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	<title>un&#8217;altra vita di johnny tossi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Rivendicazione di Matilde Famularo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 15:22:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aurora Maturáno]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[un'altra vita di johnny tossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Molti anni dopo Ascona la riscatta dalle quinte. Quattro suoi componimenti aprono Le voci contro, antologia dedicata dal critico ticinese a poeti non solo defunti e inediti, né semplicemente vissuti nell’incertezza d’essere o non essere artisti ma deceduti ognuno con violenza, oltraggiati nella morte o scomparsi senza lasciare salme. L’isola, Il viaggio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_43805" aria-describedby="caption-attachment-43805" style="width: 840px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class=" wp-image-43805 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/OnceyCaballitoD.O.-1024x410.jpg" alt="" width="840" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/OnceyCaballitoD.O.-1024x410.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/OnceyCaballitoD.O.-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/OnceyCaballitoD.O.-700x280.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/OnceyCaballitoD.O..jpg 1712w" sizes="(max-width: 840px) 100vw, 840px" /><figcaption id="caption-attachment-43805" class="wp-caption-text">Plaza Once y Caballito, D.O.</figcaption></figure>
<p>di<strong> Davide Orecchio</strong></p>
<p style="text-align: left;">Molti anni dopo Ascona la riscatta dalle quinte. Quattro suoi componimenti aprono <em>Le voci contro</em>, antologia dedicata dal critico ticinese a poeti non solo defunti e inediti, né semplicemente vissuti nell’incertezza d’essere o non essere artisti ma deceduti ognuno con violenza, oltraggiati nella morte o scomparsi senza lasciare salme. <em>L’isola</em>, <em>Il viaggio</em>, <em>Fabbrica</em> e <em>Maledetto Perón</em> arredano lo zibaldone di Ascona (compendio di annegati e pugnalati, fucilati, sciolti nell’acido, smembrati e sparsi tra terra e mare – poeti purosangue) e li compose Matilde Famularo. Il mondo letterario ci si rifà gli occhi. S’innescano raccolte personali, traduzioni, traduzioni di traduzioni. I suoi manoscritti causano aste tra editori, ma lei che li vergò con grafia di attaccabrighe è morta da vent’anni, è svaporata. Non può vedere come quei necrofili si sbranino.<span id="more-43804"></span></p>
<p style="text-align: left;">La sua non è arte per tutti. Al festival di Roma l’attrice Natalia Quarzo imbocca con buona volontà la <em>Cantata dei balordi</em> ma non arriva alla fine. Fermata dallo schifo quando è l’ora di pronunciare la “catilinaria”, abbandona il palco che il pubblico fischia e una critica, in realtà giornalista, in realtà cronista che da un po’ recensisce libri e l’appongono su tutte le fascette scriverà che “ci voleva più coraggio”. Ha ragione: la bravura che mise Famularo nell’esprimere la furia tocca a chi sceglie di leggerla. Pochi si confessano arrabbiati. Se ognuno lo è “perché l’idrofobia nella sua costanza è umana” (G. Fahndel, <em>Beabsichtigungen über Mensch und Gesellschaft</em>, 1982, p. 261), nove su dieci si fingono mansueti e silenziano la collera tra i cuscini del privato. Ancora in vita e allergica alle ipocrisie della maggioranza, Matilde descriveva la moltitudine di “defalcati e senza patata” con l’insolenza di chi si consumerà presto. Lei era diversa.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>A sei anni scopre la forza della propria ira</strong> sulla spiaggia di Scari, non la più bella ma approdo dell’isola dov’è nata e vive. Laggiù la sabbia è nera e d’estate s’infuoca: per alleviare il dolore ai piedi Matilde salta su una pietra che seppure rotonda la ferisce in un piccolo varco tra pelle e carne. Lei che non s’accontenta di gridare prende il ciottolo e gli mostra i denti, scorticandosi lo graffia e lo getta in mare. Ecco che è venuta a galla la follia, punto debole o rimedio?, diciamo “una natura” che le si scoperchia e la stupisce e inorgoglisce pure, perché è sua, “perché sono fatta così e nessuno è fatto come me”. La volontà non c’entra nulla, invece la reazione sì. Dov’è un ostacolo lei si precipita e picchia e gli addebita un disegno. Dal ciottolo in su la lista è lunga. Ha molti nemici tra porte, pareti e pavimenti dove sbatte o cade. Dappertutto c’è un’anima. Sbucciarle un ginocchio è un insulto: la bambina risponderà con la furia dei tacchi. Legni e intonaci che l’hanno ostruita prenderanno calci come pugnalate, e le urla di un’orda. Le maniglie che le incrostano polsi e gomiti subiscono sberle e pugni. Sputa su ogni macchinazione delle cose, che non hanno diritto di ferirla.</p>
<p style="text-align: left;">Nel mezzo di una mare profondo, blu e calmo, bestemmia la medusa che l’ha punta con uno strazio che allontana pesci e pescatori.</p>
<p style="text-align: left;">Scivola sulla scale ripide che portano al faro di Strombolicchio: mentre il ginocchio fiotta qualche goccia di sangue, Matilde impreca sull’aria che respira e maledice.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La sua pelle è già bruciata dal sole</strong> i cui raggi di nascosto le scavano come cunicoli sul volto rughe disposte a mostrarsi molto dopo nella vecchiaia che Matilde non conoscerà. Figlia di pescatore vive in un’isola che non ha corrente elettrica con sei fratelli oltre al padre, due cani e una nonna manesca in una tana ai piedi della chiesa di San Vincenzo, accoccolata insieme a parecchie nel punto più riparato e se non geometricamente, geograficamente antitetico rispetto alle bocche del vulcano che colano lava dall’altra parte del cono. Per chi veda dall’alto si mostra una mescolanza di calcestruzzo e pietra, una fratellanza di tetti senza colore abbracciati nella china all’ombra del tempio, rifugiati nel suo soccorso mentre la montagna spara fuoco. Vita elementare comandata dalle stagioni dove il pesce fresco è il cibo dell’estate oppure d’inverno lo si tira fuori dal ghiaccio per condirlo con cipolle, erbe diverse e olive nere. La madre è morta prima di tutto questo quando Matilde aveva tre anni e nel suo letto la donna aspettava e il sangue le colò dalla bocca e il braccio le scivolò sui fianchi. Ecco l’innesco del quaderno poetico che riempie tra i tredici e i quattordici con le sole forze della seconda elementare e non lascia spazio che a proteste. Dove maledice tutto. Maledice i denti che cadono, le croste di sangue, le unghie spezzate, il fiato della nonna, le bestemmie del padre, il mal di gola e la febbre, l’odore della cacca, le pustole del morbillo, maledice il dolore, ogni graffio subito, l’incomprensibile gergo del padre, la puzza del suo corpo, maledice gli abiti del padre, le scarpe del padre, le mutande del padre, “che non voglio lavare, che non voglio annusare mai più”, gli scogli affilati e neri che raschiano i piedi, il vulcano, i suoi rumori e la sua cenere. Mischia l’acuzie del dialetto a una lingua di rossori e timida. L’intruglio è una gengiva appena spaccata dal dente, irrorata di sangue.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La nonna le viene incontro</strong> sulla piazza della chiesa alla fine di un giorno di arsure. Le chiede: <em>È vero che ci odi?</em>. È falso: Matilde Famularo non odia nessuno. Odia i processi, gli effetti e le cause, le nuvole quando desidera il sole, il sole quando desidera l’ombra, il freddo quando vorrebbe stare al caldo e l’incontrario, le spine di pesce nel palato, gli inciampi e le cadute, le offese inflitte al suo corpo, odia quando si scopre a odiare. Spesso è esausta per essere così burbera e pensa che presto si fermerà, si accuccerà, non si rialzerà mai più e invece cresce finché adesso ne ha diciassette, bidella in una scuola di Lipari –  prese un traghetto per l’isola maggiore, trovò una branda presso cugini in una casa di Lingua, comprò un camice grigio e zoccoli –. Pulisce bagni e pavimenti, agita campanelli, spolvera le sedie e i banchi. Non vista spia le lezioni del maestro Gaetano Volante, unico per tre classi, messinese che di anni ne ha quaranta, particolarmente devoto alle poesie di D’Annunzio e mentre lui insegna impara anche Matilde. Riempie quaderni che ormai sono a decine. Ha maturato una lingua che, come noterà Scalzelli (<em>Poesia regionale italiana</em>, vol. 2, 1983, p. 75), è un “miracolo di autodeterminazione, frutto ostinato spuntato nell’arido”. La rabbia inizia a tradursi in concetti come i suoni in melodie, i grugniti in proteste o desideri o speranze. L’umore si fissa nell’invettiva, trova la sua strada. Ogni notte almeno una pagina di quaderno. Ogni controra altrettanto. Poesie senza metrica né rima. Pensieri di carta. Nasce adesso la fortuna postuma di Famularo ma lei non lo sa, sa solo che detesta i seni che quando si sdraia nuda le si allargano senza pudore ma non cascano, anzi sembra che ascendano, che una bocca invisibile li succhi per i capezzoli verso l’alto. Matilde se ne vergogna, cammina curva nel sacco del camice. Odia pure il sedere, che dallo specchio le sembra cresca un giorno dopo l’altro e vorrebbe schiacciare come biancheria in valigia.</p>
<p style="text-align: left;">Un giorno le cade un quaderno, l’ultimo e incompleto, sulle maioliche del corridoio a scuola. Passa il maestro Volante e lo nota. O guarda il petto di Matilde che si sporge per raccoglierlo? O s’accorge di entrambi? Ma di quale per primo? Non c’è risposta. Però lui si china, prende il taccuino e glielo porge. Ecco il contatto. Volante <em>ha visto</em> Famularo.</p>
<p style="text-align: left;">Camminano sulla spiaggia tra mucchi di reti salate da cui pendono sugheri e gusci di granchio. Matilde si ripara dal vento con una mantella di lana. Volante la riscalda col braccio. Incespicano nella sabbia e nelle pietre. A ogni inciampo lei sorride. Il vento le screpola le labbra. Il vento è anche la musica dell’incontro. Volante indossa un cappello di feltro e una giacca di lana nera. Sono seri. La vita è seria.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Io che ho quarant’anni e ho avuto tre donne, studiavo i poeti, </em><em>insegno per due soldi</em> <em>e avevo cento speranze, oggi ti scelgo.</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Io che so da dove vengo e nient’altro (pietre nere e pesci essiccati sopra, cenere, lava, mio padre), accetto che tu mi prenda con te. </em></p>
<p style="text-align: left;">Il due luglio del sessantasette sono sposati. Lasciano Lipari per Messina, Messina per Villa San Giovanni, Villa San Giovanni per Roma. Non è una luna di miele.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Buenos Aires<br />
