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	<title>Valentina Parisi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Città in bilico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentina Parisi &#160; Vicini per chilometri, vicini per stagioni. C&#8217;è modo e luogo di scoprire che il confine è d&#8217;aria e luce. D&#8217;aria e luce. &#160; C.S.I., Vicini &#160; &#160; Ci sono città in bilico, dove il presagio del confine è così onnipresente da spingerci a credere che a ogni passo potremmo inavvertitamente varcarlo. Città [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Valentina Parisi</strong></p>
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<p><em>Vicini per chilometri, vicini per stagioni.</em></p>
<p><em>C&#8217;è modo e luogo di scoprire che il confine è d&#8217;aria e luce.</em></p>
<p><em>D&#8217;aria e luce.</em></p>
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<p>C.S.I., <em>Vicini</em></p>
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<p>Ci sono città in bilico, dove il presagio del confine è così onnipresente da spingerci a credere che a ogni passo potremmo inavvertitamente varcarlo. Città che, come un seggiolino catapultabile, proiettano altrove chi vi è nato, facendogli capire che la loro vera natura consiste nell’essere un trampolino di lancio e, nel migliore dei casi, un luogo cui fare ritorno. Perciò non stupisce che Trieste – dopo le “escursioni” tra saggio e reportage di Magris e Rumiz – continui a generare testi che, eleggendola a proprio punto di partenza, la abbandonano quasi subito per guardare al di là, preferibilmente a est. Pur nella differenza delle rispettive scritture, <em>La frontiera spaesata </em>di Giuseppe A. Samonà e<em> Il bosco del confine</em> di Federica Manzon tematizzano entrambi la natura liminale del capoluogo giuliano, l’uno sotto forma di un erudito invito al viaggio attraverso l’Istria e Lubiana fino a Zagabria, l’altro con una vicenda esemplare di inquietudine e rispecchiamento tra ovest ed est prestata a un io autofinzionale.</p>
<p>Fulcro comune per i due testi è la definizione che Samonà dà di Trieste come città del <em>non</em>: “Non Austria, non Ungheria, non Italia, non Slovenia, non Serbia o Croazia, e un poco, o anche molto, in proporzioni e con propensioni diverse, di tutte queste culture (…) A pochi passi da Venezia, non è più Italia, nello spazio (…); non è più Austria nel tempo, anche se ricorda Vienna per l’architettura; non è ancora Balcani, anche se se ne pronunciano molti suoni e se ne sentono gli odori, i sapori”. Quel <em>non </em>che per Samonà ha una valenza positiva, in quanto presupposto di un’inevitabile tendenza all’incontro con l’altro e alla mescolanza, per la protagonista di Manzon è invece all’origine di un senso di spaesamento indotto dalla decisione assai poco convenzionale dei suoi genitori di iscriverla alla scuola slovena. Una scelta per cui <em>non </em>si ravvisava alcuna ragione concreta: “…ho trascorso l’infanzia in un equilibrismo esotico: straniera in una scuola che <em>non </em>avevo motivo di frequentare <em>non</em> potendo vantare nemmeno un parente nella linea diretta del sangue che abitasse fuori confine, intrusa nel mio quartiere dove i bambini andavano tutti alle stesse elementari nell’ordinato viale di commissione asburgica”.</p>
<p>Senonché – come l’autrice suggerisce fin dall’<em>incipit</em> – un motivo ovviamente c’era, e consisteva nella scuola di anticonformismo cui il padre “distintissimo nullafacente”, pacifista e poliglotta, sottoponeva l’io narrante sin da piccola, portandola a camminare senza meta per intere giornate nei boschi. Il posto migliore – a suo avviso – per spiegare a un bambino l’inconsistenza delle frontiere: “…il bosco non si divide per nazionalità come una cartina geografica, hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?” Benché questo convincimento sia destinato a rivelarsi tragicamente errato, l’esplorazione in salita e in discesa di un entroterra montuoso, a piedi o con gli sci, di giorno o al buio, resta la coordinata essenziale del romanzo. Se per l’autore della <em>Frontiera spaesata</em> mare e montagna sono a Trieste pressoché “inseparabili”, Manzon esclude invece risolutamente dal suo orizzonte quello che Samonà chiama l’“<em>apeiron </em>dalle frontiere liquide”. Nel <em>Bosco del confine </em>il mare è rimosso e riguarda sempre qualcun altro: i compagni di scuola, liberi di sguazzare “nell’acqua petrolifera dei bagni Ausonia” mentre la protagonista e il fratello vanno a scarpinare sul Carso, ma anche i turisti che dell’ex Jugoslavia conoscono solo le isole della Dalmazia.</p>
<p>Proprio questa attenzione esclusiva accordata al retroterra verticale che cinge Trieste consente a un certo punto la sua “metamorfosi” in Sarajevo, città che, non a caso, appare all’io narrante che la raggiunge durante le Olimpiadi invernali del 1984 stranamente “vicina”, e insieme inspiegabilmente affascinante, come del resto tutto ciò cui l’avverbio “di là” allude. Una sensazione di “inquietante familiarità”, in grado di far riemergere strati rimossi della memoria, che si ritrova anche in Samonà, anzitutto a proposito delle spensierate “gite senza valigia” in quella che all’epoca era ancora e semplicemente “Jugo”: “…tutto ti era esotico e familiare nel contempo”. Viaggi invariabilmente intrapresi da Trieste, consuetudinari al punto da non sembrare neppure tali, eppure che per l’autore già tracciano quella via<em> verso </em>i Balcani, in cui ogni tappa non fa che rinnovellare il desiderio di partire, “come se si trattasse di conoscere il mondo semplicemente mettendo un passo dietro l’altro”.</p>
