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	<title>uguaglianza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg 912w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l&#8217;immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
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		<title>Deboli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 11:45:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Una breve premessa). Questo scritto nasce da un intervento per una presentazione del Laico Alfabeto a Firenze il 12 di febbraio, il giorno prima della manifestazione per la dignità delle donne in varie piazze d&#8217;Italia. Prendendo spunto dal libro ho messo insieme alcune mie brevi considerazioni sui diritti e sull&#8217;idea di uguaglianza. Non è norma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Una breve premessa). <em> Questo scritto nasce da un intervento per una presentazione del Laico Alfabeto a Firenze il 12 di febbraio, il giorno prima della manifestazione per la dignità delle donne in varie piazze d&#8217;Italia. Prendendo spunto dal libro ho messo insieme alcune mie brevi considerazioni sui diritti e sull&#8217;idea di uguaglianza. Non è norma generale in Nazione Indiana che un redattore recensisca il lavoro di un altro o ne parli diffusamente. Tuttavia è proprio in seno alle relazioni di stima e d&#8217;amicizia che spesso si è stimolati a ragionare su &#8220;se stessi&#8221; attraverso l&#8217;altro. Da una discussione e riflessione condivisa dunque parte questo pezzo per raggiungere altri lettori e pensieri. FM. </em></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Avendo tra le mani il <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875801045/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875801045&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Laico Alfabeto</em></a> di Franco Buffoni, è impossibile per me restare un lettore a distanza, che non si sente chiamato in causa per rispondere a questa semplice, fondamentale domanda: come si partecipa dell’altro. Entro in queste pagine da essere umano donna ed eterosessuale. La solidarietà verso una vaga idea dell’umano a cui essere fedeli o le norme della buona educazione, imparate come la tabellina, non mi bastano certo per dire che questo libro mi riguarda. Eppure questo libro <em>mi riguarda</em>. Come essere umano ragionevole e limitato so che non sarò sensibile a tutto il male che altri subiscono, che riuscirò ad empatizzare con il particolare, non con il generale.<span id="more-38275"></span> Però posso comprendere come questo avviene, così che la mia tolleranza non sia una blanda apparenza, un altro tipo ipocrita di consenso. In un approfondimento del libro, <em>Odio</em>, appare il concetto etologico di pseudospeciazione, ovvero l’attribuire ad altri esseri umani caratteristiche tali da brutalizzarli, abbassarli di valore fino ad estrometterli dalla specie. Far sì che non siano più che pezzi animali, oggetti, e che su di loro sia ammissibile la più alta violenza: quella capace di schiacciare l’altro a tal punto da renderlo irriconoscibile perfino a se stesso, togliergli ogni dignità, togliergli la parola – lo strumento per descriversi e quindi esistere in una società. È citato Agamben: “L’umano è ciò che può essere infinitamente disumanizzato”. Ciò che può venir tolto dal contesto delle relazioni, umiliato, ma per contro, anche ciò che ha un reiterato bisogno di descrizione, di potersi frammentare nella differenza, senza timore. Come donna il gradino inferiore dell’essere l’ho sperimentato, anche se vige il tentativo di collocare questa condizione in un’ombra del passato, da cui l’umanità civile e occidentale è finalmente libera … Bastassero le leggi e i discorsi edificanti per mutare le coscienze e ridefinirsi. Come donna vorrei dagli uomini la stessa cosa che gli omosessuali vorrebbero dagli eterosessuali: stare al fianco, al pari. Apro una parentesi sull’immediato contemporaneo: proprio in questo periodo in Italia c’è stato e c’è un gran discutere attorno alla dignità della donna (che è la dignità del paese), si è scesi in piazza, uomini e donne, si è detto a gran voce che per gli uomini era quasi più importante che per le donne presenziare alle manifestazioni del 13 febbraio scorso. Per gli uomini è importante trovarsi dalla parte delle donne, da qui in avanti, se così non è stato in precedenza. Ma perché? Perché al di là di schieramenti