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	<title>Umberto Saba &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nella mia giovanezza ho navigato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Aug 2012 09:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Borlenghi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Trieste chiama Trieste: per il mio compleanno del 1963 qualcuno mi regalò Mediterranee, di Umberto Saba (Trieste 1883 &#8211; Gorizia 1957), collana Lo specchio di Alberto Mondadori, copertina rigida di colore uniforme, marrone chiaro. Sono andato ieri, 55 anni esatti dalla morte del poeta, a ripescarlo e ho letto, cosa che forse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/umberto-saba1-216x300.jpg" alt="" title="umberto-saba" width="216" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-43333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/umberto-saba1-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/umberto-saba1.jpg 600w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" /><br />
Trieste chiama Trieste: per il mio compleanno del 1963 qualcuno mi regalò <em>Mediterranee</em>, di <strong>Umberto Saba</strong> (Trieste 1883 &#8211; Gorizia 1957), collana <em>Lo specchio</em> di Alberto Mondadori, copertina rigida di colore uniforme, marrone chiaro. Sono andato ieri, 55 anni esatti dalla morte del poeta, a ripescarlo e ho letto, cosa che forse non avevo mai fatto, la lunga lettera indirizzata appunto “Caro Alberto” che Saba premette alla raccolta, con amicizia e affetto per l’editore. Una parte di questa lettera contiene considerazioni sulla poesia, che ripropongo qui, perché, pur se formulate in un linguaggio che consideriamo datato, mi pare possano essere un utile contributo a un discorso sulla poesia, che non è mai &#8211; giustamente &#8211; risolto e che ancora conosce una notevole pluralità di approcci. La lettera si riferisce esplicitamente alla poesia “Ulisse”, endecasillabi sciolti, l’ultima della raccolta, databile agli anni 1945-46, che dunque qui vi copio.</p>
<blockquote><p><em>Nella mia giovanezza ho navigato<br />
lungo le coste dalmate. Isolotti<br />
a fior d’onda emergevano, ove raro<br />
un uccello sostava intento a prede,<br />
coperti d’alghe, scivolosi, al sole<br />
belli come smeraldi. Quando l’alta<br />
marea e la notte li annullava, vele<br />
sottovento sbandavano più al largo,<br />
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno<br />
è quella terra di nessuno. Il porto<br />
accende ad altri i suoi lumi; me al largo<br />
sospinge ancora il non domato spirito,<br />
e della vita il doloroso amore. </em>
</p></blockquote>
<p>Ed ecco il testo della parte finale della lettera-introduzione:</p>
<p>&#8220;Voglio raccontarti, già che ci sono, quello che mi è accaduto, ancora uno di questi giorni, con un giovane letterato, persona a te nota, ed a me carissima.<br />
Ero seduto con lui al Caffè; egli leggeva alcune delle <em>Mediterranee</em>, che avevo appena, con amorosa cura, ordinate e trascritte. <em>Ulisse</em> era una di queste poesie. La poesia, nel suo complesso, gli piacque. Ma ecco che, come ne rileggeva il primo verso, vidi Aldo Borlenghi fermarsi ed arricciare il naso. Il verso dice:<br />
<em>Nella mia giovaneza ho navigato </em><br />
Gli chiesi il perché del suo visibile disappunto. Mi rispose che il verso non era « bello »; lo trovava anche troppo « scoperto ». Ora quel verso (tecnicamente ineccepibile) non è, in sé stesso preso, né bello né brutto; è solo un inizio, che vive in funzione del componimento di cui fa parte, dei dodici versi che lo seguono, ai quali dà e dai quali prende rilievo. Non è né « brutto » né « scoperto »; è semplicemente « immediato », non cioè passato attraverso nessun alambicco di nessuna, più o meno sapiente, più o meno di moda, deformazione letteraria. Dice, con rara spontaneità, quello che deve dire, nel modo più semplice e diretto possibile. Diventa bello (molto bello anche, e felice) quando, nella memoria del lettore, fa corpo col resto della poesia.<br />
Guardavo la faccia del mio interlocutore. Bella era; e, nel senso nobile della parola, mediterranea. Consunta, logorata e segnata da qualche interna difficoltà a vivere; negli occhi — dietro gli occhiali, chiarissimi — un estremo d’intelligenza sembrava unirsi ad un estremo di malinconia. La sua faccia — che mi ricordava uno di quei paesaggi toscani troppo e da troppi secoli elaborati dalla mano dell’uomo, diventati avari — concordava esattamente col suo giudizio. Quell’uomo doveva necessariamente aver paura di un’immediatezza come di una bomba; ammirare — come egli stesso volentieri confessa — assai più Petrarca che Dante. Era, in una parola, un petrarchista. Soffriva di un male, europeo per estensione, ma italiano alle origini; e di questo male almeno, io, nato agli estremi confini della patria, o non ho mai sofferto, o solo, e non in profondità, nella mia prima giovanezza. Attraverso l’innocente verso citato e la disapprovazione che esso suscitava in Aldo Borlenghi, mi sono persuaso una ultima volta che gli italiani (che sono nella loro vita istintiva e — vedi Verdi — nella musica, uno dei popoli più immediati della terra) non sopportano, in poesia, la vita, senza averla preventivamente uccisa e mummificata. Perché poi questo processo (che essi chiamano di « astrazione lirica », ed io di « congelamento » o di « involuzione ») sia avvenuto proprio per la poesia, oggi come oggi, o non lo so ancora, o non voglio ancora dirlo. Ma che sia avvenuto è certo; come pure è certo che va cercata in esso una delle ragioni sia, in generale, del loro — sotto la varietà delle apparenze univoco — petrarchismo, sia, in particolare, della, fino a ieri almeno, contrastata fortuna della mia poesia. Altre, per quanto mi riguarda, ve ne furono; ma di queste mi propongo di parlare nel difficile libro che sto per te scrivendo, e che s’intitolerà Storia e cronistoria del “Canzoniere”.<br />
