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	<title>Valeria Bianchi Mian &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Opus Lunae (L&#8217;abero delle madri in quaternio)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jan 2018 06:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Valeria Bianchi Mian La cicatrice ora duole, se con l’indice ne premo i lembi tracciati in rosa antico. È la linea frastagliata di una battaglia che non avrà mai fine. È la nostra comune ferita, la feritoia del differenziarsi nel Tu e nell’Io tra le grandi labbra. Dalla vagina emerge a tratti una nuova [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Valeria Bianchi Mian</strong></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-71984" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/IMG_3544.jpg" alt="" width="516" height="695" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/IMG_3544.jpg 1520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/IMG_3544-223x300.jpg 223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/IMG_3544-768x1035.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/IMG_3544-760x1024.jpg 760w" sizes="(max-width: 516px) 100vw, 516px" />La cicatrice ora duole, se con l’indice ne premo i lembi tracciati in rosa antico. È la linea frastagliata di una battaglia che non avrà mai fine. È la nostra comune ferita, la feritoia del differenziarsi nel Tu e nell’Io tra le grandi labbra. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Dalla vagina emerge a tratti una nuova risposta: se solo non avessi dimenticato la domanda di partenza, come novella Parsifal dai seni minuscoli potrei trarre adesso dal testo le dovute conseguenze e, nel contesto della nostra relazione obbligata, saprei tessere giorno dopo giorno l’arazzo delle madri feconde, la storia della dea dalle innumerevoli mammelle. Potrei dirmi soddisfatta del Vaso.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Non sarebbe in tal caso pretestuoso insistere nell’Opus a dispetto dei reiterati fallimenti. Avrei una buona opinione della velleità alchimistica che esprimo a gran voce e non starei qui a cuocere irrequieta, modificando la temperatura in continuazione nell’imbarazzante impegno del convincermi di avere una qualche possibilità di trovare una quadra. Sarei l’abile cuoca che dichiaro di essere. Seduta in posa regale di fronte all’</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>athanor</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">, non avrei più dubbi. Con dovizia di particolari saprei partire dal primo filo plumbeo, senza dover fare a pezzi il mio disegno per ricominciare ogni volta da capo. Sono stanca, mamma. Porto in giro due gambe segnate dai chilometri percorsi nella distanza che risulta analizzando le immagini di me sempre fuori fuoco, quelle che non passano mai l’esame di Saturno. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ho scritto pagine di sutura nel tracciato familiare fatto a punti – la mia debole eco nel millennio che è un futuro remoto già passato. Per fare un oro che non sia mai del volgo, pur nascendo dalle cloache di un sentire collettivo, occorrerà molto più tempo di quanto io ne abbia ricevuto in dote. Non che mi dia per vinta: nell’alambicco già risplende la </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>cauda pavonis</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">, iridescente prova di tutte le mie migliori intenzioni. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Uno - i colori della bisnonna Maddalena</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">C’è questa fotografia sbiadita tra le mani di mia madre. Lei mi indica una donna sorridente che se ne sta un poco in disparte, quasi ai margini del foglio. È molto bella, decisamente giunonica. Il suo nome è quello della peccatrice, della prostituta perennemente amante. Mai sposa. Io non credo che la bisnonna eviti il centro della scena per timidezza o per assecondare i pregiudizi dell’epoca nei confronti delle femmine vistose; d’altronde, la gente è accorsa in piazza per la festa e le donne corrono a comprare le sigarette o le cartoline da spedire ai parenti. Sullo sfondo si vedono le montagne, sopra i tetti di Tavernole c’è ancora la neve, ma la trasformazione di Maddalena in regina dell’estate è subitanea ed ecco che lei, procace Demetra, con un mazzo di papaveri e spighe tra le braccia si dirige a passo lesto verso una paziente in preda alle doglie. Forse sono io che mi confondo i sensi, se adesso riconosco nelle mie stesse dita quelle della curandera, ché la bisnonna tirava fuori i bambini dal ventre unico delle madri. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Vaso d’alchimia, Madama Arte con i piedi grandi e le calze di cotone color carne non mi somiglia per niente, in realtà. Io sono sempre stata troppo magra per contenerla tutta, eppure mi muovo nel suo nome in compimento, compongo ogni giorno le mie idee Maddalene in gestazione di progetti, in aborti poetici o, se la fortuna mi assiste, in nuove partenze. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Due – l’errore di Angela</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">L’infermiera più bella dell’ospedale, dicevano. I medici facevano la fila, e le proposte di matrimonio, e i cuori palpitanti. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma lei no. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Lei scelse l’uomo con il fiore all’occhiello e il pollice verde, l’uomo appassionato di costellazioni, quello che costruiva aerei per la ditta Caproni. Quello zoppo, per via della poliomielite.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Angela, occhi di lago montano. