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	<title>vecchiaia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’insostenibile incertezza dell’età</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Nov 2025 06:00:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi </strong> <br /> "Provai uno strano miscuglio di malinconia e di speranza e mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii placata". Così termina la sequenza conclusiva del film di Woody Allen "Un'altra donna" (Another woman, 1988) magistralmente interpretato da Gena Rowlands.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_116951" aria-describedby="caption-attachment-116951" style="width: 1920px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-116951 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920.jpg" alt="" width="1920" height="1080" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-747x420.jpg 747w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/clock-1274699_1920-1068x601.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption id="caption-attachment-116951" class="wp-caption-text">Foto di Monoar Rahman Rony da Pixabay</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>La vecchiaia non sa di più: contiene di più,</em><br />
<em>e va lasciato traboccare, questo di più,</em><br />
<em>e che diventi voce.</em><br />
Chandra Candiani</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Provai uno strano miscuglio di malinconia e di speranza e mi chiesi se un ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii placata&#8221;. Così termina la sequenza conclusiva del film di Woody Allen &#8220;Un&#8217;altra donna&#8221; (<em>Another woman</em>, 1988) magistralmente interpretato da Gena Rowlands.</p>
<p>La crisi della (tarda) mezza età femminile coincide quasi sempre con il climaterio e la menopausa, che del climaterio rappresenta il gran finale; infatti Marion, protagonista del film, ha appena compiuto cinquant&#8217;anni e &#8211; nonostante incarni la classica figura un po&#8217; cristallizzata di donna professionalmente e socialmente affermata dell’upper class newyorkese, alquanto ricorrente nella filmografia di Allen &#8211; propone allo spettatore alcuni spunti di riflessione inerenti al discorso su quella &#8220;certa età” nebulosa e complessa da elaborare che noi occidentali del XXI secolo ci ostiniamo a voler: definire, perimetrare, gestire e ottimizzare, in precario equilibrio tra aspettative e pretese.</p>
<p>Età di bilanci, età di ricerca di nuovi equilibri, età &#8211; per tornare alle parole di Marion &#8211; di malinconia e speranza. Età irta di ostacoli, ma anche generosa di snodi di maturazione. Un periodo della vita scandito da cangianti incoerenze e contraddizioni in cui ci pare di vedere il mondo attraverso un caleidoscopio, come se tutto andasse clamorosamente in mille pezzi. E a volte succede proprio così, la nostra tranquillizzante routine va in frantumi: perché ci si separa dai propri partner, perché i figli escono di casa, perché i genitori si ammalano e poi muoiono, perché ci sembra che gli amici siano lontani, che non ci si capisca più, che il comunicare si riduca alla messaggeria virtuale, che i rapporti si dematerializzino, lasciandoci alle prese con un crescente senso di solitudine e smarrimento. In aggiunta a tutto ciò ci troviamo a dover affrontare, in quanto donne, la nostra ultima straordinaria tempesta ormonale il più delle volte scoprendoci sole al timone.</p>
<p>Tra pochi mesi compio sessant&#8217;anni e inizio a scorgere in lontananza, ma in rapido avvicinamento, la vecchiaia che, al momento, non mi spaventa. La menopausa è alle spalle da tempo e, come la Marion del film, mi sento placata.</p>
<p>Nutrivo delle aspettative rispetto al libro di Gloria Origgi <em>La donna è mobile. Filosofia della menopausa</em>, ma devo ammettere che una volta giunta al termine della lettura mi sono accorta di provare una lieve delusione, più che altro un senso di perplessità rispetto alla visione <em>filosofica</em> dell’autrice. Vorrei tentare di spiegare perché nella speranza di offrire un modesto contributo al dibattito pubblico su un tema così complesso, intimo, delicato, ma al contempo universale e naturale.</p>
