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	<title>ugo coppari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Guida all&#8217;installazione di un futuro me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[ugo coppari]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Ugo Coppari</strong><strong></strong><br />
Hai cercato se il tuo libro è nella lista che hai letto sopra? Te lo chiedo perché se stai leggendo queste pagine è perché in qualche modo hai a che fare con il mondo dell’editoria, o come scrittore o come editore.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Ugo Coppari</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hai cercato se il tuo libro è nella lista che hai letto sopra? Te lo chiedo perché se stai leggendo queste pagine è perché in qualche modo hai a che fare con il mondo dell’editoria, o come scrittore o come editore. O magari sei un parente di qualcuno che ha scritto uno di questi libri. Ad esempio una delle statistiche che più spesso ho cercato di estrapolare riguarda il numero delle persone viventi che possano ritenersi autori letterari, cioè che abbiano scritto attivamente e continuativamente negli ultimi dieci anni. Sappiamo ad esempio che ogni anno in Italia, perlomeno di recente, vengono pubblicati 80.000 titoli, di cui circa 5.000 sono romanzi. Di ogni opera, in media, vengono venduti 4.000 esemplari e le copie in eccesso finiscono al macero. Sappiamo anche che cinque italiani su dieci non leggono nemmeno un libro l’anno, quattro di loro ne leggono tra gli uno e i dieci e solo un dieci percento ne legge più di dieci. E quindi? Cosa ci dicono questi numeri?</p>
<p>A diciassette anni, per la prima volta, ho letto un libro senza che nessuno mi obbligasse a farlo. Titolo: <em>On the road</em>. Fino a quel momento avevo passato anni a leggere solo resoconti, aneddoti e statistiche che raccontassero il mondo del basket, in particolare quello americano. Altezza, peso, percentuali di tiro di tutti i giocatori che abitavano il mio mondo mitologico fatto di salti, competizione e sudore. «Superbasket», «American Superbasket », «I giganti del basket». Quando mio padre rientrava a casa, dopo una lunga giornata di lavoro, nel ritrovarmi disteso a letto a sfogliare quei giornali mi chiedeva perché non uscissi un po’ di più. Ma in quei numeri cercavo una forma per governare il caos, la misura di un mondo che adoravo. Anche i numeri di maglia erano diventati un codice segreto con cui io e mio fratello avevamo codificato una serie di punizioni che ci infliggevamo nei momenti di lotta (a dire il vero era lui che li infliggeva a me, vista la differenza di età, a mio sfavore): il 33 di Scottie Pippen, lo 00 di Kevin Duckworth, il 34 di Charles Barkley, ogni numero una tortura che solo noi potevamo capire in anticipo («sta arrivando un 33»). L’idea fisica di America era costruita sulla base dei nomi delle squadre, nomi che dicevano ben poco delle distanze che separavano le rispettive città. Così un giorno appesi una cartina degli Stati Uniti sulla testata del letto, per capire dove fossero ambientate queste gare NBA che guardavo a notte fonda o di cui leggevo le statistiche disteso a letto. Poi arriva questo Kerouac, che mi parla di un viaggio da costa a costa, attraverso quegli spazi che fino a poco prima erano senza nome. Da quel momento l’America era il vento nei capelli, una macchina che corre verso nuove destinazioni, l’idea di poter costruire il proprio futuro senza regole né restrizioni.</p>
<p>Negli ultimi anni del liceo ho preso una quadernetto, con rilegatura orizzontale, senza quadretti né righe, dove ho cominciato ad appuntare gli effetti che i primi amori producevano nella mia mente impressionabile, gli stravolgimenti dello spirito che le continue lotte ideologiche con mio padre trasformavano in verità inespugnabili. Ma allora anche io sono uno scrittore, mi sono detto. Passano gli anni e un giorno vengo a sapere che Alessandro Baricco sarebbe venuto in visita nella mia cittadina. Stava facendo un tour promozionale con cui far conoscere la sua scuola di scrittura, la Holden. Quel giorno si sarebbe presentato insieme al produttore Domenico Procacci. Finita la presentazione, mi sono avvicinato ai camerini dove Baricco avrebbe firmato i suoi libri o semplicemente avrebbe benedetto le sue ammiratrici. Mi sono messo in fila dietro a decine di signore in là con gli anni, in attesa che arrivasse il mio turno. Non ricordo quale suo libro avevo già letto, forse <em>City</em> o <em>Oceano mare</em>, ma poco importa. Quello che volevo chiedergli era questo: dovrei venire nella sua scuola per trasformare quei pensieri scriteriati in qualcosa di organico e sensato? Quei pensieri valgono qualcosa? Li penso solo io? Sono unico? Ma quando si apre la porta del camerino non vedo nessuno, perché era più basso di quanto mi aspettassi. Abbasso lo sguardo e vedo questo uomo molto riccio e molto educato che mi viene incontro. Alle mie domande si limita a rispondere così: vai per strada e osserva la gente. E così ho fatto.</p>
<p>In tutti questi anni di scrittura ho ripensato alle sue parole, come a un oracolo da cui tutto è partito. Avrebbe fatto bene a invitarmi a frequentare la sua scuola? O avrebbe potuto dirmi: fai ingegneria, cretino! In un modo e nell’altro è certo che ad avviarmi verso questa pratica del racconto è stato un autore di cui poi non ho più letto nulla. E se avessi fatto ingegneria? Se avessi saputo calcolare la quantità di ferro necessaria nelle travi portanti di un edificio affinché questo possa far fronte alle scosse dei terremoti, avrei avuto questo bisogno incessante di scrivere? Quale lavoro avrei potuto fare? Me lo sono chiesto più volte, analizzando la lista degli ottomila lavori esistenti, di cui riporto un breve estratto, relativo ai mestieri che, tra le altre cose, richiedono l’uso delle mani: macellai, abbattitori di animali, norcini, pesciaioli, addetti alla conservazione di carni e pesci, panettieri, pastai, pasticcieri, gelatai, conservieri artigianali, cioccolatai, degustatori e classificatori di prodotti alimentari e di bevande, artigiani ed operai specializzati delle lavorazioni artigianali casearie, operai della preparazione e della lavorazione delle foglie di tabacco, attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno ed assimilati, artigiani ed operai specializzati del trattamento del legno (curvature a vapore, stagionatura artificiale, trattamenti chimici), falegnami, montatori di mobili, impagliatori, cestai, spazzolai, sugherai e professioni assimilate, impagliatori e lavoranti in vimini e setole, cordai e intrecciatori di fibre, lavoranti in giunco e canna, lavoranti in sughero e spugna, preparatori di fibre, tessitori e maglieristi a mano e su telai manuali, tintori e addetti al trattamento chimico dei tessuti, sarti e tagliatori artigianali, modellisti e cappellai, modellisti di capi di abbigliamento, tagliatori di