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	<title>urbanistica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Milano, a place to bye</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 05:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />  
Fossi ricco sarebbe bellissimo vivere a Milano. “Portofino è a due ore di macchina; in 45 minuti si può pranzare sulla terrazza di Villa d'Este sul Lago di Como; e in tre ore si possono raggiungere St. Moritz, Megève o Verbier”. Il problema è che non sono ricco.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western">di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p class="western">(<em>ho la sindrome di Cassandra. Mi accorgo di scrivere sempre le stesse, inascoltate, cose</em>)</p>
<p class="western"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-115570 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof.jpg" alt="" width="912" height="538" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof.jpg 912w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof-300x177.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof-768x453.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof-150x88.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof-696x411.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/theroof-712x420.jpg 712w" sizes="(max-width: 912px) 100vw, 912px" /></p>
<p class="western">Fossi ricco sarebbe bellissimo vivere a Milano. Lo spiega perfettamente un manager in una intervista al Financial Times: “Portofino è a due ore di macchina; in 45 minuti si può pranzare sulla terrazza di Villa d&#8217;Este sul Lago di Como; e in tre ore si possono raggiungere St. Moritz, Megève o Verbier”. Il problema è che non sono ricco. E io quei posti, anche se sono nato e cresciuto a Milano, non li ho mai visti.</p>
<p class="western">Faccio Biondillo di cognome, non Cazzaniga o Brambilla. Sono un milanese “doc”, figlio di una siciliana e di un campano che negli anni del boom cercarono fortuna a Milano. Figlio, insomma, di quel sottoproletariato che cercava a Milano un posto dove emanciparsi. Sono figlio di una Milano novecentesca che non esiste più.</p>
<p class="western">Modernizzarsi, adeguarsi al cambiamento, spesso guidarlo, è una prerogativa di Milano, non dovrebbe spaventarmi quest’ultimo cambio di rotta, che va avanti da ormai un quarto di secolo e che ha avuto una spinta decisiva grazie alla flax tax voluta da Renzi nove anni fa. Da sempre, dai tempi di Bonvesin della Riva, nascere a Milano non è un obbligo. Si sceglie di essere milanesi. C’è sempre stato come un patto: dimmi cosa sai fare, qui lo potrai fare. Il patto però era esteso a tutti. Fin dall’Unità d’Italia, fin dalla nascita del mito della “capitale morale”, passando per la ricostruzione post bellica, la Milano borghese, capitalista, imprenditoriale, progrediva se tutta la città progrediva. Al Capitale conveniva investire nella città e nei suoi abitanti. Milano era una città inclusiva, insomma. Io sono figlio di quella città. Io, figlio di due analfabeti, ho studiato e ho trovato con fatica il mio spazio. Oggi gli ultimi milanesi che mi somigliano sono i figli degli srilankesi, dei moldavi, dei magrebini, che hanno fatto le elementari con le mie figlie.</p>
<p class="western">Poi il turbocapitalismo globale ha sparigliato le carte in tavola.</p>
<p class="western">Vista da fuori la mia sembra la deprecabile lamentela di un vecchio nostalgico. Milano è più che vitale, ha aumentato di centomila unità i suoi cittadini, continua, insomma ad essere una città attrattiva. Non è così semplice (non lo è mai). In questi ultimi vent’anni sono arrivate in città cinquecentomila persone e se ne sono andate almeno quattrocentomila. Questo significa che oltre un terzo degli attuali milanesi non ha alcun legame affettivo, storico, familiare, con la città. Cos’è successo? Che la forbice fra i ricchi e i poveri si è allargata a dismisura. Il ceto medio, quello che reggeva simbolicamente le redini della città, si è impoverito, il proletariato è scomparso, il sottoproletariato è cresciuto senza posa. In città sono arrivati o i nuovi ricchi &#8211; gli influencer, i calciatori, i manager della finanza &#8211; o i poverissimi che vivono di una economia parassitaria. Extracomunitari che fanno i rider, le pulizie, i lavapiatti, le badanti. Cosa accomuna i due gruppi? L’indifferenza al territorio. Per i primi Milano è un posto come un altro che ha il “plus” della millantata qualità della vita (la “dolce vita” scrive il Financial Times, dimostrando come ancora nel mondo siamo raccontati per luoghi comuni), ma quel che conta è pagare di tasse una miseria per almeno quindici anni, poi, si cambia città. Vancouver o Praga, Sidney o Helsinki, è poco importante. Ad essere ricchi si sta bene ovunque, sopratutto se fai i soldi con la finanza, non con la produzione. Per i secondi non c’è radicamento perché sono stati scientemente espulsi fin da subito, simbolicamente e praticamente, dalla cittadinanza (non hanno diritto di voto, non hanno voce in capitolo, non esistono per la politica).</p>
<p class="western">Chi è andato via, invece, è chi non ce la fa più a reggere economicamente le pretese economiche della città. Milano costa come Londra ma ha gli stipendi di Reggio Calabria. Chi apparteneva, per titolo di studio, alla piccola borghesia non ce la fa più: impiegati, docenti, infermieri, ma anche giovani architetti, scienziati, medici, ingegneri, avvocati. Quest’ultimi neppure cercano casa nella città metropolitana. Se ne vanno via direttamente dall’Italia.</p>
<p class="western">La continuità amministrativa fra giunte di destre e di sinistra, a Milano, è stata il motore che ha fatto della città una “place to be”. Ma non per tutti, solo per chi se lo poteva permettere. Non basta essere una città ricca, occorre che parte di quella ricchezza “estratta” dalla città venga restituita in servizi e infrastrutture. Altrimenti, appena i ricchi troveranno un altro posto dove svernare, qui resteranno solo macerie. Mi spaventa il paesaggio a venire.</p>
<p class="western">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Repubblica-Milano,<em> il 31 agosto 2025</em>)</p>
<p class="western">
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		<title>L&#8217;urbanistica turbocapitalista e io. Storia di una sconfitta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jul 2025 12:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianni Biondillo</strong> <br />
Dove il bubbone purulento del turbocapitalismo poteva esplodere se non qui, nella città più europea d'Italia (così si vanta d'essere) ma anche la più italiana d'Europa (con tutti i difetti a traino)?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali.jpeg" alt="" width="2100" height="1182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali.jpeg 2100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1024x576.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-768x432.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1536x865.jpeg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-2048x1153.jpeg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-150x84.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-696x392.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1068x601.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-1920x1081.jpeg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/milano-torre-hadid-insegna-generali-746x420.jpeg 746w" sizes="(max-width: 2100px) 100vw, 2100px" /></p>
<p>Forse il crollo della scritta “Generali” sullla copertura del grattacielo di Zaha Hadid è la giusta metafora di quello che sta passando Milano in questi giorni (chi assicura gli assicuratori?). La scossa tellurica innescata dalle indagini della procura è come se avesse raggiunto la cima dei grattacieli che hanno caratterizzato il nuovo, moderno skyline urbano, per dimostrarne la fragilità.</p>
<p>Tutto nasce dalle denunce degli abitanti di un condominio in Piazza Aspromonte che hanno visto crescere nel cortile di casa un palazzo di sette piani in sostituzione di un semplice magazzino. Con una “scia”, cioè una pratica ordinaria che non prevede piani attuativi e oneri di urbanizzazione. Per chi non è del mestiere: costruire il nuovo, dalla legge urbanistica del 1942 e i suoi successivi aggiornamenti , prevede che il privato che sta aumentando la sua ricchezza restituisca qualcosa alla città che glielo ha permesso. Per costruire fogne, infrastrutture, asili, scuole. Soldi, insomma. Va bene tutelare la proprietà privata, ma occorre anche che il bene collettivo non venga depauperato.</p>
<p>Nel novecento, quando l&#8217;ago della bilancia pendeva verso l&#8217;interesse pubblico si hanno avute politiche urbane di natura socialista, quando verso l&#8217;interesse privato di natura liberista. Poi c&#8217;è stata Tangentopoli e l&#8217;Italia s&#8217;è rotta. Non per colpa di chi ha scoperchiato il verminaio, ma per l&#8217;ingordigia di chi da sempre ci sguazza dentro. Non vorrei sembrare determinista, ma la natura familista, opportunista, amichettista della classe dirigente (politica e imprenditoriale) italiana è la stessa da sempre, da Giolitti passando per il fascismo e transitando per la democrazia cristiana. Tutto in perfetta continuità.</p>
<p>Per capire l&#8217;Italia, scrivo da sempre, occorre guardare cosa fa Milano. Nel bene o nel male (spesso nel male). Milano, ancora alla fine del secolo scorso, era una città popolare che stava dismettendo il suo patrimonio sociale, quello degli operai, senza sapere in cosa trasformarsi. Ci ha pensato il turbo capitalismo globale di inizio millennio a dare alla città una nuova narrazione: diventare cool, moderna, competitiva, esclusiva, seducente. Expo2015 fu la scommessa per fare di Milano “a place to be”. L&#8217;orgoglio dei milanesi si gonfiò a dismisura. Essere una città europea, esserlo per davvero, valeva qualunque sacrificio.</p>
<p>Che poi scrivo “milanesi”, ma in concreto di chi sto parlando?</p>
<p>Da inizio millennio, invertendo un trentennale trend negativo, la città ha visto aumentare i suoi residenti di centomila unità. Ma la cifra, detta così, non spiega nulla. La verità è che in questi decenni sono andate via quattrocentomila persone e ne sono arrivate cinquecentomila. Questo significa, in soldoni, che oggi un milanese su tre trent&#8217;anni fa non abitava a Milano. Che, culturalmente, socialmente, antropologicamente, Milano non è più la città della mia gioventù.</p>
<p>Chi è andato via, chi è arrivato?</p>
<p>Sono arrivati studenti da tutta l&#8217;Italia, drenando talenti dal resto del Paese (mentre i loro coetanei milanesi partivano per le università straniere), sono arrivati i neoricchi (dal finanziere al calciatore all&#8217;influencer) che hanno spostato la loro residenza qui per usufruire della flax tax voluta dal governo Renzi. Sono arrivati i residenti temporanei, i turisti, gli affaristi. È andato via il ceto culturalmente medio ma economicamente proletarizzato della piccola borghesia: impiegati, terzo settore, artigiani, insegnanti. Non ce la fanno più, la città è troppo cara, i costi sempre più proibitivi. Chi non s&#8217;è mosso sono stati i residenti della ZTL e gli ultimissimi, i residenti dei quartieri popolari, pensionati, extracomunitari, che vivono in condomini fatiscenti. Per loro non è cambiato niente, Milano li aveva già esclusi, dimenticati, da sempre. Nel novecento la classe operaia aveva un peso negli equilibri della politica urbana, oggi la produttiva piccola borghesia soffre e il proletariato non c&#8217;è più. Ma il sottoproletariato è aumentato a dismisura, la forbice della disugaglianza si è aperta ulteriormente. Ricchissimi e poverissimi. Che non si conoscono anche se abitano gomito a gomito (Milano è una città piccola e densa).</p>