<p>L’interrogativo più ricorrente nel volume di Origgi, il cui merito è senz’altro quello di fare luce sul <em>processo trasformativo</em> del climaterio, sembra essere: chi è la donna dopo la menopausa? E la risposta che più di ogni altra parrebbe stare a cuore all’autrice è che la donna dopo la menopausa non è vecchia. La donna dopo la menopausa diventa, secondo Origgi, <em>adulta</em>. La stessa filosofa scrive che l’obiettivo del libro è quello di mettere in questione il prisma “menopausa-vecchiaia”. E questo suo intendimento non sfugge neanche a una lettura distratta poiché in un centinaio di pagine il concetto che menopausa non significa vecchiaia viene esplicitato e ribadito più e più volte, forse troppe volte per non destare il sospetto che il vero tabù, più che la menopausa, sia proprio la vecchiaia.</p>
<p>Prima perplessità. È lecito tracciare dei confini in un territorio come quello dell&#8217;età se non procedendo per grossolana e arbitraria approssimazione, rischiando poi anche di assumere atteggiamenti di negazionismo anagrafico? E ancora mi chiedo: è davvero così importante stabilire <em>chi</em> sia una donna in fase post-menopausa? Non potrebbe rivelarsi l’ennesima gabbia in cui rinchiudere noi stesse, intonando in un coro stucchevole e un po’ ipocrita che siamo: rinate, più forti, più belle, più vere, più libere <em>di prima</em>? Sempre questa spasmodica rincorsa al “di più”, come se non ci si accontentasse mai di vivere la vita per quello che è, senza pretese di continue performance, garanzie, risarcimenti e sempiterni upgrade. A mio modo di vedere il rischio di cadere in una trappola, seppure inconsapevole, è concreto perché ognuna di noi diventa solo e semplicemente sé stessa, seguendo una propria personalissima evoluzione, facendo come può, il più delle volte arrangiandosi con i mezzi, materiali e intellettuali, di cui dispone. In linea di massima sto scoprendo, invecchiando, che il “di meno”, adottato come claim a cui intonare il proprio stare nel mondo, è assai meglio del “di più” tendenzialmente compulsivo, edonistico, egocentrico.</p>
<p>Mi pare poi assai discutibile sostenere che la menopausa non vada confusa con la vecchiaia, appellandosi all’aspettativa di vita media della donna nei Paesi occidentali. Origgi dice, in buona sostanza: quando entriamo in menopausa abbiamo ancora davanti a noi trent’anni. L’autrice evidentemente non tiene conto che quel trentennio non presuppone un fermo immagine di come siamo a cinquanta, ma ci vede incamminate lungo un inevitabile declino che, oltre a implicare i nostri personali problemi di salute legati alla senescenza, ci espone alla perdita delle persone care, magari a situazioni di precarietà economica, di erosione graduale di autonomia. Insomma, la vita ordinaria, per le persone comuni.</p>
<p>Dunque non basta dire: abbiamo ancora trent’anni davanti a noi quindi non siamo vecchie. Occorre interrogarsi sulla qualità e sulle prospettive di vita che ci attendono nell’arco di quei tre decenni.  Bisogna fare i conti con un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che versa nelle penose condizioni che conosciamo. Nella nostra società già poco dopo i sessantacinque la multimorbilità è un fenomeno in drammatico aumento che va progressivamente deteriorando le condizioni di vita degli anziani. Affermare che dopo la menopausa non siamo vecchie perché possiamo ancora contare su una sorta di potenziale bonus esistenziale di un trentennio dice solo una piccola parte di verità e anche un po’ distorta. Perché se è vero che esistono donne che ancora in là negli anni si godono, in forma smagliante, un proprio buen retiro in qualche location esclusiva, in affettuosa compagnia di consolidati partner, amanti occasionali, famiglie queer, gatti, cani, pappagalli, e si divertono con le amiche a scambiarsi i sex toys, confidandosi in tono similadolescenziale ardite prodezze erotiche, ebbene se esistono queste donne dovremo pur dire che rappresentano una sparuta minoranza. Per noi altre, comuni mortali, la vita dai cinquanta agli ottanta, il più delle volte, è a dir poco impegnativa, assai spesso piuttosto grama.</p>
