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	<title>Ugo Fracassa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su &#8220;Parte lesa&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/06/30/su-parte-lesa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 05:14:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Cappello]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Fracassa]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ugo Fracassa</strong><br /> Le voci si affollano e si sovrappongono anche nel dettato strenuamente citazionale di Parte lesa, al punto che il recensore si rende conto ben presto di non poter raccogliere la sfida del testo a riconoscere, fuori e dentro le virgolette, l’intero repertorio sotteso ed esibito fin nei titoli (cfr. il kafkiano Teatro naturale di Oklahoma).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Massimiliano Cappello, <em>Parte Lesa</em>, Arcipelago Itaca, Osimo (AN) 2025</p>
<p>di <strong>Ugo Fracassa</strong></p>
<p>“<em>A</em>bbiamo convenuto che ne parla solo chi c’era”: questa la <em>policy</em> per una voce poetante che, in <em>Parte Lesa</em>, titolo d’esordio di Massimiliano Cappello (Arcipelago Itaca, 2025), pare provenire da un fiancheggiatore, cronista <em>embedded</em> impegnato a riferire in pubblico (quello residuale della poesia) ciò che riguarda una parte – militante, antagonista – e che, pertanto, solo pochi intendono. Tuttavia, chi possiede la chiave di lettura non necessariamente coincide con il pubblico dei lettori potenziali, non è qui il destinatario. In ciò consiste la difficoltà del testo, la sua presunta oscurità (“in codice”, lo definisce Andrea Inglese che firma la postfazione): “No’ tuto quelo che penso e vedo / Vol i me versi spiegar e dir…”, giusta la professione di reticenza di Giacomo Noventa, qui esibita tra gli esergo. D’altra parte, non importa quanto ristretto il circolo dei “lettori modello” in possesso del grimaldello ermeneutico atto a decrittare il testo, dal momento che “<em>s</em>i è sempre chiari per qualcuno e oscuri per qualche altro”, e non soltanto in poesia, secondo quanto riferiva Franco Fortini, intervistato da Alfonso Berardinelli (“Dell’oscurità”, 1973).</p>
<p>Il “lettore reale” che voglia intendere, dunque, è chiamato a confrontarsi con queste pagine come se si trattasse di un percorso di iniziazione; un apprendistato spesso frustrante che costringe a dover resettare, a ricominciare da capo a ogni piè sospinto, a ogni volgere di pagina. Ciò che spiega i numerosi <em>Insert coin </em>disseminati nella raccolta, brevi prose caratterizzate dal prefisso <em>0</em>, come a negare l’ordinamento progressivo del libro di poesia. Il primo dei tre collocati in conclusione della raccolta finisce su questo a capo: “Vi dobbiamo sembrare incomprensibili”. Una clausola ambigua, tra l’apodittico e il suppositivo, giocata cioè sul registro dell’anfibologia, uno dei tratti caratterizzanti il profilo retorico di questo esordio. Risuona qui l’eco lontana – giusto mezzo secolo – di un altro esordio poetico (<em>Strana categoria</em>, ciclostile del 1975 appena ripubblicato in versione digitale da Diacritica), di un’altra militanza – trotzkista, novecentesca –, quella di Carlo Bordini: “noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria” (un <em>noi</em> all’epoca genericamente assunto ad indicare l’“intellettuale di sinistra”).</p>
<p><em>Parte lesa</em> è titolo che pesca nel vocabolario della giurisprudenza, una “lingua speciale” o linguaggio settoriale che connota in queste pagine lo Stato come contro-parte. Anche il testo di legge, almeno dal punto di vista strettamente linguistico, è testo per pochi, ma la legge, in quanto <em>nòmos</em>, non ammette ignoranza, anche se la giustizia (sociale) è spesso negata: “In realtà è una vecchia storia, quella che oppone díke e nómos, legge divina e legge umana” (p. 7). La stessa Storia (filosofia della) cui Walter Benjamin aveva dedicato, alla fine degli anni Trenta, alcune <em>Tesi</em>, la più celebre delle quali afferma: “Non è mai documento di cultura [giuridica] senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie [politica]” (mie le integrazioni tendenziose in parentesi quadra). Tuttavia il riuso del codice nel titolo della raccolta è immediatamente volto in funzione parodica, ovvero di controcanto (canto-contro), poiché “certe lotte per la casa, per gli spazi, per i territori […] non bastano i decreti, le sentenze o le persecuzioni per allontanarle” (p. 7). Nella fattispecie, all’Ente immobiliare costituitosi come parte lesa nel processo (seguito, nel 2022, all’occupazione di spazi abitativi a Milano, nel quartiere Giambellino), si sostituisce qui la soggettività poetica dal cui trauma, non legato alle vicende milanesi soltanto, scaturisce il testo: “fine aprile, notte senza aggettivi, è in ogni fibra delle palizzate che proteggono i vetri ancora integri su Rue Tolbiac, tamburi, chi c’è c’è […] / sono scene primarie, ma non c’è l’amore dentro” (p.9). Bisogna saper leggere, insomma, a partire dal titolo che va interpretato in senso contro-informativo. Inoltre, mutato il segno della formula, l’accento pare cadere piuttosto sul primo membro del sintagma – “parte” – che non sul secondo, in accezione più faziosa e partigiana che traumatica o vittimistica, per intenderci. Ciò che conta innanzitutto qui è la “parte”: riconoscerla, sceglierla, prenderla (“il meglio che ci può succedere è […] prendere una parte”, p. 21) e stare da quella.</p>
<p>A favore dell’urgenza comunicativa di questo avventato esordio ben oltre la cerchia dei sodali e dei coinvolti – di coloro, cioè, “<em>de </em>quibus<em> fabula narratur</em>” (cfr p. 10) – testimoniano i due corsivi che inanellano il testo: <em>Circostanze attenuanti e aggravanti</em> e <em>Le cose in chiaro</em>. Le due prose esplicative, tessute su un unico filo del discorso (la prima termina: “Ma non è nemmeno questo il punto” (p. 7); la seconda riprende: “il punto è che si parla di una cosa […]” p.69) costituiscono viatico per il lettore avventizio, a favore del quale ci si sforza di assicurare un minimo ancoraggio referenziale. Vi si legge, in particolare, che i riferimenti a una particolare lotta (quella per la casa, ad esempio) se valgono come archivio di immagini di una “vita non imposta” – formula dallo spiccato retrogusto francofortese –  non costituiscono però il nocciolo della questione. Ma intanto, se nel fuoco della controversia c’è “di che credere di essere vivi” (p. 13), si tratta allora di “espandere un presente non ostile” e di fare di questo tentativo “un’arte” (p. 69). Non può non tornare a mente qui, come frammento di memoria involontaria ereditato dal patrimonio della cultura egemone, la professione di fede riformista del Marco Polo calviniano nel celebre finale delle <em>Città invisibili</em>: “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. In altre parole, l’aver preso parte, fino al rischio di pagare in prima persona, potrebbe non bastare a sanare il <em>gap</em> dell’appartenenza di classe per il poeta fiancheggiatore: “pensa sentirsi dare del borghese con le manette ai polsi” (p. 11).</p>
<p>Quale, allora, “il punto”, il “referente” ormai scomparso e impronunciabile sulle tracce del quale muove l’autore nei due corsivi allestiti ad uso del lettore empirico? “Si parla di una cosa” che tornare a menzionare suonerebbe “quasi ridicolo” (p. 69) alle orecchie di “chi tra noi […] si era già fatto ormai da tempo in parte / lesa” (p. 20). Che si tratti di quella “cosa” sognata dai personaggi del primo romanzo di Pasolini alle soglie degli anni Cinquanta o di una sua versione attenuata e <em>up to date</em> come il bene-comunismo, per “i defraudati di ogni referente” incatenati alla “repressione” (p. 20) le parole e le cose patiscono la medesima lesione.</p>
<p>Se la “storia” sia una “sceneggiatura cangiante” dove i “rapporti essenziali” restano “inalterabili” (p. 69), è il quesito irrisolto posto in clausola alla raccolta, proprio in fondo al corsivo <em>Le cose in chiaro</em>. E se con <em>essenziali</em> si allude ai rapporti <em>sociali</em>, ecco trasparire come in filigrana la traccia testuale di un materialismo dialettico che, dalla vulgata marx-engelsiana, è ricondotto a ritroso fino ai suoi prodromi presocratici. L’<em>Insert coin</em> intitolato <em>Eraclito 53</em>, infatti, tra <em>rider</em> pedalanti e fumiganti comignoli di CPR (cfr. p. 30), rimanda al frammento del <em>Περί ϕύσεως</em> che recita: “Pólemos [il conflitto] è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi”. È proprio a favore di chi ha ambito ad agire nel presente quel conflitto per operare “sullo stato delle cose” (p. 30), mosso da un “odio” di cui questo esordio intende recare traccia, che la voce poetica di Massimiliano Cappello si costituisce oggi “parte lesa”.</p>