<p>I padri di chi oggi vive nelle zone ZTL erano impreditori che investivano sul territorio. Producevano, innovavano e restituivano alla città ricchezza. Era una narrazione vincente: siamo tutti sulla stessa barca, produrre significa non solo far arricchire “i padroni”, ma anche permettere agli ultimi arrivati di emanciparsi. All&#8217;industriale, intriso di paternalismo socialista o cattolico, interessava avere dei dipendenti appagati dalla societa consumista. Oggi i loro figli, che non producono più nulla, che fanno soldi nell&#8217;alta finanza, che usano la città solo come scalo fra Londra, Francoforte, New York, a loro di quali siano le condizioni abitative a Quarto Oggiaro o in Comasina è di nullo interesse. A meno che non ci sia un ritorno economico. Vedi il quartiere ultrapopolare di San Siro, una volta in estrema periferia e ora praticamente in centro. D&#8217;improvviso, entrato nel mirino della speculazione edilizia, è stato raccontato come la casbah dell&#8217;illegalità, della droga, del pericolo. Fioccano progetti di “rigenerazione urbana” (virgolette obbligatorie) che si traducono, in soldoni, in demolizioni a tappeto del patrimonio edilizio pubblico per affidare ai privati la ricostruzione di case di pregio. Ovviamente che fine facciano gli abitanti del quartiere non interessa a nessuno, si cerchino un posto dove andare, meglio se fuori città. Gentrificazione, si chiama questa operazione di pulizia etnica. E, vi assicuro, non c&#8217;è nulla di nuovo. Già sotto il fascismo, a Torino, Milano, Roma, Napoli, ecc., si è permesso che il capitale privato estraesse ricchezza dalla città pubblica, estromettendo gli strati popolari dalle zone di pregio e accrescendo una classe di piccoli proprietari da fidelizzare al regime.</p>
<p>Questo difetto intrinseco (l&#8217;interesse privato che vince su quello pubblico), questa attitudine al “particulare”, all&#8217;amichettismo, questo risolvere tutto “all&#8217;italiana” è la nostra malattia endemica, mai eradicata. La “Vienna rossa” socialista di inizio novecento ha prodotto una città dove ancora oggi circa l&#8217;ottanta per cento degli abitanti vive in case in affitto o sovvenzionate. A Milano è solo il venticinque per cento. In Italia siamo tutti proprietari. Perché quello che conta è ciò che è mio. Ciò che mio non è, non esiste.</p>
<p>Dove il bubbone purulento del turbocapitalismo poteva esplodere se non qui, nella città più europea d&#8217;Italia (così si vanta d&#8217;essere) ma anche la più italiana d&#8217;Europa (con tutti i difetti a traino)?</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114686" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline.jpg" alt="" width="1920" height="1281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1536x1025.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-1068x713.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/MI-Skyline-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le politiche urbane delle amministrazioni che si sono susseguite in questi ultimi trent&#8217;anni, di centrodestra come di centrosinistra, sono in perfetta continuità. Non importa in fondo quale colore politico governi la città. Si può cambiare la politica partitica, a Milano, ma non la politica urbanistica. Gli slogan identitari, giusto per dare una minima differenzazione agli schieramenti, sono orpelli sovrastrutturali. C&#8217;è chi batte il tamburo sulla sicurezza, sugli stranieri, sulla tradizione e allora è genericamente di destra. Chi invece sui diritti civili, sull&#8217;inclusività, sull&#8217;ecologia e diventa genericamente di sinistra. Ma nei fatti nessuno deve intaccare il nocciolo, cioè che è più importante il valore di scambio (la casa come affare) che il valore d&#8217;uso (la casa come diritto). I politici di ogni schieramento cercano i voti di chi va a votare. Non gli studenti, non gli extracomunitari, non gli abitanti dei quartieri popolari. Cercano di rabbonirsi i latori di “diritti ad esigibilità immediata”. I cittadini di media e piccola borghesia, mediamente istruita, mediamente proprietaria. A loro è stata regalata, vent&#8217;anni fa, la narrazione della città irta di grattacieli e modernità dove tutti potevano diventare influencer, per loro sono stati costruiti tutti gli edifici che hanno densificato fino allo stremo la città. Comprate casa nella “place to be” non perdete questa occasione, questo affare (in tutta Italia, durante la pandemia, solo a Milano il costo delle case ha continuato a crescere senza alcuna apparente logica), perché poi le metterete a reddito: affitti brevi, brevissimi, a studenti, a turisti. Fare soldi senza fare niente, vivere di rendita di posizione. Chi ha i soldi ne farà sempre più, chi non li ha non ha chance. L&#8217;ascensore sociale, che a Milano ha funzionato nel secolo scorso, è irrimediabilmente rotto.</p>
<p>Il dato di cronaca mi appassiona fino ad un certo punto. Ci penserà la magistratura a spiegarmi quanto di lecito e di illecito è stato fatto in questi anni. Ma è il milieu quello che mi interessa. Non discuto della qualità di molta architettura che è stata prodotta in questo quarto di secolo. Un rinnovamento urbano davvero unico, a tratti impressionante (il più grande cantiere d&#8217;Europa). Una sfida di queste dimensioni aveva bisogno di impreditori più evoluti rispetto al passato – una sorta di Ligresti 2.0 &#8211; attenti alle parole d&#8217;ordine (“rigenerazione”, “sostenibilità”, “smart city”), e di progettisti di vaglia, di levatura internazionale. Il coolness chiede qualità. Ma le modalità restano sempre le stesse. “All&#8217;italiana”.</p>
<p>La politica decisionista piace all&#8217;imprenditore pronto a investire in una città che gli fa spendere cifre risibili in oneri d&#8217;urbanizzazione. Ma il decisionismo è sempre scivoloso, nella patria dell&#8217;amichettismo. I bandi, i concorsi, le gare, sembrano inutili impedimenti per chi vuole fare tutto e in fretta. Meglio accordarsi, più o meno sottobanco, fra commissioni, giurie, giunte, ordini.</p>
<p>La “sinergia pubblico-privato” è solo una formula elegante. Da che mondo è mondo, il mercato non è interessato al bene pubblico, non ha il dovere di essere etico. A questo serve la politica. A non piegarsi, a non inginocchiarsi, alla logica del privato. Le intercettazioni e gli sms che leggiamo in questi giorni raccontano di un senso di impunità sistemico. Sarai pure bravo, smart, talentuoso, ma se le regole del gioco sono truccate non c&#8217;è partita, vincono sempre gli stessi del “cerchio magico” (per come la vedo io è ora di togliere la foglia di fico dell&#8217;anonimato nei concorsi e giocare a viso aperto senza infingimenti).</p>
<p>Il paesaggio, retrospettivamente, è quello che è: grandi opere, alcune spesso di valore, ma anche grandi occasioni sprecate di trasformazioni urbane capaci di adeguare la città ai cambiamenti globali. Un&#8217;idea di città disinterressata al bene comune, che cerca solo di essere competitiva, nessuna attenzione al verde se non accessoria e ornamentale (puro greenwashing), totale abbandono delle classi subalterne al loro destino, arricchimento di una parte della città a discapito della collettività (ospedali, piscine, stadio, luoghi di socialità). Homo homini lupus.</p>
<p>Milano ancora una volta ha dimostrato che in Italia per attuare un classico programma di privatizzazione di centrodestra, ci vuole una amministrazione di centrosinistra. I mal di pancia dei consiglieri di sinistra bastava sedarli con l&#8217;ennesimo gay pride, con i proclami d&#8217;inclusività o con lo spauracchio di “perdere Milano” a livello nazionale. Politica miope, destinata alla sconfitta alle prossime elezioni. Ma già intravedo il salto sul carro dei prossimi vincitori. Che tutto cambi affinché nulla cambi, “all&#8217;italiana”.</p>
<p>Io mi sento uno sconfitto. Ma non mi arrendo.</p>
<p>“Maledetti bastardi, sono ancora vivo!”</p>
<p>(<em>pubblicato in una versione leggermente più breve su</em> Il Giorno<em> il 19 luglio 2025</em>)</p>
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		<title>La natura urbana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/18/la-natura-urbana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 06:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Perdonate se faccio una lunga digressione storica. La cultura europea occidentale è una cultura solidamente urbana, vede nella città una promessa e un destino. Spesso ha avuto periodi di antiurbanesimo ma le forme che ha elaborato sul territorio sono la testimonianza fisica dell&#8217;idea di identità che oggi chiamiamo europea. La storia spesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87234" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione.jpg" alt="" width="1608" height="837" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione.jpg 1608w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-300x156.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-768x400.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-1024x533.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-250x130.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-200x104.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/forestazione-160x83.jpg 160w" sizes="(max-width: 1608px) 100vw, 1608px" /></p>