</strong>Prendono un aereo. Atterrano a Ezeiza. Escono dall’aeroporto. Il freddo parla un’altra lingua e piove. Salgono su un autobus. Percorrono una steppa divisa dalla strada, interrotta da fidanzamenti di baracche. Da principio le spelonche sembrano  branchi di animali, poi a mano a mano che l’autobus prosegue nel tragitto si avvicinano in gruppi fitti e crescono in altezza, finché dei tuguri di lamiera non c’è più traccia e nemmeno della campagna, e i cani ora abbaiano tra casupole senza intonaco. “Le persone sono scure e hanno strani occhi che si affacciano sugli zigomi come le donne ai balconi”, non tutte le persone – annota Matilde – ma molte di quelle che ha visto.</p>
<p style="text-align: left;">Passa un mese e vivono nel quartiere di Villa Soldati. Della casa che abitano si vedono i mattoni, come uno che vada in giro senza scarpe o coi pantaloni sciolti. Il tetto è di lamiera e una delle due finestre – quella della cucina, che dà su una strada chiamata Varela – si chiude con una persiana di cartone che non ripara dall’odore della discarica. La casa appartiene a Jorge Gravano, capocantiere che paga il salario di muratore a Volante ma sottrae l’affitto e le spese dell’acqua e per la luce. Volante cercava in Argentina un cugino che aveva promesso miracoli, ettari di terra da coltivare a sud di Córdoba oppure vigne fertili al confine col Cile. Non l’ha trovato. Volante (non più maestro) quando rincasa non apre bocca. Sostiene – non ora, perché adesso tace, ma in un altro momento nel quale ha lasciato detto che&#8230; – la stanchezza gli ha tolto le parole. Non legge più libri. Gli piace dare ordini e lo fa coi gesti. Mangia la cena, si addormenta. Nel sonno fa rumori con la gola, lo stomaco e lo sfintere. Quando ha un po’ di desiderio prende Matilde senza chiedere prima. La fruga come un possesso. Le preme sull’inguine senza dolcezza e con urgenza. Matilde, che non odia gli uomini ma solo le cose che non stanno al posto loro, abbassa gli occhi per schiudersi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Lavora in una fabbrica d’insaccati su Castañares</strong>. Ha compiti d’inserviente. Pulisce i bordi delle tinozze dove versano la mortadella fusa, asciuga il liquido colato per terra e già un po’ solido e gommoso. Spazza via i resti dei maiali, raccoglie in sacchi le unghie, gli occhi, le orecchie, le froge. Ogni tanto vomita. Si porta l’odore della fabbrica a casa. Lo sente nelle narici mentre cucina, nelle mani; quando si scorda, ha un soprassalto se l’avverte di nuovo e pensa che è <em>come un intruso che spia nell’ombra</em>. Per cucinare deve farsi forza. Poi arriva Volante stremato e gli apparecchia. Non mangiano assieme. Matilde preferisce cenare sul letto. Beve dalla tazza, raccoglie pane dal piatto, versa le molliche sul grembo e sul rimbocco ma non se ne accorge perché l’unica lampadina è spenta (“se posso sto al buio, dove non vedo niente e neppure la mia condizione”). Volante che odia le molliche viene a letto, infila le gambe sotto al lenzuolo e quelle lo graffiano, chiede cos’è già sapendolo, poi urla e tira un pugno sulla schiena di Matilde (nell’urto risuona tutto il corpo di lei). In altre occasioni è mansueto e cerca perdono. Una domenica alla Recoleta scoppia a piangere, ammette il disastro, s’inginocchia per terra, nasconde il viso nel ventre di Matilde, geme che lei è troppo giovane e lui troppo vecchio, mormora di separarsi. Lei però lo stupisce: <em>Abbiamo fatto bene a venire. Eravamo vermi su un’isola</em>. Poi una richiesta: <em>Potresti non picchiarmi più?</em> Suo marito si commuove, le prende le mani e le bacia. In quanto alla preghiera, non sarà esaudita.</p>
<p style="text-align: left;">Passa del tempo la cui irrilevanza è un contenitore di azioni mancate e volontà inespresse (che per Matilde Famularo significa non scrivere) e da qualche parte nel maggio del sessantanove gli studenti protestano sull’asfalto di Corrientes finché uno di loro resta per terra, sparato. L’episodio per Volante vale una pagina di giornale letta al bar che lui commenta così: <em>sparo meritato, li ammazzassero tutti</em>. Qui Matilde scopre un nuovo lato del marito che si sente uomo d’ordine, nostalgico di qualsiasi dittatura (anche di quelle che devono ancora arrivare) e al posto giusto in Argentina dove il regime non cerca rimpianti, esiste. Grossa sorpresa cui si somma in coincidenza e come partorita da una nuvola la caduta dal cielo di un muratore che stuccava l’intonaco esterno della fabbrica – poco prima le aveva parlato usando ogni strumento dell’espressività di un volto, il gioco di labbra e sopracciglia, il gonfiarsi e sgonfiarsi delle guance, la capacità di aggrottarsi della fronte, e adesso è quasi un cadavere con pochi fremiti e sangue. Lei impallidisce, quasi sviene. Implora che lo aiutino. Il tonfo del corpo l’ha assordata. Qualcun altro invece solleva il macello e lo carica su un furgone; sangue e carne ruzzoleranno per sterrati lontani.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La critica non ha stabilito nessi</strong> e Matilde Famularo non ha biografi (chi ammucchia queste righe dà solo l’impressione di esserlo), ma non si può considerare un caso che nel coevo <em>Quaderno delle delusioni</em>&#8230;<em> </em></p>
<p style="text-align: left;">(<em>1 &#8211; Opera furibonda, ha intimidito tutti. Riportarne brani fedelmente è impossibile per chi è abituato al rispetto delle convenzioni. Queste pagine parlano una lingua infernale. Solo ascoltarla &#8211; leggerla &#8211; perde e costringe a ritrovarsi. Nessun coraggio è all’altezza di riprodurla. Quindi che nessuno s’illuda: le virgolette non vestono la voce di Matilde, non ne sono che la versione aiutata, la diluizione di un succo.</em>)<em> </em></p>
<p style="text-align: left;"><em>&#8230; </em>elenchi “obblighi, costrizioni, fatti merdosi” come “svegliarsi all’alba, preparare per l’Indegno, andare in fabbrica”, come “lavorare dieci ore” nella “putrefazione della speranza, nel marciume della felicità”. “Perché siamo poveri?”, chiede. “Perché soffriamo? Perché i violenti sono violenti? L’Indegno è violento e il padrone pure. I meschini spalleggiano. Le vicine si coprono le orecchie. I colleghi guardano altrove. I poliziotti perquisiscono e spalleggiano. Le strade sono sporche. La sporcizia della casa non posso pulirla. Il letto mi odia. I vestiti mi fanno brutta. Vorrei altri vestiti. Vorrei cappelli e calze di seta. Nel mio quartiere solo facce violente. Perché ho mal di schiena? Le ginocchia non dovrebbero guaire. I fianchi non dovrebbero piangere. Le mani non dovrebbero gemere e la colpa è solo tua”, dice come rovesciandogli fango addosso a un creatore del quale ometto il nome per rispetto di chi legge e si ritrova da qualche parte una fede, ma con questo tradisco l’irriverenza di Matilde Famularo che dinanzi alla rabbia e alla verità sacrificava il pudore e infatti scrive che “il maledetto è il colpevole che abita lassù, non nella mia baracca, non nelle ville di Belgrano, non nell’isola dove morì mia madre e perché morì mia madre? Perché ascoltai il suo rantolo? Perché vidi il suo sangue?”. Dal decimo foglio al ventesimo tutto un elenco di soprusi che come ha notato Scalzelli “slittano dal privato al pubblico, dalle mura domestiche all’arena del lavoro in una sorta di precosciente furia operaia e femminista. In realtà lista di torti e vendette insieme, voce di una vittima che s’immagina carnefice”.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Protesta per i diluvi di Buenos Aires, gli stupri, la sordità</strong>, il lezzo della fabbrica, il vomito, la morte, la vita non goduta, lo schiavismo, le mutande strappate, le calze strappate, le tenerezze mai conosciute, la madre che non ebbe tempo, la prigionia del lavoro, la libertà dei ricchi, le percosse di Gaetano Volante e annuncia: “L’Indegno sia fracassato in ogni suo osso e rimbalzi mollemente verso la latrina per tramutarsi in merda, ma gli resti il naso così che possa annusarsi. A ogni capo taglino la testa e poi piscino in bocca. Al Capo dei capi taglino a fette il sedere come un prosciutto. Alle donne che fanno finta di non sentire quando l’Indegno mi sventra strappino le unghie e gliele ficchino dove so io. A mio padre che non ha mai scritto da che sono partita, che non chiede e non offre io auguro che i polpastrelli divengano braci. A tutti quelli che non amano e pretendono amore la pelle si essicchi e li sorprenda, ormai cartepeste, la morte. Il cancro arrivi solo a chi se lo merita. Che i ricchi sbiadiscano, che i potenti stingano, che i militari si sciolgano sotto la pioggia e le loro armi si liquefacciano come giocattoli di cioccolato. I dittatori penzoleranno. Le fabbriche funzioneranno da sole. Gli operai non lavoreranno ma saranno pagati il doppio. Il cibo sarà buono e non ci gonfierà la pancia. Le malattie saranno abolite. Allargherò le gambe solo se ne varrà la pena”.</p>
<p style="text-align: left;">Al buio nella casa su Varela un uomo chiude la finestra e vi allaccia il cartone per ripararsi dagli sguardi. Coi capelli bianchi di calce scivola verso il letto. Respira su un corpo che l’attendeva, poi lo rovista. Entra dove non è il benvenuto. Si agita goffamente, sapendolo. Resta dove s’è ficcato il necessario per essere felice. Ma quando gli sembra che la felicità sia arrivata, s’accorge che è qualcos’altro. Anche se volesse scoprire cos’era (un sentimento? Un furto? Un saccheggio?), non potrebbe: è già tutto finito.</p>
<p style="text-align: left;">“Ecco il nostro limite peggiore: i fatti ci schiacciano e le malattie ci aggrediscono. Navighiamo a vista su di un mare nero pieno di trappole. Tutto questo sembra durare in eterno ma naturalmente, se l’universo potesse parlare, sosterrebbe che non siamo mai esistiti. O che in quell’attimo (il <em>nostro</em> attimo) lui era altrove” (Vuillarde, 1970).</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La guerra<br />