<p>Sostenere poi che le donne in menopausa sono all’apice della carriera e quindi: evviva evviva, altro che vecchie! mi pare un’affermazione che denota una visione edulcorata ed elitaria della faccenda perché per la maggior parte di noi si tratta, invece, di un periodo in cui anche sul piano professionale ci si sente gradualmente in difetto di <em>allure</em> visto che quasi tutti i lavori sono svolti tramite il ricorso esclusivo alla tecnologia che pretende, da chi non svolga ruoli apicali e dunque non possa delegare niente a nessuno, una sempre più rapida capacità di apprendimento e di esecuzione, richiede velocità, competenze informatiche. In questo scenario sì che ci si sente vecchie, lavoratrici vintage, non più portatrici di un sapere, l’antico know-how che fino a quindici, vent’anni fa poteva avere ancora un qualche tipo di valore. L’autrice evidentemente ignora che per la maggior parte delle lavoratrici gli anni dai cinquanta in poi non prevedono fulgide carriere o vertiginose verticalizzazioni, ma una sola certezza: la crescente fatica, fisica e mentale, accompagnata dalla sgradevole e inquietante sensazione di una sorta di schiavitù la cui fine (ebbene sì: la fantozziana agognata pensione) è perennemente avvolta nella fitta nebbia di fosche e pessimistiche previsioni previdenziali.</p>
<p>“La paura di invecchiare &#8211; scriveva Gustavo Zagrebelsky in un’altra Vela einaudiana di una decina di anni fa intitolata <em>Senza adulti</em> &#8211; ha fagocitato anche l’età di mezzo”. E ancora: “Tutto ciò gonfia il tempo della giovinezza talora oltre il limite del ridicolo, ma non ne sopprime la fine. Nel momento in cui arriva, si ha il tracollo.” Ecco. Tra l’altro, se seguitiamo a non accettare l’idea di invecchiare, se non proviamo a elaborarla, la nostra vecchiaia, oltre a mortificare noi stesse, rischiamo anche di danneggiare le generazioni più giovani, finendo per assomigliare ad attempate attrici bizzose che non ne vogliono sapere di lasciare il centro della ribalta e concedere spazio a chi ha diritto di partecipare da protagonista al gioco della vita, di metterla in scena come abbiamo potuto fare noi, a suo tempo. Se non si scardina la deleteria narrazione fiabesca dell’eterna giovinezza le donne avanzano verso il tracollo di cui sopra, con il rischio di apparire più simili a personaggi che persone, evocando atmosfere, tornando ancora una volta al cinema, a metà strada tra il grottesco di Sorrentino e la comica amarezza di Virzì.</p>
<p>Inoltre, pur sottolineando che il suo non è un libro di self-help, Origgi si dilunga in un excursus medico il cui messaggio neanche tanto subliminale sembra essere “più ormoni per tutte”, conducendo il discorso dei possibili rimedi alle sindromi climateriche sui rassicuranti binari della terapia ormonale sostitutiva (TOS): questo è un aspetto che suscita ulteriore perplessità. Forse perché inevitabilmente mi sono soffermata sul ricordo della mia esperienza e di quelle di amiche e conoscenti. Il climaterio per me ha rappresentato un lungo periodo molto tormentato in cui sono stata afflitta soprattutto da drammatici problemi di insonnia e di conseguenza ho subìto una medicalizzazione piuttosto aggressiva che, tuttavia, non ha fatto che peggiorare la sintomatologia altamente invalidante. Come ne sono uscita? Non assumendo più né benzodiazepine né tanto meno gli ormoni, che non tolleravo (udite, udite: non tutte le donne sopportano la TOS, non tutte le donne la vogliono, la TOS), ma semplicemente andando a nuotare in piscina e camminando molto, anche in città. Ho dato retta a una ginecologa illuminata che mi ripeteva come un mantra: attività-fisica attività-fisica attività-fisica, avanti tutta con la produzione naturale di endorfine!</p>
<p>I mezzi per affrontare gli eventi marcatori della vita (e la menopausa senz&#8217;altro lo è) sono spesso a portata di mano, ma noi non lo sappiamo, non li vediamo, come se giacessero dimenticati in una zona d’ombra: sono le nostre straordinarie risorse interiori, una strumentazione di bordo a costo zero e priva di effetti collaterali. Per fare solo due esempi: yoga e meditazione; entrambe le pratiche sono state le mie ancore di salvezza in tempi duri, essendo tutt’ora irrinunciabili alleate nella tutela di un benessere psicofisico che tuttavia non do mai né per scontato né tanto meno dovuto.</p>
