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	<title>Ungheria 1956 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il mio &#8217;68</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2018 06:00:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Rényi</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" class="alignleft size-medium wp-image-72498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-768x491.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes-163x103.jpg 163w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/Josef-Koudelka-Prague-1968-Tres-Bohemes.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Nel primo numero del 2018 dello storico settimanale É<em>let és Irodalom</em> (<em>Vita e Letteratura</em>) il giornalista ungherese István Váncsa (1949) tira le somme non prive d&#8217;ironia, del Sessantotto in salsa magiara: “Lo spirito più libero e il naturale ottimismo in qualche modo si sono infiltrati anche da noi, perciò ritenevamo i mamelucchi del regime dei cretini, e loro ogni tanto si rendevano conto di essere considerati dei cretini, quindi le loro facce tonte rispecchiavano incertezza, e nei momenti peggiori sghignazzavano imbarazzati.<span id="more-72497"></span></p>
<p> Sta per scadere il loro tempo, pensavamo di loro, ma non nel senso che sarebbero stati cacciati, meno che mai rinchiusi, bensì che con la diffusione sempre più ampia dei beni materiali con il tempo si sarebbe estinto il capitalismo dell&#8217;homo homini lupus, ma anche il socialismo dell&#8217;homo homini spia, scalzati da libertà, serenità, tranquillità, dall&#8217;Arcadia. In cui sarebbero sopravvissuti i calabroni e le zecche, nonché i portinai con la faccia torva, le guardie operaie e i segretari provinciali del partito, ma sarebbero stati resi tutti innocui e riconoscibili dal disagio, perché non si sarebbero trovati tanto bene quanto sarebbe stato opportuno.“</p>
<p>Avevo sedici anni, nel 1968, e credevo in quei valori del socialismo che nell&#8217;Ungheria János Kádár la scuola ci impartiva. Per poter coltivare la fede facevo finta di non accorgermi che persino nella piccola fetta di realtà di mia conoscenza quello che vedevo e sperimentavo era ben lontano dai nobili propositi. In ogni caso mi sembrava poco cortese e poco propositivo disturbare i manovratori con le mie critiche, anche perché da noi si stava comunque meglio che nell&#8217;imperialismo ormai in piena decadenza e sull&#8217;orlo del baratro – come ci descrivevano il mondo occidentale a ogni piè sospinto. I moti studenteschi negli Stati Uniti e nei Paesi dell&#8217;Europa occidentale davano manforte a questa rappresentazione: i giovani si ribellavano al capitalismo, noi non eravamo che l&#8217;avamposto, mancava poco e il mondo intero avrebbe sposato le nostre idee e il nostro modo di vivere. E questi giovani ribelli suonavano anche una musica irresistibile, così travolgente che persino i censori ungheresi dovettero arrendersi di fronte agli originali, agli emuli nazionali e ai musicisti ungheresi che generarono una musica beat, rock o pop con caratteristiche uniche. L&#8217;invasione musicale era comunque inarrestabile grazie a Radio Free Europe, l&#8217;emittente finanziata dalla CIA che trasmetteva in ungherese da Monaco di Baviera; chi amava la musica non si perdeva mai l&#8217;appuntamento con la  trasmissione intitolata <em>Teenager Party </em>del DJ transfuga ungherese Géza Ekecs, alias László Cseke.</p>
<p>Poi arrivò Alexander Dubček e con lui la Primavera di Praga, festeggiati entrambi con una certa sobrietà da mio padre nato in Cecoslovacchia e socialista dal volto umano fin da giovanissimo. I cambiamenti promossi dal nuovo segretario capo del Partito Comunista Cecoslovacco sembravano indicare proprio in questa direzione, del socialismo riformista. A luglio, in visita a Bratislava dai parenti paterni, firmai infatti di corsa una petizione a favore di Dubček e la sua primavera, la mia gioia sfrenata venne però subito offuscata dalle parole premonitrici della sorella di papà: «Non durerà, e la pagheremo cara.» </p>
<p>Ero già grandicella ma non avevo mai visto il mare, tranne il lago Balaton che i miei connazionali chiamano tuttora affabilmente il “mare ungherese”. Non pensavo ai mari delle civiltà in declino, i miei sogni si fermavano ai confini del Patto di Varsavia, e accolsi festante l&#8217;idea di un viaggio in Polonia, diretto a Varsavia e a Sopot sul Mar Baltico, con escursioni anche a Danzica e Gdynia. All&#8217;epoca Sopot ospitava anche un festival di musica leggera molto seguito nei Paesi del blocco sovietico. Il viaggio era organizzato da Expressz, l&#8217;agenzia statale di viaggi in gruppo per giovani, e l&#8217;interprete ungherese-russo-ungherese era Margit, la figlia ventunenne di amici dei miei genitori.  Margit studiava letteratura russa a Mosca e avrebbe garantito per me in quanto minorenne e saremmo state anche compagne di stanza. Il russo era la lingua universale del blocco sovietico, lo si studiava a partire dalla quinta elementare, e se non c&#8217;era un interprete direttamente fra due lingue, nella fattispecie fra l&#8217;ungherese e il polacco, si rimediava con il russo. </p>