capi di abbigliamento, confezionatori di capi di abbigliamento, sarti, cappellai, pellicciai, modellatori di pellicceria e professioni assimilate, modellisti di pellicceria e di capi in pelle, tagliatori di pellicceria e di capi in pelle, confezionatori di pellicceria e di capi in pelle, pellicciai e sarti in pelle, biancheristi, ricamatori a mano e professioni assimilate, confezionatori e rifinitori di biancheria intima, confezionatori e rifinitori di biancheria per la casa, merlettai e ricamatrici a mano, bottonai, tappezzieri e materassai, confezionatori di tende e drappeggi, modellisti di poltrone e divani, tagliatori di imbottiture e rivestimenti di poltrone e divani, confezionatori di poltrone e divani, tappezzieri di poltrone, divani e assimilati, artigiani e addetti alle tintolavanderie, conciatori di pelli e di pellicce, modellisti di calzature, tagliatori di calzature, confezionatori di calzature, calzolai, sellai e cuoiai, valigiai, modellisti di pelletteria, tagliatori di pelletteria, confezionatori di pelletteria, pellettieri.</p>
<p>Questi, invece, sono i lavori che ho fatto nella mia vita: operaio generico in fabbrica (tre giorni all’età di sedici anni), bracciante agricolo per vendemmia (tre estati), facchino per montaggio di palchi per concerti e spettacoli teatrali (occupazione sporadica ma pluriennale), facchino per rifornimento notturno degli scaffali di un ipermercato (una notte), facchino per ditta di marmi (mezza giornata), trasportatore di motore a spalla per rifornimento di gas di un pallone aerostatico necessario per i volteggi di una ballerina appesa a mezz’aria (una sera), portalettere (un giorno), distributore di elenchi telefonici (tre giorni), runner (cinque settimane), cameriere (svariate volte), accompagnatore di studenti in vacanza studio (tre settimane), copywriter (un mese), accompagnatore di persone non vedenti (un anno), insegnante di italiano a stranieri (quattordici anni).</p>
<p>E ora eccomi qui. Dopo vent’anni di attività e sei libri pubblicati, neanche l’esiguo numero di copie vendute a scoraggiarmi dal continuare a scrivere qualcosa di nuovo che mi porterà via tempo ed energie. Ma questa volta sarà diverso. Perché questo testo, un resoconto di tutte le mie attività in vita, servirà a qualcosa: ricreare un me digitale dopo la morte, un futuro me che possa dialogare con chi mi sopravviverà, un me eterno la cui personalità possa aderire il più possibile al vero. E quindi i programmatori della mia identità digitale dovranno per forza leggerlo. Perlomeno loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>______________</p>
<p>Un estratto di Ugo Coppari dal suo <a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822924131" target="_blank" rel="noopener"><em>Guida all&#8217;installazione di un futuro me</em></a>, appena uscito per Quodlibet. Tra le pubblicazioni dell&#8217;autore, le raccolte di racconti <i>Nove anoressiche</i>, 2007, <i>Il grande rimbalzo</i>, 2014, <i>Terra</i>, 2023, e i romanzi brevi <i>Bim bum bam</i>, 2006 e <i>Limbo mobile</i>, 2009.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Wu wei / Ugo Coppari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2018 09:57:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele Alberto Ventura]]></category>
		<category><![CDATA[ugo coppari]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[Wu wei di Ugo Coppari Stavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>Wu wei</h1>
<p style="text-align: right;">di Ugo Coppari</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-74366 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/wu-wei.png" alt="wu wei" width="275" height="318" />Stavamo fumando le nostre belle sigarette nell’unico spazio della casa a nostra disposizione, il bagno, mentre i nostri figli se ne stavano di là con le nostre mogli, noi professionisti spiegazzati non più trentenni ma neanche quarantenni, che quando ci vediamo per la solita cena settimanale – anche se è sempre più raro – fingiamo con piacere di essere ancora quel tipo di uomo villoso che viene meno ai doveri genitoriali, una finzione che dura il tempo di qualche tirata. È che se fossimo davvero quel tipo di uomo dovremmo parlare di calcio macchine e figa, e invece anche quella sera ci siamo ritrovati per l’ennesima volta a buttare lì qualche lampo di quello che ci aveva colpito nei giorni precedenti. In questo caso: la presunta inascoltabilità della trap, il fenomeno Liberato e il decrescente prestigio delle nostre professioni umanistiche.</p>
<p>Facevo notare quanto fossero più grandi le macchine degli invitati a un matrimonio a cui avevo partecipato nel fine settimana, e quanto fosse stata indifferente la reazione di questi impiegati geometri ingegneri e commercialisti nello scoprire che ero uno scrittore che insegna italiano a studenti stranieri. Dopo aver spento l’ultima sigaretta, il mio amico editore mi confessa che sarà anche vero che oggi gli insegnanti e più in generale le persone che si occupano di cultura contano meno di un sottobicchiere ma il bello di insegnare – come ora sta facendo lui, in un liceo – è che si viene pagati per poter continuare a studiare; il bello di lavorare nel mondo della cultura è poter continuare a cercare, mi ha fatto notare.</p>
<p>E allora andiamolo a vedere da vicino, questo mondo della cultura, mi sono detto. Uno degli amici del gruppo, che da qualche anno vive a Roma, mi è passato a prendere e all’alba siamo partiti per Torino, per fare un giro al Salone del libro. Alla cassa del bar incontriamo subito un autore che ci ha fatto discutere per un paio di settimane proprio su questo, sul nostro declino: Raffaele Alberto Ventura, nostro coetaneo. Quando gli vado incontro per fargli i complimenti, rimane sorpreso di essere stato riconosciuto: è che tempo prima avevo cercato la sua faccia in rete, volevo vedere come fosse l’aspetto di chi era riuscito a condensare in poche pagine la storia del nostro smarrimento. E visto che questo smarrimento ha a che fare con il nostro essere plurilaureati sottostimati, abbiamo continuato il nostro giro tra gli stand con il sospetto di aggirarci tra una marea di nostri simili, autori arrivati in fiera per trovare un appiglio che li faccia uscire dalla prevedibile normalità del destino; teoria confermata dalla presenza di una ragazza capace di portare al guinzaglio un maiale dal pelo maculato in cambio di un momento di visibilità.</p>