</strong>Anni, mesi, giorni e ore sono latte scaduto, arance guaste, mele col marcio marrone e molle. Tanto vale frullarli, centrifugarli, estrarne il liquido. Gettare le bucce, scartare la polpa. Se si compie l’operazione per decine di questi putrefatti, il ricavo è non più di un bicchiere, forse due. Se ne versi il contenuto in un altro bicchiere attraverso la scrematura di un passino. Con un coltello si asperga la spuma tanto inutile quanto amara. Quello che resta è la vita al netto delle scorie. Il tempo senza il tempo perduto. Per questo (non occorre spiegare altro) è già il settantacinque (non molto né poco prima, che stanno nella spazzatura con le cocce) quando la mano di Matilde ha perso la fede e stringe una pistola e lei che non ha più di un cognome, quello che le diede suo padre, adesso spara e cento metri più in là due poliziotti si abbassano nella polvere. Matilde spara di nuovo. I poliziotti stanno quatti. Arriva una moto. L’uomo che la comanda le grida di salire e lei si getta sul sellino. Partono verso la foresta di Acheral.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il paesaggio è cambiato</strong>. Boschi e montagne di Tucumán rimpiazzano Buenos Aires città di lamiere. Una militante dell’Erp sta al posto di una sguattera. Matilde non più Volante e di nuovo Famularo pulisce fucili, carica pistole, accudisce dinamite, dorme in tenda, cambia branda ogni notte, sogna il nemico, si sveglia tra i ruscelli, mangia coi compagni, sta di sentinella, inumidisce gallette, legge gli scritti di Santucho, sa a memoria Guevara, crede ciecamente ai compagni, crede ciecamente al Vietnam argentino, crede ciecamente alla lotta rivoluzionaria, pensa alla finta democrazia di Isabelita Perón e sputa. Un anno fa venne nella foresta, due anni fa assaltò una banca, tre anni fa conobbe il tipografo Arturo Coloccini che le insegnò la militanza e per lui, che le offrì un amore biodegradabile e a rapida scadenza, abbandonò Volante ubriaco in qualche bicocca. Adesso Coloccini è già sbiadito e Matilde quando può scende nei villaggi dei contadini, urla slogan col megafono, regala cibo e vestiti, apparecchia la rivolta dei braccianti; però quelli l’ascoltano poco. È il periodo della “rabbia morale e politica”: la definizione si deve ad Ascona che l’ha anche datato nel triennio settantadue-settantacinque. Vi appartiene per intero il <em>Ciclo delle disgrazie</em> insieme a componimenti come <em>Ricordare Trelew</em>, <em>Alzati compagno!</em>, <em>Alba operaia</em>, <em>Magisterio di Córdoba</em>, dove Matilde, compiuta la metamorfosi (secondo Scalzelli visse un  anno intero mendicando nella via Florida, ma lo studioso adduce prove insufficienti e fonti inverosimili), si vota alla generazione dei futuri scomparsi. Vive tra i monti. Non ha perso la rabbia dell’isola, ma la scaglia contro nuovi nemici. Le cose non ne sono più degne. La sua furia è cresciuta. Sulle gambe di venti quaderni s’alza un odio mai letto in poesia. I quaderni li ha tutti con sé, da Buenos Aires non ha portato altro. Ogni tanto ne declama brani ai compagni di follia che la chiamano menestrella e ridono, oppure riflettono su quanto hanno ascoltato e diventano seri.</p>
<p style="text-align: left;">Ascona, nella <em>Nota critica su Matilde Famularo</em> (<em>Le voci contro</em>, p. VI) evidenzia la “rarefazione dei concetti” e un “verso ormai del tutto visuale” dove la collera non ha più bisogno di invettive, saziata dalla cosmogonia delle scene.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Una calca chiede il diritto di voto</strong>; al di sopra di migliaia di teste e pugni sollevati, dal suo balcone un ottuagenario in abito da sera e rughe scruta quel tappeto e s’accarezza le medaglie sul bavero. Sul pavimento di una fabbrica come altre cento fabbriche un uomo e una donna in tuta da lavoro strisciano da direzioni opposte e verso il centro raccogliendo su corpi e tessuti un liquame che potrebbe essere petrolio o grasso di macchinario, ma che forse è sangue condensato; ciechi l’uno per l’altra non possono riconoscersi, mentre tutto il resto lo vedono bene. Un coltello preme nella carne lacerata l’uniforme, la camicia, la canottiera, la peluria e l’epidermide: lo impugna una mano callosa, lo spinge un’intenzione di vendetta; quindi la scena si replica per tutte le uniformi e i coltelli d’Argentina, la cornucopia di casacche va in brandelli, le sagome che vestivano si accasciano e un coro esulta. Squadre di pallottole danzano incontro ai morituri come damigelle verso i cavalieri al ballo delle debuttanti, un valzer infuoca la corsa – è un’altra vendetta. Piccole bombe dilaniano singoli corpi, ordigni più grossi maciullano intere caserme.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Ogni quadro ha la sua morte da irrigare</strong>. Sotto i piedi – come lava, come acqua, come polvere – formicolano i perché. <em>Perché hanno fame? Perché quegli stracci? Perché sono così tanti e restano deboli? Perché non si vendicano, non aggrediscono, non si alleano? </em>Pagine stipate di ideologia, rancore politico, succhiate giù dal fardello sociale che mira dritto all’abisso e le porterebbe con sé nella morte se di quando in quando la calligrafia di Matilde, che sembra un corsivo, un carattere dell’antichità, non liberasse un’immagine munita di volo, visione che tira la zattera sulla superficie dell’acqua così che galleggi su correnti poetiche. Perciò ecco l’esercito dei bambini angelici che disarmano i militari con l’oro degli sguardi (uno dei ritratti più noti di Famularo). Le donne del porto in rivolta confiscano il pescato ai mariti che rientrano dal mare: lo gettano in acqua, lo seppelliscono tra i flutti. Un vecchio malato s’alza di scatto dal giaciglio dell’ospedale, strappa i tubi dal corpo, riscatta il pene dalla cannula, lacera i cerotti e chiede libertà – che gli tolgano il respiro. Ecco gli <em>Stati di grazia</em>, dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i cittadini assistono al ricomporsi delle fattezze (come una sagoma che sorge dal buio, come un essere che si manifesti dal nulla ma per gradi). In un caffè della Diagonal a un tavolo prima vuoto adesso siede Cristina; nessuno l’ha vista entrare, nessuno la vede da tempo. Lei che era morta per tutti, sorseggia una birra. Héctor compra il giornale su Rodriguez Peña: due anni prima l’ultimo che lo vide, vide un uomo braccato da belve. Il guerrigliero Octavio Riccetti, stando alla cronaca maciullato da tre mitragliatrici e poi dato in pasto ai cani, entra in un cinema su Corrientes: compra un biglietto per <em>Effetto notte </em>e s’infila in sala.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Poco prima del tramonto, dopo un giorno di lotta, angoscia e fuga</strong>, Matilde passeggia nella selva facendo finta di perdersi. Gioca alla bambina nel bosco. Ma felci e canneti non la spaventano. Giusto il crepuscolo, un po’. Si mette a sedere ai piedi di una ceiba sfruttandone il tronco come uno schienale. Al riparo del legno si pacifica e respira. Posa la pistola sull’erba. Slaccia le scarpe e le sfila. Toglie i calzini, rinfresca i piedi. Sbottona la giacca militare. Scioglie i capelli dal fazzoletto sudato. Riposa. <em>Dall’isola a qui il viaggio è stato lungo. Ti è servito a qualcosa? Non avresti potuto essere un po’ meno arrabbiata? Forse avresti trovato un uomo migliore. E a cosa ti è valso tutto quell’odio? La so io la risposta: a ficcarti in una guerra</em>. Questo corsivo non consegna pensieri appartenuti a Matilde ma al compilatore (non autore, né fratello, mai poeta, intruso) che adesso sulle zampe di un lombrico sale dalle radici alle spalle di Matilde fino al ramo più alto dell’albero, e da lì vola via sotto l’ala di una civetta, che poi abbandona per l’ala più grande di un aereo capace di volare nel tempo (smascherandolo) e guarda un’ultima volta la piccola Famularo addormentata sotto la pianta e finalmente la comprende.</p>
<p style="text-align: left;">Era innocua. Non avrebbe alzato il dito su nessuno e per questo si armò, solo per difendersi. Chi sa quanti uomini l’avrebbero desiderata e fatta felice. Invece rimediò un vecchio carnivoro, e poi gente di passaggio. Colpa della sua mitezza.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Ballata di Tucumán<br />
</strong>È arrivato l’esercito. Sono passati solo pochi mesi. Matilde si nasconde nel cuore del bosco. I bracconieri le danno la caccia. Mangia insetti, dorme tra l’erba alta. Sospetta anche il vento e le stelle cadenti. Attende il nemico. All’alba lava gli occhi con la rugiada. Di notte si riscalda nella terra. Di giorno vive in un cespuglio e scruta. Ricorda il passato. Spera di vivere ancora. Ascona e Scalzelli concordano nel datare lo stadio tra il settembre e il novembre del settantacinque. Né c’è dissidio tra i due critici nel collocarvi l’ultimo componimento della poetessa, cinque pagine anonime il cui si titolo si deve ad Ascona: <em>Ballata di Tucumán</em>. Chiudono il quaderno che Matilde insieme agli altri notes affiderà a Ines Bernardini, cuoca e compagna di strada degli erpiani ma diversamente da loro destinata alla salvezza (fuggirà dalla selva col lascito poetico, quindi tratta in salvo da un prete di Catamarca, espatriata in Bolivia, ruzzolata in Brasile e gettata in Italia). Per alcuni nella <em>Ballata</em> l’arte di Famularo raggiunge la vetta. Ma se l’Indice del Sant’Uffizio esistesse ancora, dell’opera non rimarrebbe che cenere. Altrove nelle creazioni di Matilde il ricorso alla bestemmia si consuma nell’accidentalità di un punto esclamativo; qui diventa un costume, l’abito che si veste ogni giorno. “In forma scritta, l’odio non è mai stato espresso meglio” (Scalzelli, <em>On Matilde Famularo’s Poetry</em>, in V. Kottke (a cura di), <em>Arts and Society</em>, Boston, 2001, p. 189). “La <em>Ballata</em> è una macchina inventata per ferire, costruita con un numero infinito di lame e altrettante trappole emotive” (Ascona, <em>Introduzione</em> a Matilde Famularo, <em>Opere complete</em>, Torino, 2009, p. XXI).</p>
<p style="text-align: left;">È probabile che sia stata composta nei giorni della macchia, dopo un falso allarme, prima di una minaccia, nell’eco perpetuo degli spari che s’avvicinano. Ma questa Furia dimentica la politica, evita la superficie dei fatti, lascia le imprecazioni consuete contro il qui e ora e, colta dalla malinconia dell’exit, sceglie di colpire le usurpazioni del tempo, le malattie mortali, gli amori mancati, gli amici invisibili, i figli impossibili, le ferite senza causa (inferte di notte, scoperte al mattino), le carezze mai ricevute, le case dove l’autrice non abiterà mai, le comodità mai godute, i piaceri mai provati, la povertà, il bisogno, la necessità di sperare, l’obbligo di scordare. Cosa merita una bestemmia?: la sfortuna, la tristezza, ogni culo di sacco, tutte le prigioni, i secondini, i torturatori, il potere, gli ordini e l’obbedienza, il potere travestito da chiesa, il lavoro senza costrutto, la schiavitù, la morte dei bambini, la morte delle madri, la longevità dei tiranni.</p>
<p style="text-align: left;">“Ho messo le proteste in un sacco. Ho aggiunto dinamite al sacco. Ho infilato il sacco in un razzo che partirà per lassù e lassù esploderà”.</p>
<p style="text-align: left;">(<em>2 &#8211; Vale il chiarimento della nota 1.</em>)</p>
<p style="text-align: left;">A esergo della <em>Ballata</em>, la poesia smette di cantare e la rabbia si quieta. Compare una prosa. È l’ultima scrittura di Matilde prima della morte, dove ammette di non essere stata “felice”: “Sono nata ignorante e povera e per fuggire da quell’inizio ho commesso un mucchio di errori. Per campare ho pulito cessi e pavimenti e se, per miracolo, la mia vita dovesse durare altri cento anni, credo che li passerei a pulire ancora latrine”. Ma riconosce di avere incontrato almeno una fortuna nella “capacità di imprimere parole sui fogli”, che le ha “placato il rancore”. Affida i suoi venti quaderni alla cuoca Ines, senza troppe illusioni: “Nessuno li pubblicherà ma non importa, sono serena. Non ho mai scritto per vedermi pubblicata. Quando scrivo, <em>io sono</em>. Nell’avere scritto, <em>io sono stata</em>. Ho esercitato il mio diritto di esistere, incidendo una tacca di me nel libro del mondo”.</p>
<p style="text-align: left;">L’arrivo dei militari interrompe la chiosa. Si veda il manoscritto originale della <em>Ballata</em> riprodotto nelle <em>Opere complete</em>: lo sigilla un graffio d’inchiostro verticale, come se la penna avesse deciso di ammutinarsi e scappare verso sud dove termina il foglio. Un fossile fu una creatura vivente e il suo ultimo istante è intrappolato in una pietra. Così la fine di Matilde è incastrata in uno sgorbio. Il frastuono delle armi, le urla dei compagni, la penna scivola via e Famularo – non resta altro da aggiungere – è morta.</p>