<p>Sapevo della svolta cecoslovacca, d&#8217;altronde era impossibile nascondere una trasformazione tanto clamorosa in un paese confinante con una numerosa minoranza magiarofona, ma non era noto, a me sicuramente e credo nemmeno alla grande maggioranza degli ungheresi, il cosiddetto “marzo polacco”, una breve stagione di opposizione studentesca guidata da Jacek Kuroń e Adam Michnik contro l&#8217;oppressione, la censura, per la libertà di stampa e parola, scoppiata l&#8217;8 marzo in occasione dell&#8217;esecuzione della pièce teatrale, a Varsavia, di Adam Miczkiewicz, <em>Dziady </em>(<em>Antenati</em>), del 1860, che ha per tema l&#8217;insurrezione polacca del 1830 contro l&#8217;occupazione russa. Il fuoco divampò e ci furono occupazioni d&#8217;università a Cracovia e a Lublino. Nulla sapevo della persecuzione sistematica dell&#8217;intellighenzia e dell&#8217;ondata di antisemitismo generata sia dall&#8217;origine ebraica di alcuni leader studenteschi come Michnik, sia dalla condanna di Władysław Gomułka, segretario del Partito Comunista Polacco, della posizione di Israele nella Guerra dei sei giorni. Secondo fonti attendibili circa tredicimila ebrei polacchi si videro costretti a lasciare il paese fra il 1968 e il 1972. </p>
<p>Il gruppo partì con un treno di notte accompagnato oltre che dall&#8217;interprete Margit e dalla guida, anche da un bellimbusto sui trentacinque anni che si presentò come addetto dell&#8217;agenzia. A Varsavia alloggiammo in un collegio universitario dove cercai invano le tracce degli studenti che lo popolavano durante l&#8217;anno accademico: era un arido deserto di povertà e disciplina. Per la prima volta vidi giovani con scarpe da ginnastica ai piedi, oggi e da molti anni va di moda, allora però era solo segnale inequivocabile di scarsa disponibilità economica. A Sopot il mare, freddo e quasi sempre burrascoso ma grandiosa novità per me, rendeva l&#8217;atmosfera gaiamente vacanziera. La sera prima della gita programmata per un&#8217;intera giornata a Danzica eravamo in un locale quando Margit ed io fummo avvicinati da due giovani che si presentarono come operai dei cantieri navali di Danzica. Ricordo ancora il contrasto fra i bei lineamenti del viso e i denti guasti del più giovane dei due, che si chiamava Janusz. Dopo qualche ballo e la stentata conversazione in russo ci invitarono insieme a tutto il gruppo ai cantieri navali. Ne parlammo subito anche con l&#8217;addetto dell&#8217;agenzia che concordò l&#8217;appuntamento e mi coricai incuriosita perché qualcosa mi diceva che quello sarebbe stato un incontro interessante. L&#8217;indomani visitammo Danzica, una splendida città tutta ancora da restaurare, ma l&#8217;addetto dell&#8217;agenzia fece in modo che della visita ai cantieri navali non se ne facesse nulla. Da allora tutte le volte, e sono state tante, che i cantieri navali di Danzica sono tornati alla ribalta, ripenso con rammarico a quel mancato incontro e al perché e al come era stato vietato.</p>
<p>Sul treno del ritorno a Budapest, la notte del 20 agosto, serpeggiava un certo nervosismo dovuto alle lunghe soste impreviste e senza spiegazioni da parte del personale ferroviario. L&#8217;addetto dell&#8217;agenzia non ci perdette di vista nemmeno per un secondo e a tratti mi sentivo quasi prigioniera. Arrivammo con diverse ore di ritardo a Budapest dove Margit e io fummo accolti dai genitori al completo, un evento rarissimo, perché di solito i nostri padri e le nostre madri si davano il cambio nell&#8217;espletamento dei doveri genitoriali. Erano sconvolti e il papà di Margit, uomo piuttosto prudente, sbottò e rivelò che la Cecoslovacchia era stata invasa poche ore prima dagli eserciti del Patto di Varsavia, che l&#8217;addetto dell&#8217;agenzia era un alto rango dei servizi di sicurezza, senza il quale il viaggio non sarebbe stato autorizzato, perché al Ministero degli Interni sapevano dell&#8217;imminente invasione, e che il nostro era stato l&#8217;ultimo treno ad attraversare la Cecoslovacchia. Di questo ebbi conferma anche pochi giorni dopo quando per tornare dalla Germania dell&#8217;Est a Budapest un&#8217;amica dovette attraversare la Polonia e l&#8217;Unione Sovietica, impiegando tre giorni di viaggio in treno. Ovvio che un uomo della sicurezza non vedesse di buon occhio l&#8217;incontro fra noi, studenti ungheresi, e i rappresentanti di uno stabilimento dove con ogni probabilità erano in fermento le idee che vennero represse a Praga con i carri armati.</p>