<p>Abbiamo visto Santoni, col suo abbigliamento da raver e uno zaino in spalla; Saviano, rinchiuso nello stand Feltrinelli come un pesce in via di estinzione; e Paolo Giordano, che avevo già avuto modo di conoscere tempo prima per questioni legate al mio ultimo romanzo. C’eravamo promessi di vederci per un saluto. E così è stato: gentile e affabile, è riuscito a divincolarsi dalle telecamere per riservarmi un saluto fraterno. Toh! Era questo il mio appiglio? Seicento chilometri per sentirmi incluso nel mondo che conta? E mentre ce ne stavamo là fuori a fumare tra fle di standisti esausti, il mio amico mi ha chiesto come mai da quando è a Roma né io né gli altri nostri amici siamo ancora passati a trovarlo per andare all’Olimpico. Abbiamo fatto seicento chilometri per venire a vedere dei libri – ragionava – e non siamo stati capaci di farne molti meno per andare allo stadio a urlare tifare e divertirci. Allora ha ragione Ventura?</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Poi ieri sono stato con mia moglie in un bar della provincia più siderale, una sosta immotivata al termine di una giornata di lavoro. Entrati per un cafè, ci lasciamo convincere dal barista a provare un cocktail analcolico fatto con verdure solitamente inaccostabili, frutto di continui esperimenti; ci ha parlato di Milano, della riviera Adriatica, del loro coraggio di sperimentare dietro a un bancone; e mentre questo barista ultracinquantenne ci raccontava il suo incessante lavoro di ricerca, invitandoci a ripassare per assaggiare il suo cafè alle rose, ci siamo chiesti dove trovasse tanta motivazione, alle sei di un pomerigio feriale, un hotel abbandonato e cadente dall’altra parte della strada.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>E solo ieri ho capito che è tutta questione di wu wei, un concetto che ho scoperto grazie al suggerimento di uno studente che mi ha parlato del Tao. Secondo questo antico precetto dovremmo essere in grado di capire quando agire e quando non agire, ai fini del mantenimento di un equilibrio con la natura a noi circostante. E se da un lato il non agire può essere ancora più opportuno dell’azione, dall’altro risulta dannoso inseguire obiettivi che non sono alla nostra portata, poiché il loro mancato ragiungimento può causare sofferenza. Servono piccoli passi. Ma soprattutto dovremmo essere adattabili come l’acqua, quadrati in un recipiente quadrato, tondi in un recipiente tondo, leggeri nell’essere goccia, forti nel saperci riunire in una sola massa, prendendo la forma che ci consenta di penetrare in qualsiasi spazio.<br />
E quindi ora scriverò a Ventura per dirgli che una soluzione c’è: perché se dietro l’attività scrittoria di migliaia di giovani destinati al fallimento (troppa offerta, poca domanda) ci fosse la costante ricerca di un appiglio all’eccellenza dello spirito, potremmo tutti continuare a scrivere e a leggere e a passare alla fiera di Torino con lo stesso entusiasmo di un barista che alle sei di pomeriggio sperimenta cocktails di fronte a un hotel in rovina.</p>
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		<title>Battute di caccia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 06:05:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Ugo Coppari * Un giorno ho conosciuto una persona che non ci vedeva e non ci sentiva e neanche poteva parlare. Questa persona mi ha raccontato che un giorno ha conosciuto un signore molto anziano che parlava con gli animali. Questi animali gli avevano raccontato che molto tempo fa gli animali potevano parlare. E spesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Ugo Coppari</em></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Un giorno ho conosciuto una persona che non ci vedeva e non ci sentiva e neanche poteva parlare. Questa persona mi ha raccontato che un giorno ha conosciuto un signore molto anziano che parlava con gli animali. Questi animali gli avevano raccontato che molto tempo fa gli animali potevano parlare. E spesso cercavano dei pretesti per riunirsi e testimoniare agli altri la propria esperienza.</p>
<p>Era giorno di festa quando tutti vestiti di bianco questi animali si radunano attorno al lago dove a quei tempi confluivano tutti i fiumi dell’Africa e del Sudamerica. Mentre stanno per sedersi attorno al fuoco che sorge al centro del grande lago, ecco che emerge dalla superficie dell’acqua un coccodrillo che decide di prendere la parola e raccontare cosa gli è capitato.<span id="more-40184"></span></p>
<p>Racconta di essere stato travolto da un fiume di fango e di essere stato trascinato in una caverna nascosta sotto una grande montagna. Là sotto incontra un uomo che non ci vedeva e che non ci sentiva e che neanche poteva parlare. Quest’uomo se ne stava fermo, appoggiato alla parete in fondo alla caverna. Il coccodrillo inizialmente non sapeva cosa farsene di quell’uomo, anche perché non sapeva cosa fosse o cosa stesse facendo. Così decise di mangiarselo, tutto d’un fiato. L’uomo non emise alcun suono né tentò di divincolarsi, ma una volta arrivato in fondo allo stomaco del coccodrillo comincia a muovere ritmicamente braccia e gambe nel tentativo di nuotare. Il coccodrillo, stravolto da quel travaglio allo stomaco, decide di lasciarsi trasportare dall’uomo che gli nuotava dentro. Ecco che dopo un po’ il coccodrillo si ritrova di fronte ad una cascata altissima, oltre la quale si apre il vuoto. L’uomo continua a nuotare finché i due non precipitano dalla cascata. Arrivato là in fondo il coccodrillo si accorge che un altro uomo lo stava aspettando:</p>
<p>un uomo molto anziano vestito di bianco che se ne sta appollaiato su di un ramo. Quest’uomo ha il corpo ricoperto di piume, sembra un uccello. Il coccodrillo è sbalordito dallo splendore del suo piumaggio, lucido e cangiante. Il vecchio comincia a muovere il becco, lo apre e chiude senza emettere alcun suono, finché non gli cade a terra. Poi afferra il becco con le mani e se ne serve per incidere un taglio nel bel mezzo del proprio petto. Con un gesto deciso affonda l’estremità del becco nel torace e apre le proprie viscere allo sguardo del cielo. Il coccodrillo non sa cosa pensare, fin quando l’uomo dentro al suo stomaco decide che è ora di uscire allo scoperto: esce e corre ai piedi del vecchio. Raccoglie il becco e se lo infila tra le labbra afone, per poi prendere il volo e non tornare mai più. Mentre se ne va via, il vecchio che se ne stava appollaiato sull’albero scende a terra e va dal coccodrillo. Gli mostra una complessa e particolareggiata serie di incisioni segnate nel suo cuore, ancora pulsante. Lì vi sono raffigurate alcune scene di caccia: in una si vede un uomo che scrive una lettera chino su uno scrittoio in noce: in un’altra scena si vede una donna che fuma una sigaretta: nell’ultima scena il coccodrillo scorge la rappresentazione di un vernissage, dove alcuni uomini parlano tra di loro dando le spalle ad una serie infinita di quadri raffiguranti madonne, soldati e esseri ibridi. Il coccodrillo, sbalordito, apre le fauci. Il vecchio così gli si tuffa incontro, entrandogli nello stomaco. Poco prima di entrare, si preoccupa di strapparsi dal petto il cuore pieno di incisioni, per lanciarlo in mezzo al grande bacino d’acqua su cui s’affaccia la grande cascata.</p>
