di lacrimogeni, manganelli o proiettili di gomma i “flussi” (ossia gli interessi mobili e flessibili) contro i “territori” (e la gente che ci abita), come <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/marco-revelli/finale-di-partito/978880621554">Marco Revelli</a> cerca di circoscrivere questa nuova forma del conflitto ai tempi della globalizzazione e della sua crisi.<br />
Oggi a Istanbul le proteste cercheranno di dirigersi nuovamente verso i luoghi tabù sgomberati e, visto che è stata indetta pure una manifestazione pro-Erdogan e in molti quartieri nella notte si sono erette barricate, la giornata potrebbe evolversi in modo assai peggiore di ieri. Finora non sono arrivate critiche decise né dall’Unione Europea, né da Barack Obama, entrambi vincitori di un Premio Nobel per la Pace che appare sempre più tragicomico.<br />
Barbara Spinelli, riferendosi principalmente a “Prism”, ha parlato di ostilità dei governanti e di <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/12/news/la_paura_del_popolo-60913900/?ref=HREC1-10">“paura del popolo”</a>. Il popolo, ovunque esso si trovi, sta incontrando sempre più motivi per ricambiare.</p>
<p>Ps. Mi sono certo dimenticata qualche voce del triste elenco. Ma non dimentico di segnalare questa <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=470895269663604&#038;set=a.470895346330263.1073741827.100002294068770&#038;type=1">lettera bellissima</a> di Gianluca d’Ottavio che vive a Istanbul e si occupa di turismo.</p>
<p>Pps. L&#8217;immagine sopra ritrae la polizia mentra da fuoco all&#8217;albero del Parco Gezi nel quale gli occupanti avevano iscritto i loro auspici e desideri.</p>
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		<title>Bella Gezi Park</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 13:44:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#8220;Sradicheremo gli alberi da Gezi Park, saranno ripiantati in un altro luogo. La questione è chiusa. I manifestanti si ritirino dal parco. Non avremo più tolleranza. Con il pretesto del parco si sta giocando a un gioco più grande.&#8221; (Tayyip Erdogan)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="Gezi park sings Bella Ciao" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/kGXIw3a7tzQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Sradicheremo gli alberi da Gezi Park, saranno ripiantati in un altro luogo. La questione è chiusa. I manifestanti si ritirino dal parco. Non avremo più tolleranza. Con il pretesto del parco si sta giocando a un gioco più grande.&#8221; (Tayyip Erdogan)</p>
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