<p>Anni dopo, già in Italia e con qualche nozione di storia in più, cercai di approfondire il &#8217;68, con particolare attenzione alle reazioni dei giovani occidentali alla soppressione della Primavera di Praga. Ci furono delle manifestazioni di protesta e quella volta, contrariamente alla posizione riguardo al &#8217;56 ungherese, anche i partiti comunisti presero le distanze. Ma in linea generale condivido le parole di Guido Crainz in <em>Autobiografia di una repubblica </em>(Donzelli, 2009): “Esso è connesso a un altro aspetto, e cioè alla sostanziale insensibilità e cecità degli studenti italiani (e occidentali, con pochissime eccezioni) nei confronti dei loro coetanei dei paesi dell&#8217;Est. Negli «anni &#8217;68», ha sottolineato Anna Bravo, è forte la sensibilità nei confronti degli oppressi, ma «non tutti gli oppressi hanno diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici)». Dopo il &#8217;56 ungherese e l&#8217;invasione di Praga la realtà dell&#8217;Est europeo non può essere ignorata, eppure «quell&#8217;enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei mali del secolo». Un giovane movimento intellettuale che rivendicava a gran voce «l&#8217;impossibile» ebbe sguardi solo solo fuggevoli per altri giovani, per i quali «l&#8217;impossibile» era la libertà di parola e di stampa, di associazione e di voto.” </p>
<p><em>fotografia di Josef Koudelka, Praga 1968. </em></p>
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			</item>
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		<title>Biografia anelastica di Felice Chilanti (1914-1982)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 14:27:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio (Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg" alt="chilanti01" width="700" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p><i>(Qualche anno fa ho scritto una breve biografia di Felice Chilanti. Adesso l’ho riscritta e la ripropongo qui. Per chi non la conoscesse, è una storia interessante. Un giovane fascista che provò a uccidere Ciano. Un comunista che raccontò i crimini di Stalin. Nello stesso uomo. Chilanti fu, soprattutto, un grande giornalista. Scoprì la mafia dei corleonesi, che risposero con una bomba al tritolo. Ma non fu la mafia a ucciderlo)<span id="more-45276"></span></i></p>
<p><strong>IL GIORNO</strong>, il mese, l’anno. Il ventidue. Marzo. Mille novecento quarantadue. Galeazzo Ciano. Un diario. Lo scrupolo. La nota. La memoria nella cartuccia sull’inchiostro lungo la penna per sgorgare sulla pagina. Il diario come un pannolino per assorbire eiezioni di memoria. Essiccamenti di memoria riciclabile destinata ai posteri: di Galeazzo Ciano. L’ha “chiamato al telefono un giovanotto”. Ricorda, imprime, si preoccupa. Per dirgli cosa? Che la sua vita è in pericolo. La vita del figlio del regime, genero del. Regime. La vita di Ciano. Il confidente (attraverso la memoria, l’inchiostro, la pagina) rivela che “un giornalista, tal Felice Chilanti”, l’ha avvicinato e invitato al banchetto dei cospiratori nel “movimento rivoluzionario” che si propone di</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">“eliminare</p>
<p style="text-align: right;">gli elementi di destra<br />
e conservatori</p>
<p style="text-align: justify;">del Partito</p>
<p style="text-align: right;">e</p>
<p>di imporre</p>
<p style="text-align: right;">al Duce</p>
<p>una</p>
<p style="text-align: right;">energica</p>
<p>politica</p>
<p style="text-align: right;">socialista”.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Tutto era previsto: attacco, arresto dei ministri, morte di Ciano” per interrompere lo sperma del potere ma sulla pagina l’inchiostro rassicura l’Io, non i posteri:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>“Con un po’ di confino</p>
<p style="text-align: right;">o anche di carcere</p>
<p>l’ardore</p>
<p style="text-align: right;">di questi giovani</p>
<p>verrà raffreddato.</p>
<p style="text-align: right;">Però</p>
<p>non si può fare a meno</p>
<p style="text-align: right;">di chiedersi:<br />
perché tutto questo?</p>
<p>Non potrebbe trattarsi</p>
<p style="text-align: right;">di un inizio</p>
<p>di antifascismo?”</p></blockquote>
<p><i> <img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45278" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg" alt="chilanti02" width="700" height="423" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-1024x619.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti02.jpg 1720w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></i></p>