Ti saluto, caro Alberto. E faccio voti che non ti preoccupi troppo della « crisi ». Anche questa passerà, la gente ritornerà a comperare libri, e tu venderai perfino <em>Scorciatoie e Raccontini</em> del tuo<br />
aff. Umberto<br />
Milano, maggio 1946.&#8221;</p>
<p>[<a href="http://progettimediamarialuigia.xoom.it/progettimediamarialuigia/TesoroWeb/Allievi%20famosi/Nuovi%20all%20famosi/aldo_borlenghi.htm">qui</a> brevi notizie su Aldo Borlenghi]</p>
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		<title>Ai viandanti voglio ricordare. . . .</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 12:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Saba]]></category>
		<category><![CDATA[Verso casa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi UMBERTO SABA, Nino Spagnoli 2004 Fondazione CRTrieste, AIAT Trieste Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura (tratto da qui) . . . . voglio ricordare le parole di un uomo che ho avuto l&#8217;onore di incontrare in forma di statua nella sua amata Trieste. E&#8217; uomo che si raccoglie delicatamente e si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/sabadispalle.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/sabadispalle-152x300.jpg" alt="" title="sabadispalle" width="152" height="300" class="alignright size-medium wp-image-7434" /></a><br />
UMBERTO SABA, Nino Spagnoli 2004<br />
Fondazione CRTrieste, AIAT Trieste<br />
Comune di Trieste – Assessorato alla Cultura<br />
(tratto da <a href="http://www.triesteturismo.net/ita/tipicno">qui</a>)</p>
<p>. . . . voglio ricordare le parole di un uomo che ho avuto l&#8217;onore di incontrare in forma di statua nella sua amata Trieste.</p>
<p>E&#8217; uomo che si raccoglie delicatamente e si conduce a casa, dopo un andare per vie, breve o lungo che sia poco importa, in un ritrovare vie già percorse eppure nuove e strane ora che si è visto altro.<br />
Ripercorrere nuovamente la sua città, nota fin dall&#8217;adolescenza, non basta a ritrovarsi integro dopo un viaggio, perché l&#8217;altrove fa diverso ciò che pure già conoscemmo &#8220;fino al più remoto cantuccio&#8221;.<br />
E&#8217; necessario &#8220;entrare nella nostra stanza, chiuderla&#8221;. E in quel &#8220;nostra&#8221; v&#8217;è tutto e solo quell&#8217;uomo che porta a casa la sua anima.<span id="more-7433"></span></p>
<p>Devo ringraziare Paola Mastrocola che, in <em>La scuola raccontata al mio cane</em> (Guanda, 2004), libro che per altri versi mi ha irritata e delusa e di cui forse scriverò altrove e altrimenti, di alcune di quelle parole fa dono a me e al mondo.<br />
E devo ringraziare Antonio Sparzani ogni volta che, come in questo caso, trova la fonte anche laddove viene negletta e manca di essere nominata.</p>
<p>Le parole che voglio ricordare ai viandanti sono custodite nei versi che Umberto Poli (in arte Saba) compose per la poesia <em>Verso casa</em>. Sta nella raccolta <em>Trieste e una donna</em> (1910-12)[1], subito alle spalle di <em>Trieste</em>, nota e ben più famosa lirica. Eccole:</p>
<p><strong>VERSO CASA</strong></p>
<p><em>Anima, se ti pare che abbastanza<br />
vagabondammo per giungere a sera,<br />
vogliamo entrare nella nostra stanza,<br />
chiuderla, e farci un po&#8217; di primavera?</p>
<p>Trieste, nova città,<br />
che tiene d&#8217;una maschia adolescenza,<br />
che di tra il mare e i duri colli senza<br />
forma e misura crebbe;<br />
dove l&#8217;arte o non ebbe<br />
ozi, o, se c&#8217;è, c&#8217;è in cuore<br />
degli abitanti, in questo suo colore<br />
di giovinezza, in questo vario moto;<br />
tutta esplorammo, fino al più remoto<br />
suo cantuccio, la più strana città.<br />
Ora che con la sera anche si fa<br />
vivo il bisogno di tornare in noi,<br />
vogliamo entrare ove con tanto amore<br />
sempre ti ascolto, ove tu al bene puoi<br />
volgere un lungo errore?</p>
<p>Della più assidua pena,<br />
della miseria più dura e nascosta<br />
anima, noi faremo oggi un poema.<br />
</em></p>
<p>[1] Umberto Saba, Tutte le poesie, a c. di Arrigo Stara, Meridiani Mondadori, Milano 1994, p. 90.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/umbertosabaduplice.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/umbertosabaduplice-300x274.jpeg" alt="" title="umbertosabaduplice" width="300" height="274" class="alignright size-medium wp-image-7435" /></a><br />
Nell&#8217;illustrazione una foto di Saba e la statua a lui dedicata nei pressi della sua libreria. La pipa della statua è stata rubata due volte, e il Comune ha deciso di non rimetterla più.</p>
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