partitici e ideologici o di una più o meno superficiale presa di coscienza del fatto che un luogo civile è un luogo dove le diversità sono accolte o per, nobili, motivi affettivi e solidali verso donne a cui sono legati? Perché, al di là dell’evidente maschilismo – trasversale alle destre e alle sinistre – del paese; delle condizioni di lavoro cui sono sottoposte donne delle più disparate discipline e appartenenze, costrette a battersi per una loro riconosciuta indipendenza (di scelte e di pensiero); o del disagio che si dovrebbe provare, come è stato sottolineato, nel sentirsi considerati puttanieri all’avanguardia? Questi elementi già da soli sembrano esaustivi per sentirsi in piazza ogni giorno. Eppure il sospetto di una concessione benevola, affettiva appunto, che scende sulla donna dall’alto, non mi si toglie dalla mente. Cosa ha da imparare l’uomo, cosa lo riguarda, di ciò che è o è stata la donna? Resto sulla violenza. Il numero di casi di violenza subiti dalle donne, domestica, psicologica, fisica, è, come noto, assai alto, provoca sdegno in ogni individuo decente, e, oltre il contingente del suo attuarsi, porta con sé la fatica traumatica di parlarne, rompere la vergogna, cercare un conforto. Mi chiedo quale dinamica si innesca quando la vittima di una violenza da parte di un uomo, magari di stampo sessuale, è un altro uomo. Un uomo che in quel momento partecipa di un destino in apparenza diffuso principalmente tra le donne. Un uomo che nell’umiliazione fisica, nella perdita del controllo sul suo proprio corpo, diventa una donna, nella medesima condizione. Questi casi esistono, molti di noi ne avranno incrociati alcuni, e sprofondano spesso in un silenzio che va oltre il trauma e la vergogna che vive la donna. Mentre rientrano a pieno titolo nel mondo concreto del possibile, stanno quasi sempre al contempo in quello linguistico dell’impossibile. Non sono una sociologa né una psicologa e non ho strumenti per argomentare in modo esauriente, mi limito alla sfera dell’esperienza e a porre una semplice questione: che sia la fragilità il punto di convergenza, la lezione da apprendere, ciò che infine chiama ad una responsabilità individuale, ad una cura di se stessi, che passa necessariamente per il riconoscimento degli altri. Scrive l’autore alla voce <em>Spiritualità</em> “Ateismo significa un’immagine diversa e contro-intuitiva del mondo, della specie umana, delle sue origini e delle origini delle altre specie. Significa imparare che siamo soli: nessuno ci ha voluti, nessuno ci ha amati. Ciò aumenta a dismisura la nostra responsabilità di uomini”. E conclude: “Il mio obiettivo è disancorare la <em>pietas</em> della metafisica cristiana e valorizzarla riportandola al significato che le era proprio nella cultura classica: <em>pietas</em> come virtù civile; renderla ‘eredità umana’ nella tolleranza, nello stato di diritto, nella ragionevolezza, nell’ateismo come valore”. Il principio di ragionevolezza strettamente legato al senso di responsabilità si fonda dunque nella nostra finitudine, la stessa che aveva ben presente <em>Leopardi</em> (altra voce del libro e del dialogo), sostenendo una visione non teleologica della vita, che, proprio in virtù di questo, non esclude affatto il bene. Lo include in un sentimento di uguaglianza, di impietosa parità: non posso alleviare l’altrui sofferenza o umiliazione, ma posso conoscermi un’altra volta in essa. Superare il fondamento identitario ed esclusivo del noi contro il loro, imparare lo spossessamento o, addirittura, lo stato di vittima e da qui non tormentarsi nella tristezza, ma, come si può, senza urlare, alzarsi in piedi. Alzarsi in piedi, essere ciò che si è – ovvero sentirsi liberi nella propria auto-descrizione, non condizionati, repressi da chi tenta il potere davvero violento, davvero pericoloso, della lingua universale. Avere coscienza del fatto che si è ciò che si è perché continuamente sottoposti ad un processo di dis-identificazione, per cui si prende atto e ci si distacca da contesti storico-sociali, ci si esercita alla <em>negative capability</em> di John Keats, al dubbio e all’incertezza come alla vera forma dello stupore davanti a ciò che dell’umano si riesce a dire. Porre attenzione perfino agli aggettivi, ribadendo con fermezza che la discriminazione verso soggetti che non si siano resi colpevoli di nessun crimine verso un altro è di per sé ingiusta, senza doverlo sottolineare, prevedendo così che ne