<p>L’episodio, il perno attorno al quale ruota la giostra. Sta in mezzo a un’esistenza e la spiega. Quella che successe, quella che accadrà. Nell’ultimo atto. Del fascismo. Un cospiratore. Fascista che vuole uccidere fascisti. Antifascista? Neanche lui sa la risposta. Ancora no.</p>
<p>Ventotto anni fa. Nell’Alto Polesine. È nato. Da contadini, braccianti. Mangia carne tre volte l’anno. Spesso ha la famiglia</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«senza pane,</p>
<p style="text-align: right;">né crusca</p>
<p>per il maiale</p>
<p style="text-align: right;">né granturco</p>
<p>per anatre e galline».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sua casa d’infanzia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Nere travi</p>
<p style="text-align: right;">sopra i nostri sacconi</p>
<p>pieni di foglie</p>
<p style="text-align: right;">di granturco</p>
<p>e le lenzuola</p>
<p style="text-align: right;">gialle di canapa</p>
<p>tessute al telaio</p>
<p style="text-align: right;">dalla nonna malata.»</p>
<p style="text-align: right;">
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il clima: la denutrizione, l’odore di sterco campestre, l’erba macchiata, l’argilla, latrine all’aperto, le ascelle materne, la flanella del padre. I sabotaggi della povertà. Eppure cresce. Ne ha già quattordici. Prende un treno per Roma. Studierà ragioneria? Non completa gli studi. Trova un lavoro. Presso l’Unione. Provinciale. Fascista. Agricoltori. È già «fascistello». Sta con le sue idee nell’universo chiuso. La coerenza, l’incoerenza, rivoluzione, borghesia, Partito, monarchia, Vaticano, proletariato, ministeri, uniformi, Fiat, il Lungotevere, la carbonara fascista, i saltimbocca fascisti, i preservativi di budello: fascisti, le nuvole col profilo del Duce.</p>
<p><i>Ascolta l’epoca. Io non c’ero. Neppure tu. Ma questo non vuol dire. Che non sia possibile. Esperienza. Col mio lavoro e nella mia voce, tu fai esperienza. Nell’archivio, nel libro: la mia esperienza. Il critico con la barba bianca istruisce la giovane scrittrice: “lascia stare i libri e la storia. Fa’ esperienza”. Ma la stella che ci appare è una stella morta. Noi guardandola la rimettiamo in vita. La carta d’archivio è il fossile. Vita morta che rinasce. Io rivendico il mio diritto. Ad ascoltare. Il passato. A immaginarlo. Nel racconto della carta, della polvere, del libro.</i></p>
<p>Le giberne. I gabbiani. Un Campidoglio stinto. Brecce nel marmo. I rifugi del Ghetto. Montecitorio obbedisce. La passamaneria, il negozio di bottoni, il cotone di regime, il rayon di regime, Felice Chilanti giovane in camicia nera a considerarsi rivoluzionario e infatti lo guidano ex sindacalisti, ex socialisti, ex fondatori del Pci. Nicola Bombacci. Edmondo Rossoni. Una rivista: <i>La Stirpe</i>. Dicembre. Mille novecento trentaquattro. Il pubblicista ventenne scrive che il borghese è</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«il nostro avversario<br />
naturale»</p>
<p>e la rivoluzione corporativa<br />
dev’essere</p>
<p style="text-align: right;">una «rivoluzione<br />
antiborghese».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spirito, Spampanato, Fantini, Orano. Il fascismo sociale. Nella testa. Di Chilanti.</p>
<p>La sua Roma intanto…</p>
<p><iframe loading="lazy" title="La sua Roma" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/xA_-mpuOYP0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille novecento trentacinque. Lascia Roma. «Come a prova del senso collettivo della vita.» Il servizio di leva. La terza compagnia. Chimica. Per l’uso dei gas. «In distaccamento solitario nella valle alta dell’Adige.» Qui si canta un inno:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«noi con</p>
<p style="text-align: right;">l’iprite</p>
<p>e l’aggressivo</p>
<p style="text-align: right;">non ne lasciamo</p>
<p>nessuno vivo».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Noi. L’addestrano. Maneggia l’arma di sterminio. Noi. Intuisce le vescicazioni? Le piaghe sul corpo di uomini, donne, bambini? Noi. Il nostro volo. Il nostro scarico. La nostra guerra senza guerra d’Etiopia. Il nostro impero. I cadaveri effetto di noi. La nostra storia. Il nostro oblio. Abbiamo dimenticato <i>noi</i> sull’altipiano d’Africa. Chilanti apprende noi. Il nostro fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritorna. A Roma. Fa il giornalista. Scrive che si distribuisca. Ricchezza. Scrive che si recuperi. La funzione. Rivoluzionaria. Del sindacato. È rissoso. Anticapitalista. Antitutto. Scalpita nella leva del frondismo. Di Bottai. Nell’universalfascismo. Di Zangrandi. Nella cospirazione sonnambula. Dei Littoriali. La guerra. Vicina. Il fiato. Di Hitler. Il dissenso nell’acquario. L’orizzonte di cartone. Il pianeta dei pupazzi. Ma non è l’ora di uscire. A rivedere le stelle. Entra la colpa. Mille novecento trentotto. In un libercolo. La firma di Chilanti. La promessa:</p>