<p style="text-align: left;">(Già pubblicato su <em>Nuovi Argomenti</em>, 48, 2009)</p>
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		<title>Post da altre vite possibili di D.O.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/10/08/post-da-altre-vite-possibili-di-d-o/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 12:49:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Aurora Maturáno]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Kis]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Conrad]]></category>
		<category><![CDATA[Poirot]]></category>
		<category><![CDATA[Stati di grazia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio STATUS DEL VERROBLOGGER E ora che sono il verro spero che il mondo abbia posto per me. Che ci sia spazio nel mondo per il verro attraverso i pensieri e desideri del verro. Che il mondo accetti il mio lavoro e riposo attraverso il mio pensare e desiderare lavoro, riposo. Per non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_43427" aria-describedby="caption-attachment-43427" style="width: 226px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-43427     " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/iguana.jpg" alt="" width="226" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/iguana.jpg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/iguana-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /><figcaption id="caption-attachment-43427" class="wp-caption-text">Questa iguana ama le albicocche, D.O.</figcaption></figure>
<p style="text-align: left"><strong>di Davide Orecchio</strong></p>
<p style="text-align: left"><strong>STATUS DEL VERROBLOGGER</strong><br />
E ora che sono il verro spero che il mondo abbia posto per me. Che ci sia spazio nel mondo per il verro attraverso i pensieri e desideri del verro. Che il mondo accetti il mio lavoro e riposo attraverso il mio pensare e desiderare lavoro, riposo. Per non dire di sogni e ambizioni. E se il mondo sarà <em>anche</em> il verro, troverà facile pretendere giustizia per il verro ossia <em>anche</em> per sé, <em>id est</em> per me.</p>
<p><span id="more-43420"></span></p>
<p style="text-align: left"><strong>PADRE ANTONIO<br />
</strong><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/padreantonio-15.00.56.mp3">LE COLLINE DEL BASSO LAZIO</a></em></p>
<p style="text-align: left"><strong>POST DELL&#8217;IGUANA<br />
</strong><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/margarita.mp3">BORDO PISCINA</a></em></p>
<p style="text-align: left"><span style="color: #ffffff">&#8230;</span></p>
<p style="text-align: left"><strong>AURORA MATURÁNO </strong><strong>RACCONTA LA SUA STORIA, incipit<br />
</strong><strong>(<em>Alemania, 1965</em>). English Version<br />
</strong><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Tonight.mp3">TONIGHT<br />
</a></em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Everything-in-silence.mp3">EVERYTHING IN SILENCE<br />
</a></em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/I-came-running-to-Agudo.mp3">I CAME RUNNING TO AGUDO</a></em></p>
<p style="text-align: left"><strong>NON SONO DAVIDE ORECCHIO<br />
</strong><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Non-sono-io.mp3">NON SONO IO</a></em></p>
<p style="text-align: left"><strong>IL SEGRETO DI JOSEPH CONRAD<br />
</strong><em>Londra, 15/10/1925<br />
</em><em>All’attenzione di Mrs. J. Gidford, National Central Library</em></p>
<p style="text-align: left"><em>Gentile signora,</em></p>
<p style="text-align: left">Può riporre la più completa fiducia nella persona che le consegna questa lettera, Davide Orecchio, che invio in “missione” tra le carte di Joseph Conrad, da Lei recentemente acquisite per conto della biblioteca e adesso scrupolosamente accudite, nel tentativo di venire a capo di un caso la cui soluzione Mr. Orecchio, non a torto, ritiene celarsi tra le pagine del manoscritto originale del romanzo <em>Nostromo</em>.</p>
<p style="text-align: left"><a title="La cassaforte del fascismo" href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/13/la-cassaforte-del-fascismo/">Una donna è scomparsa, Mrs. Gidford, e da più di un mese!</a>, lasciando la sola traccia di un libro squadernato; per l’appunto un’edizione di <em>Nostromo</em>.</p>
<p style="text-align: left">Scoperta una vecchia amicizia tra la madre italiana della scomparsa e il romanziere polacco da poco passato a miglior vita, ho ritenuto della massima urgenza una ricognizione delle sue carte da parte di Mr. Orecchio. La prego dunque di introdurlo ai segreti in Sua custodia.</p>
<p style="text-align: left">Mia cara amica, è una questione di vita o di morte, e so di poter contare sul Suo aiuto.</p>
<p style="text-align: left">La invito altresì a non fare caso a certi aspetti del carattere di Mr. Orecchio, e di non badare troppo alla sua tendenza a deconcentrarsi e a lasciarsi distrarre dalle diaboliche tentazioni della politica di cui divora informazioni sulle pagine di tutti i giornali che riesce a procurarsi.</p>
<p style="text-align: left">So che Lei è persona di larghe vedute, immune da preconcetti nei confronti di uno straniero. Lo so per esperienza, mia cara Mrs. Gidford!</p>
<p style="text-align: left">Mr. Orecchio è straniero come me, e soffre per una patria lontana che ritiene caduta nelle mani sbagliate; porta quindi sulle spalle il peso di un esilio politico, con tutte le debolezze e malinconie che la condizione comporta.</p>
<p style="text-align: left">Sia io che Lei siamo persone democratiche, e già vedo crescere in Lei la stessa simpatia che Mr. Orecchio ha suscitato in me dal primo momento che l’ho conosciuto. Mi permetta però un consiglio: non si lasci attrarre in discussioni politiche! Per quanto in buona fede e di chiari sentimenti, Mr. Orecchio è un vero estremista, incline a idolatrare loschi rivoluzionari russi e la sedizione e la sommossa come princìpi di vita. Su questo terreno, ne converrà, non possiamo seguirlo.</p>
<p style="text-align: left">Allora non abbandoni la strada maestra (Joseph Conrad!), nella speranza che i Suoi deliziosi tè pomeridiani addolciscano la tempra di questo italiano dall’intelligenza intermittente, al quale è stato però assegnato un ruolo chiave in un caso – Le assicuro – per me di vitale importanza.</p>
<p style="text-align: left">Con affetto,<br />
il Suo Hercule Poirot</p>
<p style="text-align: left"><strong>EDITH<br />
</strong>Ho incontrato una donna che in dieci minuti m&#8217;ha riempito dei suoi tremori e desideri e col pallore della sua carnagione (sui seni che intravedo o immagino) e della violenza della sua epilessia e del passato che l&#8217;ha marchiata: il fidanzato, il gatto nero, la città. Dieci minuti. Si chiama Edith. La signorina Edith. Molte donne la invidiano a morte. In dieci minuti è riuscita dove loro hanno fallito avendone a disposizione centinaia: cambiare il lettore. Andatela a trovare anche voi alle pagine 35-39 di <em>Giardino, cenere</em> di Danilo Kiš.</p>
<p style="text-align: left"><strong>DA ALFA CENTAURI<br />
</strong>Accidenti amici della blogosfera che emozione risvegliarmi nel nuovo sistema solare e avere subito l&#8217;opportunità di postare quel che vedo e sento. Un rapido ringraziamento all&#8217;UltraWordPress che ci consente di comunicare a milioni di chilometri e annicalcolo di distanza, un breve inciso sull&#8217;ibernazione &#8211; che log out ragazzi! Un vero K.O.! Come sviscerare un pollo metterlo in forno e nel frigo al contempo fargli carezze cullare i suoi sogni mentre gli si forma la crosta, e il pollo sei tu! Ma per fortuna finisce&#8230; Ho sognato molto mia madre e mio padre. E c&#8217;è chi dice che da ibernati non si sogna! Ignoranti! &#8211; ed ecco a voi i miei primi sguardi dall&#8217;oblò. Molto blu di Prussia. Vaste lenzuola di blu di Prussia. Stormi di meteoriti arancioni. Branchi di meteoriti verdi. Filamenti di meduse bianche o trasparenti. Forme geometriche quasidivine. In certi spazi sembra un quadro di Mondrian, in altri una tela di Pollock. Che firmamento, amici della blogosfera! Oddio, mi sembra di essere Han Solo! Tra poco posterò fotogalleria e ammirerete. @Katia5277: bacione amica mia, com&#8217;è andata poi con Chicco? @Potens @Luk_a @Trivella: sparatevi un Margarita anche per me. Ma frozen, frozen, frozen!</p>
<p style="text-align: left"><strong>AURORA MATURÁNO </strong><strong>RACCONTA LA SUA STORIA, incipit<br />
</strong><strong>(<em>Alemania, 1965</em>)<br />
Questa notte</strong> – sfidando il graffio dei tacchi, l’astuzia delle guardie, i versi dei gatti, i sogni dei neonati, il fischio della mangrovia, il russamento del padre, l’occhio dei pappagalli, la paura del ventre, il vocio delle ossa, le incertezze delle dita, i sopralluoghi dell’udito, i suoi refusi, gli abbagli della vista, le trappole del buio – ho riempito il sacco, infilai un vestito dopo l’altro, scarpe e mutande, ingannai le pareti, aggirai i mobili, non accondiscesi alla porta, le scale me le bevvi come acqua tiepida, malmenai i corridoi, schiaffeggiai il salone, sculacciai la veranda, presi a pugni il portico. <strong>Tutto in silenzio</strong> e nel giro di uno spavento ero fuori di casa. Addio prepotere paterno, onnipotere, tuttopotere, conformismo dei fratelli, mestizia della madre, sottomissione dei servi: ho sistemato il sacco sulle spalle, ho messo in fila le gambe e presi la strada del giardino che poi divenne il passaggio nel parco, poi il cammino nella valle, poi il sentiero del bosco e la salita sulla collina nel garbuglio di jacarande, sotto rami-fisarmonica di araucaria, carezzata da pindo, ceibe e felci, su radici di magnolia, resti di guayabo, cuscini di aloe. <strong>Arrivai di corsa ad Agudo</strong>. Lasciai indietro la chiesa e il municipio, la piazza centrale, il mercato, gli agrumeti e i canneti, il quartiere degli operai, il dormitorio dei coltivatori. Ho raggiunto la stazione, fascio il volto in un fazzoletto, indosso gli occhiali da sole perché nessuno mi riconosca, compro il biglietto, mi accuccio sui gradini e aspetto la corriera. Ho pensato a mio padre&#8230;.</p>
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		<title>un’altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [4]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 11:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
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		<category><![CDATA[un'altra vita di johnny tossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Un’altra vita di Johnny Tossi Un giorno Jutta piega le gambe, avvicina le ginocchia all’erba, solleva i talloni, poggia i polpastrelli sulla terra, schiaccia il bacino sulle cosce, parte, inizia a correre veloce, veloce come se corresse per la vita, agita le braccia avanti e indietro, stringe i denti, schiude le labbra, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-38226" style="margin: 8px;" title="-2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/2-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Un’altra vita di Johnny Tossi</em></p>