<p>Il coccodrillo ha appena terminato di raccontare la sua vicenda, quando nel bel mezzo della notte tutti gli altri animali se ne stanno sbalorditi a bocca aperta. Ad un certo punto un uccello dal becco piuttosto tagliente si rivolge al coccodrillo che ancora se ne sta in mezzo al lago. Una volta ridestatosi dal torpore ipnotico della narrazione, l’uccello chiede al coccodrillo cosa cazzo stesse dicendo, nel senso che non ci aveva capito assolutamente niente di quella storia. Proprio in quel momentoun gruppo di uomini armati di fucile esce dalla giungla e comincia a sparare sugli animali: che muoiono tutti. Tranne il coccodrillo, ché se ne stava in mezzo al lago.</p>
<p>Una volta terminata la carneficina, il coccodrillo si dirige verso una sponda del lago, dove sono riuniti gli uomini che stanno sventrando le bestie appena uccise. Toccata terra, il vecchio che se ne stava rinchiuso nella stomaco del coccodrillo esce allo scoperto (la cassa toracica totalmente svuotataci ricorda che il suo cuore – ormai in chissà quale altro angolo del Gondwana &#8211; si sta arricchendo di nuovi segni). Questi uomini s’erano radunati attorno al fuoco, quando ad un certo punto uno di loro decide di prendere di nuovo la parola.</p>
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		<title>Il posto fisso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/29/il-posto-fisso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Apr 2011 07:43:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[Il posto fisso / Ugo Coppari Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il posto fisso / Ugo Coppari</h2>
<p>Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani era quello di non giudicare il prossimo. Marta invece preferiva limitarsi nell’unica cosa che le riusciva bene. In mezzo c’era Marco, un ragazzo vivace che aveva gli occhi ancora accesi. Da cinque anni era stato assunto alle Poste, coi primi stipendi si era potuto comprare una mongolfiera a rate.</p>
<p>Era venerdì pomeriggio quando i tre amici si incontrarono in mezzo al parco, dove Marco aveva portato la sua mongolfiera. Aveva deciso di regalare alla sua amica l’ebbrezza del volo, alzarsi dal suolo per mezzo di un pallone colorato. In compenso Stefano aveva portato due bottiglie di spumante secco, prese in offerta al supermarket sotto casa. Marta era stata saggiamente bendata: lo stupore della sorpresa avrebbe riempito il suo cuore tutto d’un fiato.<span id="more-38590"></span></p>
<p>Al calar della sera i tre sono pronti a partire, brinderanno ad una nuova vita. La mongolfiera li avrebbe fatti volare in alto, ne erano proprio sicuri. Indossano giubbini coprenti e cappelli di lana, e si assicurano di aver preso tutto il necessario per prendere il volo. S’infilano nella stretta cesta di vimini ed eseguono tutte le procedure opportune per dar vita al grande pallone che s’alzerà sopra le loro teste. Marta dice di essere davvero eccitata, Stefano fa finta di niente. Nel frattempo Marco comincia a maledire il cielo, le bombole del gas sembrano del tutto esaurite. Così Marta, che non si perde mai d’animo, consiglia a Marco di mantenere la calma e riprovarci ancora. Ma dopo un’ora si rendono conto che non c’è altro da fare, bisogna rinunciare al volo. E ormai la notte incombe, meglio farsene una ragione.<br />
I tre cominciano a discutere del più o del meno, ridono e scherzano sui casi strani della vita. Poi si addormentano. Nel frattempo un uomo in sella a un motorino Bravo passa lungo la strada imbrecciata che costeggia il parco.</p>
<p>Al risveglio i tre si ritrovano sospesi in cielo, la mongolfiera li sta trasportando lontano. Si guardano stupefatti, credono di essere ancora dormienti. Ma Stefano riesce a parlare: e come al solito consiglia di stare calmi. Dopo le prime preoccupazioni, i tre decidono di starsene muti e arrendersi una volta per tutte. Poi uno dei tre tira fuori un panino con la mortadella e se lo divora, gli altri due lo osservano. Passano le ore, e i tre sorridono per la meraviglia del caso. La mongolfiera s’è portata via tutto, i loro corpi e le loro stupide vite. La leggerezza del viaggio li spinge a parlare d’amore: Marta dice di essersi innamorata soltanto una volta, Marco racconta di una volta in cui pianse una notte intera pensando ad una ragazza senza cuore: le aveva regalato un gran bel fiore, e lei all’uscita dalla scuola gliel’aveva strappato davanti agli occhi. Stefano invece pianse e basta.</p>
<p>Passata la commozione e asciugate le lacrime del ricordo, i tre cominciano a chiedersi quanto avrebbe potuto durare quel viaggio. La notte sembra interminabile, e la meraviglia iniziale si tramuta in angoscia. Passano giorni e settimane, ma la mongolfiera continua a volare alta nel cielo. Attraversa città, paesi, interi continenti. In poco più di due anni i tre amici ammireranno tutta la bellezza del mondo. Cominceranno a riconoscere i luoghi più noti e affollati, prendendo per familiari terre che mai avevano visto prima. In dieci anni fecero il giro del mondo per più e più volte, al punto tale da venirgli a noia.<br />
Nacque in loro il desiderio di scendere e parlare con qualcuno là a terra, ma i venti non smettevano di soffiare, e non c’era altro modo per atterrare se non attendendo. Pensarono perfino di tagliare le corde che tenevano legato il cestino al pallone, ma questo non avrebbe risolto nulla: sarebbero morti di sicuro. Così escogitarono un piano: decisero di svegliarsi.</p>
<p>Al mattino, quando si risvegliarono, la mongolfiera non c’era più, e un gruppo di ragazzini stava giocando a pallone sopra le loro teste. Addirittura uno tra i più sbruffoni aveva preso in prestito i loro giubbini per farci le porte. I tre amici erano quasi morti dal freddo.</p>
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		<title>Il portavoce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 08:18:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ugo coppari]]></category>
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					<description><![CDATA[Il portavoce  / Ugo Coppari Già da ragazzi tutti e tre avevano le idee ben chiare. Matteo voleva fare il calciatore, Giovanni l&#8217;astronauta e invece Luca voleva fare il portavoce. Ma non si era mai chiesto di chi o di che cosa. Continuava a raccontare di un politico che una volta si era messo nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il portavoce  / Ugo Coppari</h2>
<p>Già da ragazzi tutti e tre avevano le idee ben chiare. Matteo voleva fare il calciatore, Giovanni l&#8217;astronauta e invece Luca voleva fare il portavoce. Ma non si era mai chiesto di chi o di che cosa.</p>
<p>Continuava a raccontare di un politico che una volta si era messo nei guai, e che per risolvere questi guai aveva mandato in televisione un portavoce che parlasse al posto suo. Questo portavoce aveva dei modi di parlare e di gesticolare affabili, riusciva a convincere chiunque che le sue affermazioni non fossero punti di vista sul mondo ma veri e propri sillogismi logici. Ad esempio Luca diceva che è normale supporre che se uno va veloce con la macchina lungo una strada di campagna, e che se tutti quelli che vanno veloci possono mettere a rischio la vita altrui, tutti quelli che vanno in campagna possono mettere in pericolo la vita altrui. Ma i suoi amici continuavano a credere che in realtà Luca fosse proprio scemo, perché continuava a parlare coi sillogismi logici che gli avevano messo in testa i portavoce dei politici che si erano messi nei guai.<span id="more-38589"></span></p>