<blockquote><p>“i lavoratori</p>
<p style="text-align: right;">seguiranno</p>
<p>il Regime</p>
<p style="text-align: right;">nella politica</p>
<p>razziale,</p>
<p style="text-align: right;">con tutto l’amore e</p>
<p>tutta la fedeltà</p>
<p style="text-align: right;">necessaria ad essere</p>
<p>più forti, degni</p>
<p style="text-align: right;">e capaci di vincere.</p>
<p>E della razza saranno</p>
<p style="text-align: right;">i più<br />
intransigenti</p>
<p>e i più<br />
accaniti difensori.</p>
<p style="text-align: right;">Nei figli vorranno<br />
che la razza</p>
<p>sia sempre più pura”.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>La macchia. Lo insozza. Perché l’ha scritto? Ne ha ventiquattro. <i>Io, a ventiquattr’anni, mi laureavo. Studiavo l’Ottocento. Votavo. Perdevo. Ma non ero costretto. All’apartheid. Nessuno mi chiedeva. Di sbagliare. Non responsabile. Come Telemaco. Per questo. Solo per questo. Il marginale Io. L’inefficace, non storico Io. Non riesce a condannare. Ma è dispiaciuto. </i>Lui, a ventiquattro, per fortuna, almeno tace sugli ebrei:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«non scrissi<br />
di razze superiori<br />
o inferiori<br />
né la parola ebreo<br />
bensì che esistendo<br />
una razza italiana<br />
bisognava unificarla<br />
abolendo<br />
la divisione<br />
in razza di ricconi<br />
e razza di<br />
diseredati».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Adesso risale. La corda nel pozzo. La presa. Le mani ferite. Le punte dei piedi: premono. Sulla roccia. Il fiato. E il gemito. Per liberarsi nella metamorfosi esigendo sangue, offrendo sangue. Mille. Novecento. Quaranta. La guerra. Chilanti in Grecia e Albania. Fonda una rivista con Pratolini e Gatto. <i>Il domani</i>. Scrive corrispondenze dal fronte. I fascisti la chiudono. Ritorna. A Roma. Ha deciso. I fascisti: un danno. Lingua in bocca con la monarchia. Lingua in bocca con la curia. Lingua in bocca con Hitler. Liberarsi. Uccidere il fascismo. Complotta. Coinvolge qualcuno. Il dieci. Aprile. Mille novecento quarantadue. L’arrestano. L’Ovra. L’accusa. Di aver macchinato l’omicidio di. Ciano, Starace, Farinacci. Sei mesi a Regina Coeli per il torchio e lui risponde:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«il conte e<br />
qualche altro conte,</p>
<p style="text-align: right;">sì signor commissario</p>
<p>gridavo fra i miei amici,</p>
<p style="text-align: right;">dovevamo liquidarli</p>
<p>e catturare</p>
<p style="text-align: right;">Mussolini</p>
<p>di notte</p>
<p style="text-align: right;">in un aeroporto,</p>
<p>ma sì, appunto,</p>
<p style="text-align: right;">come nei film,</p>
<p>puntandogli le pistole</p>
<p style="text-align: right;">alla schiena».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Lipari. Il confino. Le pietre nere. Contento per l’esilio. Si libera. Espettora il fascismo. Nell’isola. Con l’aiuto dei capperi. Delle olive. Fa la lavanda gastrica. Lontano da Mussolini. Che nel frattempo cade. Otto. Settembre. Mille. Novecento. Quarantatré. Per avventura rientra a Roma. Adesso partigiano accessorio. Laterale. Aderisce a Bandiera Rossa<i>.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Trozkisti,</p>
<p style="text-align: right;">anarchici,</p>
<p>comunisti espulsi<br />
e radiati;</p>
<p style="text-align: right;">fuori e contro il Cln.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Antibadogliani, antimonarchici, anti svolta di Salerno. Forti nei quartieri proletari. Tra loro. Milita. Giuseppe Albano. Il Gobbo del. Quarticciolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Accarezzava</p>
<p style="text-align: right;">il suo mitra<br />
e mi fissava,</p>
<p>da ragazzo serio<br />
che uccide:</p>
<p style="text-align: right;">ho saputo<br />
che eri un fascistone.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli scervellati cui Felice si affratella.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Io approdai<br />
a Bandiera Rossa<br />
da un vero naufragio,<br />
solo all’ultimo “riscattato”<br />
con una carcerazione<br />
che fu per me<br />
la prima “libertà”.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45279" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg" alt="chilanti03" width="700" height="537" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-1024x787.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti03-300x230.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ventiquattro. Marzo. Mille novecento quarantaquattro. Il dolore. Molti compagni rastrellati. Interrati. Alle Fosse. Ardeatine. Lui stesso fugge con gli altri</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«scavalcando mura,</p>