<p>Un titolo o sottotitolo alternativo della <em>Frontiera spaesata</em> avrebbe infatti potuto essere “Fin dove arriva l’eco di Trieste”; ma anche la presenza fantasmatica di Venezia non è meno sporadica in queste pagine dedicate sì a luoghi concreti, ma anche e soprattutto “alla grazia/disgrazia (…) di non poter scegliere di appartenere completamente a un posto, a una nazione, persino a una lingua invece di un’altra”. “Non sono serbo se non per caso (…) Non sono bosniaco perché sono nato in un paese che si chiamava Jugoslavia e lì sono cresciuto (…) Non posso dirmi nemmeno europeo perché in Europa non ci vogliono (…) È molto pericoloso non avere un’identità collettiva”, spiega Dragan all’io narrante di Manzon tornata a Sarajevo nel 2015, dopo che la guerra ha posto fine a quella che Samonà, citando Fulvio Tomizza chiama “la miglior vita”. E soprattutto dopo che il bosco del Trebevic, quello dov’era stata realizzata la pista di bob per le Olimpiadi, da proiezione delle selve dell’infanzia s’è trasformato nel “bosco del confine”, ossia un punto in cui le linee convenzionali che separano gli stati hanno acquisito una loro minacciosa ancorché invisibile realtà. La Sarajevo post-bellica sembrerebbe dunque incapace di continuare ad assolvere la funzione di “luogo di elezione” attribuitale dai ricordi; eppure, lasciando il finale sostanzialmente aperto, Manzon ci lascia liberi di chiederci se la sua protagonista non preferirà <em>in extremis</em> un’altra soluzione al ritorno in quella città molto più a ovest di Trieste “dove tutto funziona a meraviglia”. Anche se, come suggerisce acutamente Samonà, “la terra che si pretende amare è un tempo, più che uno spazio”, e infinite sono le delusioni cui si espone chi spera di ritrovarvi ciò che si era desiderato.</p>
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<p>Giuseppe A. Samonà, <em>La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani</em>, Edizioni Exòrma,  2020, pp. 306, euro 16.</p>
<p>Federica Manzon,<em> Il bosco del confine</em>, Aboca, 2020, pp. 176, euro 14.</p>
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		<title>Un pozzo in Lettonia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/01/09/un-pozzo-in-lettonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2020 06:03:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[il pozzo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura lettone]]></category>
		<category><![CDATA[Regina Ezera]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Parisi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentina Parisi Regīna Ezera, Il pozzo, Iperborea, 2019, pp. 352, euro 18,50, traduzione di Margherita Carbonaro. &#160; “Perché siamo tutti infelici? Perché?” Molto probabilmente Regīna Ezera non se ne rendeva conto mentre cinquant’anni fa cedeva alla sua protagonista Laura il peso di queste parole, eppure quell’interrogativo, ovviamente lasciato senza risposta, infrangeva l’ottimismo obbligatorio della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Valentina Parisi</strong></p>
<p>Regīna Ezera, <em>Il pozzo</em>, Iperborea, 2019, pp. 352, euro 18,50, traduzione di Margherita Carbonaro.</p>
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<p>“Perché siamo tutti infelici? Perché?” Molto probabilmente Regīna Ezera non se ne rendeva conto mentre cinquant’anni fa cedeva alla sua protagonista Laura il peso di queste parole, eppure quell’interrogativo, ovviamente lasciato senza risposta, infrangeva l’ottimismo obbligatorio della narrazione sovietica con una veemenza insospettabile in una frase così apparentemente apolitica. Con buona pace del paradiso socialista e della speranza nella costruzione di un “uomo nuovo” l’autrice lettone, all’epoca quarantenne, proclamava con inusitata chiarezza che l’esperimento, se mai tentato, non era comunque riuscito, e uomini e donne continuavano a essere irrimediabilmente “vecchi”, inchiodati all’orizzonte chiuso delle loro frustrazioni. Questa, almeno, era la conclusione che pareva trapelare dalla trama di <em>Il pozzo</em>, forse il più perfetto tra i tanti romanzi scritti dalla Ezera, e certamente il più famoso, visto che nel 1976 l’industria cinematografica sovietica ne trasse un film di enorme successo, <em>La sonata del lago</em> dai toni inequivocabilmente melodrammatici. Come se soltanto qui, ai confini dell’Impero, sullo sfondo degli immensi acquitrini baltici, fosse permesso innamorarsi.</p>
<p>Abusato ovunque ma non in Urss, il <em>topos </em>letterario dell’amore impossibile calza a pennello al rapporto che, pagina dopo pagina, si va delineando tra Rūdolfs e Laura &#8211; lui una rivisitazione della figura cechoviana del medico annoiato, riproposto qui in chiave più guascona, lei una maestra elementare introversa e sfuggente, gravata oltre che dalle responsabilità quotidiane e dalle preoccupazioni per i due figli, anche da una tragedia privata che, di colpo, ha cambiato la sua vita. Suo marito Ričs, un gigante fanciullesco con un debole per il bere, ha infatti commesso un delitto in stato di ubriachezza e ora, rinchiuso in carcere, si materializza tra le mura domestiche esclusivamente sotto forma di lunghe, nostalgiche missive. Inevitabile che la donna cominci a ricambiare le attenzioni dell’affascinante dottore di Riga che trascorre le sue vacanze estive ospite di anziani contadini sull’altra sponda del lago. Anche se, man mano che la narrazione volge al termine, si fa sempre più netta la certezza che, alla fine, sarà il senso del dovere, o un’ennesima tragedia, a spazzar via la possibilità seppur remota di un happy end.</p>