<p>In fondo nessuno aveva chiesto a Luca cosa trovasse di bello nel fare il portavoce: se il togliere le persone fuori dai guai, o il fare della parola uno strumento di stravolgimento della realtà. Ma poco importava, Luca era pronto a qualsiasi cosa pur di diventare il portavoce di qualcuno di importante che si era messo nei guai. Così si mise a cercare dei bandi di concorso per diventare portavoce di politici importanti: ma si accorse ben presto che non esistevano bandi del genere. Tutti i consulenti a cui si rivolgeva tenevano a precisare che per diventare il portavoce di qualcuno bisognava prima di tutto guadagnarne la fiducia, e non c&#8217;era un modo preciso per riuscirci, un percorso mirato di studi o chissà quale altra bizzarria del genere. Era qualcosa che si imparava semplicemente dalla strada. Così cercò di andare per strada e capire come le persone fanno a meritarsi la fiducia degli altri. Passava tutto il tempo accovacciato tra le siepi dei giardinetti del suo quartiere: ad esempio c&#8217;era un signore che se ne stava da mattina a sera seduto su una panchina a leggere il giornale, di tanto in tanto alzava lo sguardo al cielo e tirava un sospiro. Ogni persona che passava di lì gli rivolgeva la parola dicendo buongiorno e buonasera, a seconda dell&#8217;ora del giorno. Ma forse non era quella la fiducia di cui gli avevano parlato più volte. Allora comprò una rivista specializzata, in cui si parlava di scuole di formazione per uomini di successo.</p>
<p>Dicevano ad esempio che bisogna sempre sorridere e che quando qualcuno ci stringe la mano noi dobbiamo dimostrare la nostra personalità con una stretta forte e decisa. Dicevano anche che molti ragazzi si sono fatti le ossa a forza di stare vicino a persone importanti e influenti, emulandone le strategie retoriche e cinesiche. Fu proprio nel chiedersi cosa significasse la parola “cinesiche”, che una sera Luca si addormentò in cucina. Al risveglio si ritrovò esausto a cercar di capire chi fosse davvero importante da poter essere emulato. Accese la televisione, guardò diversi programmi di intrattenimento culinario, poi scrutò i volti dei politici che apparivano nei telegiornali di metà mattinata. Ma era già mezzogiorno e da tre anni non era ancora riuscito ad avvicinare nessun uomo importante che fosse talmente importante da potergli insegnare come meritarsi la fiducia per poter diventare un portavoce. E così, nell&#8217;attesa che l&#8217;acqua in pentola bollisse, gli venne in mente un&#8217;idea: di inventarsi una persona di cui essere il portavoce.</p>
<p>Una persona che avrebbe spacciato per importante. Doveva prima trovargli un nome che sembrasse importante, poi un lavoro che sembrasse talmente importante da necessitare di un portavoce. Doveva immaginarsi anche una località di residenza che non fosse né troppo piccola né troppo grande. Se fosse stata troppo piccola, chiunque avrebbe potuto smentire l&#8217;esistenza di uno dei pochi membri appartenenti alla comunità. Se fosse stata troppo grande, nessuno si sarebbe interessato di lui. Così, preso dallo sconforto, si convinse che un progetto del genere sarebbe stato troppo faticoso. E, dopo aver mangiato, se ne tornò a letto.</p>
<p>Si risvegliò il giorno dopo, con un gran mal di testa: fuori pioveva. Uscendo di casa si accorse di non aver alcun motivo valido per uscire di casa. E allora, invece di diventare il portavoce di una persona viva e immaginata, pensò bene di uscire di casa con l’intento di diventare il portavoce di persone morte e immaginate. Si convinse che in questo modo la gente del quartiere avrebbe finalmente trovato interesse in lui, perlomeno nelle sue comunicazioni. La pioggia aveva fatto rintanare tutti i vecchi del quartiere nei bar, e visto che era Sabato pomeriggio anche i giovani non ne volevano sapere di stare al freddo e al gelo. Pian piano il Bar Centrale si affollò al punto tale che non ci si poteva più muovere. E fu lì che gli venne in mente di avvicinare Saverio, un uomo sula sessantina, e di dirgli che sua moglie ci teneva a comunicargli che nell&#8217;aldilà andava tutto a gonfie vele. Infatti la moglie di Saverio era morta in un incidente stradale pochi anni prima, e da quel giorno Saverio aveva smesso di parlare. D&#8217;un tratto si girò verso il nostro Luca per chiedergli se davvero riusciva ad entrare in contatto con sua moglie. L&#8217;affollamento del locale rese istantaneo il coinvolgimento della folla a quel grande evento: Saverio aveva ripreso a parlare. E allo stesso tempo sembrava che Luca avesse cominciato a parlare coi morti.</p>
<p>C’era chi gli chiedeva di sapere se anche i morti soffrivano di reumatismi o di osteoporosi, o se anche nell’aldilà ci fossero il freddo delle gelide alzatacce invernali o il caldo infernale dei matrimoni di ferragosto, o se la povera mamma morta ce l’avesse ancora coi figli scapestrati che erano ancora senza una donna e senza un lavoro, o sapere dove il nonno tenesse il tanto discusso tesoretto di famiglia, o se prima o poi avrebbero le loro figlie avrebbero trovato marito di buon partito, o se quella brutta polmonite o quella terribile influenza fossero guaribili a breve, o se prima o poi sarebbero riusciti ad estinguere tutti i debiti contratti, o se Dio li guardava da lassù.</p>
<p>Così Luca dispensava risposte a chi gli veniva incontro, ce n’era per tutti. Gli abitanti del suo paese non facevano che parlare di questo giovane portavoce delle voci dall’aldilà, così bravo da non avere alcun dubbio su cosa avrebbe riservato il futuro all’intera comunità: felicità e benessere, senz’ombra di dubbio. Ecco che un giorno però, mentre stava pensando a cosa gli avrebbe potuto riservare il futuro e a quanto sarebbe potuto andare avanti con quella farsa delle voci dall’aldilà, Luca sente qualcuno che gli dice che “la pasta è cotta”. Si fiondò verso i fornelli e scolò in fretta quella manciata di rigatoni che s’era preparato per pranzo. Aggiunse il sugo, e poi cominciò a mangiare. Il ronzio del frigorifero accompagnava i pensieri del povero Luca, che tutto ad un tratto raggelò, chiedendosi chi fosse stato ad avvertirlo che la pasta era ormai cotta. La forchetta a mezz’aria, la bocca aperta, ci pensò su. Ma poi la paura scivolò via, insieme ai rigatoni del mercoledì.</p>