<p style="text-align: right;">calandoci lungo tubature,</p>
<p>e anche,<br />
al momento necessario,</p>
<p style="text-align: right;">impugnando un’arma</p>
<p>a sommità d’una scala,</p>
<p style="text-align: right;">decisi a morire</p>
<p>senza viltà</p>
<p style="text-align: right;">e lasciando un segno</p>
<p>della nostra</p>
<p style="text-align: right;">partecipazione</p>
<p>di combattenti</p>
<p style="text-align: right;">a quella guerra».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Forse il naufrago ha trovato la rada. Avanza nel nuovo mondo postfascista. Asciuga i piedi sulla sabbia. Sveste gli abiti zuppi. Roma è libera. Poi il resto d’Italia. Quando dal mare. Un tentacolo. Afferra Chilanti. Per tirarlo indietro. Nell’acqua di ieri. Una foto che qualcuno gli mostra. Un plotone. D’esecuzione. I fucilati di Dongo. Gerarchi. Passati per le armi. Il ventotto. Aprile. Mille novecento quarantacinque. Pensa di svenire. Riconosce gli amici. Di un tempo. I camerati. Bombacci. Ernesto Daquanno. Molti altri. Sparati. Presto cadaveri. Poi vede chi comanda. Il plotone. Anche quello. Un amico. Un compagno. Di Bandiera Rossa. <strong>Amici tra chi fucila. Amici tra chi muore. Dove si metterebbe lui, nella foto?</strong> La guerra civile. In una foto. In una vita. Nella somma. Delle biografie. Di Felice Chilanti.</p>
<p>Ma non c’è tempo. Il tempo finisce. Riparte. La lotta. Sopravvivere. Prendere partito. L’avventura del mondo. Chilanti trova lavoro. Un po’ dappertutto. <i>Il Tempo.</i> <i>Milano-Sera.</i> <i>Il Corriere della Sera</i>. Oltre a entrare. Nel Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Là condotto,</p>
<p style="text-align: right;">al principio,</p>
<p>da senso di colpa</p>
<p style="text-align: right;">e spirito ribelle</p>
<p>convergenti,</p>
<p style="text-align: right;">paura e convinzione</p>
<p>mescolate</p>
<p style="text-align: right;">in unico</p>
<p>magma</p>
<p style="text-align: right;">tenace,</p>
<p>resistente:</p>
<p style="text-align: right;">torbido.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per lui inizia l’epoca&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Per lui inizia l&#039;epoca" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/eKrcdtCLds0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Quarantanove. Si associa. Alla fondazione. Di <i>Paese Sera</i>. Togliatti vuole. Un giornale borghese. Che sembri borghese. Con il sesso. Il sangue. Il denaro. Ma «dentro ci mettiamo i nostri ideali».</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«Per quella<br />
difficoltosa<br />
battaglia<br />
fummo chiamati noialtri<br />
giornalisti esperti,<br />
rotti al mestiere,<br />
per rovesciare i fatti<br />
addosso alla società.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le sue inchieste. Importanti. Chi è il mandante. Della strage. Di Portella? Chi stava. Nella banda. Di Giuliano? Chi è il mafioso Calogero Vizzini? Illumina. Zone scure. Di realtà. Col suo andare in giro. Domandare. Investigare. Scopre Liggio. Scopre la mafia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Sono stato</p>
<p style="text-align: right;">fortunato</p>
<p>ed anche incosciente.</p>
<p style="text-align: right;">Oggi non andrei</p>
<p>in giro</p>
<p style="text-align: right;">per i viottoli<br />
di Corleone,</p>
<p>non entrerei nelle case</p>
<p style="text-align: right;">a chiedere notizie</p>
<p>di Luciano Liggio.</p>
<p style="text-align: right;">Sono stato</p>
<p>aiutato,</p>
<p style="text-align: right;">guidato,</p>
<p>informato</p>
<p style="text-align: right;">principalmente<br />
dai comunisti</p>
<p>di Corleone,</p>
<p style="text-align: right;">giovani e vecchi.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella tipografia de <i>L’Ora</i> di Palermo. Scoppia una bomba. Al tritolo. Ma non ferma Chilanti che scappa dal passato, divora il presente, corre incontro a&#8230; Dirà tempo dopo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">«avevo per anni<br />
indagato,</p>
<p>interrogato esperti,</p>
<p style="text-align: right;">poliziotti,</p>
<p>intuito dedotto collegato</p>
<p style="text-align: right;">argutamente</p>
<p>indizi rapporti riservati,</p>
<p style="text-align: right;">affari racket e omicidi,</p>
<p>ero stato minacciato</p>