esista una contestualizzabile come giusta (vedi nel libro alla voce: <em>Tradizione</em>). Tornando allo specifico ed estrapolando dall’approfondimento <em>Identità</em>: “La felice sintesi di Giovanni Dall’Orto (“Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è.”) è la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche e idealistiche. Perché nel momento in cui ci si chiede se si “nasce” o si “diventa” omosessuali (o mancini) si sottintende che ci sia “una causa”: come per le patologie, per le malattie. Se si “è”, si smette di cercare “cause” e ci si limita – al più – alla descrizione dei fenomeni”. So che per essere ciò che sono dovrò dis-identificarmi a partire dai contesti più intimi e cari: la famiglia ad esempio, il primo luogo dove un omosessuale può percepirsi come mostro, e questo proprio a causa della rete di amore e premura in cui si trova invischiato. L’amore degli altri può risultare letale come l’odio, senza riconoscimento. La lingua generale, i condizionamenti sociali ostacolano un po’ tutti, ma in qualcuno lo scontro – o il trauma – è più evidente: è a questo tipo di individuo che occorre guardare allora, rovesciando i rapporti di forza, per non cedere, ripudiare in qualche forma più o meno esplicita il proprio cammino, cadere nel mutismo dell’oppresso. Di Franco Buffoni ho un libro nel cuore più di ogni altro – è per me un romanzo di formazione scritto in poesia, <em>Il Profilo del Rosa</em>. Tra i versi dei testi ne spicca uno conclusivo, splendido per rigore e semplicità, che potrebbe stare in esergo anche a questo altro libro, che mi ripeto (perché le parole sono tutto ciò a cui ci si può tenere), guardando la mia infanzia e il mio vissuto, cercando di proiettarlo un po’ più avanti e trovando l’immagine di un altro bambino, distante solo per quell’illusione che si chiama tempo, chino sui suoi compiti di scuola, lontano dai giochi dei compagni. “Vincerai tu. Dovrai patire”. Ecco come si supera la sofferenza, l’ingiuria, la difficoltà: lasciando che sia parte dell’esserci, potendo dire all’altro &#8211; sei mio simile perché come me subisci, come me <em>finisci</em>, e tuttavia come me sei capace di restare dritto, di prendere congedo dall’autorità del passato, delle tradizioni, del senso comune e vivere la tua storia personale.</p>
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		<title>Uguaglianza for dummies</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Sep 2010 05:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[christian raimo]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/documenti.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/documenti-150x150.jpg" alt="" title="documenti" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-36734" /></a></p>
<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star Wars, va alle feste dei giovani e dice: “Diffidate da coloro che non vi fanno ridere” (i leader di sinistra), raccontando una barzelletta su Hitler redivivo che ci lasciava gelidi già vent’anni fa, la prima volta che l’abbiamo sentita; mentre sul suo settimanale di famiglia Chi tra agosto e settembre, sono usciti due profili agiografici di Piersilvio e Marina, ossia di quelli che sembrano davvero (in nome di una dawkinsiana conservazione del gene egoista) i futuri candidati premier del Pdl, corredati da foto a petto nudo e – notare bene – un paio di schede del papirologo Aristide Malnati che così commentava le immagini dei corpi palestrati: “Selvaggia bellezza a cavallo di una tecnologica moto d’acqua tra le acque cristalline di Bermuda ricorda Galatea, la più bella fra le Nereidi, dalla pelle bianco latte” (Marina) e “Il suo fisico da atleta ricorda Achille, il famoso eroe greco, un semidio invidiato dagli umani e temuto dagli dei. A capo del popolo dei mirmidoni, si distinse per imprese epiche, che culminarono con il trionfo sul rivale Ettore a Troia” (Piersilvio); mentre all’interno del patto di sindacato del Corriere della Sera acquista sempre più potere il padrone di cliniche filo-berlusconiano Giuseppe Rotelli, e ogni tanto sulle pagine del Corsera si possono trovare interviste come quella a Marina Berlusconi del 10 settembre che si scaglia contro gli eroismi a tassametro (di Vito Mancuso) e rivendica un ruolo per sé da manager che sta salvando l’Italia; mentre insomma pare sempre di più che gli ultimi fuochi di questo reame di tycoon de’ noantri non saranno gli ultimi, cosa fa la sinistra? Scrive documenti.<span id="more-36733"></span></p>