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Morta a 45 anni, di colpo. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Neanche il tempo di capire che una vena del suo cervello di donna era scoppiata.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Bum!</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Così ti hanno raccontata a me, a me che non ti ho mai conosciuta, se non attraverso il buco nero dell’assenza. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel buco nero ho cercato la mano di mia madre, ma lei piangeva troppo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel buco nero ho piantato fiori di sangue.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Dentro il buco mi sono sdraiata e ho provato a morire anch’io, ma la morte mi ha riso in faccia e mi ha regalato una bottiglia di vino.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ho bevuto il vino ed è nato mio figlio.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel buco oggi innaffio una rosa.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Tre &#8211; oltre Liliana, mia madre</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nigredo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nelle lettere del nome scrivi il giglio, il lavorio incessante sulla materia lunare – eppure del satellite argenteo non hai proprio un bel niente, tu che sei stata il mio Sole comandante colori e servitori. Recuperare l’amore che oggi provo nei confronti di quello che siamo è stata la mia impresa erculea. E allora perché dentro la stanza vuota posso ancora udire il tuo pianto? </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Perdonami se, gli occhi serrati, la bocca spalancata nella posa del nordico urlo perenne, non ho saputo cogliere prima l’essenza che ogni figlia dovrebbe emanare – non tirare su col naso, stai composta, dritta con la schiena. Quando premevi il fazzoletto umido sulla mia testa, io facevo finta di avere la febbre per poter rimanere ancora e ancora in attesa di te. Lo so che ti sei preoccupata di tutto, ma è stato proprio questo occuparti di ogni mia paura prima che io stessa potessi percepirla che ancora adesso mi debilita. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Lo so che tua madre, cara madre mia, ti ha lasciata troppo presto. Me lo hai ripetuto miliardi di volte, spargendo i voti senza più alcun desiderio di raggiungermi al di là delle luci, artifici di stelle defunte, uccise sul nascere come le illusioni. Sono consapevole di tutto ma non accetto che il tradimento che hai subito dalla vita diventi per me una giustificazione alla rinuncia. Parlerò arabo e tu mi risponderai in cinese; scriverò in rumeno e tu mi narrerai in spagnolo. Saremo babeliche finché morte non ci separerà, multiformi etnie di senso.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Albedo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Odio le mollette con le quali ti ostinavi a spostarmi la frangia per togliere una tenda di capelli rossi dai miei occhi. Un gesto offerto a viva forza per plasmare l’idea della figlia a modo. Non eri tu a far lamentazioni della violenza del mondo? Perché allora farne un uso spropositato e senza appello? </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">C’è una Polaroid dentro la quale sorrido soltanto a metà e guardo oltre l’obiettivo, come se nel novilunio dei nove anni andassi già sviluppando, mio malgrado, la consapevolezza del futuro rapimento, Molti anni dopo, leggendo Colette avrei riconosciuto quell’intuizione come teoria dello strappo, perché la stessa Sido con la verbena tra le mani restava all’erta affinché non comparisse il ladro che avrebbe rubato la sua Core come un fiore dal prato.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Io raccoglievo margherite, vergine sacrificale, ma ti assicuro che l’idea di un amplesso con un Ade qualunque venne in mente a me per prima. Eppure, in qualche modo oscuro, ogni madre che non si rispetti è inesorabilmente “complice del passante”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Rubedo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Oggi sono qui e ti guardo mentre partorisco mia nonna, tua madre, dentro il labirinto di specchi. Tento di abbracciare una Valeria più alta e snella di me, poi ci provo con una più carnale e vorticosa, ma non posso che sfiorare le generazioni e riconosco i nostri lineamenti mentre danzo e riavvolgo il filo per uscirne indenne. Le idee mi sbocciano anche in inverno, geneticamente connesse alla cura del tessuto, e non mi fa paura la necessità di un rammendo; non temo l’ennesimo punto croce sulla pelle delle donne che sono stata e che sarò. Desidererei, poiché ambisco ancora alle stelle, che la via non fosse un gran calvario, che la strada d’ora in poi mostrasse volti e voci di pietà per il mio Cristo eternamente errante. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Ho un figlio che non ti somiglia. Non ho saputo partorire una femmina ma non me ne dispiaccio. Nonostante tutto, l’idea di riportare il passato alla luce avrebbe anche potuto funzionare ma il destino ha voluto affibbiarmi un compito diverso. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Quattro &#8211; mi chiamo Ave</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Il mio </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Rebis</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> è un nuovo quaderno bianco, tutto da cominciare. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
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<li>immagine realizzata dall&#8217;autrice</li>
</ul>
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