<p><a name="docs-internal-guid-9e83cc05-7fff-ddfd-2b"></a><a name="docs-internal-guid-4c48dc05-7fff-db00-ff"></a><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Perdonate se faccio una lunga digressione storica. La cultura europea occidentale è una cultura solidamente urbana, vede nella città una promessa e un destino. Spesso ha avuto periodi di antiurbanesimo ma le forme che ha elaborato sul territorio sono la testimonianza fisica dell&#8217;idea di identità che oggi chiamiamo europea. La storia spesso si muove come una sinusoide. Dopo il crollo dell&#8217;impero romano, si impose un antiurbanesimo cristiano che frantumò i territori, distrusse la rete viaria, dimenticò le città, spesso sovra dimensionate, per una vita agricola. Eppure non bastarono 500 anni di cultura antiurbana: le città risorsero attorno all&#8217;anno mille. I Comuni del medioevo, cercando autonomia dall&#8217;imperatore, e dinamismo economico, crearono una maglia di realtà urbane. La città diventa così l&#8217;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>habitat naturale</i></span></span> <span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">dell&#8217;uomo. La città rende liberi mentre la natura spaventa, deve essere addomesticata, col lavoro dei campi, oppure tenuta fuori dallo sguardo. È il luogo del selvaggio, delle leggende, il bosco delle fiabe, che non deve essere attraversato se non si vuole essere mangiati dal lupo. La nostra è una estetica urbana che da sempre cerca di esorcizzare il paesaggio selvatico, il paesaggio della paura. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="docs-internal-guid-ab1dcfde-7fff-7a2a-49"></a><a name="docs-internal-guid-08c65bb7-7fff-fc69-ad"></a><a name="docs-internal-guid-010e2e45-7fff-8276-24"></a> <span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">È nel Settecento che nasce il mito del ritorno alla natura come madre generosa e buona. Perché proprio in questo periodo cambia la nostra idea di paesaggio naturale? Perché stavano cambiando le città, in modo repentino e massivo; è il passaggio epocale prodotto dall&#8217;illuminismo e dalla rivoluzione industriale. Nasce la città moderna. Una nuova urbanità, mai vista prima. Il XX secolo è stato il secolo della civiltà delle automobili, e le infrastrutture viabilistiche ne sono l&#8217;unica vera eredità. Infrastrutture che omologano il linguaggio delle forme creando città sempre più simili. La città è vista come meccanismo non come organismo, dove occorre regolare i flussi di traffico. La città del Novecento conosce via via sempre più la dispersione e lo </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sprawl</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. La città ormai non ha più un disegno unitario riconoscibile. Oggi questo paesaggio antropizzato &#8211; che per millenni ha saputo trovare un equilibrio fra le esigenze di chi lo abitava e il rispetto per il ciclo delle stagioni &#8211; ha subito nell’ultimo secolo troppi shock, troppi strappi sulla tela.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-87235" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale.jpg" alt="" width="1277" height="648" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale.jpg 1277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-300x152.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-768x390.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-1024x520.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-250x127.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-200x101.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/boscoverticale-160x81.jpg 160w" sizes="(max-width: 1277px) 100vw, 1277px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Siamo di fronte a un bivio che non permette più ripensamenti. Non sarà la pandemia a farci tornare indietro. Fra dieci anni due terzi della popolazione mondiale vivrà in un contesto metropolitano che, già oggi senza tregua continua a rubare terreno, impoverire il suolo, abbattere il patrimonio arboreo, aumentare a dismisura la produzione di CO2. Il cambiamento climatico già in atto da decenni ne è la prova inconfutabile. Ecco il bivio: le città da problema devono diventare una soluzione. Quindi energia sostenibile, riciclo, cubatura zero, mobilità condivisa, e su tutto, forestazione urbana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Trovare, insomma un nuovo rapporto fra artificiale e naturale fin nel cuore delle nostre metropoli. Una nuova narrazione che veda nella Natura né una madre generosa né una nemica spaventosa. Gli esempi non mancano. Il più famoso, addirittura paradigmatico non solo in Italia, è stato l&#8217;esperienza del Bosco Verticale. Boeri, Barreca e La Varra (i tre progettisti) in fondo non hanno fatto altro che, con raffinato gusto filologico, riproporre architetture per nulla nuove a Milano (penso a un capolavoro come quello di via Quadronno degli architetti Mangiarotti e Morassutti). Ma se l&#8217;esperienza si fosse fermata lì avremmo solo due edifici a disposizione di ricchi abitanti meneghini. Il Bosco Verticale, nei fatti, è invece un manifesto. Ha una forza simbolica che supera quella estetica. Le città possono convivere con la natura. Anzi: la natura deve diventare, per la pura e semplice sopravvivenza della specie, elemento centrale di ogni progettazione urbana.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-87236 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/quadronno.jpg" alt="" width="286" height="353" /><img loading="lazy" class="wp-image-87237 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038.jpg" alt="" width="314" height="314" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038.jpg 638w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180605-105627-038-160x160.jpg 160w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-87238 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180608-110749-922.jpg" alt="" width="208" height="153" /></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-87239 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180618-182303-232.jpg" alt="" width="178" height="151" /><img loading="lazy" class="wp-image-87241 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/IMG-20180610-151238-458.jpg" alt="" width="260" height="154" /><span style="color: #000000; font-size: medium; letter-spacing: 0.05em;">Si apre così un nuovo modo di concepire l&#8217;urbanistica: restituire permeabilità al suolo (ci sono esperimenti già in atto di de-asfaltizzazione delle strade parigine), progettare la mobilità dolce attraverso corridoi verdi che collegano parchi e giardini esistenti. Idearne di nuovi: parchi che non hanno solo la funzione di luoghi di svago, ma, come propugno da anni, che siano spazi di produzione alimentare a chilometro zero (parchi edibili). Abbattere le isole di calore urbane rendendo i tetti coltivabili e trasformando le barriere infrastrutturali in facciate verdi. E su tutto impiantare milioni di alberi. Milioni, sì. Non più parchi ma foreste. Che dovranno essere gestite così come si gestivano nel medioevo (quindi anche capaci di essere produttive in termini di materie prime), ma anche luoghi dove la biodiversità possa esprimersi, mitigando la dannosa presenza umana e qualificando la resilienza dell&#8217;ecosistema. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-size: medium; letter-spacing: 0.05em;">Un programma di ridefinizione del paesaggio che deve coinvolgere l&#8217;umanità ad ogni scala della catena decisionale. Il cambiamento climatico porta con sé carestie, povertà, migrazioni bibliche. Non basta riforestare le ricche metropoli occidentali, occorre interrompere la desertificazione inesorabile che sta colpendo come un maglio i paesi più poveri della terra. E dobbiamo farlo noi. E subito. Molto egoisticamente perché ci conviene, pena la nostra stessa estinzione.</span></p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> L&#8217;Ordine <em>del 22 novembre 2020. Le pessime fotografie sono del sottoscritto</em>)</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Milano, Bicocca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini 1. NuovaBicocca Ho ricordi personali piuttosto tardi della grigia Bicocca dell’epoca industriale, ricordi degli anni Settanta, quando mi è capitata qualche volta l’impresa di “andare a volantinare” la Pirelli-Bicocca (che sarebbe durata ancora non molto più d’un decennio). Per qualche anno ho bazzicato la sede milanese del gruppo politico Il Manifesto, quello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81958" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg" alt="" width="400" height="307" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-300x230.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-768x589.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-250x192.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-160x123.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>1. NuovaBicocca</p>
<p>Ho ricordi personali piuttosto tardi della grigia Bicocca dell’epoca industriale, ricordi degli anni Settanta, quando mi è capitata qualche volta l’impresa di “andare a volantinare” la Pirelli-Bicocca (che sarebbe durata ancora non molto più d’un decennio). Per qualche anno ho bazzicato la sede milanese del gruppo politico Il Manifesto, quello radiato dal Partito Comunista nel 1969, per essersi permesso di lamentare la solitudine di Dubčeck di fronte ai carri armati sovietici che avevano stritolato la “primavera” di Praga. Il Manifesto a Milano aveva trovato una sede &#8211; un paio di stanzoni sgangherati in cui fare riunioni e piazzare telefono e ciclostile – all’interno di un cortilaccio di corso San Gottardo, subito oltre le possenti colonne della Porta Ticinese (a fianco di quella che oggi è la luccicante zona della <em>movida</em> lungo la Darsena e il Naviglio Grande, che allora però non esisteva proprio come <em>movida</em>, era solo una triste fila di bassi edifici mezzi corrosi dall’umidità lungo il canale).<br />
Entrati nel cortile, si saliva la scaletta esterna che portava alla sede del Manifesto, e qualcuno ti aspettava a fianco della stufa non sempre accesa con un gran pacco di volantini appena ciclostilati da andar a distribuire alle migliaia di operai in uscita dai turni dello stabilimento Pirelli del quartiere Bicocca (non c’erano i social-media in quegli anni, e anche la televisione era ancora primordiale e rigidamente governativa, così chi non poteva accedervi comunicava distribuendo scritti, magari roba artigianale poco digeribile, fogli ruvidi fittamente incisi da minuscoli caratteri neri, slabbrati dal ciclostile). Quel qualcuno che ti aspettava di solito aveva una cinquecento o una seicento, dove si caricavano i pacchi di volantini. E poi si partiva verso il nord di Milano, nel buio della notte. Sì, perché la Pirelli della Bicocca andava a ciclo continuo, su tre turni di lavoro, e si trattava di andar a beccare intanto gli operai del turno di notte, che saranno usciti verso le 6.<br />
Devo dire che la mia sensazione era già allora di perfetta inutilità (difatti la mia “militanza” non ha retto più che un paio di anni). Il Manifesto aveva rotto con il partito comunista per questioni di democrazia, e per la indubbia assurdità – ormai appalesata oltre ogni ragionevole dubbio, se mai ce ne erano potuti essere – dell’idea di un’URSS “stato guida”. Ma era rimasto operaista, coltivava cioè un’idea mitica della classe operaia (a volte con passi dai toni lirici, negli articoli che comparivano sul suo giornale). L’idea di una classe operaia vista come vero cuore del sistema industriale, cuore che avrebbe potuto mettersi un giorno, per scelta politica, a battere in un altro modo, aprendo così la via verso la “transizione al socialismo”. E dunque provava, Il Manifesto, ad inondare le fabbriche, in occasione di lotte “interne”, dei suoi volantini con suggerimenti “esterni” sulla linea da seguire (così come tutti gli altri gruppi post-sessantotteschi per altro). Ma la sensazione di inutilità non era soltanto politica.<br />