<p>Passarono altre settimane e altri mesi. Luca continuava a  dispensare consigli ai poveri e impauriti abitanti del suo quartiere. Quando una voce irruppe nella sua mente, dicendo che “gli anziani del quartiere si approfittano delle giovani nipotine”. Quelle parole, come le altre che arrivarono nei mesi successivi, gli arrivarono dritte dritte all’orecchio, come se qualcuno gliele stesse sussurrando da vicino. “Ma valla un po’ a raccontare, una cosa del genere”, si disse. Così si tenne tutto per sé, senza palesare alcun cambiamento d’umore. Nella paura di perdere la fiducia e la stima degli abitanti del quartiere, che ormai lo avevano eletto portavoce ufficiale dell’aldilà, ecco che Luca fece finta che quelle voci non esistessero. Ma senza tregua continuavano a comunicargli informazioni delicate sulla comunità, cose che avrebbero scatenato il putiferio. Ci pensò su più volte, se fosse giusto dirle o tenersele per sé. Quando un giorno decise di farsi avanti e di raccontare a Gilberto una storia che gli era arrivata all’orecchio dall’alto. Gilberto, che era il barista, si mise a ridere: cominciò a chiedergli come fosse possibile una cosa del genere, e poi confidò il segreto a tutti quelli che erano lì presenti. Francesco diede uno scappellotto al nostro povero Luca, gli consigliò di non mettere in giro voci del genere, se non voleva finir male.</p>
<p>Più andava avanti, più Luca soffriva per l’impossibilità di dire quel che gli diceva quella voce: una volta gli confidò come era stato ucciso un magrebino che lavorava al cantiere della Marchetti Costruzioni, un’altra volta gli fece sapere come la droga entrava in paese passando per le mani del maresciallo Repetti, un’altra volta gli spiegò il modo in cui al Bar Centrale truccavano le Slot Machine. Ma nessuno aveva intenzione di starsene ad ascoltare quelle idiozie, così gli dicevano: “Stattene un po’ zitto, non se ne può più”. Così tutti quelli che prima si rivolgevano a Luca per saperne di più sul loro futuro, ora andavano in chiesa la Domenica o magari telefonavano agli astrologi che passavano ogni sera sulle reti televisive locali. E Luca, rintanato in casa, spiava il quartiere dal suo quarto piano. La trasparenza delle tende in organza lasciava filtrare nella stanza la luce fioca di un inverno interminabile. Luca piangeva, perseguitato da quella voce.</p>
<p>Il 28 Dicembre Luca uscì di casa con l’intento di non tornarsene più. Stanco di quel quartiere così inospitale, se ne fuggì nella speranza di non udire più quell’insopportabile voce. Era ben coperto e aveva con sé un bel mucchio di soldini, che aveva messo da parte con le laute ricompense ricevute dai vecchi beneficiari dei suoi falsi messaggi dall’aldilà. E allora si incamminò, attraversò montagne e pianure, valici e trafori, fiumi e cascate, affrontò precipizi e strade scoscese. Fin quando, camminando senza tregua, si ritrovò in Tibet. Arrivato alle pendici dell’Everest, alzò gli occhi e senza chiedersi come fosse finito fin lì, riprese a camminare, nella speranza di lasciarsi alle spalle quella voce fastidiosa. Quei pochi che l’hanno potuto vedere parlare tra sé e sé lo avranno sicuramente scambiato per uno scemo di primo livello. La barba gli arrivava fin giù le ginocchia, ed era tutta congelata. I capillari del volto stavano per scoppiare, i piedi erano ormai un unico tozzo di ghiaccio. E così, arrivato a metà del sentiero che portava fin su la cime, svenne di colpo. Quando si svegliò continuò a parlare tra sé e sé, in risposta a quella voce che non ne voleva proprio sapere di lasciarlo stare.</p>
<p>Fu proprio in quel momento che una piccola volpe dal colore fulvo, sgranò gli occhi. Stava girando con la zampetta un sugo di lepre, che aveva preparato per il pranzo domenicale della famigliola, riunita per l’occasione. Il nostro povero Luca s’era accasciato sopra la tana di queste piccole volpi, che non avevano mai visto ne sentito un uomo. La piccola volpe che stava girando il sugo, emise un grido. Disse alle altre volpi di raggiungerla immediatamente, ché aveva sentito una voce. Ma quando la raggiunsero, non si sentiva più niente: ché Luca era di nuovo svenuto. “Vi giuro che l’ho sentita”, precisò la povera volpettina ai fornelli. Passarono le ore, e la volpettina sgranò più volte gli occhi: quella voce, di tanto in tanto, continuava a dire frasi sconnesse, a brontolare qualcosa su chissà chi o cosa. Ma quando le altre volpi, che se ne stavano riposando un po’ più in là, in fondo alla grande tana ricavata nella roccia, le chiesero cosa dicesse quella voce, ecco che lei non sapeva dire nulla di preciso: “ma sono pur sempre voci nuove”, continuava a ripetere.</p>
<p>Passarono i giorni e Luca morì di freddo, senza gloria né memoria dei cari. Lontano da casa, una fine infausta. E la volpettina, rammaricata, già rimpiangeva quelle voci: nessuno le aveva creduto, proprio ora che aveva cominciato a capirci qualcosa. Ma continuavano a prenderla per matta, ferendola nell’orgoglio e relegandola esclusivamente ai fornelli. Ma un giorno decise che era ora di farla finita, di emanciparsi da quel ruolo così poco gratificante, e così si mise in testa di udire voci che gli confidavano dei segreti che riguardano la sorte delle altre volpi che abitavano in quella grande tana. Un giorno infatti predisse che se qualcuno si fosse inoltrato nei ghiacci alla ricerca di cibo, sarebbe sicuramente morta. E così accadde. Poi azzeccò anche un’altra previsione, disse che pochi giorni dopo sarebbe rimasta in cinta. E così accadde. E pian piano la sua fama crebbe, di pari passo con la paura che le povere volpi impararono a riporre nel futuro.</p>
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		<title>Limbo mobile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 08:01:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[ugo coppari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ugo Coppari L’amore tre puttane e la bigiotteria sotto la sabbia ___ Quando l’amore si fa vivo non puoi farci niente. L’unico amore che può servirti è quello morto e opacizzato, che non sogna i cavalli bianchi. Alfonso non sa andare a cavallo, ma si è innamorato di Stefania. Me l’ha confidato l’altro giorno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ugo Coppari</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>L’amore tre puttane e la bigiotteria sotto la sabbia</em></p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>Quando l’amore si fa vivo non puoi farci niente. L’unico amore che può servirti è quello morto e opacizzato, che non sogna i cavalli bianchi.</p>
<p>Alfonso non sa andare a cavallo, ma si è innamorato di Stefania. Me l’ha confidato l’altro giorno al mare, mentre Bino cercava le cose sotto la sabbia col metal detector. Siccome aveva le cuffie alle orecchie non ascoltava i nostri discorsi. Eravamo io, Bino e Alfonso. Camminavamo dove la sabbia è più asciutta, dove le persone si perdono gli oggetti prima che il mare se li porti via. E allora Alfonso comincia a dire che Stefania è la sua unica ragione di vita, l’unico motivo per andare avanti. E che senza di lei la vita non avrebbe più significato. Ho chiesto ad Alfonso di andare a prendermi una birra, ché nel frattempo avrei fatto un giro col suo metal detector.<span id="more-23515"></span></p>