<p>Nelle ultime settimane (dopo la breve moda delle lettere) ne sono usciti un bel po’. Se ve li siete persi e avete un pomeriggio libero, potete rimettervi in pari e recuperarli in rete o in libreria: c’è il discorso finale di Bersani alla festa democratica, c’è il manifesto dei “giovani turchi” intitolato Tornare avanti, c’è il documento dei 75 della non-siamo-una-corrente di Veltroni, è appena uscito il libro di Sergio Chiamparino per Einaudi, La sfida; e ne seguiranno a breve degli altri, è abbastanza prevedibile.</p>
<p>L’aspetto comune più evidente a tutti e quattro (facciamo anche quattro e mezzo, se ci mettiamo il discorso di Fini a Mirabello, che per tempi e forme assomiglia molto a un proclama d’opposizione al governo) è proprio l’aver preso atto dell’oscurarsi ulteriore dei tempi bui, e quindi la convergenza delle analisi: il momento che stiamo vivendo, si dice e si scrive, non mostra solo i tratti di una crisi di maggioranza, ma lo stadio terminale dell’età berlusconiana. Ergo, in una specie di gara d’enfasi per descrivere l’apocalissi imminente, si cita ovunque come immagine simbolo del disgusto per questo impero in sfacelo il recente circo di Gheddafi, e si parla di crisi di sistema, di crisi conclamata, di crisi strategica, di crisi antropologica, di crisi arrivata a un punto di non ritorno&#8230;</p>
<p>In questo senso, ma quindi per fortuna, la discussione politica a sinistra sta provando a fare un salto di livello, pur con tutti i limiti delle capacità retoriche (il lirismo veltroniano, il partitismo bersaniano, il politichese dei giovani turchi&#8230; ). La progettazione politica non può riguardare solamente alleanze e emergenze parlamentari, ma deve darsi un orizzonte teorico e storico più ampio; questo lo si è capito. E allora un altro elemento di convergenza presente nelle analisi è proprio quello che evidentemente non può sfuggire allo sguardo di chiunque: l’Italia è un paese mortalmente diviso. Tra giovani e vecchi, Nord e Sud, poveri e ricchi, dipendenti pubblici e lavoratori autonomi, uomini e donne&#8230; Giustapposta all’unità centocinquantenaria che va festeggiata da qui all’anno venturo, la frantumazione sociale e civile non fa proprio una bella figura; e i richiami a un progetto comune, a un risveglio italiano, a una condivisione d’intenti, a una co-decisione, si sprecano.</p>
<p>Fatta la tara di queste convergenze forse un po’ generiche, va segnalata anche la non-ovvietà di certe posizioni. Il richiamo forte a una tradizione politica, per esempio, che si contrappone a quel gusto “nuovista”, da reset della storia, che aveva contaminato il Pd alla fondazione: non solo la Costituzione di Bersani, ma anche il dibattito politico degli anni ’70 per Chiamparino, o la Prima Repubblica per quelli di Tornare avanti. O l’attenzione magicamente risorta per la giustizia sociale, sempre un po’ adombrata a dire il vero dall’accento dato alla rivendicazione dei diritti civili, ma sufficiente per esempio, per fare pronunciare il sindaco di Torino (nel capitolo prima del peana a Marchionne&#8230;) in favore di una specie di reddito di cittadinanza. O anche l’insistenza per un recupero di una politica che sia anche critica economico-sociale piuttosto che semplice indignazione à la Grillo su questioni di sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo. Grumi di marxismo, per dire, sparsi qua e là, che fanno sottolineare ai giovani turchi, per esempio, come il centro della loro analisi politica parta da un dato inaggirabile: “Negli ultimi venti anni, in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44”.</p>
<p>Ci sarebbero dunque alcuni piccoli motivi di conforto; al di là del fastidio per i protagonismi alle volte patologici (non solo Veltroni tornato a gamba tesa, ma che dire anche di un Matteo Orfini che rilascia sul Fatto un’intervista in cui proclama di non aver mai perso le primarie: quali scusa?) e al di là dello sconcerto rispetto allo pseudo-stalinismo della segreteria Pd, per cui alle critiche di Renzi da parte dei dirigenti si risponda con dei questionari inviati per e-mail sul gradimento di Bersani. Comunque, ci sono questi piccoli segnali di incoraggiamento; perché forse sta cominciando a avvenire un confronto sulle diverse visioni della società che non è stato molto possibile ai tempi della fondazione del Lingotto e delle primarie Bersani vs Franceschini e Marino. E devono arrivare ancora i contributi più pesanti: quelli di Renzi e Civati e compagnia, che si incontreranno a Firenze il primo weekend di novembre, la campagna delle primarie che organizzerà in un modo o nell’altro Vendola, e forse – buttiamola là – anche la discesa in campo di un “papa straniero”, una personalità della società civile (Altrimenti perché Veltroni ne avrebbe evocato l’avvento se non aveva già un nome in mente da investire al momento giusto? Si tratta di Montezemolo? Si tratta allora di Roberto Saviano, con cui farà un’iniziativa a Pollica il 25 settembre, accompagnato anche da Fini?)</p>