<p>Ma per venire all’ambiguità di fondo su cui principalmente insiste il regime anfibologico della scrittura di Cappello, è proprio a quell’“odio” che dobbiamo guardare. Non si tratta, infatti, inequivocabilmente di un odio di classe o, almeno, non è infine declinato come tale. Si tratta piuttosto “dell’odio di una specie nella sua estrema guerra contro l’aleatorietà della vita” (p. 69). L’impressione è che una simile guerra non possa essere vinta ma che, nello stesso tempo, non sia concesso deporre le armi. Al riguardo parla chiaro la citazione leopardiana posta in esergo: “Men duro è il male che riparo non ha? dolor non sente / Chi di speranza è nudo?”. In altre parole, nello iato tra lotta di classe e “guerra di specie” si apre una contraddizione che l’autore ha il merito di lasciare aperta, beante come una vena recisa. Ciò vuol dire affrontare il rischio umanitario/umanistico che la lotta riguardi i repressori coi repressi, i giudici insieme ai giudicati, in quanto sottoposti entrambi all’“aleatorietà” di quel destino. Peraltro, la proiezione interclassista di quel “mal che ci fu dato in sorte” (Leopardi ne<em> La ginestra</em>) ovvero di “una mortalità promessa miserabile” (qui a p. 29), si rende più evidente in <em>Parte lesa</em> in ragione della dialettica tra i due principali poli geografici rappresentati: Feltre (p.zza Isola, Via Basso) / Milano (Giambellino, tribunale ecc.). Il bipolarismo tra <em>polis</em> e <em>heimat</em> connota infatti la rappresentazione del trauma rispettivamente come sconfitta politica su sfondo metropolitano e come lutto personale patito nel luogo d’origine. “In qualche sempre più rado weekend ci torno, a Feltre, a piedi, sulle mani” (p. 36), principia l’<em>Insert coin </em>che porta il nome di <em>Dori</em>, figura paterna acquisita al tempo della prima formazione politica ancor prima di lasciare il paese. Nell’episodio della traslazione clandestina della salma di Dori, viene inscenata l’assimilazione al natìo di una figura rispetto alla quale viene infine rivendicato un apparentamento su base personalistica, prima ancora che intellettuale o ideologica: “ti abbiamo trascinato sette piani perché morissi dove io ero nato”.</p>
<p>Di fronte al comune “destino di aleatorietà”, insomma, non sorprende, col senno di poi, che Luigi Di Ruscio poeta operaio ed Emile Cioran filosofo esistenzialista fossero giunti, tra il 1953 e il ’68, a formulazioni pressoché sovrapponibili partendo da presupposti di populismo progressista, da una parte, e di un cupo nichilismo, dall’altra. Il titolo d’esordio di Di Ruscio, infatti, apprezzato e prefato da Fortini per i suoi “gridi anarchici”, è tornato quasi identico in un appunto del filosofo di quindici anni posteriore (vi si descrive la figura dell’ormai anziano Gabriel Marcel, scrittore e pensatore cristiano), al punto che mi è possibile qui proporli entrambi in una citazione sola: “Non possiamo abituarci / rassegnarci a morire”.</p>
<p>Le voci si affollano e si sovrappongono anche nel dettato strenuamente citazionale di <em>Parte lesa</em>, al punto che il recensore si rende conto ben presto di non poter raccogliere la sfida del testo a riconoscere, fuori e dentro le virgolette, l’intero repertorio sotteso ed esibito fin nei titoli (cfr. il kafkiano <em>Teatro naturale di Oklahoma</em>). Importa però rilevare la strategia del riuso che mira a un’escursione semantica, eventualmente declinata su di un registro ludico, fino ai limiti dell’antifrasi. Un paio di esempi: a proposito dei “tentativi più o meno maldestri di ‘accennare a una musica sfuggente’ (come una volta è stato detto meglio di quanto io non possa fare adesso)”, il testo immediatamente prosegue: “Ovviamente bisogna avere orecchio, o farselo” (p. 69), in tal modo facendo seguire al parentetico moto di deferenza per una citazione tipograficamente esposta lo sberleffo pop di una citazione canzonettistica, ma dallo spiccato sentore meneghino; al dantesco titolo di <em>Cocito</em> corrisponde una composizione che si conclude come segue: “A dar morte e a morire mai nessuno senz’ira è venuto”  (p. 47), dove l’eco manzoniana (il Coro del secondo atto del <em>Conte di Carmagnola</em>) è risolta, previa inversione di segno, in antifrasi (“Qui senz’ira ognun d’essi è venuto”, si legge nell’originale).</p>
<p>La memoria letteraria di quel Coro, col suo sapore scolastico (l’incipit è celebre e di norma antologizzato nei manuali scolastici: “S’ode a destra uno squillo di tromba; / A sinistra risponde uno squillo:”) suggerisce infine un’ultima riflessione a margine di questo esordio poetico. Quello scolastico infatti costituisce un tema secondario della raccolta e insiste sul doppio fondo di un libro capace di contenere, in meno di settanta pagine, le strutture portanti di un <em>bildungsroman</em>. A partire dal primissimo componimento e fino all’ultimo rigo del corsivo finale, eventualmente dissimulata sul filo persistente dell’anfibologia, torna la memoria, anche lessicale, della scuola. Non diversamente dal Sereni di <em>Una visita in fabbrica</em>, cui il fantasma sonoro della sirena che udiva da ragazzo “tra due ore di scuola” subentrava a quella di una “lontanissima” officina, il poeta qui affianca  richiamo delle sirene che disperdono i manifestanti a Gare d’Austerlitz la similitudine con le “campanelle di una scuola” (p. 9). La questione capitale e irrisolta su cui <em>Parte Lesa</em> si chiude nelle ultime righe del corsivo finale – se sia la storia “inalterabile” seppure “cangiante” (p. 69) – induce un’ultima e subitanea regressione alla stagione degli studi liceali: “Sembra uno di quei compiti in classe che ci si sogna anni dopo l’esame di maturità, da adulti. Io, sinceramente preferirei una verifica su questa vita”, dove la doppia accezione del sostantivo <em>verifica</em>, mentre lascia risuonare un’ultima volta armoniche fortiniane, fa aggio sul significato della parola in ambito didattico, dove ha progressivamente sostituito proprio la locuzione di “compito in classe”. Ma è forse nella citazione esposta (interamente trascritta in maiuscolo) dalla filastrocca <em>Alphabetum</em>, composta da Edoardo Sanguineti per il figlio Federico, che il sottotema della scolarità e quello principale della militanza, e dei suoi rischi, entrano in contatto deflagrando in un corto circuito:</p>
<p>“Io che sussurro al Gatto: – questa cosa avviene</p>
<p>e lui: – ma sottotitoliamo ai democratici</p>
<p>et io sottovoce: &#8211; CHE ANDERÀ IN PREGIONE</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ha senso parlare ancora di letteratura “minore”?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/17/senso-parlare-ancora-letteratura-minore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Comberiati Riflessioni a partire da Simone Brioni, The Somali Within. Language, Race and Belonging in ‘Minor’ Italian Literature. London: Legenda, 2015. &#160; A ventisette anni dall’apparizione nelle librerie di Io, venditore di elefanti di Pap Khouma, romanzo autobiografico dal quale si fa generalmente partire la nascita della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Daniele Comberiati</strong></p>
<p><strong>Riflessioni a partire da <a href="https://www.academia.edu/26873855/Simone_Brioni_The_Somali_Within._Language_Race_and_Belonging_in_Minor_Italian_Literature_Oxford_Legenda_2015_176_pp" target="_blank">Simone Brioni, <em>The Somali Within. Language, Race and Belonging in ‘Minor’ Italian Literature</em></a><a href="http://www.legendabooks.com/titles/isbn/9781909662643.html" target="_blank">.</a> London: Legenda, 2015.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A ventisette anni dall’apparizione nelle librerie di <em>Io, venditore di elefanti</em> di Pap Khouma, romanzo autobiografico dal quale si fa generalmente partire la nascita della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, sono diversi i saggi recentemente apparsi che affrontano tale produzione letteraria da punti di vista e aspetti differenti (mi vengono in mente, dimenticandone certamente alcuni, i contributi di <a href="http://www.mondadorieducation.it/libro/gaia-giuliani-cristina-lombardi-diop/bianco-e-nero/120900037879" target="_blank">Cristina Lombardi-Diop</a>, <a href="http://www.mondadorieducation.it/libro/cristina-lombardi-diop-caterina-romeo/l-italia-postcoloniale/120900039867" target="_blank">Caterina Romeo</a>, <a href="http://presses.u-paris10.fr/?p=1393" target="_blank">Silvia Contarini</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=21730" target="_blank">Ugo Fracassa</a>, <a href="http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=72&amp;isbn=9788843069323" target="_blank">Chiara Mengozzi</a>). Rapporto con il canone, relazione fra letteratura migrante e letteratura nazionale, trittico lingua-letteratura-nazione: sono diverse le problematiche che questa letteratura mette in gioco, ponendo le basi per una riflessione più ampia sulla letteratura italiana contemporanea e più in generale sull’essenza stessa, nell’epoca attuale, delle letterature nazionali.</p>
<p>A prima vista il saggio di Brioni potrebbe sembrare una sorta di ‘ritorno’ ad una prima fase della critica sull’argomento, quando gli autori venivano analizzati secondo le aree di provenienza, per evidenziare la pluralità di voci di una letteratura che, diversamente dai casi ad esempio inglese e francese, non ha mai avuto una comunità ‘privilegiata’ di riferimento. A ben guardare, però, il suo studio sulla letteratura italo-somala è molto più complesso: innanzitutto recupera il discorso di Gilles Deleuze e Félix Guattari sulla letteratura ‘minore’, che funge da quadro teorico complessivo, laddove il concetto di minorità prende in esame le nozioni di Bourdieu di ‘capitale culturale’ e ‘legittimità letteraria’, nonché il contesto di produzione e ricezione delle opere. In secondo luogo Brioni rivendica l’appartenenza degli autori del suo corpus (Cristina Ali Farah, Igiaba Scego, Kaha Mohamed Aden, Shirin Fazel Ramzanali, per non citarne che alcuni) al campo di riflessioni che, a partire dal postcoloniale, affronta problematiche riguardanti il genere, la razza e il colore, inserendosi nel campo dei più moderni studi sull’argomento (e mi sembra che i riferimenti a bell hooks e Sarah Ahmed siano in tal senso ampiamente giustificati). Non mancano inoltre le riflessioni a partire dai critici che, provenienti dall’Italia e non, più di altri negli ultimi anni si sono occupati dell’argomento, cercando di riflettere sulla produzione migrante dai versanti postcoloniale e transnazionale: fra i tanti Ruth Ben-Ghiat, Franca Sinopoli, Sandra Ponzanesi, Derek Duncan, Loredana Polezzi e Jennifer Burns. E sarebbe interessante oggi studiare una storia della critica della letteratura italiana contemporanea “dall’estero”, visti anche i numerosi studiosi che oggi, per diverse ragioni, ci lavorano.</p>