<p style="text-align: right;">di morte».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Viaggia in Cina. In Russia. Racconta il disgelo. Poststaliniano. I crimini del. Totalitarismo. Una notte lo chiamano. Dall’<i>Unità. </i>Sconvolti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ti rendi conto,</p>
<p style="text-align: right;">frughi</p>
<p>coi ferri roventi</p>
<p style="text-align: right;">dentro la pupilla</p>
<p>degli occhi nostri,</p>
<p style="text-align: right;">non abbiamo</p>
<p>altri occhi».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questo è lui. Questo è il materiale. Anelastico. Non morbido. Del quale è fatto. Felice Chilanti. Ha conosciuto i fascisti. Poi li ha combattuti. Adesso i sovietici. Non sa tacere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Di me non potevano</p>
<p style="text-align: right;">fidarsi</p>
<p>per l’anarchismo</p>
<p style="text-align: right;">di tutta la mia vita</p>
<p>non sapevo</p>
<p style="text-align: right;">prendere ordini.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mille. Novecento. Cinquantasei. L’Ungheria. E lui che ne ha compiuti quarantadue, fa il punto. Raffronta. Discerne. Pensa che prima o poi parlerà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Io li avevo amati</p>
<p style="text-align: right;">quei capi</p>
<p>dell’antifascismo,</p>
<p style="text-align: right;">per anni</p>
<p>non osai</p>
<p style="text-align: right;">pensare</p>
<p>a loro complicità</p>
<p style="text-align: right;">nei crimini</p>
<p>di Stalin e di Beria»,</p>
<p style="text-align: right;">ma «il partito</p>
<p>ufficiale</p>
<p style="text-align: right;">cominternista</p>
<p>portava<br />
in Comitato centrale,</p>
<p style="text-align: right;">in parlamento</p>
<p>i più disponibili,</p>
<p style="text-align: right;">gli smemorati;</p>
<p>noi, i pochi<br />
in rimorso consapevole</p>
<p style="text-align: right;">eravamo<br />
strumento cieco».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45280" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg" alt="chilanti05" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-1024x769.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti05.jpg 1557w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un fatto medico. Il commiato del corpo. Lo spinge a vuotare il sacco. Prima che sia troppo tardi. L’ultima avventura. Reggio Emilia. Mille. Novecento. Sessanta. Chilanti s’ammala mentre</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ragazzi in blue jeans<br />
feriti uccisi<br />
non si arrendono,<br />
le mie corrispondenze<br />
le detta il cronista locale,<br />
la stenografa non ode<br />
più<br />
la mia voce».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-45281" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg" alt="chilanti04" width="700" height="927" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-773x1024.jpg 773w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti04-226x300.jpg 226w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È un cancro. Alla laringe. Gliel’asportano tutta. «Nella ferita della coltellata.» Mettono. «La cannula per respirare.» Al posto della parola un raschio. Là dov’è il collo un foulard. Non può più intervistare, domandare, dettare. Smette. Di essere. Inviato. Dopo lo spavento. Dopo la crisi. Decide di farsi. Scrittore.  Di sé stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Scriverò</p>
<p style="text-align: right;">romanzi</p>
<p>d’ora in poi</p>
<p style="text-align: right;">per essere uomo</p>
<p>debbo diventare</p>
<p style="text-align: right;">scrittore.»</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella narrazione, il riscatto. Pubblica tre libri. Col disordine del flusso. Di coscienza. Illustra il bambino che fu. Il giovane e l’adulto. Terminata la fatica, chiarirà:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«ho voluto</p>
<p style="text-align: right;">proprio</p>
<p>“spiegare il fascismo”</p>
<p style="text-align: right;">cercandolo</p>
<p>in me</p>
<p style="text-align: right;">nella mia autobiografia.</p>
<p>Ormai sono giunto<br />
al convincimento</p>
<p style="text-align: right;">che in Italia</p>
<p>nessuno</p>
<p style="text-align: right;">può</p>
<p>onestamente</p>
<p style="text-align: right;">“parlare d’altro”</p>
<p>accantonando</p>
<p style="text-align: right;">la propria storia,</p>
<p>la propria persona».</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’errore, l’entusiasmo, l’energia, prima del pensiero, il rimorso. La separazione. Dal potere. Dagli strati di grasso. Di comodo. Dalla protezione. Anche culturale. Della borghesia. L’inerme. Generazione. Che nacque nella caverna. Fascista. Il telefono tace. Qualcuno gli toglie il saluto. Ma lui insiste. Coi libri, le pagine, la denuncia del sé e del noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Non fummo lebbrosi<br />