<p>Fin qui sembrerebbe la trama prevedibile di un melenso polpettone, e invece Regīna Ezera ne ricava un romanzo magnifico, complice la finezza psicologica con cui sa restituire i tratti dei suoi personaggi, nonché l’empatia tutta personale con cui guarda ai loro destini. Come spiega la traduttrice Margherita Carbonaro nella sua postfazione, in “fondo” al <em>Pozzo </em>e alle sue origini v’è infatti un irrisolto nodo autobiografico: l’amore non corrisposto per il drammaturgo Gunārs Priede, che abitava sulla riva opposta del fiume Daugava, non lontano dal villaggio sperduto di Brieži dove Ezera visse dal 1965 fino alla morte, avvenuta in solitudine nel 2002. È affascinante vedere come la sostanza magmatica prelevata dal vissuto dell’autrice si stemperi sulla pagina in una geometria acquatica dall’evidente simbolismo. Nel romanzo il fiume che separa i (non) amanti si trasforma in un lago senza nome, che equivale però allo pseudonimo scelto dalla scrittrice (Ezera è infatti la forma femminile derivata da <em>ezers</em>, che significa “lago”). La straziante emorragia di un amore impossibile che fluisce piano verso il mare diventa dunque uno specchio d’acqua chiuso, una superficie verbale riflettente dove recuperare la propria immagine.</p>
<p>A sua volta, la forma circolare del lago trova un corrispettivo in sedicesimo nella riserva d’acqua latente che si cela in fondo al pozzo, dove Laura torna più volte a calare il secchio. Quasi non assolvesse a un banale compito domestico, ma interrogasse piuttosto il proprio destino. Nel contempo, il soprannome con cui gli abitanti locali chiamano il lago – “la Biscia” – allude alla cangiante mutevolezza della sua superficie e all’inafferrabilità delle presenze che, di volta in volta, sembrano profilarsi sulle acque. In barca o a nuoto, l’inoltrarsi nella “Biscia” diventa per i protagonisti l’occasione per restare soli con se stessi e con i propri pensieri, tagliare i ponti con il quotidiano, sottrarsi alla forza di gravità.</p>
<p>Intriso di una sensibilità quasi panteista, <em>Il pozzo </em>trascende tuttavia la finitezza dello sguardo soggettivo per dilatarsi in una narrazione polifonica dove le suggestioni della mitologia baltica e le sopravvivenze di un vitalismo paganeggiante mai sopito coesistono in maniera bizzarra con i <em>realia </em>della campagna collettivizzata. Una dimensione che il lettore scopre innanzitutto attraverso lo sguardo distaccato e sornione di Rudolf, l’intellettuale di città attratto da quel mondo a parte, eppure consapevole che Laura, il lago e i suoi fantasmi di lì a breve non potranno che trasformarsi nel fondale scolorito di una villeggiatura.</p>
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		<title>Iosif Brodskij tra le rovine della città di K.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2020 07:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valentina Parisi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-81885 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia.jpg" alt="" width="800" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-768x569.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-250x185.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-200x148.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-160x119.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><em>(Pubblichiamo un estratto da Valentina Parisi, </em><strong><a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/una-mappa-per-kaliningrad/" target="_blank" rel="noopener">Una mappa per Kaliningrad. La città bifronte</a></strong><em>. Prefazione di Francesco M. Cataluccio, Edizioni Exòrma, 2019. Il libro racconta un viaggio verso due città che convivono in una. Entrambe fantasmatiche, vive e morte nello stesso tempo. La Königsberg di Immanuel Kant e la Kaliningrad dell’impero sovietico deflagrato da quasi trent’anni. Quello che più colpisce nella scrittura di Valentina Parisi è il suo spessore, dovuto alla sapienza dell&#8217;autrice, un dominio di più lingue e culture che le consente di creare connessioni che arricchiscono il testo di densità e strati. Ogni luogo sfiorato e raccontato accende collegamenti storici, letterari, autobiografici. Dunque per viaggiare bene bisogna prima sapere; eppure senza viaggiare non si sa nulla.)</em></p>
<h3>È identica, pensò il poeta, rigirando distrattamente la bottiglia vuota tra le mani. Identica al faro che, fuori dalla finestra, ammiccava col suo unico occhio nell’oscurità.</h3>
<h3>Il faro – un’enorme bottiglia di vino da dessert, scintillando nel buio, indicava la via ai naviganti, soprattutto a quelli persi e solitari come lui.</h3>
<h3>Perché la somiglianza fosse perfetta, provò a farla girare come una trottola, tenendola per il collo. Il collo di lei.</h3>
<h3>Rivedeva la macchia di tempera verde acqua, sotto l’orecchio. Chissà come se l’era fatta. L’aveva presa per i capelli, torcendoli con forza, per costringerla a voltarsi e a distogliersi dal quadro che stava dipingendo. La risposta fu il solito sorriso, artificiale e sfrontato, e lo sguardo assente, sotto le palpebre pesanti.</h3>
<h3>“Parti?”</h3>
<h3>A Baltijsk, la città più a ovest di tutta l’Unione Sovietica, era giunto qualche giorno dopo, ovviamente non in veste di poeta, bensì di giornalista. La locale squadra giovanile di nuoto era stata defraudata di una medaglia durante la Spartachiade dei pionieri e la rivista Koster lo aveva mandato in missione per far luce sulla vicenda. Altrimenti non avrebbe mai potuto metter piede in quella base militare irraggiungibile per i comuni mortali privi di lasciapassare. Ma si sarebbe davvero perso molto se non fosse mai stato in quel porto sul Mar Baltico che non ghiacciava mai, neppure nel cuore dell’inverno? Cosa aveva di così particolare, a parte il fascino decadente dell’albergo d’anteguerra “L’Ancora d’oro”, quelle danze goffe e allusive tra marinai e l’alcol di contrabbando che vi scorreva a fiumi? Eppure quello era l’Occidente, rispetto a Leningrado…</h3>