<p>Il libro è diviso in tre capitoli principali (<em>Language</em>, <em>Race </em>e <em>Belonging</em>), provvisti di un’ampia introduzione teorico-metodologica e di una altrettanto completa conclusione. Dal punto di vista del contenuto specifico del volume, due sono a mio avviso le principali innovazioni critiche; innanzitutto la prima sezione, significativamente intitolata <em>Language</em>: Brioni dimostra di saper ‘entrare’ nei testi, una capacità che talvolta manca in alcuni saggi sulla letteratura migrante, interessati al posizionamento teorico delle opere, che però non vengono analizzate a dovere. Qui, ad una prima ‘lettura a distanza’ quasi morettiana, l’autore fa seguire un’analisi accurata, in cui vengono messe in luce le strategie narrative e soprattutto linguistiche con cui gli autori scelti descrivono l’Italia e il loro rapporto con la Somalia. È proprio a partire dai testi che ci rendiamo conto di come la tensione fra i due poli sia sempre costante, anche nei passaggi in cui apparentemente il discorso coloniale è meno evidente. La narrazione di <em>Il comandante del fiume</em> di Cristina Ali Farah, ad esempio, si svolge in luoghi che a prima vista non hanno niente a che vedere con la storia coloniale italiana e con le sue conseguenze postcoloniali. Brioni però attraverso l’analisi dell’uso della lingua (o piuttosto delle lingue) dell’autrice ci mostra come le intersezioni fra antiche colonie e metropoli siano ancora presenti e come luoghi e lingua vengano ricostruiti e risemantizzati in una chiave nuova. A tale proposito il concetto di ‘translation’, impiegato secondo diversi punti di vista, diviene fondamentale: attraverso una riscrittura dello spazio, della lingua, delle relazioni, del passato e della storia che lega Italia e Somalia, questi autori cercano di far riflettere i lettori italiani su una serie di contraddizioni che sono alla base della costituzione stessa dell’unità nazionale e che non sono mai state seriamente affrontate.</p>
<p>Il secondo elemento di originalità risiede nell’interesse di Brioni per le rappresentazioni di razza e colore nelle opere degli scrittori e delle scrittici analizzati. Anche in tal caso, facendo riferimento ad un ampio apparato teorico e metodologico, l’autore ci mostra punti di vista inediti e non immediati, nonché una lettura sempre attenta (anche dal punto di vista filologico, elemento in effetti raro negli studi sulla letteratura migrante italiana) e una notevole capacità di far dialogare queste opere con altri lavori, non solo italiani, del contesto postcoloniale. A partire da come gli scrittori di origine somala descrivono razza e colore, infatti, è possibile iniziare una riflessione che, dalle avventure coloniali passando attraverso le Leggi razziali del 1936 e l’apparente oblio delle colonie nel secondo dopoguerra, giunge fino all’Italia attuale e agli odierni problemi di razzismo e accoglienza. Mettere in primo piano, oggi, la questione razziale come elemento critico per una serie di testi letterari, significa ribadire ancora una volta, in una chiave <em>engagée</em> quasi saidiana, che la razzializzazione della società italiana rimane ancora uno dei problemi più impellenti da risolvere.</p>
<p>In conclusione, il saggio riesce a far riflettere il lettore soprattutto su un aspetto: è possibile rileggere l’intera storia dell’Italia moderna e contemporanea (l’unità, le imprese coloniali, il fascismo e l’alleanza con Hitler, il dopoguerra, gli anni Ottanta e la situazione attuale) attraverso la particolare specula della Somalia e degli autori che da tale paese provengono; allo stesso modo in Italia rimangono tracce passate e presenti (dai segni tangibili dei monumenti coloniali a quelli più mutevoli dei lasciti della diaspora) della recente e meno recente storia somala, una relazione che la letteratura contemporanea si è apprestata a descrivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Le braci di un’unica stella”. Per l’edizione digitale di Princesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 15:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Fernanda Farias de Albuquerque]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
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		<category><![CDATA[Maurizio Iannelli]]></category>
		<category><![CDATA[plurilignuismo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Fracassa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ugo Fracassa (Il testo compare come Nota all&#8217;edizione nel sito www.princesa20.it) “Qualcosa abbiamo già nello scaffale. Un giorno li ricorderemo come piccoli classici della letteratura immigrata”: così iniziava l’articolo pubblicato in controcopertina sul primo fascicolo della rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel settembre del 1994. Tra i “cinque o sei libri” cui si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>di Ugo Fracassa</strong></h3>
<p><em>(Il testo compare come Nota all&#8217;edizione nel sito www.princesa20.it)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-55215" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png" alt="copertina" width="500" height="415" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>“Qualcosa abbiamo già nello scaffale. Un giorno li ricorderemo come piccoli classici della letteratura immigrata”: così iniziava l’articolo pubblicato in controcopertina sul primo fascicolo della rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel settembre del 1994. Tra i “cinque o sei libri” cui si alludeva, <em>Princesa,</em> vent’anni dopo, <em>non ha finito di dire quel che aveva da dire</em>; se ciò non basta a farne un classico a tutti gli effetti <a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a> giustifica però la previsione formulata in quell’occasione. In altre parole, sembra giunto il momento di istruire ed avviare il processo di canonizzazione per un’opera che, inizialmente, sembrava dover esaurire il proprio raggio di azione e ricezione entro i ristretti ma mobili confini delle cosiddette “scritture migranti”. Se, nel frattempo, quelle <em>scritture</em> hanno compiuto la maggiore età, <a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a> il libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli ha incontrato lettori ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori <a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a> e, in particolare, ha contribuito a creare l’habitat idoneo al fiorire attuale dei “nuovi realismi italiani” <a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a>. Ha affermato recentemente Bruno Racine, direttore della Bibliothèque Nationale Française, a proposito delle <em>120 giornate di Sodoma &#8211;</em> un classico che, al pari di <em>Princesa</em>, intra<em>&#8211;</em>vide la luce in carcere: “È senz’altro un testo atroce e radicale ma bisogna riconoscerne il valore storico e culturale”, tale da costituire “patrimonio nazionale” <a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a>. Del resto, era stato Michel Foucault a portare ad esempio proprio la figura del marchese de Sade, nelle celebri pagine dedicate alla questione <em>Che cos’è un autore</em>:</p>
<blockquote><p>Se un individuo non fosse un autore potremmo dire che ciò che egli ha scritto o detto, ciò che egli ha lasciato fra le sue carte, ciò che è stato riportato dai suoi commenti potrebbe essere chiamata un’ opera? Finché Sade non è stato un autore che cos’erano le sue carte? Solo dei rotoli di carta sui quali, all’infinito, durante le sue giornate in carcere, egli elaborava i suoi fantasmi <a href="#_edn6" name="_ednref6">[6]</a></p></blockquote>
<p>Maurizio Iannelli è oggi certamente un autore, premiato e riconosciuto per alcune serie di <em>docufiction</em> televisiva costruite intrecciando vita reale, documenti processuali, cronaca nera e finzione narrativa. <a href="#_edn7" name="_ednref7">[7]</a> Quando riordinava, trascriveva e rielaborava, nel carcere romano di Rebibbia, i manoscritti di Fernanda, tuttavia, era consapevole di maneggiare un materiale grezzo cui forniva, oltre ad una veste linguistica apparentemente standard, lo scheletro diegetico atto a sostenerne la forma editoriale. Non per questo avrebbe sottoscritto le parole di Cesare Lombroso, prefatore dei <em>Palimsesti del carcere</em>:</p>
<blockquote><p>Se, nel fingere il linguaggio dei demoni, il Poeta non poté non esprimersi in versi sudici, a me, ch’ero il paleografo, il trascrittore dei pensieri di questa specie di demoni terrestri, non era certo dato far meglio <a href="#_edn8" name="_ednref8">[8]</a></p></blockquote>