<p>Questo cauto ottimismo però si spegne nel momento in cui si è finito di leggere tutte queste pagine. Ci si ferma un momento, si riflette su quello che ci ha convinto e quello che si potrebbe obiettare, e si prova alla fine un senso inequivocabile di insoddisfazione, una perplessità radicata. Che cos’è? A che cos’è dovuta? L’impressione è che la lucidità con cui si faccia diagnosi della crisi politica non sia altrettanto utile per la terapia. Detta in modo molto spiccio, a leggere le parole di Veltroni, Fioroni, Bersani, Orfini, Fassina, Orlando, Chiamparino&#8230; un po’ ci si annoia, ci si emoziona poco, sembra roba già rifritta, non riesce a scattare un’immedesimazione empatica. Ci si fa l’idea che nonostante i tentativi di cercare di andare oltre, di iniettare speranza, di richiamarsi a un risveglio italiano, a un “tornare avanti”, non si riesca a trovare il modo di scalfire quel senso comune per cui Berlusconi e Bossi incarnano perfettamente un ideale condiviso. Primum, ma anche secundum et tertium: se stessi. Pensare al proprio benessere, fregarsene se il mio collega sta male e non si può curare, il mio vicino di casa ha un lavoro pessimo o è disoccupato, il maestro di mio figlio è sfruttato da vent’anni anni da una scuola che non ha i fondi. E se non mi interessa quello che fa il mio prossimo, perché dovrei fregarmene di chi vive in un’altra regione d’Italia? Perché dovrei sentirmi affratellato ai destini comuni dell’umanità? Perché dovrei pensare al futuro delle prossime generazioni? Perché dovrei preoccuparmi di popoli che subiscono l’incubo della desertificazione o del riscaldamento globale?</p>
<p>Su questo la destra italiana, cinica, cafona, impudicamente razzista, egoista, “territoriale”, è tuttora vincente. E lo sarà per molto. Se non si riesce a comprendere che l’elemento essenziale che manca a un discorso di sinistra è un altro: è la dimensione utopica. Un’utopia che spezzi, rovesci, cancelli l’ideale reazionario di un mondo esclusivo in cui ci si possa fare con comodità e indifferenza i fatti propri. Paradossalmente il vegliardo barzellettiere e l’uomo del popolo vestito di verde ancora incantano gli italiani proponendo ad libitum le repliche della realtà immaginaria di due regni utopici (regni appunto, in cui la successione avviene come per le casate dinastiche: Marina, Piersilvio, e il Trota). Uno è il sogno della televisione, la Fantasilandia delle barche in Costa Smeralda e delle luci degli studi di Cologno Monzese, barzellette volgari e risate registrate a gò gò, un’atmosfera da Repubblica Sociale in fondo (vi ricordate Salò o le 120 giornate di Sodoma, in cui i gerarchi fascisti raccontavano compulsivamente barzellette e si sbellicavano dalle risate? E non avete presente quel gioco pervertito che protraevano fino alla morte: non vi ricorda il sadismo dei reality?); l’altro è quella terra da fantasy di quart’ordine che si chiama Padania, con le scuole costellate di simboli druidici, le tradizioni degli aneddoti del bergamasco che dovrebbero sostituire i programmi di storia, una popolazione di immigrati da considerare come casta di cittadini di riserva. Sono cieli fatti di specchietti per le allodole, fate morgane di serie c, in certi casi assomigliano a delle distopie post-apocalittiche, ai mondi nuovi huxleyani: ma i sogni di Berlusconi e Bossi conservano la capacità di affascinare, di muovere consenso, di persuadere ancora.</p>