<h3>Abbiamo vinto.<br />
Abbiamo vinto noi.</h3>
<h3><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-81886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-226x300.jpg" alt="" width="300" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-226x300.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-250x332.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-200x265.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-160x212.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD.jpg 510w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></h3>
<h3>Gliel’avevano ripetuto i responsabili della squadra di nuoto dei pionieri. E poi i pionieri stessi, adolescenti dalle spalle sproporzionatamente larghe e dagli occhi vacui. Come no, bastava vedere Kaliningrad per capirlo. Una città di vincitori, a soli cinquanta chilometri da Baltijsk. Una città ridotta a un cumulo di macerie, che sul mito della Vittoria sui nazifascisti aveva costruito tutta la sua precaria esistenza…</h3>
<h3>I capelli, avrei dovuto tirarglieli più forte. E la macchia sul collo, perché non l’ho leccata via con la lingua? Almeno mi sarebbe rimasto il suo sapore e non solo il volto…</h3>
<p>Nascosto sotto le palpebre, come oppio,<br />
Dai nostri stagni baltici, d’un soffio<br />
Nella Prussia orientale entrando,<br />
Il volto tuo introdussi, di contrabbando.</p>
<h3>“Ah-ah-ah, un’altra poesiola!” avrebbe sicuramente esclamato beffarda al suo ritorno.</h3>
<h3>Il poeta non poteva saperlo, ma da lì a pochi mesi avrebbe scoperto con stupore di non essere affatto un poeta, bensì un perdigiorno, un parassita e un mangiaufo che viveva perfidamente alle spalle dello Stato sovietico. E questo malgrado le spedizioni al seguito dei geologi, gli articoletti, le traduzioni e gli innumerevoli tentativi di vendere ai giornali le sue foto scattate ai quattro angoli dell’Urss!</h3>
<h3>In tribunale, dinanzi a un’accigliata giudice, il ventiduenne dai capelli rossi, accusato di scarsa dedizione alla causa dell’edificazione del socialismo, avrebbe difeso il proprio diritto a definirsi poeta, pur non avendo mai frequentato alcuna apposita scuola. Alla domanda: “E allora, come si fa a diventare poeti?” risponderà con aria smarrita: “Credo che venga da Dio”.</h3>
<h3>“Iosif Brodskij ha sempre guardato al suo paese tenendosi un po’ in disparte, autoconfinandosi in uno spazio che appartiene soltanto alla storia e alla poesia. ‘Lascia che l’artista, parassita / a un altro paesaggio dia vita’. Non scriveva forse così?” sorride Tomas Venclova, poeta lituano e slavista, amico di Brodskij fin dalla seconda metà degli anni Sessanta. Secondo alcuni fu proprio lui a contagiarlo con la sua bizzarra passione per la città di K. “Per Iosif”, continua, “era importante vivere alla periferia dell’impero, dove le usanze, l’aria, malgrado tutto, sono un pochino diverse”.</h3>
<h3>Di margini e di periferie Venclova se ne intende. Non per nulla è nato nel 1937 a Klaipėda, là dove la terra lituana con le sue dune sabbiose digrada e scompare nel Mar Baltico. Gli anni dell’occupazione nazista li trascorse leggermente più a est, a Kaunas, la città che nel ventennio interbellico era stata la capitale della Lituania indipendente. In seguito, al termine del secondo conflitto mondiale, si trasferì con la sua famiglia ancora più a est, a Vilnius. Le autorità della neonata repubblica sovietica di Lituania avevano assegnato a suo padre Antanas, poeta ed esponente di spicco dell’intelligencija filocomunista, un bell’appartamento in una villa al numero 34 di via Pamėnkalnio, oggi trasformata in un museo a lui dedicato. L’occhiuto vicino della porta accanto, al soldo della polizia politica, ogni tanto faceva capolino sulla soglia, per sorvegliarlo. Vilnius era tornata da pochissimo alla Lituania – la Polonia se l’era annessa nel 1922 – e uno dei primi ricordi di Venclova è un pomeriggio trascorso a vagare per il centro città, allora completamente distrutto. Al ritorno da scuola si era perso in mezzo alle rovine del ghetto ebraico e dei pochi passanti incontrati per strada nessuno era in grado di fornirgli indicazioni, perché nessuno parlava lituano. Sballottato di qua e di là per tutta l’infanzia, Tomas aveva appena trovato una città che avrebbe potuto diventare sua – peccato fosse ridotta a un ammasso muto di macerie.</h3>
<h3 style="text-align: center;">(&#8230;)</h3>
<figure id="attachment_81888" aria-describedby="caption-attachment-81888" style="width: 491px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-81888" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia.jpg" alt="" width="491" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia.jpg 491w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-250x391.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-200x313.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-160x250.jpg 160w" sizes="(max-width: 491px) 100vw, 491px" /><figcaption id="caption-attachment-81888" class="wp-caption-text">Ausiliaria dell’Armata Rossa</figcaption></figure>