<p>La relazione coautoriale, infatti, era fondata sulla condivisione dello stato di detenzione e sulla consapevolezza di un’affinità che, al di là delle apparenze, univa la condizione esistenziale di un detenuto politico in “piena crisi d’identità” con quella transessuale di un criminale<em> comune</em>. Prima ancora del diritto all’autorialità, perciò, Iannelli riconosceva all’estensore di quei manoscritti il diritto alla biografia. “Non tutti gli individui che vivono in una determinata società hanno diritto ad una biografia. Ogni tipo di cultura elabora i suoi modelli di uomini senza biografia” <a href="#_edn9" name="_ednref9">[9]</a>, ce lo ha insegnato Jurij Michailovič Lotman il quale ci fornisce pure una minima tipologia delle relazioni tra testo e contesto che, di volta in volta, nei vari frangenti storico-culturali, decidono dell’artisticità di un’opera letteraria. Si dà, per esempio, il caso di uno scrittore che “non crea il testo come opera d’arte ma il lettore lo recepisce come opera d’arte”: qual è la posizione del lettore di <em>Princesa</em>, venti anni dopo, rispetto all’avantesto che finalmente viene reso disponibile nell’archivio del sito <a href="#_edn10" name="_ednref10">[10]</a>? Posto che “il quadro offerto dalla storia della letteratura ai diversi stadi del suo sviluppo è considerevolmente più complicato” <a href="#_edn11" name="_ednref11">[11]</a> dello schema elementare cui ci si richiama, si potrebbe qui ipotizzare un caso di “artisticità retroattiva” poiché è evidente &#8211; a scorrere appunti, interviste, pagine di diario, trascrizioni di favole nordestine, anamnesi oniriche, schizzi di mappe prodotti da Farias de Albuquerque in un biennio di pratica scrittoria coatta &#8211; che l’aura di letterarietà acquisita dal racconto della vita di Fernandinho / Fernanda / Princesa nei due decenni della sua storia editoriale <a href="#_edn12" name="_ednref12">[12]</a> riverbera oggi sui manoscritti accumulati in carcere.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Sia detto però fin da ora che l’eccezionalità di un’eventuale inclusione di <em>Princesa</em> nel canone della nostra letteratura &#8211; quella che un tempo si definiva italiana, nazionale e che oggi, nel contesto dei processi di globalizzazione culturale, è talvolta detta italòfona – è più apparente che reale, se ci si riferisce alle peculiari caratteristiche genetiche dell’opera. Raccontare le proprie esperienze “migratorie” ad un compagno di prigionia che le trascrive in un altro codice linguistico (letterariamente codificato), in cui filtrano però dall’oralità alcuni dialettismi, prima che quel racconto vada incontro a nuove versioni, riscritture e riduzioni, è precisamente ciò che fece Marco, alla fine del Duecento in un carcere genovese, al cospetto di Rustichello da Pisa, compagno di sventura. Ne sortì <em>Le divisament dou monde</em>, ovvero la redazione in lingua d&#8217;oïl del libro che, in versione toscana, è meglio noto come il<em> Milione</em> di Marco Polo, classico della letteratura nazionale.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Quanti hanno riflettuto sull’antica e nobile tradizione della “letteratura carceraria”, provando in qualche caso ad estrarre le invarianti di un “genere” che, da Cervantes a Mandel’stam, annovera alcuni tra i maggiori scrittori di tutti tempi, concordano sulla ragione primaria che conduce alla scrittura nelle istituzioni “complete e austere”, come le definiva L.P. Baltard nel 1829, o “totali”, secondo la più recente definizione foucaultiana: “far sopravvivere la propria integrità, in tutti i sensi”. <a href="#_edn13" name="_ednref13">[13]</a> Era questo il progetto alla base dei laboratori di scrittura organizzati a Rebibbia, da cui prese le mosse l’attività editoriale di Sensibili alle foglie, e lo stesso Giovanni Tamponi, che per primo esortò Fernanda a mettere nero su bianco i propri ricordi, aveva autonomamente sperimentato e propagandava le potenzialità terapeutiche di una tale pratica. Iannelli che quelle carte contribuì a suscitare, raccolse e manipolò, ultimo arrivato nel trio di “funamboli” <a href="#_edn14" name="_ednref14">[14]</a> della scrittura a Rebibbia, riuscì a neutralizzare l’“individualizzazione coercitiva” che fonda l’istituzione carceraria <a href="#_edn15" name="_ednref15">[15]</a> &#8211; aggirata dai primi due grazie ai benefici di mobilità derivanti dalle mansioni svolte tra i reparti &#8211; in modi talvolta rocamboleschi (per esempio comunicando attraverso la grata che dava sul passeggio dei transessuali, limitrofo alla cappella della casa di reclusione). Insomma, come è stato notato, “Voler raccontare tutta la storia è un’altra forte motivazione per lo scrittore imprigionato”, ciò che non inficia la riuscita dell’opera dal momento che “l’autenticità della voce del narratore contribuisce alla buona qualità della letteratura”. <a href="#_edn16" name="_ednref16">[16]</a> Ma al di là dell’attendibilità di una voce che, nel caso di <em>Princesa</em>, si dimostra essere la risultante di una miscela polifonica (quando non di un atto di vero e proprio ventriloquismo), ciò che di autentico si sperimenta in condizioni di restrizione coatta è innanzitutto “il modo in cui i rapporti di potere possano passare materialmente nello spessore stesso dei corpi senza che neanche debbano essere trasformati nella rappresentazione dei soggetti”. <a href="#_edn17" name="_ednref17">[17]</a> In una storia di vita transessuale come quella di <em>Princesa</em> aleggia minacciosa, ben al di là dei pur frequenti ed espliciti episodi di violenza privata e di repressione poliziesca, la sovradeterminazione biopolitica di ogni scelta di genere. Se la sessualità è coestensiva al potere – Foucault afferma e Judith Butler conferma <a href="#_edn18" name="_ednref18">[18]</a> &#8211; sono proprio gli individui in transizione intersessuale, oltre ogni retorica di liberazione, a pagare il prezzo più alto:</p>
<blockquote><p>En réalité, il en va des catégories qui organisent notre monde, soit de l’ordre sexuel et de sa violence, tant symbolique que physique, dont les personnes intersexes sont le révélateur en même temps que l’emblème <a href="#_edn19" name="_ednref19">[19]</a>.</p></blockquote>
<p>Da questo punto di vista non cessa di stupire, per il grado di consapevolezza politica implicata, il corto circuito che connette, nell’intervista rilasciata da Farias e Iannelli per il citato primo fascicolo del “Caffè”, condizione transessuale e condizione postcoloniale o migrante <a href="#_edn20" name="_ednref20">[20]</a>:</p>
<blockquote><p>Come che è una <em>scrittura bella</em>, chi lo leggerà [<em>Princesa</em>] troverà un po’ di sentimento perché è una storia di realtà, una storia di vita transessuale ma anche di vita con tutta l’esperienza al mondo maschile, il fatto di come vive un transessuale in mezzo alla società, per affrontare le varie conseguenze che esistono […] con il problema che accade ai confronti di queste persone che sarebbe le persone del <em>terzo sesso</em>, o persone del <em>terzo</em>, diciamo, <em>mondo </em><a href="#_edn21" name="_ednref21">[21]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Il <em>bello</em> della <em>scrittura</em> in <em>Princesa</em>, appunto. Chi ha analizzato il libro fin qui ha più spesso parlato di tradimento, da parte del coautore italiano, rispetto alla ricchezza non omologabile dell’impasto linguistico originario, del resto pressoché sconosciuto ai più, se non per un paio di brevi stralci pubblicati nel ‘94. Si è detto della standardizzazione imposta da un editing invasivo, della medietà di un dettato depurato da scorie dialettali o allofone. Per descrivere una lingua così &#8211; <em>disanimata</em>, <em>ossificata</em> &#8211; si potrebbe utilmente recuperare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nella relazione di minoranza alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani:</p>
<blockquote><p>Gli esperti sono stati invece adibiti a studiare il linguaggio delle Brigate Rosse: e non c’era bisogno di esperti per scoprirlo poveramente pietrificato, fatto di slogan, di <em>idées re</em><em>ç</em><em>ues</em> dalla palingenetica rivoluzionaria, di detriti di manuali sociologici e guerriglieri […] L’italiano delle Brigate rosse è semplicemente, lapalissianamente, l’italiano delle Brigate rosse. <a href="#_edn22" name="_ednref22">[22]</a></p></blockquote>
<p>oppure quello, analogo, rilasciato in occasione di un incontro del 1978 con i militanti di Lotta continua: “Ma a me sembra una cosa proprio <em>ossificata</em>, senza vita, <em>disanimata</em>, una specie di burocrazia del fanatismo. Questo loro amore per le sigle…” <a href="#_edn23" name="_ednref23">[23]</a>. Allo stesso Iannelli, del resto, come ad alcuni leader storici dell’organizzazione terroristica, quel linguaggio era destinato ad apparire, col senno di poi, indigeribile:</p>
<blockquote><p>Già allora [sequestro Moro] quel linguaggio mi appariva tremendo. Rileggendoli a posteriori, mi sono chiesto non tanto come avevamo fatto a scriverli [i comunicati] – non li rinnego, un senso lo avevano, eccome… Certo non ne ho conosciuto uno, di compagno, che sia entrato nelle Br perché conquistato dalla lettura di una Risoluzione strategica. <a href="#_edn24" name="_ednref24">[24]</a></p></blockquote>