<p><strong>Un giorno </strong><br />
Jutta piega le gambe, avvicina le ginocchia all’erba, solleva i talloni, poggia i polpastrelli sulla terra, schiaccia il bacino sulle cosce, parte, inizia a correre veloce, veloce come se corresse per la vita, agita le braccia avanti e indietro, stringe i denti, schiude le labbra, pesta l’erba coi talloni una, due, tre volte e ora salta lontano, danza sospesa, unisce le gambe in aria tra i raggi del sole e atterra, guarda dove è atterrata, sorride, si  alza, pulisce le mani, pulisce le cosce, guarda nella direzione di Johnny che spazzava la pista e a Johnny cade il rastrello.</p>
<p>Conversazione politica tra Johnny e Jutta sulla scalinata dello Stadio dei Marmi, poco prima del tramonto.<br />
−	 E se vivessi ancora a Berlino verrebbe un nuovo giorno di parata. Un altro anniversario della Repubblica. Starei in piazza con gli altri per la marcia sulla Karl Marx Allee, davanti al compagno Andropov e al compagno Honecker.<br />
−	 Compagni di squadra?<br />
−	 No, compagni comunisti. Mai sentiti nominare?<br />
−	 Mai.<br />
−	 A te non interessa molto quello che succede nel mondo, vero? Voglio dire, la politica?<br />
−	 Non so. Me l’hanno chiesto in tanti da quando sono arrivato.<br />
−	 Il mio ragazzo era così. Pensava solo ad allenarsi e quando gli dicevo: ma non vedi che schifo? Non ti senti soffocare?, lui tirava fuori la storia della medaglia. Sì, che voleva vincere una medaglia alle Olimpiadi e poi sarebbe diventato allenatore, e che non gli mancava niente nella Ddr e neanche a me mancava nulla. Che non mi rendevo conto di quanto eravamo fortunati. Per questo l’ho lasciato. Per me non si può vivere fuori dal mondo.<br />
<span id="more-38222"></span><br />
(Qui – come se una spina lo avesse punto e poi si fosse messo a riflettere sul dolore della fitta, avesse cercato di capire il dolore e il suo contesto, avesse localizzato la spina e palpandola, sfregandola con l’unghia ne avesse preso coscienza allo stesso tempo rendendosi conto di chi è lui, di quale sia il suo posto nel mondo e di cosa deve fare per ottenere quello che desidera – Johnny si sveglia.)</p>
<p>−	 Il mio ragazzo non mi ascoltava e non capiva quanto ero infelice. E se uno non è contento nel suo paese, nella sua città, e ha desiderio di essere da un’altra parte, questi per me sono sentimenti politici.<br />
−	 (Sollevando la testa come se fosse appena uscito dalla gambe di sua madre, nascendo esclama:) Lo stesso per me! Anche prima che mi prendessero non pensavo che a cambiare il mio paese, e pensavo che se non ci fossi riuscito avrei dovuto espatriare. Lo stesso per me, come per te. Sarei andato via anche se non mi avessero preso. Forse mi sono spiegato male sulla politica. Insomma, è chiaro che la politica per me è fondamentale. Mi sono fatto torturare per la politica. Sono dovuto fuggire. Mi inseguivano i cani ed ero completamente nudo. Ma non ho più voglia di parlarne.<br />
−	 Capisco se non vuoi parlarne, però è un errore. Dovresti farlo, invece. Dovresti raccontare tutto e non tenere nulla per te. Se racconti la tua storia sconfiggi i nemici. Se la tieni per te sei sconfitto un’altra volta.<br />
−	 Non lo so. Quando sono arrivato non avevo neppure vent’anni e non ho scordato da cosa fuggivo, ma gli altri argentini non facevano che chiedermi come la pensavo e da che parte stavo. Da che parte volete che stia? Sono scappato! Non era così semplice. C’erano i gruppi, c’erano le bande, e ogni banda odiava l’altra. Roba da pazzi. Così più loro chiedevano, meno io rispondevo. E a un certo punto ho smesso di vederli. Ma forse a te potrei raccontare.<br />
−	 Perché proprio a me?<br />
−	 Perché mi fido.<br />
−	 Allora potremmo fare uno scambio. Tu racconti a me e io a te.<br />
−	 Da dove potremmo cominciare?<br />
−	 Dall’inizio. Dove sei cresciuto. Chi hai incontrato e ti ha fatto cambiare. Fin dove sei arrivato. Quando ti sei fermato. Quando ti hanno fermato.</p>
<p>Ecco i bambini che giocano a calcio per strada. Bambini che picchiano altri bambini in un quartiere che ha un nome, ed è Villa Devoto. C’è una famiglia. Un padre autista. Una madre casalinga. Tre fratelli, uno dei quali, il più piccolo, si chiama Johnny. Johnny Tossi per servirla, signorina Jutta. Vengo da Buenos Aires. Laggiù, su quello sterrato, mi hanno fatto uscire il sangue per la prima volta. Quel ragazzo che mi passa una sigaretta è mio fratello Julio. Segno che sto crescendo in fretta. Divento grande alla svelta e infatti eccomi già su Corrientes, la strada dei libri e delle contestazioni, signorina Jutta. Sto lì e manifesto. Contro o per cosa non lo ricordo. Non sia troppo esigente. Non le basta vedermi per strada? Non mi riconosce? Forse ha ragione: gli slogan che deformano il volto non mi donano.<br />
E quella ragazza laggiù invece, signor Tossi, è una berlinese al cento per cento, cioè sono io, Jutta Stiegmeier per servirla. Quello è proprio il mio giaccone di piume d’oca finte. Quelli sono esattamente i miei jeans. Dove vado così di fretta e così tardi – perché è già notte – su Warschauerstrasse? Non si può dire, signor Johnny. Diciamo a casa di amici. Diciamo ad ascoltare musica dell’Ovest. L’ultimo disco dei Dire Straits la convince, come risposta? Con gli amici ci sdraieremo sul pavimento di legno scheggiato, faremo camminare le dita sul binario tra le assi raccogliendo polvere e molliche, scioglieremo i capelli come i ragazzi di Londra, uno di noi metterà il disco e spegnerà la luce, qualcuno sognerà, qualcun altro si bacerà&#8230;</p>
<p>Signorina Jutta, lo vede quel televisore acceso? Riesce a vedere le immagini che trasmette? Non si sbaglia: è proprio una bara trascinata da un camion, e militari davanti e militari dietro. È morto il generale Perón, signorina Jutta. Il padre della nostra nazione. Ne ha mai sentito parlare? No? Allora anche lei ha qualche lacuna politica! Come posso spiegarle: il generale Perón riguarda mio nonno, mio padre e anche me. Tre generazioni. Che è come dire che non c’è argentino che il generale Perón non riguardi. Ci riguarda anche ora che è morto. Per tornare alla scena che le sto mostrando, quel giorno la città s’è fermata, ha trattenuto il respiro mentre il generale faceva la sua ultima passeggiata verso il cimitero e ha iniziato ad aspettare, dal momento che la morte del generale – la città lo sa – è il fischio d’inizio di una lunga partita a scannatoio, gioco che forse lei, signorina Jutta, non conosce.</p>
<p>Allenarsi, studiare il russo, allenarsi ancora, leggere la Berliner Zeitung, guardare al telegiornale i progressi della patria socialista, allenarsi, correre più veloce, saltare più lontano. “Devi correre veloce e saltare lontano per l’onore della patria socialista, Jutta Stiegmeier”.“Mi piace correre veloce e saltare lontano, ma non potrei farlo semplicemente per me? In fondo si tratta del mio corpo e dei miei sforzi&#8230;”. Camminare quel giorno che sembra una notte diurna, a zero gradi e una luce la cui fonte non può essere il sole, una luce morente e camminare su Chausseestrasse, notare i buchi delle granate russe sulle mura dei palazzi, qualcuno tapperà mai quei buchi?, arrivare sotto la casa del compagno Brecht, fermarsi, guardare le finestre della Brecht-casa, avvicinarsi alla libreria, sbirciare dentro la vetrina, proseguire verso il cimitero ed entrarci, passeggiare tra le tombe dei filosofi, arrivare al Menhir del compagno Brecht e lasciare una rosa per il poeta defunto. Le chiederei di accompagnarmi, Mister Tossi, ma adesso sono qua.</p>
<p>Venga più vicino, devo mostrarle una cosa. Più vicino. Ecco, apra lo spioncino di questa porta di ferro. Accosti l’occhio. Cosa vede? Riconosce quell’uomo nudo sdraiato sulla branda? No, certo che non può riconoscerlo, il viso è coperto da un cappuccio. Però mi era venuto in mente, non so, che lei potesse intuire, che lei potesse presagire l’identità di quell’uomo. Che poi è solo un ragazzo. Provi a guardarlo bene. Non le ricorda qualcuno? Non si faccia distrarre dai torturatori che lo circondano, dalle scariche elettriche, dai sobbalzi del ragazzo, dai conati di vomito, dalle domande vessatorie in una lingua straniera, dalla cella senza finestre, dalla ferocia del neon, dalla crudeltà del ferro sul quale è sdraiato, dalla sporcizia del pavimento, dal melodramma dell’eco, dall’orrore delle risonanze causate dall’assenza di mobili. Ecco, ascolti il tono della sua voce mentre risponde che non sa nulla e implora che lo lascino libero. Ha capito chi è?</p>
<p><strong>Passeggiate</strong><br />
In una pizzeria al taglio di Monteverde, di ritorno da una passeggiata a Villa Pamphili, Jutta ordina una fetta con mozzarella e patate e spiega a Johnny cosa sono la Sed, la Stasi e i Vopos. Nella Galleria Colonna, usciti dal cinema Ariston e in attesa che spiova, Johnny descrive a Jutta una Ford Falcon, i sedili rimossi per nascondere meglio le prede, la targa staccata, gli occhiali da sole che indossa quello al volante. Escono dal Balduina dove hanno appena visto Fuga per la vittoria e Jutta ha gli occhi lucidi, e ripete: Anch’io l’ho fatto. Ho fatto proprio così. Su viale Angelico, tornando verso il centro dallo stadio, Johnny racconta a Jutta la propria evasione, la notte che compose una corda coi suoi vestiti e quelli dei compagni, che si calò nudo dalla finestra della prigione, che corse nel bosco e poi si aggirò nell’alba di Buenos Aires acquattato dietro alle macchine, e poi un uomo lo raccolse e lo salvò. Un giorno in piscina Jutta nota che sul corpo di Johnny non ci sono segni delle torture, ma non gli chiede perché.<br />
<strong><br />
Pensieri di Johnny sulla bellezza di Jutta</strong><br />
Pensa che ha scoperto una ragazza all’incontrario: prima il suo corpo, poi la sua voce, il suo nome, un po’ della sua storia. Pensa che il corpo di Jutta sull’erba dello stadio gli è valso come il trailer di un film che ti fa venire voglia di andarlo a vedere al cinema. Pensa che non esistano un corpo più magro, eleganza maggiore, pelle più soffice, carnagione più soave e desiderabile di quella di Jutta. E se invece esistono non gli interessano. Pensa che una notte, molto tardi, Jutta venga a suonare alla sua porta e gli chieda di farla entrare, e poi gli chieda che la baci. Pensa che Jutta venga a gettarsi tra le sue braccia e chiudendo gli occhi gli permetta di ammirare la sua bellezza senza dover fingere di spazzare la pista dello stadio. Pensa di fare felice Jutta spogliandola e accarezzandola e baciandola. Pensa al risveglio di Jutta, a una passeggiata al mare con lei. A una vita con lei. Ma non pensa di essere all’altezza della situazione. Solo a ricordare chi è lui, anzi chi non è, si scoraggia. O forse ce la può fare?</p>
<p>Il 15 dicembre ottantadue, giornata mite e intiepidita dal sole, prima di iniziare il turno di lavoro Johnny Tossi entra nella palestra di via Stresa e chiede di Jutta, che lavora lì. Non aspetta molto ed eccola che arriva, sudata per la lezione di ginnastica, nella sua tuta grigia e arancione. Johnny la invita a cena. Jutta sorride e accetta.<br />