<p>Mentre invece il fenomeno ancora scarsamente denunciato è il colossale business della menopausa alimentato a dismisura dal panico che monta alle prime avvisaglie climateriche; tra integratori e ormoni, opercoli e candelette, cerottini e creme (nelle costosissime e ridicole declinazioni commerciali: <em>age interrupter</em>, <em>age reverse</em>, <em>global repair</em> ecc.) l&#8217;obiettivo commerciale consiste nell’assecondare le donne che vogliono fortissimamente sentirsi e apparire “forever young”. Il <em>foreveryounghismo </em>pare affliggere soprattutto la generazione X. Tremenda paura della vecchiaia che colpisce chi, essendo nato e cresciuto negli anni del benessere, ha condotto un’esistenza tutto sommato facile nella radicata presunzione di poter sempre e comunque scansare le spiacevolezze della vita, tutte: dalla prima all’ultima, che c’è sempre un antidoto, un’app, una bacchetta magica, la lampada di Aladino.</p>
<p>Ed eccoci tutte in fila, smaniose di chiedere lumi, erroneamente convinte che la soluzione sia sempre quella di esternalizzare i rimedi. Oltre ai vari medici specialisti a cui potenzialmente rivolgersi (ginecologi, endocrinologi, nutrizionisti, neurologi, psichiatrici, neuropsichiatri), rispondono all’appello anche gli omeopati, gli agopuntori, gli psicoterapeuti, una galassia di sciamani e incantatori che, senza nulla togliere alla loro professionalità e i cui interventi in alcuni casi possono contribuire efficacemente a lenire e contenere i disagi climaterici, esigono onorari per la maggior parte delle donne sempre più economicamente insostenibili. Questo nel privato. Se, invece, guarda un po’, ci si ostinasse ancora a rivolgersi al SSN i tempi di attesa sono tali per cui è quasi certo che la visita richiesta per problemi legati al climaterio ti verrà fissata quando sarai in post-menopausa.</p>
<p>Altro tema, intrecciato al giro d’affari che attanaglia il climaterio, di cui raramente si parla: lo spietato sessismo del marketing. Avete mai notato, entrando in farmacia, il packaging delle creme intime femminili? Le confezioni riportano in bella vista il problema o il rimedio: Secchezza Vaginale, Lubrificante Vaginale, Lubrificante Sessuale e via così, come fossero prodotti pensati per macchine guaste che necessitano di rabbocco. Senza alcun riguardo. Mentre il Viagra o il Cialis, tanto per dirne due, eh… loro sì che sanno essere discreti, mica leggi sulla scatoletta: Disfunzione Erettile.</p>
<p>Liberiamo la menopausa! Questo io vorrei dire a voce alta. Occorre liberarla innanzitutto da cliché ed etichette. Liberarla dal consumismo, e dalla medicina. Liberarla dalla paura: di stare male, di non farcela, paura di trasformarci e sì, anche di invecchiare. Quest’ultima paura si sconfigge soltanto rielaborando l&#8217;idea distorta della vecchiaia e inizio talvolta a pensare anche rifondando la vecchiaia stessa sempre più abbandonata a sé stessa, inascoltata, mortificata ed emarginata. L’ageismo è fenomeno sociale dilagante, ma nessuno lo dice, nella sciocca deleteria convinzione che basti regalare uno smartphone alla nonna per farne una nonna smart, <em>oh yeah</em>.</p>
<p>Orsù, dunque, non spaventiamo le ragazze, le giovani donne e le energiche quarantenni: il climaterio è una storia a lieto fine, diciamolo forte e chiaro, purché sia la storia nostra, unica e irripetibile, necessariamente diversa da quella di qualsiasi altra donna e il cui tracciato sia la conseguenza di scelte informate e consapevoli, compiute in totale autonomia e in piena libertà. Andare in menopausa non è una iattura, ma un inevitabile processo trasformativo, come scrive efficacemente Origgi, i cui effetti collaterali, estremamente soggettivi, molto dipendono anche dal contesto affettivo e socioeconomico in cui la donna conduce la propria esistenza. Lo stesso si potrebbe dire del ciclo mestruale e delle eventuali esperienze di gravidanza e parto: finché alimentiamo il discorso pubblico di vissuti traumatici (nessuno intende negarli, sia ben chiaro, ma non posso credere che siano la maggioranza e che dunque debbano imporsi come la norma) e pretendiamo il controllo sul corpo, rischiamo la deriva ideologica che conduce nel vicolo cieco del rifiuto del corpo.</p>
<p>Insomma, ancora una volta potremmo parafrasare Tolstoj, affermando che tutte le menopause felici si somigliano, ma ogni menopausa infelice lo è a modo suo. L’importante è non drammatizzare, stando con i piedi ben a terra, evitando vittimismi (“a noi donne tocca pure questa!”) che suonano lievemente puerili perché in cuor nostro sappiamo che è proprio nella straordinaria complessità e alterità del corpo femminile che risiede l’incanto della vita che solo noi siamo in grado di custodire e dare alla luce. Questo comporta il “fardello” del ciclo mestruale per decenni, ma direi che in linea di massima ci si riesce a convivere.</p>