<p>Per questa ragione Sciascia indovinava, tra le fila dei brigatisti, una scarsissima confidenza col romanzesco: “Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…”, al punto da “condannarli” per contrappasso ad un severo apprendistato letterario: “<em>Che romanzi consiglieresti alle Br</em>? Per contrasto un po’ di Proust andrebbe bene. Ma certo se leggessero un po’ di Voltaire e un po’ di Diderot, non sarebbe male… Poi anche il Vangelo” <a href="#_edn25" name="_ednref25">[25]</a>. Prende forma qui, tra l’altro, un’imprevista ma suggestiva analogia: ne <em>Il bacio della donna ragno</em>, fortunato romanzo dell’argentino Manuel Puig (pubblicato nel 1976 e prontamente tradotto in Italia nel 1978), all’immaginario hollywoodiano e <em>mélo</em> grazie al quale l’omosessuale Molina riesce a dimenticare la dura realtà della detenzione, il compagno di cella Valentìn, guerrigliero incarcerato per motivi politici, oppone gli slogan del materialismo dialettico &#8211; “I miei ideali… Il marxismo, se vuoi che ti definisca tutto con una parola” – al punto da provocare questa reazione stizzita:</p>
<blockquote><p>non gli racconterò neanche più una parola delle cose che mi piacciono, se la rida pure che io sono uno smidollato, vedremo se lui non molla proprio mai, non gli racconterò più nessun film di quelli che mi piacciono, me li tengo per me, nel mio ricordo, che non me li rovinino con parole sporche, ‘sto figlio di puttana e la sua porca merda di rivoluzione. <a href="#_edn26" name="_ednref26"><em>[26]</em></a></p></blockquote>
<p>Ma l’incontro tra Farias e Iannelli non è letteratura; la vita, per dirla con Zeno Cosini, “non è brutta né bella, ma è originale!” e forse per questo le cose a Rebibbia sono andate diversamente. Alla fine, proprio colui che era sospettato di non aver mai letto romanzi ne ha scritto uno. Bisogna, insomma, riaprire il caso <em>Princesa</em>, proprio a partire da quella <em>scrittura</em> che alla protagonista del racconto era parsa <em>bella</em>.</p>
<p>Tanto per cominciare, la “nuova lingua”, inaugurata nel libro del 1994, risulta dalla chimica di tre lingue materne. Il portoghese, l’italiano e il sardo <a href="#_edn27" name="_ednref27">[27]</a>, e il coautore non esclude che “mani e provenienze culturali diverse [siano] forse rintracciabili anche nella sua stesura ultima.” Se il libro deriva da un brogliaccio cui non si fatica ad attribuire le peculiarità dell’<em>art</em> <em>brut</em>, insieme autentica e <em>unadorned</em> (ma già disposto in <em>fabula</em> da Iannelli, in quella “copia iniziale di lavoro conforme all’originale manoscritto” che porta il sottotitolo “Sono venuta di molto lontano”), almeno una traccia della stesura originale di Farias è rimasta nel <em>Glossario</em> stampato in appendice al volume edito da Sensibili alle foglie. <em>Burití, caatinga, caboclo, cajù, urutu</em>: vale la pena di notare che le cinque voci elencate erano già presenti nel glossario che Edoardo Bizzarri allegava alla sua traduzione del <em>Grande Sertão</em> di João Guimarães Rosa (la traduzione è del 1970 mentre il romanzo risale al 1956) e che si tratta di definizioni relative ad aspetti naturali del territorio nordestino. Nel fitto epistolario che lo scrittore brasiliano intrecciò con Bizzarri <a href="#_edn28" name="_ednref28">[28]</a> si legge dell’imbarazzo per quanto di “esotico” transita nella versione italiana e resiste tuttavia alla traduzione: “Quel che deve aumentare i grattacapi del traduttore è che la parte concreta è esotica e mal conosciuta” <a href="#_edn29" name="_ednref29">[29]</a>. È stato lo stesso Iannelli ad indicare nel fluviale racconto di Guimarães Rosa – che narra della storia d’amicizia e d’amore tra Riobaldo, un guerrigliero <em>jagunço <a href="#_edn30" name="_ednref30">[30]</a></em> e il suo compagno Diadorim che, caduto in battaglia, rivelerà la sua natura femminile &#8211; una fonte preziosa per il suo primo ed unico libro. <a href="#_edn31" name="_ednref31">[31]</a> Inoltre, la figura dello <em>jagunço</em> o <em>cangaço</em> era ben presente alla stessa Fernanda che, richiesta da Maurizio, ne offre una definizione nell’intervista sul Carnevale (la trascrizione che segue è incompleta a causa delle sottolineature accumulate da Iannelli in questa zona del testo): “M – <em>Invece gli uomini come erano vestiti?</em> F – Gli uomini si vestivano come <em>cangaçeiros</em> […] M &#8211; <em>Ah, il</em> cangaçeiro <em>è una specie di bandito-rivoluzionario.</em> F – Sono [illeggibile] dei banditi che combatevano contro la polisia” <a href="#_edn32" name="_ednref32">[32]</a>. L’influenza del capolavoro di Guimarães Rosa è riconosciuta però limitatamente all’acquisizione dell’immaginario legato al folklore nordestino e, in particolare, alle leggende connesse col fantastico e demoniaco paesaggio della <em>caatinga</em>. Non sorprende perciò riconoscere in <em>Princesa</em> la traccia di detti popolari, come il seguente, letteralmente estratto dal romanzo: “Ragazzini-roba del diavolo” (<em>Princesa</em>); “Non c’è forse il detto: ragazzino – roba del diavolo?” (<em>Grande Sertão </em>). Il riferimento al vitello che compare in uno dei primi paragrafi di <em>Princesa, </em>inoltre, variando riecheggia l’incipit del <em>Grande Sertão. </em>Il romanzo del ’56 si apre infatti all’insegna di un bestiario – “un vitello bianco, erratico, gli occhi che manco un cristiano – che era apparso; e con faccia di cane” – che ricorre nei giochi d’infanzia di Fernandinho ed assume, nella trascrizione di Iannelli, coloriture diaboliche estranee all’originale manoscritto:</p>
<blockquote><p>Io ero la vacca. Genir il toro, Ivanildo il vitello. Camicette e pantaloncini sfilavano via in mezzo al bosco. Lontano da tutti, era il segreto. Genir muggiva e m’inseguiva. Una fantasia di spinte, toccamenti e fiato grosso. Montava la vacca, indiavolava sopra di me.</p></blockquote>
<p>A chi scrive, tuttavia, il debito contratto da Iannelli con l’ipotesto brasiliano pare investire anche il versante stilistico, della scrittura. A tratti, sembra quasi che l’italiano abbia introiettato il metro sul quale si dispiega la saga latinoamericana, quel procedere per densi fiotti estratti dal parlato e come rigurgitati. Così la prosa del brasiliano nella traduzione di Bizzarri: “Faccia di gente, faccia di cane: decisero – era il demonio”. “C’erano tutti, e con loro la mia diffamazione: Signor Diaz, ha visto Fernandinho! Cammina come una femmina! Rildo vociava come un forsennato”; “È pericoloso andare solo per il bosco, c’è il gatto selvatico, il serpente! Povero Francisco, la sua ingenuità”; “Lui abbassa il finestrino, lei entra tutta spalle e natiche in esposizione. Lui si accorge e urla di spavento: Vattene, mostro”; “Mi confondo nella folla. Sono tuttapposto e passo liscia, presente e invisibile nella distrazione della gente: una donna”: così quella dell’italiano, che dissemina il testo di tessere prosodicamente calcate sulla traduzione del prototipo nordestino. Oltre l’apparenza di una superficie linguistica livellata sugli standard veicolari di un italiano ipermedio, perciò, la scrittura di Iannelli nasconde un doppio fondo. Quella “nuova lingua” è il risultato di negoziazioni condotte a vari livelli, dalla reale consistenza del parlato, attraverso una normalizzazione della meccanica comunicativa (che può conservare memoria di usi linguistici legati alla trascorsa militanza politica), alla frequentazione di un modello letterario di seconda mano. Una lingua costruita per dare conto di vicende intimamente connesse coi contemporanei processi di globalizzazione e che trova il proprio modello nella traduzione di un idioma postcoloniale. Scrive Giuliana Benvenuti: “la traduzione è il luogo privilegiato della mediazione e della negoziazione e la sua funzione interseca questioni legate al genere, alle migrazioni, all’informatizzazione e alla biopolitica” <a href="#_edn33" name="_ednref33">[33]</a>. In questo senso, l’operazione di Iannelli va ripensata nel quadro dei processi di denaturalizzazione dei legami tra lingua, cultura, nazione e cittadinanza in atto in epoca globale. Era, del resto, lo stesso Guimarães Rosa il primo ad esserne consapevole e a rivendicare per sé l’utilizzo di un codice letterario come lingua seconda:</p>
<blockquote><p>Quando scrivo un libro, mi comporto come se lo stessi ‘traducendo’ da un altro originale, esistente altrove, nel mondo astrale o sul piano delle idee, degli archetipi, per così dire. Non so mai se sto riuscendo o fallendo in questa ‘traduzione’. Perciò, quando mi ‘ri-traducono’ in un altro idioma, non so mai, in caso di divergenze, se non è stato il traduttore che di fatto ha azzeccato, ristabilendo la verità dell’originale ideale che io avevo distorto <a href="#_edn34" name="_ednref34">[34]</a>.</p></blockquote>