<p>Così Bino accompagna Alfonso al bar sulla litoranea. Il cielo era luminoso, il sole pieno e bello, delle nuvole non mi sono neanche accorto. Ricordo soltanto che la sabbia coceva, che era bianca e che alle mie spalle la montagna frastagliata mi ossigenava con le sue piante verdi appiccicate in faccia. E poi non c’era nessun altro. Io tenevo le cuffie alle orecchie, in attesa che segnalassero acusticamente la presenza di qualche oggetto sotto la sabbia. Scrutavo l’orizzonte, sensazione già vista e rivista. Ma ora che adoperavo un metal detector avevo una sorta di senso ulteriore, venivo cioè avvisato di qualcosa che non potevo vedere, né ascoltare, né toccare, né odorare, né assaggiare. M’indicava la presenza e la posizione di quanto era nascosto nel mondo. E allora mi sono chiesto quante cose riposino sotto il mare e quante ne potremmo ancora scoprire. Ma lì sotto il metal detector non ci arriva, né ti può aiutare. Per vedere cosa c’è sotto il mare ti ci devi immergere e dopo un po’ respiri a fatica.</p>
<p>Quando Alfonso ritorna in spiaggia gli dico che secondo me stava per affogare e che avrebbe dovuto tornarsene a riva. Mi chiede cosa significhi e allora gli lancio uno schiaffo, per spiegargli cosa significhi essere un metal detector. Ché se mi avesse inteso non ci sarebbe stato bisogno dello schiaffo, né di Stefania.</p>
<p>Così andiamo a cena da Mario, ché stasera cucina linguine ai frutti di mare. Bino Alfonso Mario e io seduti allo stesso tavolo, con una tovaglia squallida a scacchi rossi, ché tanto i clienti non ci sono. E’ lunedì sera e si sbiascica noia, la bocca s’impasta. Prendiamo il giornale e chiamiamo tre puttane, che poi sono Lorenza, Monica e Luisa. Loro sono molto gentili con noi, perché ci fanno ballare fino al termine della notte. E prima di andare via gli regaliamo tutta la bigiotteria che abbiamo trovato sotto la sabbia.</p>
<p>Ci sono le cose emerse e le cose che vivono nel buio. Tutto dipende da come respiri, non puoi farci niente.</p>
<p><em> </em></p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center"><em>Carlotta e la ruspa lungo il fiume bianco</em></p>
<p align="center">
<p align="center">___</p>
<p>A volte piove. Ad esempio oggi ha piovuto e non sapendo cosa fare ho deciso di andare al fiume con Carlotta. Carlotta ha un problema alle mani. Ha il terrore che possano restarle asciutte, quindi le inumidisce incessantemente. Se le passi qualcosa teme che non possa più disfarsene, preferisce che le cose le scivolino addosso o attraverso.</p>
<p>Il <em>fiume bianco</em> separa il mio paesino dal resto del mondo. Il mio paesino è un mucchio di case cubiche, con le pareti bianchissime e i tetti neri, abitato da alcune centinaia di persone. Viviamo all’interno di un triangolo rettangolo. A nord-est corre l’ipotenusa, lungo la quale si sviluppa la grande montagna, che è verde e mozzata da uno strapiombo. A sud c’è il cateto maggiore, ovvero il fiume bianco, che parte da non si sa dove. Il cateto minore a ovest è blu, cioè l’orlo del mare.</p>
<p>Un giorno mentre sbattevo il tuorlo per fare lo zabaione ero talmente stanco che ho cominciato a girare su me stesso, fino a levitare. Ho attraversato la bocca del camino che si apre in cucina, poi ruotando rapidamente le braccia a mulino ho preso quota e mi sono bloccato a mezz’aria, a un’altezza indistinta. Allora, guardando il Mondo dall’alto, ho capito che il mio paese può essere suddiviso in pochi colori. I tetti neri stanno al centro, addensati in un rombo sghembo. A est, un fazzoletto di terra marrone che si sviluppa nell’angolo tra il fiume e la montagna; poi c’è il giallo della spiaggia, striscia di preludio al mare. E infine alcune strisce d’asfalto grigie che tagliano la tela. Manca il rosso, anche perché qui nessuno riesce mai a fare di testa propria.</p>
<p>Infine c’è un ponte, che a metà del cateto più lungo si inarca per unire le due sponde del fiume. Il ponte è di legno, scricchiola al passaggio ed è così basso da costituire un valido deterrente per la pratica del suicidio. Viviamo all’ombra di una montagna e ai margini di un fiume. Accerchiati dalla Natura che ci spinge verso il delirio, perdendo l’orientamento in quell’insieme aperto che è il mare.</p>
<p>Spesso Carlotta e io andiamo a passeggiare lungo il cateto maggiore del nostro triangolo e quando raggiungiamo l’angolo estremo di levante ci fermiamo. Riparandomi sotto una tettoia di alluminio ondulato mi soffermo a fumare mentre lei se ne sta in mezzo al fiume. In mezzo al fiume c’è un tronco che con il tempo è diventato molto elastico. Un’estremità si è impuntata nel letto profondo del fiume e fuoriesce dalla superficie dell’acqua quel tanto che basta per camminarci sopra senza bagnarsi. E’ sufficiente un minimo slancio per saltarci sopra prendendo la rincorsa dalla riva, e con qualche passo puoi raggiungerne il punto più alto, che ondeggia sopra al fiume. Il <em>fiume bianco</em> sembra latte e ha una larghezza di venti metri. Me l’ha detto Susanna, che vende le arachidi in piazza.</p>
<p>In questa fredda stagione il bianco del fiume diventa un tutt’uno con la nebbia. Neanche si vede più la sponda opposta, che sembra perdersi in uno strapiombo bianco, che però si sviluppa orizzontalmente. Questa visione suscita in noi un forte disagio, interrogando a fondo la nostra immaginazione. A volte dal fondo di questo sterminato strapiombo fuoriescono uccellacci neri che risaltano nel biancore generale e che dopo aver compiuto una rapida virata sopra le nostre teste se ne ritornano indietro. Abbiamo anche provato a dargli da mangiare, ma <em>questi</em> atterrano soltanto per mangiare le carogne dei gatti schiacciati dalle ruspe.</p>
<p>La prima volta che ho visto una ruspa ero con Carlotta, seduta a cavalcioni sul solito tronco, eretto come un fallo tra le sue cosce magre. Se lo massaggiava e non appena sentiva le mani prenderle fuoco, si allungava quel tanto che bastava per bagnarle nel latte gelido del fiume. Mentre fingeva abilmente di masturbarsi mi fissava con lo sguardo assorto e indecifrabile mentre io rimanevo pietrificato e impassibile: come Dio, come le avevo promesso un giorno di primavera, sotto un ciliegio appena fiorito. Eravamo ancora imberbi quando mi chiese dove fosse Dio, dove scorgerne le fattezze. E le risposi che Dio si sarebbe manifestato solamente nell’Uomo libero dai turbamenti della carne. Fingemmo di crederci entrambi, ma non per molto: una promessa alla quale trasgredimmo di comune accordo e piacere.</p>