né delinquenti,</p>
<p style="text-align: right;">andammo alla guerra<br />
di liberazione</p>
<p>ma udimmo qualcuno<br />
che disse:</p>
<p style="text-align: right;">hanno scelto<br />
il cavallo vincente.</p>
<p>Li osservavo<br />
ai loro tavoli,</p>
<p style="text-align: right;">a via delle<br />
Botteghe Oscure</p>
<p>e nei loro sguardi</p>
<p style="text-align: right;">quel sedimento<br />
indistruttibile»</p>
<p>di sospetto.</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno. Nella libreria Rinascita. Entra. Un funzionario del Pci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«vecchissimo,</p>
<p style="text-align: right;">mummificato».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chilanti lo indica. Al collega Fidia Gambetti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«quando lui era</p>
<p style="text-align: right;">comunfascista</p>
<p>al tempo del patto</p>
<p style="text-align: right;">con Hitler,</p>
<p>noi eravamo</p>
<p style="text-align: right;">fasciocomunisti</p>
<p>e volevamo finirla</p>
<p style="text-align: right;">col capitalismo».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Generazione. Contro. Generazione. Colpevoli, censori, sacrificati. Chilanti accusa. Neppure voi. Avete combinato. Granché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Chi ero adesso</p>
<p style="text-align: right;">al banco</p>
<p>di questo tavolo?</p>
<p style="text-align: right;">Non avevo catturato<br />
Mussolini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel 1941 (…);</p>
<p style="text-align: right;">non avevo ammazzato<br />
i grandi capitalisti</p>
<p>di Roma</p>
<p style="text-align: right;">la mattina della<br />
liberazione</p>
<p>coi miei compagni<br />
di Bandiera Rossa (…).</p>
<p style="text-align: right;">In fondo, dissi (…)</p>
<p>io sono Praga.»</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resoconto. Senza vincitori. La profezia delle macerie. Della sinistra. Lui però s’alza dal bugigattolo ed è fiero:</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">«ora sono<br />
proprio sicuro<br />
che un verso,<br />
un periodo<br />
di narrativa<br />
sono atti<br />
della resistenza<br />
dell’uomo:<br />
la resistenza permanente».</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scrive l’ultimo articolo. Su <i>L’Ora</i>. Il titolo. <i>Città della speranza</i>. Un racconto. Del ventinove. Novembre. Mille novecento ottantuno. A Palermo. I giovani in piazza contro i missili. Di Comiso. Tre mesi dopo. A Roma. Il ventisei. Febbraio. Mille. Novecento. Ottantadue. Chilanti muore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Riferimenti bibliografici minimi<br />
</b>I periodi tra virgolette « » sono tratti dai tre romanzi autobiografici di Felice Chilanti (<i>Ponte Zarathustra</i>, <i>Il colpevole</i>, <i>Ex</i>), raccolti in <i>La paura entusiasmante</i>, Milano 1971; e dai <i>Carteggi 1942-1978</i>, a cura di Gloria Chilanti e Sergio Garbato, Rovigo 2004.</p>
<p>Chi vuole approfondire la biografia di Chilanti può consultare le voci a lui dedicate in: <i>Dizionario biografico degli italiani</i>, vol. 34, 1988, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, pp. 721 sgg.; <i>Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza</i>, vol. 1, Milano 1968, p. 537. Per il complotto si veda Galeazzo Ciano, <i>Diario. 1937-1943</i>, Milano 1980, p. 602. Sui giovani e il dissenso nel fascismo si vedano il classico di Ruggero Zangrandi, <i>Il lungo viaggio attraverso il fascismo</i>, Milano 1962 (1948); e poi Ettore A. Albertoni, Ezio Antonini e Renato Calmieri (a cura di),<i> La generazione degli anni difficili</i>, Bari 1962; Marina Addis Saba, <i>Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista</i>, Milano 1973; Ugoberto Alfassio Grimaldi, <i>Cultura a  passo romano: storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte</i>, Milano 1983; Aldo Grandi, <i>I giovani di Mussolini: fascisti convinti, fascisti pentiti, antifascisti</i>, Milano 2001; Paolo Buchignani, <i>La rivoluzione in camicia nera: dalle origini al 25 luglio 1943</i>, Milano 2006. Si veda anche il dibattito apertosi sulle pagine del<i> Corriere della Sera</i> dopo la pubblicazione del saggio di Mirella Serri (<i>I redenti</i>, Milano 2005), del quale mi limito a citare l’intervento di Luciano Canfora, <i>Togliatti fu il primo a capire gli intellettuali in camicia nera</i> del 15/9/2005. Le affermazioni di Chilanti sulla razza italiana sono tratte da ID. <i>La missione della razza italiana</i>, in P. Orano, <i>Inchiesta sulla razza</i>, Roma 1938, p. 85 (citato in Serri, <i>I redenti</i>,  p. 69).</p>
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