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	<title>Ugo Mattei &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Teatro Valle: una fondata occupazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2013 12:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Valerio Cuccaroni Sono tra i 5.300 soci della “prima istituzione del comune”: la Fondazione Teatro Valle Bene Comune, nata dopo 27 mesi di occupazione dell’omonimo teatro, collocato nel centro storico di Roma, a due passi da piazza Navona, e presentata in conferenza stampa giovedì 18 settembre.Era il 14 giugno del 2011 quando un gruppo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Valerio Cuccaroni</strong></p>
<p>Sono tra i 5.300 soci della “prima istituzione del comune”: la <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it ">Fondazione Teatro Valle Bene Comune</a>, nata dopo 27 mesi di occupazione dell’omonimo teatro, collocato nel centro storico di Roma, a due passi da piazza Navona, e presentata in conferenza stampa giovedì 18 settembre.<span id="more-46413"></span>Era il 14 giugno del 2011 quando un gruppo di intermittenti dello spettacolo, attori e attrici, registi, tecnici e altri lavoratori della conoscenza, penetrò, con un bliz, nello storico Teatro Valle, che, dopo i tagli dell’Ente Teatrale Italiano (ETI), rischiava di finire nelle mani di qualche speculatore immobiliare e di perdere la sua natura originaria, quella di teatro appunto. Si era all’indomani della vittoria dei <a href="http://www.acquabenecomune.org">referendum per l’acqua</a>, si cominciava ormai a parlare in ogni angolo d’Italia di “beni comuni”, termine che ha ritrovato con la nascita della Fondazione la sua vera accezione, mentre era a un passo da perderla definitivamente, usato ormai in tutti i contesti, molto spesso a sproposito – basti dire che è diventato persino lo slogan di un partito che ha rinnegato il suo passato comunista, come il Partito Democratico (ricordate la campagna “Italia bene comune”?), per abbracciare l’ideologia privatista e liberista.</p>
<p>Una volta occupato, al Teatro Valle si è sperimentata con i corpi, con il rischio dell’arresto, della privazione della libertà, la corretta definizione di beni comuni: beni che non appartengono né allo Stato, né ai privati, ma alle comunità che li adoperano per vivere. Vale la pena ricordare, peraltro, che il Teatro Valle non è stato il primo luogo culturale occupato con il preciso scopo di restituirlo a tutta la collettività, mantenendone la natura di spazio culturale e differenziandolo, perciò, in questo modo, dalla tradizionale esperienza dei centri sociali. Prima c’era stata l’esperienza dell’ex Cinema Palazzo (<a href="http://www.nuovocinemapalazzo.it">www.nuovocinemapalazzo.it</a>): lo ricorderete – il 15 aprile 2011, nel quartiere popolare e universitario di San Lorenzo, sempre a Roma, un gruppo di cittadini occupa la sala cinematografica di prossimità, che la speculazione edilizia voleva trasformare in un casinò. Il 16 febbraio dell’anno seguente una sentenza del Tar confermerà la legittimità e la giustezza dell’azione dei cittadini. Sebbene pochi lo sappiano, chi ha occupato il Teatro Valle si è rifatto esplicitamente a quella esperienza e non fa passare occasione per metterla sullo stesso piano, promuoverla, gemellarsi per iniziative comuni. Tuttavia, se l’ex Cinema Palazzo rappresenta un simbolo di come un quartiere possa riappropriarsi di uno spazio ritenuto vitale, l’occupazione del Teatro Valle ha assunto una portata più generale e internazionale, anche grazie a un intenso lavoro di ricerca e sviluppo, per così dire, a braccetto con esperti di vari settori, tra cui giuristi militanti come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, da cui è nata l’idea di creare una Fondazione che legittimasse l’esperienza compiuta in quello spazio. Sulla portata giuridica della nascita di questa istituzione, lascio che siano altri a esprimersi ma non possiamo nasconderci che è qui, in esperienze come questa, che sta prendendo forma la politica radicale del ventunesimo secolo. La Fondazione Teatro Valle ha avverato il sogno di Occupy Wall Street. L’eco di questa nascita è già internazionale.</p>
<p>Concludo con una nota biografica per cercare di mostrare da quali processi quotidiani nasca la mitopoiesi del Valle. La prima volta che sono stato al Teatro Valle Occupato, nel 2012, mi sono trovato nel bel mezzo di un’assemblea di gestione degli attori, registi e tecnici occupanti, e sono stato inviato ad assistere: ho trovato un gruppo intergenerazionale, coordinato per l’occasione, con piglio fermo e deciso, da Ilenia, attrice e ballerina che si può ammirare su Youtube in molti filmati dedicati al Valle; un gruppo che era già un punto di riferimento in Italia e all’estero (oltre a quella</p>
<p>dell’«Economist», molte sono state le visite di troupe provenienti da tutto il mondo per documentarne l’attività). In quell’assemblea si discuteva, oltre che di azioni di tango guerrilla e di gestione del servizio tecnico (i tecnici si lamentavano dell’eccessiva mole di lavoro e della scarsa organizzazione), del lancio della campagna per la creazione della Fondazione Teatro Valle Bene Comune. La campagna è stata poi condotta al grido di “cultura bene comune” e “la bellezza non può attendere”. E ora è entrata nella storia.</p>
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