Arrivavamo noi dunque carichi di volantini, con le prime luci dell’alba, alle varie porte che si aprivano nei lunghissimi muri di cinta, d’una lividezza degna di un quadro “industriale” di Sironi. E tutto era silenzio intorno a noi, tranne un sordo muggire della fabbrica che stava al di là del muro, aromatizzato da qualche acre profumo industriale sparso nell’aria. Poi di colpo, nel giro di qualche minuto, usciva in fretta e furia una incredibile massa: gli operai del turno di notte. E magari qualcuno prendeva anche gentilmente i nostri volantini (erano abituati), ma chiaramente dopo un turno di notte avevano altro per la testa che mettersi a leggerli. Sciamavano via nella impaziente stanchezza della fine-turno, verso la vicina piccola stazione ferroviaria di Greco-Bicocca (proprio dietro l’enorme stabilimento) che li avrebbe riportati alle loro case nell’hinterland nord, o verso il primo caffè di un bar che coordinava i suoi orari con quelli della fabbrica (come tutto il quartiere). Nel volgere di pochi attimi si passava da una attesa sospesa, muta ed immobile, all’inondazione, alla calca incredibile, agli strusciamenti, agli scatti, alla nostra concitazione volantinatoria; fra richiami, qualche urlo, scoppi di risate. E poi di nuovo il silenzio, ed il fievole brontolio che veniva dal di là del muro di cinta. In una luce però già un po’ più intensa, segnale naturale del fatto che il tempo del nostro volantinaggio era già trascorso, avevamo fatto il nostro dovere politico, testimoniato anche da un ammassarsi di volantini per terra fra altre cartacce, che indicavano la traccia delle direzioni prese dalle frotte di operai del turno di notte. Tutto lavoro per gli spazzini, sminuzzato in un grigiore generale, nella polverosità diffusa della Milano dell’epoca, che andava ancora a carbone, gasolio, kerosene e chissà cos’altro.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81959" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
2. Vecchia Stazione Ferroviaria Greco-Bicocca</p>
<p>Ho ritrovato analoghe sensazioni del fuori-fabbrica in un testo degli inizi degli anni Cinquanta, un diario di Ottiero Ottieri, pubblicato oggi col titolo di “<em>La linea gotica</em>”. Nel 1951, descrive una passeggiata a Sesto San Giovanni, con rientro a Milano passando per la Bicocca. Insomma nel tessuto più concentrato della periferia industriale milanese di nord-est, quella periferia che gli sembra un «<em>prolungamento violento della città, disarmonico, nato intorno ad una ferrovia che si avventa in mezzo con fragore, intorno ad una strada dal traffico compatto quasi che il flusso di Milano vi traboccasse accresciuto da una periferia che invece di diradarsi e naturalmente morire nella campagna, ingrossa di nuovo come un bubbone</em>». Prima Ottieri passa davanti alla fonderia Breda, scorrendo lungo un «<em>muro lunghissimo … sopra la muraglia compaiono e stridono le altissime gru a ponte, l’unica attrezzatura industriale che il muro non riesce a nascondere. Tutto il resto è segreto</em>»</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
3. Sesto. il CarroPonte</p>
<p>(oggi col CarroPonte dell’ex Breda ci hanno fatto un parco archeologico-industriale, serve per farci feste ed eventi vari: concerti pop, spettacoli, raduni, non mancando all’occorrenza neppure uno <em>Street Food Park Village</em>, destinato &#8211; secondo la pubblicità &#8211; a “deliziare il nostro palato”). Poi lo scrittore scende verso Milano, dove annota: «<em>sfila, con un susseguirsi di costruzioni banali, la grande Pirelli. Fra i muri della Breda e della Pirelli, come linea di confine, c’è una stradetta solitaria vuota, da innamorati</em>» (!). Ottieri la prende per spostarsi sull’altro lato della Pirelli, verso la stazione di Greco, ed anche lui ascolta il silenzio, immerso nella solitudine: «<em>la più fitta città industriale della nazione è un deserto. Il lavoro si è risucchiato tutti, dentro i muri, e Stalingrado sembra abbandonata. Non ci sono nemmeno rumori. Soltanto il puzzo di gomma della Pirelli si fa vivo, spia che qualcosa sta succedendo, mescolandosi all’aria grigia, aggiungendosi alla nebbia contro il sole giallastro</em>»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Stalingrado &#8211; immagino saprete tutti &#8211; era il soprannome attribuito a Sesto San Giovanni quando l’altissima concentrazione di insediamento operaio produceva esiti elettorali di tipo bulgaro, solo che in Bulgaria era l’effetto del partito unico, a Sesto no: c’era la democrazia, ed erano tutti voti veri, voti ideologicamente rossi. Nel 1997 nei pressi del CarroPonte era stata posta una lapide che diceva «A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista. Ora e sempre Resistenza. 24.04.1997 i compagni di lavoro di Sesto San Giovanni». Oggi gli operai di Sesto sono in pensione, dato che le fabbriche hanno chiuso, solo che adesso votano anche loro verde. Non fatevi illusioni: verde Padania. La vecchia Stalingrado è diventata recentemente uno dei posti con percentuali più alte di voto leghista. Insomma il cuore ex operaio si è poi messo a battere in un altro modo, ma non è la transizione al socialismo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81961" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
4. Lapide caduti lavoro Sesto</p>
<p>Di fronte alla Breda, Ottieri si commuove trovando in mezzo a quella desolazione industriale qualcosa d’altro:   «<em>In fondo alla strada resiste ancora una bellissima villa, ridotta a cascina, che ha il colore del mattone cotto e filtra l’aria romantica, di miele, delle antiche costruzioni di campagna</em>»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. È l’antica Villa Torretta, villa di delizia campestre cinquecentesca appartenuta ad alcune delle più potenti famiglie nobili milanesi. Nell’Ottocento veniva a cercarvi rifugio dall’afa cittadina anche il Manzoni, ospite della famiglia Serbelloni-Busca, poi era diventata una semplice cascina, abitata da famiglie di contadini che coltivavano i possedimenti terrieri, oggi in parte rimasti verdi ed assorbiti dal tentacolare Parco Nord sviluppatosi ad ovest dell’edificio, mentre nella parte ad est i campi sono stati fagocitati invece dall’edificazione della grande Sesto San Giovanni novecentesca (arrivata a quasi 100.000 abitanti negli anni Ottanta). I campi sono stati consumati innanzitutto dalla crescita della Breda e di altre industrie, e poi dai nuovi quartieri residenziali adagiatisi intorno alle fabbriche. Nel 1903 la cascina viene acquistata dalla Breda, per farne dormitori per suoi operai, e anche i contadini che vi erano rimasti passano a lavorare in fonderia, ma senza abbandonare del tutto i campi, diventando cioè metalmezzadri. Nel 1963 la comunità di operai di origine contadina che abitava alla Torretta fonda una cooperativa edilizia che costruisce per loro case moderne in altra parte di Sesto, e così la ex-villa resta abbandonata. Oggi, finemente restaurata, è diventata il Grand Hotel Villa Torretta (che si pavoneggia della sua ripristinata loggia di tipo rinascimentale), sul confine municipale fra Sesto e Milano. Di fronte oggi si ritrova il Centro Commerciale Sarca separato dal Grand Hotel dal solo viale Sarca, che da lì si apre verso sud. Era il bordo occidentale della zona industriale della Bicocca, la via “di servizio” delle fabbriche. Chi quella Bicocca non se la ricorda, o non la ha mai vista, la può ancor oggi visitare – magia del cinema – rivedendosi il film di Antonioni “<em>La notte</em>” del 1961, che alla vecchia Bicocca è stato, in parte, girato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81962" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg" alt="" width="400" height="251" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-160x100.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
5. VillaTorretta</p>
<p>La lunga scena girata alla Bicocca vecchia maniera è quella del vagabondaggio di Lidia (Jeanne Moreau), nella finzione moglie dello scrittore Giovanni Pontano (Marcello Mastroianni), che annoiatasi alla presentazione dell’ultimo libro del marito, fugge per vagabondare nella Milano in vorticoso processo di modernizzazione (è il primo film italiano in cui i personaggi si lamentano del traffico automobilistico) e poi si fa portare da un taxi proprio alla Bicocca. Antonioni, con la sua concentrazione assoluta sulle immagini (a cui funzionalizza le storie), ci offre così, in questo film, una preziosa testimonianza visiva della Bicocca di quel tempo, salvandola dalla distruzione-creativa degli anni.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81963" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg" alt="" width="400" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg 625w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-250x151.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-200x121.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-160x97.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
6. La notte. Jeanne Moreau</p>
<p>Lidia girovaga in un miscuglio fra periferia industriale ed ex campagna: distributori di benzina, mura di cinta e cancellate, edifici produttivi, depositi a cielo aperto di macerie, campi oggi assorbiti nel Parco Nord (ma ancora riconoscibili) e spazi sterrati dove si scontrano bande di teddy boys. In inquadrature lunghe compaiono anche pezzi dell’apparato industriale: il CarroPonte, un serbatoio Breda, ed una infilata di viale Sarca in cui si riconosce la torre piezometrica. Originariamente serbatoio d’acqua al servizio delle varie industrie, costruita nel 1913 in forme storicistiche che richiamano una torre medioevale, è stata risparmiata dalla demolizione di tutto il resto ed ora fa parte del campus dell’Università della Bicocca e con il suo slancio di 45 m. si pone come punto di riferimento visivo e segno di continuità fra la nuova e la vecchia Bicocca.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
7. Viale Sarca oggi, con torre piezometrica</p>
<p>La “rigenerazione” del vecchio quartiere industriale in un’area mista di zona universitaria/terziario/ricerca e spazi residenziali – il nuovo «<em>centro storico della periferia diffusa</em>»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> secondo la felice espressione del progettista Vittorio Gregotti &#8211; ha programmaticamente salvato anche altri pezzi di apparato industriale come icone dell’epoca precedente, come vezzeggiate radici del presente potremmo dire: è il caso della ex torre di raffreddamento dello stabilimento Pirelli, ora incastonata nel cuore del nuovo centro direzionale Pirelli progettato dallo studio Gregotti, o del capannone Breda ora trasformato &#8211; lasciandogli la sua riconoscibile forma &#8211; nello spazio espositivo chiamato “Pirelli Hangar Bicocca”. O, ancora, di altri capannoni Breda, d’antico mattone lombardo, ora ristrutturati in sedi per aziende creative.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81965" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg" alt="" width="400" height="319" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-768x612.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-250x199.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-200x159.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-160x128.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
8. Torre di raffreddamento ora inserita all&#8217;interno del Centro direzionale Pirelli</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
9. Ingresso Pirelli-HangarBicocca</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81968" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg" alt="" width="400" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-768x540.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-200x141.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-160x112.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