<p>Mi ricordo che era mercoledì pomeriggio e io aspiravo avidamente il fumo dalla sigaretta. Eravamo completamente soli, anche perché erano le 2. Io sotto la tettoia a fumare, Carlotta che si masturbava con il tronco e il fiume che portava via il frutto dell’eiaculazione. Carlotta mi fissava sorridente perché sapeva che sarei rimasto come Dio, perché in fondo puoi sfregare tranquillamente le chiappe contro un muro finché la sua superficie rimane piatta. A un tratto Carlotta spalanca la bocca e con un cenno del capo mi chiede a cosa stessi pensando. Non riuscivamo a parlare, tanto era fragoroso il moto impetuoso dell’acqua, il cui borbottio copriva le nostre voci. Aveva piovuto parecchio, il fiume si era gonfiato. Come i miei occhi. Che cosa avevo visto?</p>
<p>Dallo sfondo bianco emerge un oggetto apparentemente animato, giallo e nero ed enorme. Subito mi sono reso conto che non poteva essere una bestia. Ciò che più m’impressionava era vedere una tale massa muoversi così silenziosamente, ché l’acqua assorbiva ogni rumore. A un certo punto Carlotta si voltò verso di me, comprendendo il mio stato d’animo. La ruspa stava per attraversare il fiume, con la carcassa gialla, le ruote nere e i vetri della cabina di guida sporchi di fango. Quel meraviglioso mostro meccanico attraversava agilmente il fiume bianco, lasciandoci intuire la scarsa profondità delle acque, sulla cui pericolosità, al contrario, avevamo fantasticato sin da ragazzini. Quella ruspa ci disse che il nostro <em>fiume bianco</em> era un ruscello di merda, poco profondo e per nulla pericoloso. Tale profondità era stata da sempre considerata un comodo ostacolo per non inoltrarsi nel mondo, limitandoci alla comprensione delle logiche del nostro piccolo triangolo, tra il verde e il bianco e il blu.</p>
<p>Il fiume non era più un ostacolo, il Mondo si apriva a noi. Ma io continuavo a fumare. E quando Carlotta si volta e con un rapido gesto della mano mi chiede se voglio tornarmene a casa, io rispondo “Sì, torniamocene a casa!”.</p>
<p>Quella sera non abbiamo più parlato del <em>fiume bianco</em>, né della ruspa e nemmeno dell’uomo senza volto che la guidava. E neanche del resto del Mondo. Abbiamo semplicemente deciso di starcene seduti sul comodo divano a casa di Bino, in attesa di trasgredire per l’ennesima volta la nostra scommessa su Dio. Quando Bino tornò a casa dal lavoro era piuttosto tardi. E allora abbiamo deciso di salutarci tutti quanti con una sobria stretta di mano. Il giallo della ruspa e il bianco del fiume erano oramai tutti neri, perché era notte. Per giunta Carlotta mi aveva rubato le sigarette.</p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p align="center"><em>Lo sguardo delle suore dopo il blackout</em></p>
<p align="center">___</p>
<p>Oggi il cielo è bianco, non c’è spazio per la forma. Quando il cielo è bianco cerco di saturare quel vuoto con il cibo. Mi prende fame, non posso farci niente. Allora sono andato a fare la spesa al supermercato, perché al supermercato il cibo è confezionato e già pronto all’uso.</p>
<p>Reparto verdure. Osservo i peperoni, che sono abbozzati, poi le arance che sono tonde, poi le carote che solitamente crescono sotto terra. Poi alzo ancora lo sguardo e vedo una tonaca nera. Quando giro lo sguardo ne vedo anche un’altra. Poi alzando la mira vedo due strisce di stoffa bianca cingere spalle minute. Alzo ancora gli occhi e vedo il volto di due suore. Le suore sono suore dallo sguardo, da cui trapela un estenuante senso di colpa derivante dalla possibilità di fare della vista l’uso che preferiscono. In virtù di tale complesso tengono gli occhi sempre spenti, ché se fossero accesi costituirebbero di per sé un pretesto peccaminoso. Allora mi sono chiesto quale criterio adottassero per scegliere il cibo da mangiare. Ché io ad esempio mi lascio attirare dalle forme, perché posso saziare gli occhi ancor prima di aprire bocca. Ad esempio i carciofi sono buoni a vedersi, in virtù della loro complessità estetica.</p>
<p>Poi invece c’è la fame, che è un’altra cosa. Per debellare la fame c’è bisogno di materia solida, a prescindere dalla forma. E allora le suore maneggiavano le patate, molte patate. Con cui ci si possono fare molte cose e che ingombrano a sufficienza lo stomaco. Le mele possono volgarmente rimandare alla leggenda del <em>peccato originale</em>, le zucchine al serpente stesso, che ha la lingua lunga e una volta entrata dentro può dar piacere o divorare le viscere.</p>
<p>Ma è come se dovessimo fare sesso soltanto per riprodurci, solo per il mantenimento della specie. Come se dovessimo mangiare soltanto patate. A un certo punto una delle commesse ha preso il microfono e ci ha parlato dentro. Dagli altoparlanti ci avvertivano che da lì a poco sarebbe venuta a mancare la corrente elettrica per alcuni minuti. Così mi sono affrettato a pensare a cosa desiderassi realmente, cosa dovessi acquistare. Perché infatti quando è saltata la luce tutte le verdure e la frutta e i prodotti ammassati negli scaffali hanno perso il loro valore estetico. La riduzione della loro lucentezza e della conseguente appetibilità visiva risaltava così la loro funzionalità fisiologica. La carota, la mela e il pomodoro non erano più soltanto arancione, verde e rosso: erano cibi sostanziali e nutrienti. La luce rende il pomodoro simile all’idea che abbiamo del pomodoro. Mentre le patate sono sempre patate, perché sono tristi anche con la luce.</p>
<p>Al venire meno della luce, come nel corso di un’eclissi solare, ci siamo guardati attorno, nel tentativo di capire cosa stesse accadendo. Sapevamo di trovarci lì per il cibo, ma senza luce non avevamo più fame. Anche le suore apparivano confuse, come se la loro mondanità e la loro tendenza iconofila, venissero rimarcate dagli altoparlanti. Le patate erano pur sempre patate, con o senza la luce, e invece le suore hanno arrestato la propria ricerca, la propria spesa: ché con Dio è la stessa cosa, anche se non rilascia lo scontrino.</p>
<p>Io avevo fame di luce, ché senza sarebbe stato tutto inutile, tutto ugualmente giustificabile. Senza luce il pomodoro non è più pomodoro, ma una variante del pomodoro e in questo modo crollano i ponti tra le cose e la loro idea.</p>
<p>Quando è ritornata la corrente abbiamo ripreso le nostre compere, risvegliati dal sogno lucido in cui eravamo caduti. Avevamo visto i cadaveri delle idee, ma al contempo avevamo deciso di disinteressarcene. Le suore erano mie simili, ora non avevo più fame. Una volta tornato a casa ho cominciato ad abbattere tutti i ponti che attraversavo con la mente. La dinamite ce l’avevo già: il buio.</p>
<p><a href="http://www.ibs.it/code/9788860742858/coppari-ugo/limbo-mobile.html" target="_blank"><strong><em>da Limbo mobile / Ugo Coppari. Morlacchi, 2009</em></strong></a></p>
<p>___________________________</p>
<p><em>Ugo Coppari è membro del Comitato Artistico P-gruppe, momento di ricerca e produzione artistica. Ideatore del progetto onirico-letterario “Scrittori in stand-by”, nel 2005/2006 ha diretto la rete nazionale Uominiluna. Presso Morlacchi Editore sono stati pubblicati “Bim bum bam!” (2006) e “Nove anoressiche” (2007). Attualmente vive e lavora a Perugia.</em></p>
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