Dove si va?<br />
Da me.</p>
<p>La sera del 16 dicembre Jutta varca il cancello al fianco di Tossi. Il cane nero non ringhia, neanche si alza dal giaciglio. Johnny lo guarda stupito. Entrano. Jutta si guarda intorno. Johnny che ha acceso le luci è imbarazzato. La casa è tutta qua. Lo so, è una casa povera. Del resto io sono povero. Però ci sto bene. È accogliente. Fuori è pieno di verde. La domenica mattina, quando non vado di fretta, ascolto gli uccelli che cantano sugli alberi che circondano il palazzo. Bevi qualcosa? Ho della birra&#8230; Solo un bicchiere d’acqua? Sei sicura? Se non sei a tuo agio possiamo andare a mangiare una pizza in un posto vicino. Non dobbiamo restare per forza qui.<br />
Ma Jutta si butta sul materasso e ride.<br />
Più tardi arriva l’alba.</p>
<p><span style="color: #888888;">[Questa  è la prima parte (in quattro parti) di <em>Un’altra vita di Johnny Tossi  (1977-2006)</em>, una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore  inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio uscirà per Gaffi  nel 2011. La prima puntata di <em>Un&#8217;altra vita di Johnny Tossi </em>è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/unaltra-vita-di-johnny-tossi-1977-2006/">qui</a>, la seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/28/unaltra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-2/">qui</a>, la terza <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/un%E2%80%99altra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-3/">qui </a>]</span></p>
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		<item>
		<title>un’altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [3]</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/un%e2%80%99altra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 08:50:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[un'altra vita di johnny tossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Roma, 1982 Cos’hai mangiato a cena?  (silenzio)  Fai pasti regolari?  (silenzio)  Non salti i pasti, vero? La carne la mangi?  Sì mamma, la mangio.  E a cena cos’hai mangiato?  Bastoncini di pesce e un piatto di spinaci.  Pesce surgelato?  Sì.  (silenzio)  [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-38029" title="tossi03" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/tossi03-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <a href="http://davideorecchio.wordpress.com/"><strong>Davide Orecchio</strong></a></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 1982</em></p>
<p>Cos’hai mangiato a cena?<br />
	 (silenzio)<br />
	 Fai pasti regolari?<br />
	 (silenzio)<br />
	 Non salti i pasti, vero? La carne la mangi?<br />
	 Sì mamma, la mangio.<br />
	 E a cena cos’hai mangiato?<br />
	 Bastoncini di pesce e un piatto di spinaci.<br />
	 Pesce surgelato?<br />
	 Sì.<br />
	 (silenzio)<br />
	 Anche gli spinaci erano surgelati.<br />
	 (silenzio. Ma a Johnny sembra di sentire un lamento)<br />
	 Sei ancora lì?<br />
	 (lamento)<br />
	 Mamma?<br />
(Il lamento prosegue. Poi casca la linea.)</p>
<p><span id="more-38027"></span><br />
Non lavora più da Coloccini. Ha fatto molti lavori. Adesso lavora allo Stadio dei Marmi. È un custode. Si è trasferito: abita in un seminterrato sulla Pineta Sacchetti, in una casa a due piani sorvegliata da un cane nero. Ogni volta che rincasa, il cane ringhia e abbaia. Li separa una rete di ferro. Per spaventare Johnny il cane finge di odiarlo, ed è molto bravo a farlo sembrare odio vero. Al piano di sopra abita il padrone di casa, che è anche il padrone del cane. Non è più andato al Centro degli esuli. Non vede un esule da mesi. Non ha notizie di Aurora. Gli disse che era troppo vecchia per lui. Johnny non aveva voglia di convincerla del contrario. Che fine ha fatto Aurora? Chi lo sa. A Johnny non importa.</p>
<p>Ha deciso di non dire a nessuno che è argentino. Un paio di volte ha detto che è spagnolo. I bambini che corrono allo stadio lo chiamano lo spagnolo. Un’altra volta s’è inventato che è cubano. Ha sentito dire che la dittatura sta finendo. Ma è come la vita di qualcun altro, la vita di un paese lontano e privo di interesse. Allo stadio fa i turni di chiusura. Arriva dopo pranzo. Se arrivasse la mattina troverebbe gli atleti che si allenano, ma lui va al pomeriggio e trova solo ragazzini che frequentano i corsi di ginnastica e imparano a correre. Sugli spalti siedono i genitori, a volte qualche ragazza – sorelle maggiori e baby sitter. Manda a memoria le ragazze per le pagine del diario mentre spazza le foglie, raccoglie gli ostacoli e li porta in magazzino, infila i dischi nel sacco, toglie l’asta del salto in alto e intanto arriva il tramonto, finiscono i corsi, se ne vanno bambini, genitori, istruttori, sorelle, baby sitter, se ne va il sole, la tinta del crepuscolo cola sulle statue nude, sugli spalti, sui gradini, sulla pista, sull’erba come liquido scuro versato sul mondo da seppie invisibili. Chiude i catenacci, sigilla le porte, lega le catene. Quando è buio torna a casa. Ma prima gli tocca l’odore feccioso del fiume, lo sporco che non vede ma immagina a sinistra della strada che percorre in motorino, gli avanzi del sesso gettati tra i rovi sui piccoli abissi che portano all’acqua sotto ai ponti, i fazzoletti seccati in un pugno, i preservativi, tracce di puttane e puttanieri, a sinistra della strada perché il fiume scorre là sotto mentre ancora più a sinistra, dopo il fiume, inizia e s’illumina il centro di Roma.</p>
<p>Tra Johnny e la città non corre buon sangue. Johnny potrebbe svenire e la città passandogli vicino fingerebbe di non vederlo. Johnny potrebbe accasciarsi per il dolore e la città non smetterebbe di limarsi le unghie. Ma Johnny è l’imperatore di Roma, il più forte. Un vero re non ha bisogno di amici e Johnny non ne ha. Basta a sé stesso. È così potente. La reggia del re dove potrebbe disossare i resti del cane nero che gli ringhia contro ma si astiene dal farlo per non esibire tutta la propria forza, è piccola perché grande Johnny non la vuole, sporca perché la pulizia non si addice ai condottieri, disordinata ma lo sanno tutti che l’ordine è dei mediocri. Poggia il motorino contro un muro senza intonaco (Johnny, sempre lui, el emperador), apre la porta di ferro e ora che è dentro si vede bene che da terra al soffitto non sono più di due metri, una dimora per il raccoglimento, un nido per la meditazione. L’ingresso è poco più largo delle spalle di un rugbista, la cucina è una grotta, in camera da letto il materasso sta per terra, accanto c’è un tavolo di plastica color panna e senza gambe, sulla parete dove poggia il materasso c’è uno scaffale, sullo scaffale pile di fumetti, il pavimento è di mattonelle bianche annerite, sulle mattonelle aleggiano batuffoli di polvere e gli angoli della stanza ne sono pieni, sul tavolo senza gambe c’è una bottiglia di birra mezza vuota e c’è un diario e c’è una penna, sotto al materasso l’occhio non può vedere il mucchio di riviste porno. Cos’altro c’è? Un televisore quindici pollici in bianco e nero. Una tenda a fiori venti per cento cotone e quello che resta poliestere (copre la finestra senza persiane e il vetro sudicio). Una chitarra acustica accordata in re aperto. Un registratore mono dove ora Johnny infila una cassetta di Mercedes Sosa e si sdraia sul letto e chiude gli occhi.</p>
<p>Ricorda l’Argentina. Ricorda quello che vorrebbe scordare. Ricorda il Centro di detenzione, la fuga, i corpi nudi nel freddo. Ricorda la nebbia. Ricorda le torture, la preparazione della picana, il primo ronzio dell’elettricità che dava il segnale, gli sguardi terrorizzati, i cappucci. Non dimentica la nudità, l’esposizione di corpi non lavati, l’annerita biancheria intima indosso, l’odore dei corpi e dei fiati. Ricorda le visioni che rubava dietro alle fessure delle porte, quando una porta si apriva e poi chiudeva, il frastuono delle percosse in stanze lontane, il chiasso dei regolamenti di conti tra detenuti, il fragore delle brande rovesciate. Ricorda il sospetto, i pasti, gli interrogatori, l’arbitrio dei custodi, l’insensatezza del Centro, dell’essere prigionieri, dell’essere carcerieri. Scrive sul diario che non ha “bisogno di nessuno. Ogni sera da solo mi rafforza. Ogni pasto da solo mi rafforza. Ogni giorno senza scambiare una parola mi fa più robusto. Sono felice di vivere qui, re di Roma”.</p>
<p>Non gli servono neppure i benzinai. Conserva la benzina in una tanica e misturandola di olio si fa la miscela. Non gli servono i soldi. “La povertà mi rafforza” e il sabato pomeriggio che non lavora lascia il motorino a piazza del Popolo e passeggia tra le donne di via del Corso, le guarda senza farsi notare, non le insegue con gli occhi ma le fa cascare nel suo sguardo, oppure sale al Pincio e da lì fin dentro Villa Borghese per guardare le ragazze in bicicletta coi loro sederi esposti e inermi, oppure va al cinema Quirinetta dietro piazza Colonna, o all’Etoile a San Lorenzo in Lucina. E magari al buio gli si siede accanto una ragazza e lui vede il film insieme a lei, però senza riuscire a concentrarsi sulla storia. Il cinema gli piace. Ha visto Blade Runner. Ha visto Indiana Jones e Momenti di gloria. Ha visto i Blues Brothers.</p>
<p>Contraddizioni di Johnny<br />
– Le donne non mi servono. Non mi cercano? Che si fottano.<br />
– E il diario come lo spieghi? Quei passi sulle ragazze. Di solito le immagini nude, pronte a tutto, scatenate. Potresti chiarire al riguardo?<br />
– Niente più Argentina. Meno male!<br />
– Allora perché tutti questi ricordi, Johnny? Cos’è che non hai digerito? Che sapore ha il boccone che mastichi?<br />
– Sono un esule come tutti gli altri. Voi non lo sapete quello che mi fecero laggiù. Ma lasciatemi in pace. Niente domande. Non rompetemi i coglioni.<br />
– Va bene. Però potresti spiegare perché non ricordi il dolore? Che fine ha fatto il dolore?<br />
– Della politica non me ne è mai importato nulla. Ecco perché non trovate ragionamenti politici nel diario. Io giocavo a calcio. Stavo in porta. Andavo a vedere il River. Che ci posso fare se mi hanno preso lo stesso, anche se non sono politico? Non saprei cosa scrivere di politico. Preferisco scrivere della fica.<br />
– Ma all’Argentina non ci pensi? Stanno succedendo delle cose laggiù. Sta cambiando tutto. Ehi, adesso dove vai?<br />
Una ragazzo sui venticinque, non magro, non alto, non vestito bene, non in compagnia, spinge un Boxer sul ponte di Porta Portese, monta sul sellino, schiva le rotaie, volta sul Lungotevere, il vento gli solleva i capelli, gli arrossa la pelle del viso, gli screpola nocche e falangi sul manubrio, sul marciapiede la gente si fa compagnia, nelle auto la gente si fa compagnia ma l’imperatore se ne frega, corre verso la sua notte, verso la pasta al burro e la Domenica sportiva, il ringhio del cane nero e le ore fotocopiate. Sul materasso ipotizzerà altre vite, avrà il desiderio di molti amici e donne, immaginerà giorni pieni di incontri, nel sogno a occhi aperti coprirà con un velo l’importuno, il sé reale, gli metterà cappuccio e manette, lo toglierà di mezzo. Questo sono io, devo essere coerente con me stesso, disse l’uomo che aveva rinunciato alle speranze. E nel dirlo si accorgeva che non gli restava che un’espressione, e un solo tono di voce, e un solo sorriso, che non conosceva più di una lingua, che ricordava una poesia appena, una canzone appena, e dalla testa ai piedi non vestiva che un colore. Ma questo non è il caso di Johnny. È molto lontano dall’essere il caso di Johnny, ed ecco la primavera.<br />