10. Padiglioni ex-Breda ristrutturati in sede di imprese creative</p>
<p>Alla fine Lidia telefona al marito da un chiosco di fronte alla Breda e gli dà appuntamento alla Torretta, ancora cascina scalcinata. Dove Pontano/Mastroianni se ne esce con un «è strano, non è cambiato niente qui», a cui Lidia/Moreau risponde premonitoriamente «cambierà, cambierà molto presto», che sintetizza l’ideologia del film, che a sua volta dà voce allo spirito del tempo.<br />
Se viale Sarca finisce verso nord a Sesto con Villa Torretta, a sud raccoglie ancora dei pezzi della Bicocca d’un tempo. È ancora perfettamente conservato nella sua forma di città-giardino il Borgo Pirelli, anche se molto malandato, gestito com’è dalla agenzia regionale ALER, che non provvede ad un minimo di manutenzione. Si tratta di 27 villette a due piani (con 2 o 4 alloggi) attorniate ciascuna da un proprio piccolo giardino, fatte costruire allo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) dalla Pirelli subito dopo la Prima Guerra Mondiale, per i propri dipendenti “meritevoli”. Completa l’operazione edilizia pirelliana degli anni Venti il “casone”, una palazzina liberty di 4 piani che raccoglieva i negozi necessari al sostentamento degli abitanti, ed ulteriori appartamentini per operai. Al piano terra è ospitato il bar “Tempi Moderni”, che fra aria liberty dell’edificio e nome così altisonante &#8211; rafforzato all’interno da manifesti dell’omonimo film di Charlie Chaplin &#8211; si presenta come un’isola di antica modernità sopravvissuta ad un coetaneo quartiere industriale che invece è stato tutto cancellato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
11.Borgo Pirelli</p>
<p>In fondo al Borgo Pirelli, i “pezzi della Bicocca d’un tempo” stanno frantumati sotto uno strato di terra: è la collina (artificiale) dei ciliegi creata ex novo durante i lavori di rigenerazione del vecchio quartiere industriale, accumulando qui (dove era assolutamente piano), fino a 25 m. d’altezza, i detriti degli abbattimenti, ricoprendoli quindi di terra e piantumandoci sopra una parchetto alberato, punteggiato &#8211; come da nome &#8211; da alberi di ciliegio, che in primavera donano al luogo una delicata fioritura. Dalla cima, verso sud si domina la vista dello <em>skyline</em> di Milano, e sotto, ad est, quella della Nuova Bicocca con le sue sagome gregottiane squadrate, spigolose, ancora tanto razional-novecentesche.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>(così diverse dalle stupefacenze curvilinee della successiva Milano postmoderna, tipo Citylife o Porta Nuova. Tipologie edilizie di cui Gregotti dice che sono concepite come ingrandimento di un oggetto di design, dove non conta più nulla il problema dello spazio fra le cose<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81970" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
12. Collina dei ciliegi</p>
<p>Con le macerie degli edifici delle fabbriche è stato sepolto anche un pezzo di storia del movimento operaio milanese: gli operai Pirelli – ancora quelli della vecchia sede in località Brusada, dove ora c’è il grattacielo Pirelli di Gio Ponti &#8211;  avevano contribuito ai moti contro il prezzo del pane del 1898 (quelli repressi dalle cannonate di Bava Beccaris), poi al biennio rosso con l’occupazione della fabbrica – questa volta già quella alla Bicocca – nel 1920, infine agli scioperi antifascisti del 1943-44 e alla Resistenza, finendo, per il solo sciopero del 23 novembre 1944, in 156 nei campi di concentramento tedeschi. Pace all’anima loro, all’anima generosa del Movimento Operaio (la cosa ci può spiegare il voto verde dei sopravvissuti).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-81971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg" alt="" width="400" height="203" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg 832w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--768x390.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--250x127.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--200x102.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--160x81.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
13. veduta aerea della Nuova Bicocca (foto presa dalla rete: http: www.urbanistica.unipr.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG )</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ottiero Ottieri, <em>La linea gotica</em> taccuino 1948-1958, Parma, Guanda, 2012, p. 76-78</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ottiero Ottieri, <em>La linea gotica</em> taccuino 1948-1958, Parma, Guanda, 2012, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Vittorio Gregotti, <em>La pratica del progetto urbano nell’area metropolitana, </em>in, <em>Progetto Bicocca 1985-1998</em>, Milano, Skira, 1999, p. 24</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> «Siamo … ben consci dei debiti culturali che abbiamo volontariamente contratto con la tradizione del moderno ed in particolare con quella del razionalismo italiano. Un razionalismo del tutto speciale nel quale le cose migliori del movimento del Novecento hanno giocato una parte importante, sia per quanto riguarda la concezione figurativa dello spazio, sia per ciò che concerne la solidità architettonica del costruire» Vittorio Gregotti, <em>Riflessioni del progettista</em> in <em>Trasformazioni a Milano. Pirelli Bicocca direttrice nord-est</em>, Milano, Angeli, 2003, p.22</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zxRbsoIDhbo">https://www.youtube.com/watch?v=zxRbsoIDhbo</a> , consultato nel: dicembre 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>RASSEGNA FOTOGRAFICA</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81972" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81973" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81974" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81976" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81977" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81978" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81979" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81980" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81981" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81982" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>Didascalie delle fotografie (da sinistra a destra e dall&#8217;alto in basso):</p>
<ol start="14">
<li>Facciata principale della Università della Bicocca, con opera “Chained”, di Borondo&amp;Tresoldi</li>
<li>1. Passerella. Pirelli Bicocca (foto presa dalla rete);  15.2. Passerella ora fra edifici delle facoltà umanistiche dell&#8217;Università della Bicocca</li>
<li>Viale dell&#8217;Innovazione</li>
<li>Angolo di edificio universitario</li>
<li>Torre della zona centrale mista</li>
<li>Viale Piero e Alberto Pirelli</li>
<li>Edilizia convenzionata</li>
<li>Intreccio di livelli sovrapposti</li>
<li>Congiunzione fra vecchia e nuova Bicocca</li>
<li>Padiglione ex-Breda ristrutturato in sede di imprese creative</li>
<li>Edificio ristrutturato per  Matematica e Scienza dei Materiali</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: tutte le fotografie &#8211; tranne le due indicate nelle didascalie &#8211; sono dell&#8217;autore del testo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Milano, piazzale Lugano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/09/20/milano-piazzale-lugano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2019 05:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anni settanta]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Robero Antolini Nella prima metà degli anni Settanta, finito il servizio militare in una caserma degli alpini in Cadore, rientravo in città, a Milano, con l’obiettivo di finire di scrivere la mia tesi di laurea in lettere presso la Statale, e mi ero come prima cosa cercato un mini-Job, per metter subito qualcosa in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Robero Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-80589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-160x107.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Nella prima metà degli anni Settanta, finito il servizio militare in una caserma degli alpini in Cadore, rientravo in città, a Milano, con l’obiettivo di finire di scrivere la mia tesi di laurea in lettere presso la Statale, e mi ero come prima cosa cercato un mini-Job, per metter subito qualcosa in tasca. Cosa oggi incredibile ma vera, allora si faceva presto, prestissimo, a trovare un impiego per tre mesi alle poste. Si faceva una domandina e si veniva facilmente assunti come “trimestrale” dalle PT (Poste e Telegrafi), che poi ti spedivano dove avevano problemi di personale. A me toccò in sorte l’Ufficio Pacchi di Piazzale Lugano. <span id="more-80585"></span>Il lavoro consisteva nel selezionare pacchi per indirizzi di destinazione lungo una specie di catena di montaggio: un tapis roulant trasportava i pacchi, e noi ai lati dovevamo riconoscerli e selezionarli. Il lavoro era a ciclo continuo, si facevano 3 turni distribuiti sulle 24 ore e quello che ti capitava ti capitava. Capitava di entrare ed uscire alle ore più varie, tanto che certe volte, uscendo in piena notte, sfruttato un tratto di circolare notturna, mi toccava poi far chilometri a piedi per raggiungere casa mia, che a quel tempo stava in zona Porta Genova. Oggi ho un ricordo spettrale del piazzale Lugano d’allora, che bisognava attraversare per raggiungere il colossale edificio dell’Ufficio Pacchi, in fondo al piazzale, lungo lo scalo ferroviario della Bovisa. Sia sotto lo scialbo sole del pomeriggio come nella nebbia della notte invernale ho il ricordo di una stoppaglia piatta, teoricamente verde ma secca ed abrasa, una specie di non-luogo.<br />
L’interno dell’Ufficio Pacchi invece, in quegli anni, era in subbuglio come ogni altro angolo di Milano. Si fronteggiavano una buona quota di giovani trimestrali come me, ed i dipendenti di ruolo, in genere capitati a Milano da fuori, col miraggio del posto fisso. Ne ricordo uno che veniva tutti i giorni da Verona: noi gli chiedevamo cosa glielo facesse fare, e cosa gli restava da vivere oltre le otto ore di lavoro e i viaggi Verona-Milano e ritorno, all’infinito. Lui rispondeva che su un posto fisso mica si sputa, e che partendo all’alba dalla stazione di Verona, tornava la sera a casa, in un quartiere periferico, giusto in tempo per mangiare qualcosa preparato dalla moglie, e farci una partitina a carte in modo da svagarsi un po’ via, prima di stramazzare sul letto in un sonno di piombo interrotto prima dell’alba dal suono lacerante della sveglia, e avanti così, a ciclo continuo. Poi c’era un pugliese, un delegato della CGIL vivace e socievole (anche con noi trimestrali “sballati”, e non era da tutti) che raccontava di come, dopo anni di lavoro all’Ufficio Pacchi di piazzale Lugano, ancora non diceva alla moglie, rimasta al paese ad attendere il vaglia mensile, quanto prendeva di stipendio: «cosa vuoi – spiegava – in paese neanche si immaginano quanto costa la vita a Milano. Intanto l’affitto della stanza poco distante da piazzale Lugano, poi i pasti, la lavanderia, e poi … insomma … mica posso andare al paese, in fondo alla Puglia, tanto spesso, e quando sono qui a Milano sabato e domenica, qualcosa devo pur fare, qualche puntata al bar, qualche cinema, qualche pizza &#8211; che a Milano fanno schifo! &#8211; in compagnia … ». La moglie pare che chiedesse sempre quando avrebbe fatto domanda di trasferimento (al paese), ricevendo risposte evasive.<br />