<p>La dimensione che allora la sinistra dovrebbe recuperare è quella di un’utopia meno ingannevole e cheap, ma che si basi su due valori banalmente progressisti che sono invece dolorosamente latitanti in tutti questi documenti: l’uguaglianza e l’internazionalismo. Un’uguaglianza di tutti i cittadini, che non sia solamente parità dei diritti, maggiore accessibilità ai servizi, etc…, ma sia anche quel principio in nome del quale, per esempio, si può trovare rivoltante che Marchionne guadagni 400 volte di più di un dipendente Fiat. E un internazionalismo per cui, sempre per fare un esempio facile, si potrebbe cominciare a capire che le battaglie per la scuola o per il lavoro sono lotte di tipo globale, e lo sfruttamento di un operaio indonesiano mi riguarda sia quando compro un paio di sneakers a 10 euro sia quando delocalizzano lì la produzione della fabbrica in cui lavoro.</p>
<p>Il vero punto dolente allora è tutto qui: è che per riuscire a convincere qualcuno della realtà di un sogno occorre che prima io stesso ne sia ammaliato. Berlusconi e Bossi sono i testimonial più  credibili del sogno bijou che mi stanno vendendo. I leader della sinistra dovrebbero cominciare a credere loro per primi che un mondo (un intero mondo) con più uguaglianza è, oltre che possibile e giusto, anche meraviglioso.</p>
<p><em>(pubblicato sul </em>manifesto<em> il 27/09/2010)</em></p>
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		<title>La salute è uguale per tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 13:42:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[appello]]></category>
		<category><![CDATA[clandestini]]></category>
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		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Curare gli indigenti, soprattutto i bambini, è un dovere deontologico per tutti i medici, ma è un imperativo etico per un paese civile. Non cancelliamo con un decreto un diritto costituzionale …&#8221; chi di questi ti sembra stato il prossimo di colui che fu ferito dai briganti ?&#8221; Quello rispose &#8220;chi ha avuto compassione e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Curare gli indigenti, soprattutto i bambini, è un dovere deontologico per tutti i medici, ma è un imperativo etico per un paese civile.<br />
Non cancelliamo con un decreto un diritto costituzionale </p>
<p>…&#8221; chi di questi ti sembra stato il prossimo di colui che fu ferito dai briganti ?&#8221;<br />
Quello rispose &#8220;chi ha avuto compassione e si è preso cura di lui&#8221;<br />
ed Egli disse &#8220;va e fa anche tu lo stesso&#8221; (Vangelo secondo Luca)</em></p>
<p><strong>Appello promosso dalla Segreteria Provinciale FIMP<br />
( Federazione Italiana Medici Pediatri ) di Modena </strong></p>
<p><span id="more-11588"></span></p>
<p>L&#8217;art. 32 della Costituzione Italiana sancisce come diritto fondamentale dell&#8217;individuo il diritto alla tutela della salute e garantisce agli indigenti il diritto alle cure gratuite, anche nell&#8217;interesse della collettività.</p>
<p>Il DL 286/ 98 all&#8217;art. 35 prevede la gratuità delle cure urgenti ed essenziali anche agli stranieri non iscritti al SSN, privi di permesso di soggiorno, e privi di risorse economiche e non prevede nessuna segnalazione, salvo i casi di obbligatorietà di referto, come per i cittadini italiani. </p>
<p>La Lega Nord &#8211; Padania ha presentato attraverso 5 Senatori un emendamento che prevede l&#8217;abrogazione del comma 5 dell&#8217;art. 35 e abolisce la gratuità della prestazione urgente ed essenziale agli stranieri non iscritti al SSN e privi di risorse economiche, e propone inoltre l&#8217;obbligo per le autorità sanitarie di segnalarli all&#8217;autorità competente.</p>
<p>I Pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP ( Federazione Italiana Medici Pediatri ) operanti nel SSN, sottoscrittori di questo appello,<br />
ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro :<br />
esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l&#8217;abolizione del diritto alla cura. </p>
<p>Ritengono inoltre che la segnalazione all&#8217;autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato. </p>
<p>Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti &#8220;per Decreto invisibili e senza diritti&#8221; in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con<br />
L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11. 1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno. </p>
<p>Richiedono quindi a tutti i colleghi Pediatri, a tutti i Medici, agli Operatori Sanitari e a tutti i Cittadini Italiani ai quali stanno a cuore i fondamenti dello stato sociale e la solidarietà di sottoscrivere questo appello. </p>
<p><strong>Per firmare <a href="http://appelli.arcoiris.tv/salute/" target="_blank">qui</a></strong></p>
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