<p>Quel registro <em>traduttese</em> sul quale è giocata la prosa di <em>Princesa</em>, perciò, denuncia innanzitutto una relazione non lineare del coautore con la propria lingua nel momento in cui questa è chiamata a farsi carico di esperienze, biografiche e culturali, non autoctone, di migrazione, in una parola: postcoloniali.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Edoardo Albinati col suo <em>Maggio selvaggio. Un anno di scuola in galera</em> (Mondadori, 1999) sta di diritto, insieme a Walter Siti, Edoardo Affinati, Antonio Franchini e altri, nel canone degli autori cui si attribuisce la paternità dei “nuovi realismi italiani”, quella galassia narrativa intorno alla quale il dibattito è stato inaugurato sulle pagine della rivista “Allegoria” <a href="#_edn35" name="_ednref35">[35]</a>. Il diario di Albinati contiene un appunto, datato fine estate 1998, che funge da cavallo di Troia per il trasferimento di <em>Princesa</em> dentro la nuova temperie. Si tratta di un episodio nel quale l’insegnante riveste il ruolo di mero spettatore, al punto di dover chiedere lumi ad un detenuto circa l’identità di un personaggio osservato al passeggio. Questa pagina, che contribuisce a focalizzare la presenza transessuale in carcere, registra pure la fortuna cinematografica del carcere romano, a testimonianza di un “ritorno al reale” che non investiva, alla fine del primo millennio, la letteratura soltanto:</p>
<blockquote><p>   In questa fine estate infuriano le polemiche riguardanti il carcere, soprattutto Rebibbia, a leggere il giornale pare che la metà dei film presentati al festival di Venezia siano stati girati lì – come dice la canzone, “apposta per scandalizzare”. Ammetto di essere infastidito e preoccupato di questa spettacolarizzazione permanente, un paiolo di frasi fatte in cui il giornalismo rimesta stancamente la sua lunga pertica. […] A quello girato da Fioravanti &amp; Co. si aggiunge un documentario su un trans brasiliano, Princesa, ricordo il giorno che a Rebibbia la riprendevano in pose molto glamour, piantata in mezzo al piazzale, tutti gli occhi puntati addosso a lei, aveva un culo magnetico e somigliava, non a Sonia Braga come dicono sul giornale, bensì a Florinda Bolkan (giustamente me lo fece notare Croccolo seduto accanto a me), una Bolkan pompata e assai più donna dell’originale, mito androgino dei film morbosi di quando stavo alle elementari, <em>Metti, una sera a cena</em> ecc. Ricordo che ero seduto sugli scalini insieme a un gruppetto guardando, con un lieve sorriso sulle labbra, la scena, il set fotografico […] sicché mi permisi di chiedere all’orecchio del vecchio Croccolo chi fosse quella fata, e lui che conosce i peccati del mondo mi raccontò la storia di Princesa, cominciando così: “A lei ruppero il culo che teneva solo sei anni…”</p></blockquote>
<p>L’autore non pare consapevole dell’esistenza del libro dedicato alla Princesa ripresa al passeggio, o almeno sceglie di non dar peso alla cosa, nonostante l’omonima canzone di De André e Fossati avesse nel frattempo dato vasta popolarità al personaggio, né poteva conoscere regista e titolo del documentario delle cui riprese si era trovato ad essere involontario testimone:<em> Le strade di Princesa</em> di Stefano Consiglio (1997).</p>
<p>Uno dei modi narrativi in uso in molti esemplari riconducibili alla recente voga reali(ty)sta <a href="#_edn36" name="_ednref36">[36]</a> è quello dell’<em>autofiction,</em> col quale elementi autobiografici vengono liberamente immessi in un tessuto di invenzione romanzesca, talvolta su uno sfondo ostentatamente cronachistico, nel quale è dato riconoscere luoghi, vicende e personaggi reali, anche grazie all’uso di documenti (carte processuali, pagine di diario ecc.). Ebbene, con qualche anticipo sulla manifestazione della nuova tendenza a livello di <em>mainstream</em> editoriale, procedimenti non dissimili erano in opera nell’ambito delle scritture migranti, in particolare quando, nella prima metà degli anni Novanta, si rendeva ancora necessaria la collaborazione di un coautore italiano.</p>
<p>In libri come <em>Princesa</em>, appunto, o <em>Immigrato</em> di Mario Fortunato e Salah Methnani la proiezione autobiografica sulla narrazione risulta, se possibile, più complessa ancorché non sempre consapevole, derivando da ben due biografie spesso inopinatamente miscelate. Così Mario Fortunato nella premessa alla riedizione del 2006:</p>
<blockquote><p>Lui raccontava, io facevo domande. Qualche volta prendevo appunti. Quasi mai abbiamo usato il registratore. La storia che si dipanava aveva per me un valore innanzitutto romanzesco, narrativo Per me si trattava di un romanzo il cui contenuto aveva realmente avuto luogo […] In un secondo momento me ne andai da solo in Calabria […] In quattro settimane di lavoro ininterrotto, il testo era scritto. Lo avevo scritto come si trattasse di una storia interamente mia […] sciorinavo la storia di Salah come fosse la mia propria storia. <a href="#_edn37" name="_ednref37">[37]</a></p></blockquote>
<p>Anche Maurizio Iannelli ricorda come il processo creativo prese slancio nel momento della separazione da Fernanda: “Perché il testo, il dialogo col testo di Fernanda, è iniziato nel momento in cui ci siamo separati. Nel momento in cui mi hanno trasferito in un altro istituto”. Così Iannelli, ancora nel 1994, nell’intervista al “Caffè”:</p>
<blockquote><p>La mia scrittura è un’altra scrittura. È indubbio che alla fine, e non solo tecnicamente come scrittura, penso che ci sia molto di me. Anche se introdotto in un modo del tutto clandestino, in un gioco di assunzione di ruoli, e di costruzione poi del personaggio […] Insomma, <em>Princesa</em> è stato anche un libro di rapina se volete. […] Scrivere un’autobiografia in due implica un cortocircuito. <a href="#_edn38" name="_ednref38">[38]</a></p></blockquote>
<p>Analoghe riflessioni proporrà, nel 2008, intervistato a proposito della sua docu-<em>soap Reparto Trans</em> (girata insieme a Marco Penso) e, più in generale, della nuova attività di regista e autore televisivo:</p>
<blockquote><p>in ogni caso, con le scelte di regia, il posizionamento della macchina , il montaggio, l’autore parla sempre di sé, anche quando parlano gli altri, la sua presenza non si risolve nel mero artificio stereotipo della voce narrante. La presunzione di poter rappresentare oggettivamente l’altro è un’illusione (neanche l’altro si conosce realmente per come è). Il regista, e così l’autore, racconta alla fine se stesso ed il lettore-spettatore è innanzitutto chiamato a decifrare questo. <a href="#_edn39" name="_ednref39">[39]</a></p></blockquote>
<p>Appartengono certamente al coautore italiano, e alla sua storia personale durante gli “anni di piombo”, le scelte espressive che portano ad enfatizzare costantemente gli episodi di violenza poliziesca registrati nei manoscritti di Farias, dove tuttavia vengono spesso risolti con un breve giro di frase. Sono suoi gli innumerevoli riferimenti al diavolo che, pur presente nell’immaginario nordestino esemplato dal <em>Grande Sertão,</em> non sono estranei alla nostra tradizione cattolica. Riguardano l’esperienza del terrorismo pure alcune particolari consonanze con la fonte brasiliana: Iannelli che avrebbe sottoscritto, nella lettera a Rossana Rossanda pubblicata sul “Manifesto” nel 1987, l’auspicio di uno “sbocco politico e sociale” della lotta armata, non poteva non leggere nelle pagine del romanzo dedicate al pentimento di alcuni guerriglieri <em>jagunços</em> l’eco di avvenimenti che stavano caratterizzando il destino carcerario di alcuni ex appartenenti alle Brigate rosse. La scelta, infine, di terminare il racconto di <em>Princesa</em> con l’arresto della protagonista è, nella sua natura omissiva (gli appunti di Fernanda riguardano anche la quotidianità carceraria), un gesto che pertiene alla responsabilità dell’autore:</p>
<blockquote><p>Senza sforzo, nelle braccia del demonio, in Europa, ci si arriva a bassa voce, silenziosamente. Qui da voi, non si muore fragorosamente. Sparati o di coltello, tra urla e sforbiciate. Qui si sparisce zitti zitti in sottovoce. Silenziosamente. Sole e disperate. Di aids e di eroina. Oppure dentro una cella, impiccate a un lavandino. Come Celma, che vorrei ricordare. Dormiva nella cella a fianco, dentro quest’altro inferno dove ora vivo e che ho deciso di non raccontare.</p></blockquote>
<p>Mai come in questo caso diventa palese l’avvenuta sovrapposizione della voce di Iannelli, mediatore autoctono, a quella di Farias, testimone immigrata. Sotto finale, insomma, l’implicita doppiezza della prima persona nella quale la vicenda è narrata resta allo scoperto, essendo quella di Iannelli l’unica cui ragionevolmente attribuire le ultime parole del libro: “ho deciso di non raccontare”. E, come detto, omettere è, almeno quanto raccontare, specifico compito dell’autore. Se un lettore d’eccezione come Fabrizio De André attribuiva integralmente la paternità di <em>Princesa</em> &#8211; che la coautrice brasiliana apertamente definisce nel documentario di Stefano Consiglio: “questo mio libro”- al coautore italiano: “ho tratto [<em>Prinçesa</em>] da uno splendido, breve romanzo [di Iannelli] in effetti una biografia”, allo stesso modo Cesare Segre sottolineava il carattere uno e bino dell’autore del <em>Milione,</em> senza che questo interferisse, peraltro, con il dato acquisito del valore artistico dell’opera. <a href="#_edn40" name="_ednref40">[40]</a></p>