Dall’altra parte c’eravamo noi, la fauna variopinta dei trimestrali. Allora mi sembrava una popolazione giovanile ovvia, come quella che incontravo in ogni dove intorno a me, nella Milano di quegli anni, che erano i nostri. Ma oggi, a distanza di una vita, capisco che era (eravamo) una vera anomalia della storia, qualcosa che non s’è più visto. Il meccanismo del posto di lavoro a scadenza, trimestrale, selezionava i più instabili, i più refrattari, ne uscivano personaggi che sembravano ispirati a quella canzone di Fabrizio De Andrè che faceva «e nemmeno un pensiero/non all’amore non al denaro né al cielo». C’era chi era appena tornato, o stava per partire per l’India, e metteva via gli spiccioli per l’ennesimo viaggio. Già allora si parlava di qualcuno che non era più tornato. Era passato per l’Ufficio Pacchi mesi o l’anno prima, ed era poi sparito in qualche meandro del Gange, facendo perdere le sue tracce. O ai piedi dell’Himalaya. C’erano i rockettari che venivano dai quartieri operai come Quarto Oggiaro o Lambrate, ma non avevano nessuna impazienza di seguire le tracce dei loro genitori e dei fratelli maggiori in fabbrica, e intanto si parcheggiavano qui e là, rimandando la decisione. Subito dopo quella mia esperienza trimestrale sono cominciate le crisi aziendali, a partire dalla Innocenti di Lambrate le grandi fabbriche hanno chiuso una dopo l’altra. Chi era rimasto fuori aveva poche possibilità di prendere quella decisione a lungo rimandata, e facendo buon viso o meno doveva inventarsi davvero qualcosa d’altro (per sua fortuna si trovava comunque a Milano). E poi c’erano i “politicizzati”: gli extraparlamentari d’ogni tonalità e varianza, la lunga scia del post-Sessantotto milanese, originariamente studenti, che un po’ alla volta lasciavano magari anche perdere gli studi, pensando che c’era di meglio da fare. «Non ci era mai capitato un gruppo di trimestrali così politicizzato» mi diceva un collega simpatizzante dell’MSI, uno che veniva in giacca e cravatta a lavorare all’Ufficio Pacchi (il nerbo della nazione insomma). E poi continuava esplicando: «ma sai che trovo scritte su Fanfani e Andreotti anche sulle porte del cesso? Non puoi neanche andare a farti una pisciata in santa pace». Effettivamente le scritte sui muri fatte coi gessetti d’ordinanza si moltiplicavano esponenzialmente, e quando c’erano le manifestazioni del sabato pomeriggio (cioè praticamente ogni settimana) era tutto un circolare di volantini. Ricordo un ricciolone di Potere Operaio col quale lavoravo in coppia spesso e volentieri, passando le otto ore di lavoro raccontandoci il mondo. Un giorno, fra una battuta e l’altra, mi invita – devo dire con un sorriso un po’ strano, che ricordo ancora – ad andare alla riunione di fondazione di un comitato autonomo del suo quartiere. A me che bazzicavo l’università in via Festa del Perdono, qualche volta era capitato in mano il giornale di Potere Operaio, con tutte quelle strampalate analisi di come secondo loro stesse nascendo l’insurrezione dal basso, di proletari auto-organizzati in comitati autonomi che si preparavano a prendere le armi, ecc. E non mi capacitavo se ci stavano davvero o se ci facevano. Credo sia stato il tentativo di arruolamento terroristico che mi ha sfiorato più da presso. Gli ho augurato buona fortuna, a lui personalmente, alla sua vita a rischio, non al comitato (anzi!). Non mi sono più ricordato il nome del ricciolone di PotOp, cosa che magari mi ha evitato di leggerne le disavventure sulle cronache degli anni di piombo.<br />
Insomma – ecco &#8211; quel lavoretto trimestrale all’Ufficio Pacchi, quel transito casuale per il verde secco di Piazzale Lugano, segna, nella mia memoria, un confine: qualcosa che sta fra un prima ed un poi molto diversi. Erano gli anni apparentemente più succosi della “contestazione”, che erano insieme sia l’apice dell’età dell’oro, che il segno che la stessa era già finita, silenziosamente morta e sepolta, il boom si era sgonfiato, il futuro tornava ad essere incerto, com’è sempre il futuro.<br />
Piazzale Lugano è oggi molto diversa da com’era allora. Al posto del non-luogo d’un verde strapazzato, oggi c’è un giardino un po’ incolto ma bello verde ed ombroso, su cui sono cresciuti degli alberoni robusti e frondosi che si allungano verso i piani alti dei palazzoni che lo circondano: hanno l’altezza della mia vita recente, al di qua del confine. In fondo c’è ancora l’enorme carcassa a sei piani, più torrione laterale, dell’ex Ufficio Pacchi PT, diventato inutile in epoca di corrieri che girano la città in motorino o in camioncino per consegnare pacchi a domicilio a sorpresa (e che rappresentano un esempio tipico del degrado delle condizioni di lavoro: dal “posto fisso” delle PT d’un tempo alla precarietà attuale). L’edificio è stato abbandonato nel 2000, hanno provato a metterlo all’asta ma nessuno se lo è filato, quindi è rimasto per vent’anni lì così, abbandonato, esposto alle intemperie, usato da homeless per passare la notte con qualcosa di simile ad un tetto sopra la testa. Finché non si sono accorti che la carcassa perdeva scorie di cancerogeno amianto, ed hanno cominciato col bonificarlo. Poi gli urbanisti che stanno progettando una rigenerazione dell’area dell’ex scalo Bovisa, dismesso dalle ferrovie, hanno presentato proposte di edifici da realizzare al suo posto, e sul blog di architettura Urbanfile è comparso anche il rendering di uno studio di fattibilità di quanto dovrebbe uscire dal cappello magico degli urbanisti-rigeneratori<a href="https://blog.urbanfile.org/2019/01/16/milano-ghisolfa-e-bovisa-al-via-la-demolizione-finalmente-del-mostro-di-piazzale-lugano/">(1)</a>: due torrioni di vetro dalle decine di piani, come va ora di moda a Milano.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-80591" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering.jpg" alt="" width="500" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a><br />
Così è iniziata la demolizione. Dietro lo scheletro messo a nudo di mastodontiche travi d’acciaio a cui poggiavano i piani su cui pestolavamo noi, si staglia una gru poderosa, i resti delle esili tamponature cominciano a venir giù pezzo dopo pezzo, si vedono al lavoro operai con caschetto in testa che fanno funzionare micidiali demolitori. Non ne avrà ancora per molto l’edificio che ha accolto il mio vecchio casuale transito fra i postelegrafonici.<br />
Nell’angolo di fianco, alla fine della via che aggira il piazzale, c’è già qualcosa che ha l’aspetto proprio della Milano che è venuta dopo, quella post-industriale, dei “servizi”. Un pregevole basso manufatto architettonico, che mostra sulla via la facciata di un candido muro, traforato da aperture prospettiche alla Figini-Pollini, dietro le quali si intravede un lussureggiare di verzure, addirittura una palma, a schermare dal sole la gran vetrata con insegne della “Softec Digital Servis Design, valorizzazione dell’eccellenza attraverso la trasformazione digitale”. Il design, onnipresente a Milano, nella versione Silicon Valley, che di sé dice: «Chi siamo : siamo la prima Digital Platform Company con focus sulla Customer Experience, che concepisce e costruisce soluzioni misurabili che abbracciano l’intera esperienza del cliente dall’online al mondo fisico e viceversa, restituendo un tangibile valore di business per i suoi clienti e li accompagna verso la trasformazione digitale» .<br />
Ecco, questa è la Milano in trasformazione di oggi. Sembra che i cent’anni di decollo industriale che hanno fatto di una sonnolenta città padana la Milano metropolitana di oggi, di boom in boom, siano terminati, senza lasciare però un vuoto. Certo niiente più fabbriche, aree ex industriali “rigenerate”, lavoro precario ma esistente se hai le “competenze giuste”, lavoratori stressati dalla continua ricerca di un lavoro dopo l’altro, ecc.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-80590" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec.jpg" alt="" width="500" height="403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec.jpg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-250x202.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-200x161.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-160x129.jpg 160w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p><!--more--></p>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest'anno si terrà sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l'Associazione <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>“Piazza” Gino Valle, Cleveland</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/06/25/piazza-gino-valle-cleveland/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2014 06:30:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[emilio isgrò]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Novembre]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Gino Valle]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Romano]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Quand’ero bambino mio padre diceva “vado in piazza” e tutti in casa capivamo, non c’era altro da aggiungere. Andava in Piazza del Duomo, da Quarto Oggiaro. Milano, in fondo, ha sempre avuto una sola piazza, e neppure bellissima. Un progetto nato già obsoleto, incompleto, un invaso enorme che ridimensionava la mole del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-48350" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch.jpg" alt="parch" width="301" height="484" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch.jpg 301w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/parch-186x300.jpg 186w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Quand’ero bambino mio padre diceva “vado in piazza” e tutti in casa capivamo, non c’era altro da aggiungere. Andava in Piazza del Duomo, da Quarto Oggiaro. Milano, in fondo, ha sempre avuto una sola piazza, e neppure bellissima. Un progetto nato già obsoleto, incompleto, un invaso enorme che ridimensionava la mole del Duomo facendolo sembrare un modellino fuori scala. Però alla fine i milanesi si sono affezionati all’unica piazza che ancora oggi considerano davvero tale. Fino a pochi anni fa, per capirci, a Milano piazze anche belle, contenute, aggraziate nelle dimensioni e nelle fronti erano utilizzate come parcheggi. Penso a Piazza Sant’Alessandro, a Piazza Belgiojoso, a Piazza San Fedele, ancora oggi, ormai senza macchine, sistematicamente snobbate dai milanesi. Chissà perché.</p>
<p>Fare una piazza è una cosa seria, ha una grammatica precisa che chiede d’essere rispettata. Non basta la qualità edilizia, ci vogliono funzioni e superfici coerenti. Non capisco perciò tutto l’entusiasmo dei media di fronte all’inaugurazione della nuova “Piazza Gino Valle”. “Una piazza più grande ancora di quella del Duomo” c’è stato strombazzato sui giornali. Qualcuno dovrà spiegare a chi smercia queste (non) notizie che in architettura, come nel sesso, le dimensioni non sempre contano.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/aerea.gif"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48363" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/aerea.gif" alt="aerea" width="641" height="318" /></a></p>