<h3>E Brodskij? Anche lui, come i suoi amici lituani, aveva la sensazione di andare comunque in Europa, partendo per Kaliningrad: “Anche se praticamente distrutta, era comunque l’unica grande città europea depositaria del ricordo della tradizione culturale occidentale che potessimo vedere coi nostri occhi”, spiega Venclova. Calcando le orme di Karamzin e recandosi non più in Prussia, bensì ai margini estremi dell’impero sovietico, Brodskij si ritrovò in un’Europa di macerie. Mentre a ovest le città tedesche erano state ricostruite con aggressiva alacrità in tempi record, l’ex Königsberg serbava intatto il vuoto spaventoso delle distruzioni belliche. In alcuni luoghi le lancette dell’orologio segnavano ancora un’ora qualsiasi della seconda metà del 1945, anzi: l’incuria sovietica, il famigerato immobilismo russo, forse anche una punta di cinico voyeurismo alimentato dalla vista dai resti materiali della disfatta inferta al nemico, avevano fatto sì che a Kaliningrad la polvere si depositasse sulla polvere delle macerie, che l’inesorabile azione del tempo erodesse quelle che, ormai, erano rovine di rovine.</h3>
<h3>Il castello dell’Ordine Teutonico si ergeva in mezzo alla città con la sua torre arsa e perforata dal tiro di artiglieria, simile a un enorme dente cariato. Tutt’intorno le facciate vuote delle poche case rimaste in piedi, puntellate da pali, sembravano archi di trionfo o ruderi di età romana, o ancora quinte teatrali di chissà quale opera fantastica. Il Duomo, privo di tetto, si levava in una fuga di archi tra cespugli e pozzanghere, e a un improbabile viaggiatore italiano di passaggio avrebbe certamente richiamato alla mente l’abbazia di S. Galgano. A differenza di quanto riferisce Alexander Kluge ne <em>L’incursione aerea su Halberstadt</em>, qui nessuna signora Schrader, nessuna impiegata di cinema, aveva imbracciato la pala della protezione antiaerea poche ore dopo il bombardamento, nella speranza di riuscire a sgomberare le macerie in tempo per lo spettacolo delle due del pomeriggio. Se per la Germania la precipitosa rimozione dei detriti e l’immediata ricostruzione sarebbero equivalse, dopo le devastazioni subite durante la guerra, “a una seconda liquidazione del suo passato” (W.G. Sebald), a Kaliningrad il passato in forma di rovina era ancora presente. I sovietici parevano averlo conservato come monito nel cuore stesso della città, perché fosse visibile. Certo non a tutti, data l’irraggiungibilità della zona – ma che almeno qualcuno vedesse. E Brodskij vide:</h3>
<blockquote><p>Se mi guardo alle spalle, posso ancora dire che siamo partiti da un luogo vuoto, no, meglio, da un luogo spaventosamente svuotato, e che intuitivamente ancor prima che consciamente, aspiravamo per l’appunto a ricreare l’effetto di una continuità della cultura, a ripristinare le sue forme e i suoi tropi, a colmare le sue poche parvenze superstiti, spesso totalmente compromesse, di contenuti nuovi, contemporanei, o che almeno ci sembravano tali.</p></blockquote>
<figure id="attachment_81887" aria-describedby="caption-attachment-81887" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-81887" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia.jpg" alt="" width="800" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-257x300.jpg 257w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-768x896.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-250x292.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-200x233.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-160x187.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-81887" class="wp-caption-text">Il Palazzo dei Soviet di Kaliningrad</figcaption></figure>
<h3>Nel discorso di accettazione del premio Nobel che il poeta pronuncerà a Stoccolma nemmeno vent’anni più tardi riaffiora l’immagine lontana di Kaliningrad, “luogo svuotato” e perturbante per un’intera generazione. Per quanto inquietanti a vedersi, le rovine della città tedesca erano la testimonianza che, un tempo, era esistito anche altro rispetto all’ordine soffocante della società socialista. Rammentando la caducità di tutte le cose, esse costituivano paradossalmente uno spazio di libertà, poiché smentivano l’ottimismo forzato della narrazione utopista. E, al contempo, nell’immaginazione dell’intellettuale ribelle, prefiguravano il momento futuro – in realtà, neppure tanto distante – in cui anche della civiltà sovietica non sarebbero rimaste che rovine. D’altronde, l’aveva già detto Diderot: “posiamo lo sguardo sui ruderi di un arco di trionfo, di un portico, di una piramide, di un tempio e riveniamo su noi stessi. Anticipiamo le devastazioni del tempo e la nostra fantasia abbatte gli stessi edifici che abitiamo”.</h3>
<h3>Alla fine degli anni Cinquanta Venclova è di leva a Černogorsk, l’ex Insternburg. Presta servizio per un mese, poi scappa e s’imbosca a Kaliningrad tra le macerie.</h3>
<h3>Da lì nel 1968 Brodskij invia una <em>Cartolina</em> all’amico. In questi versi non esistono più né Königsberg né Kaliningrad: la città distrutta è ridotta alla sua sola iniziale e si staglia all’orizzonte, agitando le braccia di una lettera K:</h3>
<p><em>Cartolina dalla citt</em><em>à </em><em>di K. </em></p>
<p style="text-align: right;">A Tomas Venclova</p>
<p>Rovine: trionfo dell’ossigeno<br />
e del tempo. Un novissimo Archimede<br />
potrebbe aggiungere all’antica legge<br />
che un corpo, piantato nello spazio,<br />
dallo spazio è soppiantato.</p>
<p>L’acqua<br />
frantuma in uno specchio nuvoloso<br />
i ruderi del Castello; ora quello dovrebbe<br />
udire le profezie del fiume, meglio<br />
che nei giorni arroganti<br />
in cui il Maestro lo edificava.</p>
<p>Qualcuno<br />
vaga tra le rovine, rivanga<br />
il fogliame dell’anno scorso. Il vento,<br />
figliol prodigo, è tornato alla casa paterna<br />
e di colpo riceve tutte le lettere.</p>