<p>Quanto il laboratorio di <em>Princesa</em> sia risultato decisivo per certi sviluppi della <em>docufiction</em> in Italia, ovvero per la variante televisiva del “ritorno alla realtà”, è dimostrato poi dalla più recente stagione professionale del coautore di <em>Princesa</em>. Dopo aver ideato, diretto e prodotto le docu-story <em>Residence Bastoggi</em> (2003), <em>Liberant</em>i (2006) e <em>Reparto trans</em> (2008) &#8211; ancora gravitanti, queste ultime, intorno all’universo carcerario di Rebibbia &#8211; Iannelli è oggi autore di un fortunato format televisivo (ideato insieme a Matilde D’Errico e Luciano Palmerino). La serie RAI <em>Amore criminale </em>(in onda dal 2007), che ha contribuito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica realtà del “femminicidio”, ripropone, per diretta ammissione del regista, <a href="#_edn41" name="_ednref41">[41]</a> il medesimo metodo di lavoro inaugurato all’epoca della stesura di <em>Princesa</em>: costruire la narrazione attraverso l’uso integrato e la contaminazione tra materiali documentari e invenzione letteraria.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>La forma comunicativa che sta all’origine di <em>Princesa</em> è la conversazione, sebbene nei modi necessitati e precari che il carcere tollera o consente dentro uno stringente disegno di “individualizzazione coercitiva”. Questa nuova edizione, annotata <em>on line</em>, del libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli restituisce innanzitutto l’opera ad un ambiente comunicativo fondato sull’ “oralità di ritorno” tipica dei media elettronici. <a href="#_edn42" name="_ednref42">[42]</a></p>
<p>La nuova struttura dialettica dell’ipertesto finirà per spingerci come sottolinea Derrida, a “rileggere gli scritti del passato secondo una differente organizzazione dello spazio”. Non soltanto è oggi possibile trasferire in una forma compatibile con il computer testi scritti originariamente a mano o a stampa, ma anche dare loro strutture ipertestuali. In qualche caso questa operazione di traduzione restituirebbe loro l’antico tono di conversazione. <a href="#_edn43" name="_ednref43">[43]</a></p>
<p>Proporre oggi l’edizione critica di un “piccolo classico” della scritture migranti, per ratificarne e insieme promuovere l’inte(g)razione col canone letterario nazionale, comporta perciò l’immediata apertura ad un orizzonte digitale, capace di contenere e restituire la dimensione intertestuale e transmediale. Solo in questo modo è possibile radunare come “braci di un’unica stella” <a href="#_edn44" name="_ednref44">[44]</a> gli elementi della costellazione audio- video-testuale di nome <em>Princesa.</em> Se il potenziale di un libro “così poco letterario”, come il <em>Milione </em>di Marco Polo si misura, infatti, secondo Cesare Segre, sulla varietà di letture e riscritture che ne hanno fatto la fortuna (almeno fino alle <em>Città invisibili</em> di Italo Calvino) <a href="#_edn45" name="_ednref45">[45]</a>, nel mutato contesto culturale <a href="#_edn46" name="_ednref46">[46]</a>, la fortuna della <em>“</em>così poco letterari<em>a”</em> <em>Princesa</em> consiste nell’attitudine a migrare, non soltanto tra testi, ma tra media diversi. La <em>fortuna</em>, appunto, di migrare.</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> In <em>Perché leggere i classici</em> (1991), Italo Calvino offre la seguente come sesta definizione del genere: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> Cfr. <em>Leggere il testo e il mondo. Vent’anni di scritture della migrazione in Italia</em>, a cura di F. Pezzarossa, I. Rossini, Bologna, CLUEB, 2011.</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Anche grazie alla riscrittura in forma di canzone &#8211; <em>Prinçesa</em> &#8211; realizzata da Fabrizio De André e Ivano Fossati nel 1996.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> Cfr. <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>, a cura di R. Donnarumma, G. Policastro, G. Taviani, in «Allegoria», 57, gennaio-giugno 2008. Del tema si continua a discutere, in Italia e all’estero: cfr. <em>Les nouveaux réalismes dans la culture italienne</em>, Colloque international, 12-14 juin 2014, Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a> La dichiarazione è stata riportata in: A. Ginori, <em>Il testamento maledetto. Un intrigo internazionale per il manoscritto di De Sade</em>, “la Repubblica”, 1.6.2013, p.39.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[6]</a> M. Foucault, <em>Scritti letterari</em>, a cura di C. Milanese, Milano, Feltrinelli, 1971, pp. 4-5.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[7]</a> Iannelli ha visto premiato il proprio lavoro di documentarista al Torino Film Festival (<em>Un bel ferragosto</em>, 2001) e al Roma Fiction Fest del 2008 per <em>Città criminali</em>. Ha girato nel carcere di Rebibbia la docu-soap <em>Reparto Trans </em>(Sky, 2008) ed è attualmente autore e regista della trasmissione RAI <em>Amore criminale.</em></p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">[8]</a> Scriveva Cesare Lombroso nella nota “Al lettore” premessa ai <em>Palimsesti</em>: “Il volgo […] crede che il carcere sia muto ma [ …] quest’organismo parla […] sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui legni del letto, sui margini dei libri che loro si danno nell’idea di moralizzarli, sulla carta che ravvolge i medicamenti, perfino sulle molli sabbie delle gallerie aperte al passeggio, perfino sui vestiti, in cui imprimono i loro pensieri col ricamo” (C. Lombroso, <em>Palimsesti del carcere, </em>Torino, Fratelli Bocca, 1888. La citazione nel testo deriva dalla pagina 38 dell’edizione curata da G. Zaccaria per l’editore fiorentino Ponte alle grazie nel 1996).</p>
<p><a href="#_ednref9" name="_edn9">[9]</a> J. M. Lotman, <em>La semiosfera</em>. <em>L’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti</em>, a cura di S. Salvestroni, Venezia, Marsilio 1985, p. 181.</p>
<p><a href="#_ednref10" name="_edn10">[10]</a> Brevi stralci del materiale sono stati pubblicati sulla rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel 1994. Il dattiloscritto intitolato <em>Princesa. Sono venuta di molto lontano</em>, copia iniziale di lavoro sulla quale Iannelli ha elaborato la forma testuale definitiva di<em> Princesa</em>, è stato pubblicato per la prima volta in allegato alla tesi dottorale: A. Proto Pisani, <em>Dans une autre langue. </em><em>Écrire l’altérité : femmes, migrations et littérature en Italie (1994 – 2010)</em>, Doctorat d’Aix-Marseille Université, 2013.</p>
<p><a href="#_ednref11" name="_edn11">[11]</a> J. M. Lotman, <em>La struttura del testo poetico</em>, a cura di E. Bazzarelli, Milano, Mursia, 1972, p. 336.</p>
<p><a href="#_ednref12" name="_edn12">[12]</a> Dopo essere stato pubblicato o per i tipi di Sensibili alle foglie nel 1994, e concesso in licenza prima a CDE Milano, nel 1995 e, due anni dopo, all’editore Tropea (col richiamo in copertina: “da questo libro Fabrizio de André ha tratto ispirazione per <em>Princesa</em>”ed il sottotitolo <em>Dal Nordeste a Rebibbia: storia di una vita ai margini</em>), il libro viene periodicamente stampato <em>on demand</em>, in tirature limitate, dalla casa che ne detiene i diritti.</p>
<p><a href="#_ednref13" name="_edn13">[13]</a> Così Sioban Dowd nell’introduzione a <em>Scrittori dal carcere</em>, Milano, Feltrinelli, 1998, p.261.</p>
<p><a href="#_ednref14" name="_edn14">[14]</a> Così Iannelli nelle citate <em>Brevi note di contesto</em> premesse all’edizione di <em>Princesa</em>: “Come tre funamboli ci inseguimmo incerti lungo il filo di una spirale epistolare che ci portò oltre le mura, oltre il carcere. Così <em>Princesa</em> è nata. Da un incontro irregolare, da tre storie, tre persone che approdano al carcere lungo itinerari diversi: la lotta armata delle Brigate rosse il mio, la prostituzione transessuale quello di Fernanda, la vita pastorale e la rapina quello di Giovanni”.</p>
<p><a href="#_ednref15" name="_edn15">[15]</a> M. Foucault, <em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione,</em> Torino Einaudi 1976<em>,</em> p. 261.</p>
<p><a href="#_ednref16" name="_edn16">[16]</a> S. Dowd, Introduzione, <em>Scrittori dal carcere</em>, cit., p. 21.</p>
<p><a href="#_ednref17" name="_edn17">[17]</a> M. Foucault, <em>Dalle torture alle celle</em>, Cosenza, Lerici, 1979, p. 122.</p>
<p><a href="#_ednref18" name="_edn18">[18]</a> Cfr. J. Butler, <em>Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell&#8217;identità</em>, Roma-Bari, Laterza, 2013 [1990].</p>
<p><a href="#_ednref19" name="_edn19">[19]</a> E. Fassin, <em>Le vrai genre</em>, in <em>Herculine Barbin dite Alexina B</em>., Paris, Gallimard, 1978, p. 237.</p>
<p><a href="#_ednref20" name="_edn20">[20]</a> Sandro Mezzadra nel suo <em>La condizione postcoloniale</em> (Verona, Ombre Corte, 2008), rintraccia l&#8217;eredità del colonialismo nelle politiche europee di controllo delle migrazioni. A proposito di colonialismo, ecco quanto afferma Fernanda (foglio 25 dell’ <em>Intervista sul Carnevale</em> rilasciata a Iannelli e disponibile nell’Archivio del sito): “nella colonissasione del Brasile come lo sai che la popolasione brasiliana era indios e ogni rasa aveva un nome come qui in Italia c’è i napoletani sardi sisiliani”.</p>
<p><a href="#_ednref21" name="_edn21">[21]</a> <em>La figura di una donna</em>, “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, 1, settembre 1994, p. 4 (miei i corsivi).</p>
<p><a href="#_ednref22" name="_edn22">[22]</a> L’estratto è citato in esergo a G.Bianconi, <em>Mi dichiaro prigioniero politico</em>, Torino, Einaudi, 2003.</p>
<p><a href="#_ednref23" name="_edn23">[23]</a> L. Sciascia, <em>Incontro con Lotta continua (1978)</em>, “Lo Straniero”, 173, novembre 2014, p. 8.</p>
<p><a href="#_ednref24" name="_edn24">[24]</a> M. Moretti, <em>Brigate rosse. Una storia italiana</em>, Milano, Anabasi, 1994, p.141.</p>