Sull’erba dello stadio c’è una ragazza che corre.<br />
– Accidenti quanto è bella! Dai ricci biondi fino alle gambe di gazzella passando per le natiche più eleganti che abbia mai visto, quanto mi emoziona questa ragazza? Hai visto come va veloce? E i piccoli rimbalzi del seno? O santo cielo, ma chi è? Come si chiama? Da dove spunta? Viene tutti i giorni da una settimana circa. Si allena per il salto in lungo. Guarda che salto che ha fatto! È andata lontanissimo! Non è una dilettante. E secondo me non è neanche italiana.<br />
– Mi sono informato, Johnny. Hai ragione tu. Non è italiana, è tedesca. Della Germania Est. Dicono che ha chiesto asilo. Era venuta per una gara con la sua nazionale ma è rimasta qui.<br />
– E di che vive? Si sentirà sola. O mamma mia, guarda come allunga le gambe sull’erba per lo stretching. Guarda le braccia che arrivano a toccare le caviglie. Come piega la schiena e poi la inarca. Quella comanda al corpo e il corpo obbedisce. Ha la pelle bianchissima, secondo me è piena di lentiggini, ma da qui non riesco a vedere bene. O cavolo, quei pantaloncini sono cortissimi! Ma di che sono, di seta? Sembra che l’accarezzino. Io devo sapere chi è. Io domani glielo chiedo. Se torna vado lì e le parlo. Non oggi, ma domani sì.<br />
– Allora ci hai parlato? Ma che te lo chiedo a fare? Tu non ci hai parlato.<br />
– Si chiama Jutta e ci ho parlato. Sono andato lì e mi sono presentato. Lei mi ha risposto e si è presentata.<br />
– Non ci credo. Una come quella non parla con te.<br />
– Che m’importa se non mi credi? Io domani sera ci esco.<br />
– Non è possibile! E come hai detto che si chiama?</p>
<p>	 Mi chiamo Jutta Stiegmeier. Sono tedesca. E tu sei argentino? Però non hai un nome argentino. Con l’italiano come te la cavi? Perché io lo sto studiando, ma è così difficile! Vivo a Roma da pochi mesi e col lavoro che faccio non riesco a migliorare.<br />
	 Perché, che lavoro fai?<br />
	 Istruttrice di ginnastica. Senti: potremmo parlare in russo. Io lo parlo molto bene. E tu?<br />
È nata a Potsdam ma sin da piccola ha vissuto a Berlino Est. Johnny non conosce Potsdam e neppure Berlino Est.<br />
	 Berlino è bella e triste, ed è divisa da un muro. Ne hai mai sentito parlare?<br />
Certo che Johnny ne ha sentito parlare, chi non conosce la faccenda del Muro? Il Muro divide in due la città, da una parte vivono i rossi e dall’altra i tossici.<br />
	 Io vivevo dalla parte dei rossi.<br />
Johnny non sa cosa dire e tira fuori il calcio e dice che non esiste una squadra di calcio più triste della Germania Est. Neppure la Bulgaria o la Romania sono così tristi. Johnny dice che in generale quando i giocatori delle squadre dell’Est scendono in campo hanno la sconfitta stampata in faccia, e sembra che non gli vada di giocare, e hanno sguardi da robot mentre suonano gli inni e Jutta dice che è fuggita per non essere più un robot. È arrivata un anno fa con una selezione di atletica per disputare un torneo, a Torino. In albergo ha conosciuto un cameriere che l’ha aiutata a scappare. I giornali hanno parlato di lei. Johnny però non legge i giornali.</p>
<p><span style="color: #3366ff;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio uscirà per Gaffi nel 2011. La prima puntata di Un&#8217;altra vita di Johnny Tossi è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/unaltra-vita-di-johnny-tossi-1977-2006/">qui</a>, la seconda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/28/unaltra-storia-di-johnny-tossi-1977-2006-2/">qui</a>. La foto in apice viene da <a href="http://www.flickr.com/photos/41099823@N00/">qui</a>.]</span></p>
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		<title>un&#8217;altra storia di Johnny Tossi (1977-2006) [2]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jan 2011 09:59:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio In autunno Coloccini apre una tipografia e gli offre lavoro, al che Johnny mette da parte la diffidenza per l’esule che fa troppe domande e accetta. All’inizio sbrigherai le consegne. Nel frattempo guardando il mestiere impari. Ce l’hai un motorino? Se lo procura ma troppo fragile per uno che continua a ingrassare. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-37856" title="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/2-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://davideorecchio.wordpress.com">Davide Orecchio</a></strong></p>
<p>In autunno Coloccini apre una tipografia e gli offre lavoro, al che Johnny mette da parte la diffidenza per l’esule che fa troppe domande e accetta. All’inizio sbrigherai le consegne. Nel frattempo guardando il mestiere impari. Ce l’hai un motorino? Se lo procura ma troppo fragile per uno che continua a ingrassare. In curva trema, deve gonfiare le ruote ogni settimana e in salita non lo porta, per fortuna ci sono i pedali. Consegna carta in città, perlopiù a certi sindacati coi quali Coloccini ha i suoi agganci. Sembra che Coloccini conosca tutti, eppure è arrivato da un anno, non è mica nato qui (pensa Johnny). La tipografia sta in un garage sulla Casilina. Un corridoio, due stanze. Insieme a Coloccini lavora Aurora Maturáno, che non è la sua donna ma è chiaro che si vogliono bene. Johnny non l’ha mai vista al Centro. È magra, riccia di capelli e secondo Johnny “non bella bella ma sus tetas!”. Poi è scaltra, pensa Tossi. È nervosa, “fumatrice senza sorrisi” (Johnny sostiene che più le donne fumano, meno sorridono). Coloccini dice che sono amici da una vita. A Buenos Aires lui la salvò e poi lei ha salvato lui. Aurora chiama Johnny gordito, a volte stringendogli il collo tra il pollice, l’indice e il medio come a un gatto. I tre pranzano insieme. <span id="more-37845"></span>Johnny e Aurora divorano panini. Coloccini beve vino o birra e poi chiude con un Fernet, non il primo della giornata, infatti ha il naso rosso e pencola come se i pensieri lo trattenessero, esita sulle gambe e sembra prigioniero della mente. Johnny immaginava che fosse un aspetto del suo carattere, volendo anche un fascino. Adesso ha capito che si tratta di sbornie. Ma il succo della faccenda è Aurora, che “ha più di trent’anni, è una donna fatta”, dice Johnny al diario cui confessa che a lui non lo “considera”, “però secondo me le sto simpatico e ha un corpo che io lo sogno sveglio e addormentato”. Sul conto di Aurora appunta anche altro per eccitarsi e arriva a scriverlo spinto dall’eccitazione. Aurora è senza difetti. Più elegante di una gatta. Più riservata di una spia, tanto è vero che “non mi ha chiesto nulla dell’Argentina”. Forse ha delle antenne per intercettare i desideri del mondo, ma Johnny ha un solo desiderio.</p>
<p>Passa del tempo registrato distrattamente sul diario intimo che illustra fatti rari ma ricorrenti come tralicci della luce nella campagna. Molti pasti che Johnny descrive nel dettaglio, passeggiate verso lo Stadio Olimpico, domeniche trascorse ad ascoltarne l’urlo da fuori struggendosi per il River lontano, asfalto e motorino, risme di carta, tubi di scappamento, mani luride di catena e manubrio, chiazze di affumicamento da smog sul viso. Poi viene Capodanno. Un uomo e una donna camminano abbracciati. Si tirano e spingono e non riescono ad andare dritti. Ridono incespicando tra i petardi già esplosi e lo sporco, valicando ruscelli che potrebbero essere spumante ma anche urina, o spumante tramutato in urina. Lui la tiene per un fianco e la sua mano vigila al confine tra l’anca di lei e dove inizia il sedere, non senza malizia. Lei si lascia tenere e sorveglia il braccio di lui col proprio. L’esito è una creatura fatta di due corpi asimmetrici, non in sintonia, munita di coppie di gambe anarchiche che fanno due passi, due velocità e inciampano. Dal bacino gemellare crescono due tronchi come estranei eppure s’intuisce la smania di stare appiccicati, sebbene il buon senso suggerisca di staccarsi.<br />
Escono da una festa. Dove sono diretti? Lui è Johnny, lei Aurora. Sembra proprio che vadano a casa del primo. L’alcol s’è messo con la solitudine e tutt’e due insieme hanno congiurato con la generosità per dare un’occasione al vergine di Buenos Aires. Del resto poco fa è stata Aurora che ha preso Johnny da parte per chiedergli di fare un giro. Così hanno detto ciao alla festa senza festa, agli esuli, al vino e alle empanadas, all’ipocrisia del buon anno, alle lacrime nascoste nelle tasche, agli ubriachi per non pensare più alla morte. Usciti su Porta Maggiore, schivando la lussuria stradale dei romani, Johnny e Aurora soli assieme, poi soli assieme sul motorino, lei domandando: Dove mi porti, mi hai rapita?, hanno iniziato ad annusarsi, i seni di lei dal nascondiglio del cappotto, dell’abito e della biancheria intima assaggiando le spalle di Tossi, le braccia di lei perlustrando i fianchi del mai-felice-troppo-giovane-portegno, un corpo attratto dall’altro come il burro dal pane e la fetta di salmone dal pane e burro.</p>
<p>L’ha portata nella sua camera. L’ha spinta verso il portone del palazzo come un canotto sull’acqua. Sono entrati evitando parole. Poi l’appartamento. I boliviani dormono. L’ingresso è buio e odora di cucina. Nessun rumore se non il frigorifero che era spento e adesso s’accende. In punta di piedi sul corridoio fino alla porta di vetro, aperta per far passare Aurora e subito chiusa come si chiude la bocca.<br />
Nella stanza.</p>
<p>Johnny e la donna. Prima volta di Johnny e una donna nella stanza di Johnny, in una qualsiasi delle camere abitate da Johnny. La luce resta spenta, ma le persiane della finestra sono aperte e trasmettono quelle del lampione e dei fari sotto per strada che incontrano i corpi di Aurora e Johnny e li proiettano sul vetro della porta, così dall’altra parte uno spettatore li vedrebbe come pesci nello schermo di un mare appena mosso, fatti di piccole onde, più grossi, allungati, tirati verso sinistra, tirati verso destra, poco più di un impasto tra due mani, spettinati sui porri della lastra. Aurora si slaccia la camicia. Johnny vede un reggiseno bianco e si fa serio. Johnny è seduto sul letto. Aurora gli si accoccola sulle gambe. Aurora slaccia la camicia di Johnny, gli accarezza il petto, sbottona i pantaloni. Johnny bacia Aurora. Esce allo scoperto la lingua di Johnny come un serpente dalla tana (serpente, serpente / su questo bel sentiero / tieni a freno il dente / risparmiami il tuo siero). La lingua di Johnny ha fretta. La bocca di Aurora riesce a calmarla. Una mano di Aurora si posa tra il mento e il collo di Johnny. Aurora poggia le ginocchia sul letto e contro i fianchi di Johnny. Da qualche minuto non avendo trovato divieti le mani di Johnny toccano tutto quello che desiderano e compongono sul corpo di Aurora una cornice di polpastrelli e dita. Ora indossano solo gli slip e Aurora mostra il petto nudo. Sempre sotto di lei e baciandola Johnny tira indietro l’inguine per non fare sentire cosa è diventato il suo sesso ma lei risponde premendo. Johnny calcola la tabellina del due. Aurora si è tolta gli slip. Lui ha tolto i propri e con la luce del lampione vede lo scuro tra le gambe di Aurora e s’impressiona. Johnny non sa. Non ha la minima idea. I suoi tessuti non sanno. La sua pelle non sa cosa proverà. Il suo sangue aspetta e non sa nulla. Adesso Aurora l’accompagna dentro di sé.</p>