<h3>Con il riferimento inequivocabile al Castello – che, per di più, pochissimi mesi dopo verrà abbattuto per far posto al Palazzo dei Soviet – la <em>Cartolina</em> dedicata a Venclova inserisce K. (Königsberg + Kaliningrad) in una linea nobile della poesia europea: quella degli epitaffi a Roma. Elemento comune a tutti questi componimenti è la contrapposizione tra le vestigia del passato illustre di Roma e l’unico dato che permane intatto nel presente, sebbene a prima vista possa sembrare il più effimero e transeunte di tutti: le acque del Tevere.</h3>
<h3>Sostituendo a quest’ultimo il fiume Pregel, Brodskij fa della città di K. un simbolo universale e sovratemporale dell’inconsistenza delle ambizioni umane. Riflettendosi nelle onde del Pregel – ovvero nello specchio del tempo, poiché per Brodskij l’acqua è “forma condensata del Tempo” – i ruderi del Castello cessano di essere soltanto macerie e si trasformano in rovine. Non sono più la testimonianza di una distruzione recente – il segno tangibile della “follia della Storia”, come dirà Marc Augé – ma esperienza del tempo puro, estrapolato dagli eventi storici. Una forza che erode e consuma qualsiasi manufatto umano, rendendolo sempre più indistinguibile dalla Natura. Per cui chiedersi di che cosa le rovine di K. siano i resti è del tutto irrilevante: Brodskij non è più in grado di estrarle dallo stratificarsi di immagini e di riferimenti culturali che hanno evocato in lui. (&#8230;) Come per tutti i poeti, il reale in sé per lui non conta nulla. Proprio per questo la sua città di K. emerge dalla superficie cangiante dell’acqua con sembianze sempre nuove: ora le onde lasciano affiorare il volto della donna amata e, insieme, i contorni della città natale, Leningrado, anch’essa edificata in riva al Baltico; ora il Pregel riflette un paesaggio di rovine, richiamando alla mente nientemeno che la Città eterna.</h3>
<h3>Prima che in <em>Cartolina</em>, la sovrapposizione con Roma si era già delineata in <em>Einem alten Architekten in Rom</em>, una lunga poesia composta in esilio nel 1964 e ribattezzata dagli amici del poeta semplicemente <em>Königsberg</em>. Qui i contorni reali di Kaliningrad sfumano per lasciar spazio all’immagine puramente mentale di Roma caduta in mano ai barbari. Brodskij sogna di percorrere in carrozza le vie semidistrutte della città fino a raggiungere un luogo assai vago, ma identificabile con le rovine della cattedrale e la tomba di Kant. Quella che emerge però è una veduta da capriccio settecentesco, ideata accostando elementi reali ad altri fantastici, arcaici, schierati esclusivamente in virtù della loro eufonia:</h3>
<p>Acanti, nimbi, colombi e colombe,<br />
atlanti, ninfe, cupidi e leoni<br />
pudichi celano dietro la schiena i moncherini.</p>
<h3>A completare il quadro non manca neppure una capra, intenta a fissare la vegetazione che divora le macerie, mentre un “archeologo in erba” raccoglie cocci nel cappuccio della giubba – forse un riflesso dei tanti bambini reali che a Kaliningrad giocavano per strada con i vecchi mattoni tedeschi? I confini tra città e campagna si stemperano, la natura si appropria delle architetture cadute in rovina, e non è un caso che la presenza di Königsberg persista unicamente nel cinguettio degli uccelli o nel fruscio delle foglie, ovvero in quegli elementi naturali sempre uguali a sé stessi che trascendono le alterne vicende umane. A Kaliningrad solo gli alberi sussurrano qualcosa in tedesco:</h3>
<p>Cik. <em>Ich liebe dich</em>.<br />
Cik, cik, cirip. Cik-cik. Tu guarderai in alto,<br />
e in forza della tristezza o, meglio, dell’abitudine,<br />
in mezzo ai rami sottili vedrai Königsberg.</p>
<h3>La percezione uditiva istiga la visione, la realtà si rivela allo sguardo solo dopo essersi manifestata come suono, sentire è indispensabile per vedere. Il mondo è una trama fittissima di assonanze e il compito del poeta consiste nell’udire giustamente, scriveva Marina Cvetaeva. Forse era a lei che pensava Brodskij, quando si chiedeva: “Perché un uccellino non dovrebbe chiamarsi Caucaso, Roma, Königsberg, eh? / Quando tutt’intorno ci sono solamente mattoni e ghiaia, /gli oggetti non esistono più, ma solo le parole. / Ma non ci sono labbra. E risuona il cinguettio”.</h3>
<h3>Malgrado la cacciata di coloro per cui il tedesco era la lingua madre, Brodskij vuole vedere a tutti i costi gli ex abitanti di Königsberg a Kaliningrad. E alla fine ci riesce, grazie al canto di un uccellino.</h3>
<h3>A sua volta Venclova risponderà all’amico, con un’altra <em>Cartolina da K</em>., inviata esattamente agli albori del nuovo millennio, nel 2000. Brodskij è morto da quattro anni e nella Kaliningrad post-sovietica ogni traccia del passato tedesco sembra essersi dileguata per sempre tra il gas di scappamento delle Toyota e il monossido di un quartiere biancastro, fitto di caseggiati tutti uguali. “I caratteri gotici / son rimasti solo nel fogliame”; più in basso soltanto il tracciato di alcune vie e le rotaie del tram parlano di Königsberg:</h3>
<p><em>Nuova cartolina dalla citt</em><em>à </em><em>di K. </em></p>
<p>Tu dici: se gli uomini reclamano vendetta,<br />
per le città assassinate diventa subito amaro,<br />
si ripaga con stizza e alterchi melmosi.<br />
Esse tutto perdonano. I tramvai tintinnano<br />
nel corso dove soltanto rotaie e fondamenta<br />
ricordano un cielo che piove a schegge.</p>
<p>Persino allorché il mondo si fa polvere,<br />
non mutano le rotte dei vagoni né i dettagli<br />
minuti della rete viaria. Ma dietro l’angolo<br />
sbiancano lastre di cemento e il parco<br />
s’arrende all’asfalto. Le volte della cattedrale<br />
pregano Iddio per una morte lieve.</p>
<p>Uno stelo d’artemisia spunta dal cemento.<br />
Muri graffiati occultano il giallo<br />
soprabito dell’estraneo e qualche ruvida<br />