<p>Non basta chiamare un vuoto “Piazza” perché poi lo sia per davvero. Se non rispetta la grammatica di base è solo un coacervo di parole messe a caso, incapaci di germinare alcunché. Gino Valle, autore e &#8220;intestatario&#8221; della &#8220;piazza&#8221;, era un progettista di qualità che io ho molto amato, ma qui bisogna avere il coraggio di dire che ha palesemente toppato. Cos’è questo miscuglio di fronti incoerente, questi monoliti allineati misticamente con le stecche del QT8 che stanno oltre la circonvallazione, cos’è questo confuso spuntare sulla linea d’orizzonte di palazzi e cantieri, cos’è quest’enfasi di mostrare il fronte di uno degli edifici più pretenziosi e trash di Milano, la Fiera Portello di Bellini?</p>
<p>Per quanto grande, per quanto pedonalizzata, per quanto disegnata in ogni recesso, per quanto esibisca un bassorilievo di Emilio Isgrò o un restyling scherzoso della “casa Milan” di Fabio Novembre, ciò che vedo, mentre giro per questo spazio non è una piazza, è un vuoto di senso. Un ritaglio della città che raccoglie le spinte urbane senza organizzarle, lasciandole così, sconclusionate e confuse.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48351" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett.jpg" alt="tett" width="576" height="346" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett.jpg 576w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tett-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 576px) 100vw, 576px" /></a></p>
<p>Basti pensare al fronte di panchine allineate nel centro del nulla di quel vuoto, tutte orientate verso la contemplazione della Fiera. Chi mai si siederà, chi avrà voglia di prendersi un’insolazione cercando di leggere un libro o di mangiare un panino nel bel mezzo di questo invaso? Non è una piazza questa, diciamolo, in realtà è la copertura di un gigantesco parcheggio sotterraneo. L’immensa tettoia che troneggia al centro in questa “piazza” (dove mi trovo? A Milano, a Cleveland, a Shangai?) ha la sola funzione di riparare le uscite pedonali dai parcheggi. Bella questa involontaria metafora freudiana. Fingiamo di pedonalizzare, ma il represso, il sommerso, la pancia di questo luogo brulica di automobili. La ragione stessa dell’esistenza di questa “piazza” (scusate, non riesco a togliere le virgolette).</p>
<p>Cosa ci si può fare in questo luogo, oltre a qualche eventuale adunanza dove dichiarare guerra alla perfida Albione? Niente. Nessuno si darà mai appuntamento in un posto come questo, così annichilente, antiumano. Non ostante i divieti presenti ovunque, mi auguro che il posto venga subito colonizzato dagli skater di tutta la Lombardia. La conformazione si presta benissimo. Piani inclinati, gradini, sbalzi. Questo è un posto dove non si può stare, ma solo correre o muoversi su uno skate board.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-48352" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot.jpg" alt="tot" width="648" height="323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot.jpg 648w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/tot-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /></a></p>
<p>Oppure ci vorrebbe il coraggio di certi ironici visionari. Penso a Marco Romano che mentre gira sperduto con me in questo vuoto urbano mi suggerisce un’idea ai limiti del geniale. “Trasferiamoci la Fiera di Senigallia”. Massì, ha ragione lui. Riempiamo di bancarelle, di gente, di vita, di confusione e commercio questo nulla cittadino. Riempiamolo di significato, inventiamogli una vocazione. Troppo plebea come soluzione, troppo “low profile”? E perché no? Facciamo come nel medioevo quando ripopolavano le rovine dell’antico impero romano dando loro una nuova funzione. La  fiera di Senigallia, sì!, proprio di fronte alla Fiera Portello, come in una “città invisibile” di Calvino. Idea, sia chiaro, mica troppo bizzarra o provocatoria. Le dimensioni ci sono, i collegamenti di trasporto pubblici e i parcheggi privati pure. Potrebbe persino piacermi, in quel caso, potrebbe persino avere un senso. Diventerebbe finalmente una piazza. Senza virgolette.</p>
<p>*</p>
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		<title>Nostalgia canaglia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/04/18/nostalgia-canaglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 08:44:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[due parole sul futuro della memoria e sui Navigli meneghini di Gianni Biondillo In un romanzo rimasto incompiuto di Elio Vittorini, proprio nelle prime pagine, l’autore ci racconta delle due cerchie di terrapieni e mura meneghine che andavano abbattendosi già dagli anni Trenta del secolo scorso. Conosco pochi autori così profondamente milanesi come lo scrittore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/navigli-Milano.jpg" alt="" title="navigli Milano" width="469" height="302" class="alignleft size-full wp-image-42248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/navigli-Milano.jpg 469w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/navigli-Milano-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /> <strong>due parole sul futuro della memoria e sui Navigli meneghini</strong> </p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>In un romanzo rimasto incompiuto di Elio Vittorini, proprio nelle prime pagine, l’autore ci racconta delle due cerchie di terrapieni e mura meneghine che andavano abbattendosi già dagli anni Trenta del secolo scorso. Conosco pochi autori così profondamente milanesi come lo scrittore siracusano. È tipico di chi si sente accolto come un figlio, l’amore quasi incondizionato, estremo, per Milano. Vittorini vedeva abbattersi la memoria storica, preindustriale e, non ostante la sua sensibilità estetica consapevole della perdita, riusciva allo stesso tempo ad entusiasmarsi nei confronti di ciò che il nuovo portava con sé. “Il grandeggiare delle prospettive dei gai palazzi di vetro” – scrive &#8211; che andavano a prendere il posto “dei docili colli coi fianchi coperti di muschio che furono i bastioni.”<br />
Se esiste una tradizione, una autentica tradizione meneghina è sicuramente quella di cambiare di continuo pelle, di ridefinire i suoi spazi, di aggiornare il contesto urbano alla modernità. Milano quasi vive come un intralcio la sua millenaria storia, cerca di continuo di rinascere con slancio, di esserci, costi quel che costi, di mostrarsi al passo col mondo. Non che questo non provochi sofferenza, nostalgie, spesso anche frizioni nel tessuto sociale. Leggo, per dire, da un bollettino parrocchiale di quasi un secolo fa, dopo l’abbattimento del complesso di Santa Maria di Loreto, i versi di un anonimo poeta vernacolare: certo, quanto dolore per la perdita della memoria, sopratutto per “i vic nas, scampa chi tucc arent / atorna a la gesina ed al convent” d’altronde, inutile girarci attorno “L’è inutil imprecà e suspirà / L’è inutil tornà indree cont el penser”. Alla fin fine i milanesi, dal grande scrittore al poeta della domenica, comprendono che il mutamento assomiglia a loro più della conservazione. Strana razza, che demolisce monumenti insigni e poi li rimpiange. Ma prima, appunto, li demolisce, nel nome di una emotiva, viscerale fiducia nei confronti delle <em>magnifiche sorti e progressive</em>.<br />
Così accadde con la cerchia dei Navigli. E così, in fondo, doveva accadere. Nel volgere di qualche decennio, quasi a sfregio del lavoro secolare delle generazioni precedenti che avevano trasformato Milano in una sorta di Venezia di pianura, giusto perché la contemporaneità lo chiedeva, con slancio, con entusiasmo, la fitta rete di canali è stata tombinata, chiusa, sepolta, esclusa allo sguardo di tutti. Ciò che resta scoperto, lo sappiamo, sono lacerti di un sistema idraulico straordinario, che ha perduto la sua funzione originaria di trasporto merci. Non ci ha messo molto Milano a trovare una nuova vocazione ai quartieri che si affacciano sui Navigli ancora esistenti, usati oggi come canali irrigui, spesso in secca, desolati, abbandonati.<br />
È bastata una generazione. Mio padre rammentava i suoi bagni da giovinetto nelle acque di un canale che non esiste più. Per me i Navigli, quelli della cerchia storica, semplicemente non sono mai esistiti. Ciò che non esperiamo col corpo smette di scambiare significato. Non c’è. Punto. Per me i Navigli sono solo quelli che ho conosciuto per davvero – la Martesana, la Darsena, il Grande, il Pavese -, lì ho passato la mia adolescenza (certi sabati qualunque, certi sabati italiani) bevendo birre su queste sponde, discutendo di arte e di politica, ridendo a crepapelle, piangendo, anche. Qui ho scoperto la passione per la musica, ascoltata in alcuni locali storici (fra cui il mai abbastanza rimpianto Capolinea, autentico tempio della musica jazz) e accompagnata a bruschette saporitissime e calici di vino rosso rubino. Qui, io stesso, ho suonato e cantato, quando avevo vent’anni e volevo fare la rock star nella vita, qui, preso da autentico innamoramento urbano, ho festeggiato, nel cortile pergolato di una birreria, il mio matrimonio, banchettando e ballando fino a tarda notte.<br />
Ma per me il “tombone” di San Marco, le chiuse, le alzaie, sono poco più di una toponomastica misteriosa. Un racconto che viene da un altro mondo, da un indifferenziato passato, da una nostalgia di un’epoca che, a dirla tutta, non ho mai conosciuto. Mi rendo conto di fare a pugni con la mia formazione storica, universitaria, ma d’altronde mi sento perfettamente coerente col mio essere milanese.<br />
Leggo e ascolto di continuo i lai disperati di chi rimpiange quella Milano, quella dei bastioni e della cerchia dei Navigli (non vorrei apparire caustico, ma ogni tanto mi chiedo se si rimpianga anche la Milano di quando “si teneva la porta di casa aperta”, “ci si conosceva tutti” e “si parlava tutti in dialetto”. La nostalgia è un motore mitologico fenomenale) e ammetto di subire il fascino di chi propone la riapertura della rete d’acqua, per quanto sappia, razionalmente, che sarebbe una impresa spaventosa e assolutamente antieconomica.<br />
Avrei voglia anch’io, insomma, di vederla quella Milano fluviale, imparentata con le città del Nord, con Amburgo, con Amsterdam. Ma so che sarebbe, nei fatti, un desiderio antistorico. Il ripristino dei canali navigabili mi sembra una operazione di restauro urbano che nega l’evidenza: la freccia del tempo è irreversibile, mi ricorda Ilya Prigogine. Scoperchiare i Navigli, al di là dell’impresa titanica, mi pare persino blasfemo e irrispettoso nei confronti della altrettanto titanica operazione di ridefinizione territoriale che segnò il secolo che ci ha preceduti. Un modo di annichilire la Storia proprio nel nome della Storia.<br />