<p><a href="#_ednref25" name="_edn25">[25]</a> L. Sciascia, <em>Incontro con Lotta continua (1978),</em> “Lo Straniero”, cit., p. 13. Per onore del vero &#8211; e in omaggio alla teoria degli opposti estremismi &#8211; Sciascia diagnosticava la stessa incompatibilità romanzesco-proustiana alla casta degli aristocratici <em>ancien-régime</em>: “Perché non ho mai letto un romanzo. Il romanzo è una sconvenienza, una volgarità […] non ricordo Marcel Proust. Anche in certi luoghi alti, che lei ancora non conosce, e dove mi aspettavo di dover rispondere dell&#8217;amore e dell&#8217;odio, la prima e sola domanda che mi hanno fatto è stata questa: ‘si ricorda di Marcel Proust?’. No, non mi ricordo: sono un&#8217;anima persa” (il brano è tratto dall’ <em>Intervista a Maria Sofia ultima regina di Napoli</em>, testo elaborato da Leonardo Sciascia per la serie radiofonica delle <em>Interviste impossibili</em>).</p>
<p><a href="#_ednref26" name="_edn26">[26]</a> M. Puig, <em>Il bacio della donna ragno</em>, Torino, Einaudi, 1978, p.87.</p>
<p><a href="#_ednref27" name="_edn27">[27]</a> Si parafrasa qui quanto è scritto nelle <em>Brevi note di contesto</em> premesse al racconto: “Per comunicare con Fernanda partecipai e contribuii al farsi della <em>nuova lingua</em>. Alla variazione, scritta e orale, che risultò dalla chimica delle nostre lingue materne. Il portoghese, l’italiano e il sardo”.</p>
<p><a href="#_ednref28" name="_edn28">[28]</a> La relazione epistolare con Guimarães Rosa ebbe inizio nel 1959 e durò per otto anni. Nel 1981 le lettere furono pubblicate con il titolo <em>João Guimarães Rosa: correspondência com o tradutor italiano Edoardo Bizzarri.</em></p>
<p><a href="#_ednref29" name="_edn29">[29]</a> Il passo si legge nella traduzione di Vincenzo Barca e deriva dall’articolo “Che Dio protegga il traduttore” di Davi Pessoa, ora in http://strademagazine.it/2013/01/20/che-dio-protegga-il-traduttore/</p>
<p><a href="#_ednref30" name="_edn30">[30]</a> Si riporta qui la definizione offerta da Bizzarri nel citato Glossario annesso alla sua traduzione del <em>Grande Sertão</em>: “Fuorilegge in un contesto socioeconomico che non permetteva il funzionamento effettivo della legge […] il <em>jagunço</em> presenta, quale figura umana, un’assai ricca gamma di situazioni umane, dall’idealista difensore degli oppressi al mero bandito di strada”.</p>
<p><a href="#_ednref31" name="_edn31">[31]</a> “Poi sono andato a leggermi subito, d’un fiato, il <em>Grande Sertão</em>” dichiarava Iannelli a pagina 5 del citato fascicolo del “Caffè”.</p>
<p><a href="#_ednref32" name="_edn32">[32]</a> Foglio 13 della citata<em> Intervista sul Carnevale</em>.</p>
<p><a href="#_ednref33" name="_edn33">[33]</a> G. Benvenuti, R. Ceserani, <em>La letteratura nell’età globale</em>, Bologna, il Mulino, 2012, p 160.</p>
<p><a href="#_ednref34" name="_edn34">[34]</a> La citazione, tratta da <em>João Guimarães Rosa: correspondência com o tradutor italiano Edoardo Bizzarri</em> , è riportata da Davi Pessoa nel citato articolo: “Che Dio protegga il traduttore”.</p>
<p><a href="#_ednref35" name="_edn35">[35]</a> Nel fascicolo intitolato al “Ritorno alla realtà”, numero 57 del gennaio- giugno 2008</p>
<p><a href="#_ednref36" name="_edn36">[36]</a> <em>Realitysmo </em>è un’altra definizione proposta, per gli esemplari narrativi coinvolti nel “ritorno alla realtà” negli anni zero del 2000 ed è presente, ad esempio, nel <em>Manifesto del nuovo realismo</em> di Maurizio Ferraris del 2012.</p>
<p><a href="#_ednref37" name="_edn37">[37]</a> M. Fortunato, S. Methnani, <em>Immigrato</em>, Milano, Theoria, 2006 [1990], p. 6</p>
<p><a href="#_ednref38" name="_edn38">[38]</a> <em>La figura di una donna</em>, in “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, cit., p 5.</p>
<p><a href="#_ednref39" name="_edn39">[39]</a> Trascrivo dall’intervista rilasciata nell’incontro organizzato presso “Il Cassero”, LGBT Center di Bologna, l’undici novembre del 2008 (disponibile in rete all’indirizzo:. http://www.puta.it/blog/2008/11/11/queer/reparto-trans-al-cassero)</p>
<p><a href="#_ednref40" name="_edn40">[40]</a> Sulla questione si veda: C. Segre, “Introduzione”, M. Polo, <em>Milione. Divisament dou monde</em>, Milano, Mondadori, 1982, pp. XII-XIII; V. Bertolucci Pizzorusso, “Introduzione”, M. Polo, <em>Milione</em>, Milano Adelphi, pp. IX-XXI</p>
<p><a href="#_ednref41" name="_edn41">[41]</a> Ancora dall’intervista bolognese per il Cassero del 2008: “sul piano del montaggio le docu-storie hanno una struttura narrativa che vuole applicare al documentario le scansioni narrative della fiction”.</p>
<p><a href="#_ednref42" name="_edn42">[42]</a> Più di trenta anni fa, Walter J. Ong prefigurava la comunicazione culturale del futuro all’insegna di una oralità di ritorno : “Solo ora, nell’era dell’elettronica, ci rendiamo conto delle differenze esistenti fra oralità e scrittura; sono stati infatti le diversità fra i mezzi elettronici e la stampa che ci hanno reso consapevoli di quelle precedenti tra scrittura e comunicazione orale. L’era elettronica è anche un’era di oralità di ritorno, quella del telefono, della radio, della televisione, la cui esistenza dipende dalla scrittura e dalla stampa”: W. J. Ong, <em>Oralità e scrittura</em>, Bologna, il Mulino, 1986 [1982], p 21.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ednref43" name="_edn43">[43]</a> J. D. Bolter, <em>Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura</em>, Milano, Vita e pensiero, 1993, p. 150.</p>
<p><a href="#_ednref44" name="_edn44">[44]</a> Si cita qui il verso della canzone<em> Prin</em><em>çesa.</em></p>
<p><a href="#_ednref45" name="_edn45">[45]</a> Né è mancata, tra le forme di riscrittura, la canzone: è del 1984 <em>Marco Polo</em>, il <em>concept album</em> del cantautore romano Flavio Giurato.</p>
<p><a href="#_ednref46" name="_edn46">[46]</a> “Con il concetto di rimediazione (<em>remediation</em>) da un decennio ci si riferisce alla necessaria interpenetrazione dei media in un contesto storico dove la digitalizzazione ha imposto la sostanziale convergenza di tutti i mezzi di trasmissione, di tutti i format comunicativi e dei codici semiotici entro un sistema interconnesso, interattivo e integrato, al punto che il contenuto dei media digitali sono tutti gli altri media” (S. Calabrese, Il romanzo della Globalizzazione, Enciclopedia Treccani on line, http://www.treccani.it/enciclopedia/il-romanzo-della-globalizzazione_%28XXI-Secolo%29/</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>3 incontri a Roma 3 sulle scritture contemporanee</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/10/21/3-incontri-a-roma-3-sulle-scritture-contemporanee/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2013 11:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[arti poetiche]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Marzaioli]]></category>
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		<category><![CDATA[Roma Tre]]></category>
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		<category><![CDATA[simona menicocci]]></category>
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					<description><![CDATA[Dipartimento di Studi Umanistici &#8211; Università Roma Tre &#124; via Ostiense 234-236 (metro B Marconi) Aula 2 ore 17:00 – 19:00. Nell’ambito dei seminari di Critica letteraria organizzati dal dott. Ugo Fracassa sono previsti tre incontri: Martedì 22 ottobre 2013: Le nuove scritture. Inquadramento di EX_IT, come evento complesso e possibile caso di nuova iniziativa auto-organizzata nell’ambito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<div style="text-align: center;"><span style="color: #444444;">Dipartimento di Studi Umanistici &#8211; Università Roma Tre | </span>via Ostiense 234-236 (metro B Marconi)</div>
<div style="text-align: center;"><span style="color: #444444;"><b>Aula 2 ore 17:00 – 19:00</b></span>. Nell’ambito dei seminari di Critica letteraria organizzati dal dott. <strong>Ugo Fracassa</strong> sono previsti tre incontri:</div>
<div></div>
</div>
<p><b><span style="color: #0b5394;">Martedì 22 ottobre 2013: Le nuove scritture.</span></b></p>
<div dir="ltr"><i>Inquadramento di <a href="http://eexxiitt.blogspot.it/p/exit.html" target="_blank"><b>EX_IT</b></a>, come evento complesso e possibile caso di nuova iniziativa auto-organizzata nell’ambito delle scritture italiane di ricerca, in rapporto al contesto francese e anglofono degli ultimi decenni. Riferimenti all’editoria italiana attuale</i>.</div>
<div dir="ltr">Relatore: <b>Marco Giovenale</b>.</div>
<div dir="ltr">°</div>
<div dir="ltr"><b><span style="color: #0b5394;">Martedì 19 novembre 2013: Tra ricerca e rielaborazione. </span></b><br />
<i>Analisi e storia delle forme sperimentali nella poesia e nella prosa contemporanee, e dei loro legami con la tradizione letteraria del Novecento italiano ed europeo. </i></div>
<div dir="ltr">Relatori: <b>Luigi Severi </b>e <b>Simona Menicocci</b>.</div>
<div dir="ltr">°</div>
<div dir="ltr"><b><span style="color: #0b5394;">Martedì 3 dicembre 2013: Il rapporto parola-immagine.</span></b><br />
<i>Dialoghi e sovrapposizioni tra differenti ambiti artistici. Altre possibilità di scrittura in alcune esperienze italiane e straniere tra linguaggi verbali, multimediali e audiovisivi. </i></div>
<div>Relatori: <b>Mariangela Guatteri </b>e <b>Giulio Marzaioli</b>.</div>
<div></div>
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