folata incontra un ostacolo insignificante:<br />
quel corpo mortale, cui capitò d’essere<br />
in questo giorno piovoso in un paese straniero.</p>
<p>[…]</p>
<p>Non nasce la parola (forse sono solo brandelli).<br />
Finché presso a parallelepipedi agglutinati<br />
apparirà l’alba appiccicosa del continente,<br />
il sogno, avvolti i corpi come il vento,<br />
rotolerà per la città dove il tempo ha vinto<br />
e perfino perdita più non v’è.</p>
<p>Notte fonda. Scheggia, era, costellazione<br />
inarcano la latta. Nel feroce presente<br />
sull’orlo di lande ormai senza nome<br />
come in un nascondiglio attendiamo il mattino,<br />
senza più vederci l’un l’altro,<br />
senza intendere se siamo noi o altri.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>Le traduzioni dal russo delle poesie di Iosif Brodskij sono dell’autrice, mentre quella dal lituano della poesia Naujas atvirukas iš K. miesto (Nuova cartolina dalla città di K.) di Tomas Venclova è di Pietro U. Dini. L’autrice ringrazia sentitamente Tomas Venclova per l’incontro a Vilnius e la conversazione su Iosif Brodskij.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il trauma e le radici ( veniva da Mariupol)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[campi di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori forzati]]></category>
		<category><![CDATA[Natascha Wodin]]></category>
		<category><![CDATA[profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Parisi]]></category>
		<category><![CDATA[Veniva da Mariupol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentina Parisi Natasha Wodin Veniva da Mariupol, L&#8217;orma, 2018, pp 384, euro 21, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat Tra le pagine più rimosse della storia europea che, malgrado l’accelerazione temporale veicolata dai media, non possiamo non considerare recente, almeno in virtù dei legami di consanguineità che ci legano ai protagonisti più o meno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Valentina Parisi</strong></p>
<p>Natasha Wodin <em>Veniva da Mariupol, </em>L&#8217;orma, 2018, pp 384, euro 21, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat</p>
<p>Tra le pagine più rimosse della storia europea che, malgrado l’accelerazione temporale veicolata dai media, non possiamo non considerare recente, almeno in virtù dei legami di consanguineità che ci legano ai protagonisti più o meno involontari di tali vicende, v’è indubbiamente quella degli <em>Zwangarbeiter</em>, ossia dei “lavoratori forzati” deportati durante la guerra in Germania e nei territori annessi dal Terzo Reich e costretti a contribuire allo sforzo bellico come manodopera ridotta in stato di schiavitù. Un fenomeno che riguardò anche il nostro paese, dal momento che circa seicentomila uomini dell’esercito italiano catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di continuare a combattere al fianco di Hitler e Mussolini e scelsero di restare nei campi di detenzione nazisti, benché lo <em>status</em> di internati militari (e non di prigionieri) elaborato appositamente dal <em>F</em><em>ü</em><em>hrer </em>per designarli li ponesse al di fuori delle garanzie stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1929, consegnandoli a condizioni di vita particolarmente dure.</p>
<p>Se chi tra loro sopravvisse poté comunque far ritorno a casa, in un’Europa devastata dai bombardamenti, seguendo itinerari tortuosi come quelle descritti da Primo Levi nella <em>Tregua</em>, così non fu per i molti <em>Ostarbeiter </em>provenienti dai territori orientali annessi al Reich che non rientrarono mai più in Unione Sovietica – sarebbero stati immediatamente accusati di collaborazionismo. Come tutti gli ex deportati che rimasero segnati per sempre dall’esperienza della riduzione in schiavitù e dell’annientamento della propria dignità individuale, anche loro avrebbero certamente sottoscritto l’affermazione di Mordo Nahum, il “Greco” della <em>Tregua</em>: “Guerra è sempre”. Sempre, e assume di volta in volta le forme della disperazione, dell’obnubilamento psichico, dello spossessamento non solo nei confronti di se stessi, ma anche della propria infelice progenie, messa al mondo in un estremo slancio di attaccamento alla vita.</p>
<p>Ed è proprio la prospettiva di questi ultimi – figli o nipoti – a risultare oggi centrale, stante la scomparsa dei testimoni oculari, in quei testi di carattere memorialistico che continuano a ruotare, ossessivamente, intorno al secondo conflitto mondiale e alle sue conseguenze. Se fotografie, lettere e altri documenti attinti dagli archivi familiari spesso si rivelano reliquie-relitti, frammenti muti interrogati invano, un aiuto inatteso nella riscoperta delle proprie radici arriva talora da quel calderone eterogeneo che è Internet. O, almeno, questo è lo spunto di partenza di <em>Veniva da Mariupol </em> di Natascha Wodin, autrice tedesca di origini ucraine nata nel 1945 a Monaco di Baviera, di cui Einaudi aveva già pubblicato nel 1995 il romanzo <em>Avrò vissuto un giorno </em>nella resa di Paola Albarella.</p>
<p>Il viaggio nel tempo che ha condotto la Wodin a ricostruire quasi per intero la storia della propria famiglia inizia quasi “per gioco”, quando in una notte d’estate l’io narrante (una traduttrice e scrittrice già in là con gli anni) digita il nome completo di sua madre sulla barra di ricerca dell’equivalente russo di Google. Notevole è il suo stupore nel vedere che il motore di ricerca le restituisce subito i dati anagrafici di lei, rinviandola a un sito dal nome curioso, <em>Azov’s Greeks</em>. Dunque Evgenija apparteneva a quella sparuta minoranza greca che risiede tuttora nella cittadina ucraina di Mariupol’, sulle rive del mar d’Azov? Ma la nonna Matilda non era piuttosto italiana, come le sembrava di ricordare? Assediata da questo e mille altri dubbi, l’io narrante intraprende una lunga ricerca a ritroso, a dispetto delle strategie di rimozione che avevano caratterizzato fino a quel momento la sua esistenza.</p>