<p>E Johnny cambia.</p>
<p>Sullo schermo della porta un’ombra striscia e si rincorre. Si contrae sui bitorzoli del vetro. Preme. Va indietro e poi avanti. Si inarca. Saltella. Geme. Dal corridoio si può vedere appena, e ascoltare. Sembra il passaggio di una nuvola in un video velocizzato. Sembra Topolino che si nasconde, acquattato contro la parete. Sembra la macchia di un sogno, una chiazza sognata che si infrange sull’occhio. Ora sembra una donna nuda. Ora sembra un uomo che la prende. Ora sembra di nuovo una donna, impigliata in un uomo. Ora sembra un rimbalzo di seni. Forse invece sono i fianchi di una donna a saltellare. O è il sedere di un uomo che si spinge verso qualcosa, dentro qualcosa? Si intravedono molte mani, almeno quattro. Ogni tanto sbuca un braccio, oppure un piede. Si intravede un ritmo, la crescita di un ritmo. Ad ascoltare bene, sembra che qualcuno sia felice.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio esce per Gaffi nel 2011. La prima puntata di <em>Un&#8217;altra vita di Johnny Tossi</em> è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/unaltra-vita-di-johnny-tossi-1977-2006/#comments">qui</a>]</span></p>
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		<title>un&#8217;altra vita di Johnny Tossi (1977-2006) [1]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 09:36:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Roma, 1977 Tra poco ne fa venti. Un mese e li compie, di settembre. Le pagine del suo diario sfogano dal cuore di uno che non diventerà mai adulto e s’accontenterà di un commento sbagliato per odiare e per sempre, o di sguardi gentili per il contrario, né dimenticherà e vorrà vendicarsi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg" alt="" title="-1" width="300" height="300" class="alignnone size-full wp-image-37854" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://davideorecchio.wordpress.com">Davide Orecchio</a></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 1977</em></p>
<p>Tra poco ne fa venti. Un mese e li compie, di settembre. Le pagine del suo diario sfogano dal cuore di uno che non diventerà mai adulto e s’accontenterà di un commento sbagliato per odiare e per sempre, o di sguardi gentili per il contrario, né dimenticherà e vorrà vendicarsi, e di ogni pensiero, fantasia o storia che caverà dal suo sacco attribuirà il leading role a un Io da titoli in grassetto e rulli di tamburo, protagonista, eroe, immortale. Meglio abituarsi in fretta a uno stile acerbo come un limone a gennaio, immaturo nell’opporsi al tempo per restare quello che è, ostile ai processi, nemico dei flussi, arrabbiato col divenire. Ama i fumetti di Quino, le storie di Oesterheld, il rugby, i film western e la birra Quilmes. Ecco un assaggio di Johnny: “Mi piacciono anche i camperos e i jeans attillati che esaltano le dimensioni del mio pisello, ogni giorno più grosso”. Chi direbbe che è il giornale intimo di un profugo?</p>
<p>Porta i capelli ricci e lunghi come Mario Kempes senz’averne spalle e magrezza. Anzi è già sovrappeso. Ama i jeans di un amore non ricambiato che i calzoni ripagano col conio del ridicolo, traducendogli le cosce in prosciutti e il sedere, beh, il sedere… Cammina molto per la città dov’è naufragato in sopralluoghi che non hanno inizio né fine, perché quando si ferma già progetta i prossimi o ricorda i passati.<br />
<span id="more-37838"></span><br />
Non ha lavoro ma ha tempo e lo usa per consumare spazio. Però non dimagrisce. Quelli del sindacato lo sfamano. Gli hanno trovato un letto. Dicono che ora deve darsi da fare. Gli hanno fatto conoscere altri come lui. Quando va in visita al Centro, per il pranzo e la cena, li incontra tutti. Arturo Coloccini, che è arrivato a Roma da un anno, gli chiede in quale prigione stava e la risposta è: Una qualsiasi. E a quale gruppo politico appartiene? A nessuno.<br />
E perché sei espatriato?<br />
Per non finire al camposanto.</p>
<p>Coloccini gli presenta Castrillo, poeta portegno che ha perso due figli e vive a Roma dal settantatré. Castrillo dice che Johnny assomiglia al suo primogenito e nel dirlo gli s’inumidiscono gli occhi. Johnny lascia parlare ma non gli crede, poi sul diario (tornato a casa dall’appartamento di Castrillo a Monteverde) annota di aver conosciuto “un altro predicatore. Uno che gioca con le parole. Uno che si riempie la bocca di saggezze”. Coloccini, che si è accorto della diffidenza di Johnny, qualche giorno dopo lo prende da parte, gli offre un caffè al bar di via Giolitti (dov’è il Centro) e gli chiede come mai ha fatto il difficile con Castrillo. Forse perché è un montonero? Non ti fidi dei montoneros? Se Johnny lo degnasse di una risposta, sarebbe una domanda: Che me ne frega dei montoneros? E riguardo a Coloccini non ha dubbi (lo sa il diario): “Non mi piace. Fa troppe domande. Io non faccio domande e non voglio sentirne. Sono venuto fin qui per farmi interrogare? Già la vita è una merda. Compito per i prossimi giorni: stare alla larga da Coloccini”.</p>
<p>Piazza Vittorio è il suo quartiere preferito per gli odori del mercato e le facce da gangster e una prostituta tra via Manzoni e Conte Verde cui dedica una poesia che non riporto ma ne riassumo il senso nella mancanza di denaro, “altrimenti…”. Gli piace la pizza al taglio con pomodoro, mozzarella e alici. La domenica si concede un panino con senape e salsiccia acquistato dagli ambulanti di Porta Portese. Ogni lunedì chiama la madre a Buenos Aires. Lui racconta per primo, poi tocca a lei in uno scambio non di informazioni ma di parole per scaldarsi. Divide un appartamento in viale Giulio Cesare con una famiglia di boliviani. Dorme nella stanzetta in fondo al corridoio. La porta della camera è di legno e vetro colorato; Johnny vede le ombre arancioni dei boliviani e loro vedono la sua. Si chiede se quelle placche piene di bitorzoli sappiano setacciare stati d’animo come fanno con i corpi. Pensa che il vetro non lo protegga abbastanza. Pensa che se uno vuole vedere, vede. E se vuole sapere, saprà.</p>
<p>Ogni tanto passa dal Centro una psicologa di Mar del Plata con un occhio sporgente come una vite stretta male e le dita senza unghie e uncinature annerite sull’avambraccio. Johnny esclama alla congrega: Che schifo! Qualcuno lo gela: sono segni della tortura. Qualcun altro mormora: questo non si regola. La psicologa però non s’accorge di nauseare Johnny e gli si affeziona. Gli chiede se fa brutti sogni o ha brutti ricordi. Tutti e due, tutti brutti, risponde Johnny che non si trattiene come uno scolaro al quale cade la cartella sulla scale ed escono matite, quaderni, temperino e compasso, la gomma da cancellare rimbalza lontano e le monete per la merenda rotolano via. Ecco come si sente Johnny, stupito perché parla. Ricordo la prigione, la cella e le brande. Ricordo i detenuti, cinque insieme a me. Ricordo il Negro, lo Zoppo, Pennello, il Chino. Ma a questo punto Johnny controlla l’out of control, solidifica il flusso, si disciplina. Ricordo poco. Non voglio ricordare. Ricordo noi cinque nudi, i vestiti allacciati in una corda, che ci caliamo dalla finestra. Ricordo il bosco e il freddo. Ricordo i cani. Poi s’accende una sigaretta come ha visto fare nei film agli eroi che disprezzano le parole. María, che è il nome della psicologa e s’è accosciata per terra nel cortile del Centro, gli chiede se ricorda la tortura. Lui continua a fumare, scosta la domanda con un gesto della mano, guarda da un’altra parte anche per non guardare María.<br />
Non sono pronto per questo.<br />
Ma certo, ti capisco.</p>
<p>Scopre le lasagne e la trippa e del cibo parla volentieri. Confessa a Coloccini che mangerebbe ogni giorno timballi e la carbonara solo a mettersi in bocca due rigatoni gli fa amare la vita. “I pezzetti di guanciale mi rendono felice. Se ho il pecorino e l’uovo non ho bisogno d’altro.” Ridendo Coloccini nota che s’accontenta di poco. Frequenta una trattoria a via Marsala dove ordina sempre un primo e mezzo litro di bianco. Vicino a dove abita s’accomoda invece per cene sbrigative in una rosticceria dove il suo piatto fisso sono i pomodori al riso e in alternativa cosce di pollo allo spiedo. Impara alla svelta l’italiano ma non legge i giornali. Non legge neanche quelli argentini che si rimediano al Centro, se non per sfogliare le pagine sportive coi risultati del River. Tra gli altri esuli c’è chi lo guarda con sospetto per la sua indifferenza politica, per le opinioni che non esprime e le parti che non prende. Qualcun altro invece lo difende: secondo Coloccini, ad esempio, Johnny è solo un coglioncello senza idee in testa (non sfugga che il disprezzo è in realtà una protezione). Naturalmente Johnny non conosce questi pareri, pur intuendo che esistono.</p>
<p>Si masturba almeno due volte al giorno, anzi la notte. Manda a memoria ragazze per strada, sull’autobus e nei bar come farfalle da collezione. Ogni corpo di donna è il seme che Johnny è pronto a ricevere per crearne il ricordo. Una donna che sale sull’autobus, il segno delle sue natiche che si sporgono. Il seno di una ragazza plasmato dal vento o in parte scoperto. La bocca di una, le gambe di un’altra. Quando è fortunato, uno sguardo che lo infuoca. Ciò che accade è il padre, mentre Johnny (che vede tutto) è la madre sempre fertile. Ricordi che hanno la vita breve di un insetto, inscatolati da Johnny che poi a casa li può liberare, e li usa. Una volta usati, spariscono. Forse dopo qualche giorno ritorneranno, ma solo i più belli. Oppure diventano materia di sogno o di avventura dell’animo, non più sensuale, immaginata per una vita migliore. Fantastica incontri, congettura amplessi. Ragazze salvate da Johnny, ammirate dalla superiorità di Johnny, attratte senza rimedio da Johnny gli si danno o gli dichiarano amore. Città che capitolano, ponti che s’abbassano, porte che si schiudono. Si fida del suo diario, dove mancano tracce dell’Argentina nel senso dello stupro politico. Non sembra che Johnny l’abbiano stuprato e per lui il passato non consiste in nulla, è vapore. Mentre una pagina su due la riempie di sconcezze. Scriverle vale ancora più che farle, è la promessa di un gesto. Eppure Johnny si definisce “un tipo romantico. Potenziale e poderoso schiantatore di passere ma galantuomo, enigmatico”. A suo modo “capace di fedeltà”, sebbene “inventivo succhiatore di pesche”.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio esce per Gaffi nel 2011]</span></p>
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