Ma non è nostalgia, mi si ribatte. È progetto. È, a partire da un talento del territorio, il modo di dare una nuova tonalità, una nuova bellezza alla città. Sarebbe vero, e sarebbe bello, se non fosse che alla fine, questo sistema di canali artificiali che si vuole creare non fa che ricadere nei tracciati storici. Cioè, sotto mentite spoglie, nel desiderio di rimettere mano ad una zona della città che ha già subito fin troppi segni e riscritture. Il sospetto &#8211; brutta cosa essere sospettosi &#8211; è che in fondo si cerchi di abbellire ciò che non ne ha bisogno, il centro storico, lasciando il resto della città per quello che è, quasi non esistesse. Una visione centripeta e perfettamente inadeguata a quello che Milano è diventata: una città centrifuga e policentrica. Insomma, fuori dai denti: ma davvero crediamo che occorra densificare di segni progettuali solo il centro, cioè una piccola parte di territorio di una metropoli enorme, quando la restante parte della città, quella quantitativamente più presente (in abitanti e in incasato) avrebbe bisogno, eccome, di attenzione, di progetto, di identità?<br />
Nessuno mi propone di usare l’elemento cangiante, poetico, magico dell’acqua per riprogettare alcune periferie, alcuni quartieri senza qualità. Luoghi dove, tra l’altro, per sezione stradale e per spazi disponibili una invenzione ex-novo di canali non comporterebbe cantieri dai tempi biblici quali quelli che, se si attuassero, imprigionerebbero il centro storico per decenni.<br />
Questa passione per le grandi opere la conosco. È tipica di chi vuole lasciare il proprio imperituro segno nel mondo. È tipico di una deformazione del progettista e di una logica demagogica che ci caratterizza come italiani. Ma per come la vedo, oggi Milano ha bisogno di qualcosa di meno eclatante, di meno spendibile dal politicante di turno. Ha bisogno, cioè, di una rispettosa manutenzione ordinaria e di una consapevole riprogettazione funzionale di ciò che già c’è: dei Navigli ancora esistenti, per dire, che versano in condizioni penose; dell’unico fiume che attraversa la città, il Lambro, bisognoso di attenzione vera e occasione progettuale irrinunciabile; del Seveso, intubato nella pancia della città e che ad ogni pioggia minimamente copiosa, tracima e mette in ginocchio Niguarda e, di conseguenza, mezza Milano (certo, uno scolmatore fa poco chic per un architetto, ma quanto ne abbiamo bisogno!). Ma su tutto il nostro sguardo dovrebbe concentrarsi su quelle periferie dove vive il 90% degli abitanti di una città enorme, che, come il Seveso, “tracima” ben oltre, non solo dalla cerchia dei Navigli, ma dai confini stessi della città. Le tangenziali di Milano, per capirci, sono il nostro nuovo sistema di circonvallazione urbana di una metropoli che esiste non ostante le lentezze amministrative, e che ha perciò bisogno d’essere (ri)pensata a questa macroscala.<br />
Diamo le spalle al Duomo &#8211; alla nostra montagna di pietra cresciuta grazie ai Navigli della nostra memoria – almeno per una volta. Concentriamoci, per dovere, per etica urbana, sul resto del territorio. Questo non significa dimenticare la nostra storia, ma ribadirla. Il doveroso esercizio della memoria più che in un restauro falsificante sta soprattutto nella capacità di conservare l’esistente come un prezioso lascito ereditato dal passato, sta nella ricerca dei segni fantasmatici, e perciò affascinanti, di ciò che sembra perduto, sta nel saper leggere tutte le differenze o le aderenze del palinsesto urbano, stupendoci ancora di quanto sia viva questa città, di come muti per restare sempre se stessa. Milano cambia e noi con lei. Come diceva Pasolini: “nulla muore mai in una vita. Tutto sopravvive. Noi, insieme viviamo e sopravviviamo. Così anche ogni cultura è sempre intessuta di sopravvivenze.”</p>
<p>[<em>questo pezzo si legge anche</em> <a href="http://www.arcipelagomilano.org/archives/18515">qui</a>, <em>con titolo differente</em>]</p>
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		<title>Come è bella la città</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 09:00:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[area ex Enel]]></category>
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					<description><![CDATA[INVITO PER L’INCONTRO Come è bella la città costruire, distruggere, conservare Ancora una volta Milano sa cambiando faccia, cercando di tenersi al passo del mutamento globale, e ancora una volta è un esempio e un modello, sia in positivo che in negativo, per l’intera nazione. Ciò che accade oggi a Milano accadrà domani, inevitabilmente, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>INVITO PER L’INCONTRO<br />
<strong>Come è bella la città</strong><br />
<em>costruire, distruggere, conservare</em></p>
<p>Ancora una volta Milano sa cambiando faccia, cercando di tenersi al passo del mutamento globale, e ancora una volta è un esempio e un modello, sia in positivo che in negativo, per l’intera nazione. Ciò che accade oggi a Milano accadrà domani, inevitabilmente, in tutta Italia. </p>
<p>Le città vivono nel loro continuo mutare e nella capacità di assorbire il passato, rivitalizzandolo. Così, nella dialettica fra Storia e Contemporaneità, si definisce l’identità di un luogo e il suo destino. È nella metropoli che temi all’apparenza contrastanti, desueti o lontani fra loro – l’economia, l’estetica, la democrazia – si fanno corpo vivo, spazio sia di contraddizione che di partecipazione democratica.</p>
<p>Saper costruire le città, immaginarne il futuro, progettarle come luogo condiviso è il dovere della politica intesa come interesse della collettività, l’inverso di tutto ciò significa sottostare alle leggi di un mero interesse privato, indifferente ai temi della emancipazione collettiva della democrazia partecipata e della bellezza diffusa.</p>
<p>Il comitato <a href="http://areaxenel.com">Area ExEnel</a> &#8211; dopo aver aperto un dibattito sui giornali nazionali e cittadini, e nel web, e dopo l’estensione dell’appello firmato da 100 intellettuali, artisti, scrittori, architetti, imprenditori, ecc. milanesi &#8211; ha organizzato su questi temi assolutamente strategici che interessano l’intera cittadinanza un appuntamento aperto a tutti il prossimo 28 marzo.</p>
<p><em>Parteciperanno all’incontro</em>:<br />
<strong>Andrea Boschetti</strong>, architetto e urbanista, responsabile scientifico del nuovo PGT milanese.<br />
<strong>Luca Molinari</strong>, architetto, curatore del padiglione italiano della Biennale della architettura di Venezia 2010.<br />
<strong>Salvatore Settis</strong>, storico dell’arte, ordinario di Archeologia classica presso la Normale di Pisa.</p>
<p><em>Coordina</em>:<br />
<strong>Gianni Biondillo</strong><strong></strong></p>
<p><strong>Mercoledì 28 Marzo alle  ore 21,00<br />
c/o Careof<br />
Fabbrica del Vapore<br />
Via Procaccini 4, Milano</strong></p>
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		<title>Costruire il bello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 09:00:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa del territorio]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Pisapia]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="ccTfrb8NIuM"><iframe loading="lazy" title="Pasolini Pier Paolo - La forma della città - Orte - Sabaudia" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/ccTfrb8NIuM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Pasolini e Ninetto sono a fianco della macchina da presa che inquadra la città di Orte. Il poeta spiega che ha una forma perfetta, ma se si allarga l’obiettivo, e s’include nella visione le case moderne, che sorgono lì accanto, ci si accorge che “la massa architettonica è deturpata, rovinata”. È il 1974 e il regista sta girando un documentario televisivo sulla forma della città, e si pone in modo diretto il problema della bellezza. È una visione che lo strazia, e di cui ha dato conto in alcuni degli articoli sul “Corriere”.<br />
Sono trascorsi quasi quarant’anni e il problema della bellezza esplode di nuovo, e in modo radicale, davanti ai nostri occhi. Un tempo era ritenuto un argomento di “destra”, come se l’estetica non potesse coniugarsi con l’etica; oggi gli italiani interrogati dal Censis, dentro questa crisi economica, scoprono che le loro città sono brutte, o rischiano di imbruttirsi ulteriormente, e capiscono in modo lampante che costruire un edificio bello non costa di più che costruirne uno brutto. Una città brutta fa vivere male, pensare male e anche sognare male. Pasolini aveva ragione: stiamo dilapidando la nostra ricchezza che consiste nella bellezza, nel vivere in città che possiedono il <em>genius loci</em>. E non è solo questione di architetture del passato. A Parigi, decenni fa, il Beaubourg, architettura high-tech, progettata da Piano e Rogers, ha creato uno spazio urbano vivibile e caratteristico, e persino bello. L’architettura non ha solo un valore estetico, ma, come spiega l’inchiesta del Censis, può avere anche un valore economico. Possono i sindaci delle grandi città italiane, come quelle di provincia, e i loro assessori all’urbanistica, pensare alla bellezza oltre che alle carte bollate e alla burocrazia?<br />
Faccio un caso recentissimo ed esemplare. A Milano, proprio di fronte al Cimitero Monumentale, uno dei punti simbolici della città, ricco di sculture funebri, e con il celebre Famedio dei cittadini illustri, un infausto piano urbanistico, confezionato dalla giunta Moratti e proseguito e perfezionato dalla giunta Pisapia, prevede la costruzione di un albergo di nove piani dentro l’area di rispetto, un edificio in stile postmodernista in ritardo di vent’anni. Lì accanto un vecchio palazzo dell’Enel degli anni Trenta dovrà essere demolito per far posto a un ecomostro di nove piani in un quartiere di case che al massimo ne hanno quattro. Parte di questi edifici è di edilizia convenzionata, ovvero per le classi meno abbienti. Un’iniziativa opportuna, dare una casa a prezzi calmierati, ma per farlo si costruisce un bruttissimo palazzo fuori scala a venti minuti a piedi dal Duomo.<br />
In un libro provocatorio ed efficace, <em>Maledetti architetti</em>, Tom Wolfe racconta la storia delle case popolari di Pruitt-Igoe a Saint Louis, progettate e costruite nel 1965 dallo sfortunato architetto Minoru Yamasaki, quello del World Trade Center di NY. Meno di vent’anni dopo in un’affollata assemblea plenaria gli inquilini suggerirono di abbatterle. Era la prima volta in cinquant’anni che si chiedeva un parere a chi abitava gli edifici operai. La vox populi intonò in coro: “Blow it…up! Blow it… up!”, Buttatelo giù! Nel 1972 i tre caseggiati centrali vennero demoliti con la dinamite. Erano un esempio di perfetta architettura modernista. Possibile che non si possano costruire case belle? Abbiamo in Italia più architetti che in tutti gli altri paesi d’Europa. Non è forse venuto il momento che si faccia una riflessione pubblica per questo? La bellezza non è né di destra né di sinistra. Dostoevskij pensava che potesse salvare il mondo. Possono il sindaco di Milano e il suo assessore all’urbanistica riflettere su questo senza ricorrere alla lingua dei regolamenti e dei piani edilizi? E con loro tutti i primi cittadini dell’ex-Bel Paese?</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>La Stampa,<em> ieri</em>]</p>
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