<p>Una scelta non sorprendente, stante l’eredità tragica che le era stata involontariamente imposta. L’autrice aveva infatti solo dieci anni, allorché sua madre era uscita di casa in un giorno d’ottobre del 1956 per togliersi la vita non lontano dall’insediamento di baracche in cui abitava con altre <em>displaced persons </em>– così venivano eufemisticamente chiamati nella Germania del dopoguerra gli <em>Ostarbeiter </em>come Evgenija, che a ventitré anni aveva lasciato Mariupol’ insieme al marito per lavorare in una fabbrica del gruppo Flick, vicino a Lipsia. Comprensibile dunque che la Wodin, fin dall’infanzia trascorsa nel ghetto degli ex deportati, avesse tentato di costruirsi un’identità alternativa a quella di partenza, dimenticando anche quel poco che ricordava della madre. <em>Veniva da Mariupol </em>riflette il processo inverso e cioè un’irresistibile, tardiva urgenza che la spingerà quasi parossisticamente a indagare quanto fin lì aveva solo desiderato ignorare.</p>
<p>Un viaggio a ritroso che la costringerà anzitutto a rivedere l’immagine stereotipata che si era fatta del luogo di nascita di Evgenija – una specie di Siberia eternamente ricoperta di neve, ben diversa dall’assolata Mariupol’ della realtà. La protagonista rimarrà piacevolmente sorpresa nello scoprire che da bambina non si era poi tanto allontanata dal vero quando, per impressionare i coetanei tedeschi che la maltrattavano, sosteneva di discendere da nobili russi. I suoi avi materni d’origine italiana erano infatti tra gli abitanti più facoltosi di Mariupol’, avendo messo insieme una piccola fortuna con il commercio di legname.</p>
<p>Tuttavia dalla ricerca emergono particolari sempre più drammatici, come ad esempio l’arresto della zia Lidia negli anni del terrore staliniano e il doppio suicidio della prozia Ol’ga e della cugina Marusja (che negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre non aveva potuto iscriversi all’università a causa della sua origine privilegiata). Il senso di vuoto che aveva perseguitato Evgenija non era dunque dovuto esclusivamente alla deportazione, ma era iniziato già in patria, a causa delle tante sciagure familiari e dell’atteggiamento anaffettivo della nonna Matilda. Eppure per l’autrice lo shock maggiore sarà scoprire come Kirill, il nipote di Lidia ritrovato sempre grazie a internet, abbia ucciso sua madre Svetlana senza apparente motivo: “Sapevo che c’erano degli assassini in giro per il mondo, sapevo anche che tra questi alcuni avevano ucciso la propria madre, ma era possibile che proprio io fossi imparentata con uno di loro? Io che per tutta la vita non ero mai stata parente di nessuno?”</p>
<p>Storia di una riappropriazione “in rete” delle proprie radici, <em>Veniva da Mariupol </em>è dominato da un’intonazione tutta particolare. La sua cifra principale è un’emotività trattenuta, smorzata, quasi in sordina, si potrebbe dire con una metafora musicale che pare tanto più giustificata, visto l’amore della Wodin per il canto. Perfino i dettagli più terribili sono riportati con estrema asciuttezza – si pensi a quando l’autrice, nel riferire che Lidia era stata violentata durante l’interrogatorio nella sede dell’Nkvd a Mariupol’, aggiunge laconicamente che questa era la procedura standard adottata nei confronti delle arrestate. Tale sobrietà si accompagna a un’inevitabile malinconia di fondo: man mano che avanza nella sua indagine, la Wodin si rende conto che Lidia è morta solo nel 2001 e quindi avrebbe potuto benissimo conoscerla, così come avrebbe potuto incontrare il fratello di lei, lo zio Sergej, celebre cantante lirico che abitava a Kiev non lontano dal Majdan: “…Continuavo a cliccare sul file con la voce di Sergej e non sapevo cosa fosse più forte in me, se la felicità per ciò che avevo trovato o il dolore per quel che avevo perso”.</p>
<p>Se le pagine dedicate a Lidia sono basate sulle memorie che ella stessa aveva messo su carta a ottant’anni (e risentono di un effetto di <em>relata refero</em> un po’ goffo), molto più coinvolgente è la terza parte, in cui l’autrice è costretta a dare la stura alle proprie supposizioni per ricostruire l’approdo dei genitori a Lipsia. Significativa è la penuria di documenti su questo capitolo della loro vita, a ulteriore riprova del fatto che il tema degli <em>Ostarbeiter</em> è stato finora cancellato dalla coscienza europea, anche, come ammette la Wodin, a causa della stessa generazione dei figli, impegnati a prendere le distanze dal surplus di tragicità che i genitori avevano consegnato loro. Proprio per questo s’immagina quale sforzo sia costato all’autrice settantenne figurarsi Evgenija ridotta nella fabbrica di Flick “a quello stadio di denutrizione al di là della dignità umana, per cui si pensa solo ed esclusivamente al cibo”. Oppure affrontare a viso scoperto il trauma del suicidio di lei, cercando di comprendere quale abisso di dolore l’avesse condotta a quel gesto.  O, più semplicemente, tornare alle discriminazioni patite in prima persona durante l’infanzia, quando ai <em>Russenkinder</em> figli degli odiati “vincitori” sovietici – in realtà ex schiavi della Germania nazista – si faceva pagare quotidianamente il fio di una sconfitta troppo cocente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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