<p>Allora buttiamolo via, l’odioso rametto troppo spesso usato per tracciare linee di confine; sentiamoci fiume, lasciamoci scorrere, sapendo che ci aspetta la foce, in quanto viventi siamo destinati a procedere verso il mistero dei misteri. Intanto però sarebbe bello iniziare fin da ora a sincronizzare il nostro tempo di vita con il respiro e da lì, rallentando, ripartire. Non ha poi tutta quella importanza stabilire chi siamo diventate, dopo. Forse, come la Marion cinematografica, siamo semplicemente <em>altre donne</em>.</p>
<p>Se qualcuno mi rivolgesse la fatidica domanda, azzarderei questa risposta: è ormai passato un lustro dalla menopausa e io oggi, per la prima volta nella vita, mi sento innanzitutto <em>umana</em> (oh meraviglia!) e poi, sì certo, una donna in cammino inevitabilmente invecchiata. Ma non so altro e non desidero sapere, l’esistenza rimane un enigma e noi tutti assomigliamo alle nuvole: mutevoli, di passaggio, in rapida dissolvenza.</p>
<p>La vecchiaia che inizio a fiutare e di cui talvolta avverto delicate avvisaglie nel corpo e nell’anima non è un’umiliazione, come sostiene Origgi nel suo volume, piuttosto un percorso a cui si perviene se non capita di morire <em>prima</em>. La cura di sé, non di stampo narcisistico, ma dettata dall&#8217;amorevole gentilezza verso la nostra dimora terrena che è il corpo, passa attraverso una inedita forma di accettazione e di tenerezza verso questa straordinaria casa che, per dirla alla Emily Dickinson, è dove siamo. E il dove siamo non è nient&#8217;altro che un ingannevole traguardo, instabile, indefinito e impermanente, della nostra traiettoria su questo pianeta, privilegio e incanto che si rinnovano a ogni passo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Due coppie e un’aragosta, ovvero tre pezzi brevi in viaggio nel tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jul 2025 05:00:17 +0000</pubDate>
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<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-114359 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia.jpg" alt="" width="1920" height="1280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-1536x1024.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-696x464.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-1068x712.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/coppia-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p><em>NdA &#8211; Il testo sull’aragosta risale alla prima metà degli anni Novanta del Novecento: infatti, parla ancora di luci al neon all’interno del supermercato e, soprattutto, ciò che descrivo spero sia stato effettivamente abolito da normative più rigorose e attente alla tutela degli animali vivi in commercio. Quello sulla coppia anziana è degli anni Dieci del XXI secolo e quello sulla coppia giovane del 2020.</em></p>
<p>___</p>
<p><strong>Coppia / 1</strong></p>
<p>Mi trovo sullo STAR2, il minibus elettrico che percorre le viuzze del cuore torinese, attraversando agilmente il Quadrilatero: <em>il centro nascosto</em>, ammicca il web, <em>fatto di stradine e piazzette, ristoranti tradizionali e cucina internazionale</em>.</p>
<p>Seduta composta davanti a me vedo una coppia, entrambi all’apparenza prossimi ai settant’anni. Lei, palpebre abbassate, appoggia il capo sulla spalla di lui e, mormorando, dice di avere la testa che le gira tutta. Temo non si senta granché bene. Lui si impegna nel tentativo di distrarla, con premura e humor, con un certo stile garbato e piacevolmente inconsueto.</p>
<p>Insieme a loro c’è un cane, un meticcio dall’aspetto mansueto lungo disteso a terra davanti ai quattro piedi. Sia lei sia lui tengono le mani in grembo, morbidamente abbandonate come in Dhyana Mudra. Il loro modo di conversare, l’andamento affiatato delle battute, quasi un ritmo noto soltanto ad essi, tutto induce a pensare a una coppia navigata, con una storia vera e coraggiosa alle spalle, scarna di ipocrisie. Una coppia da tempo congedatasi dalle convenzioni, ma pur sempre dotata di un proprio charme, nonostante l’età avanzata.</p>
<p>Ho pensato, non so perché o forse sì, che dei due sarà lei ad andarsene per prima. Ho immaginato lui e il cane, desolati e smunti, in un bell’appartamento dal parquet consumato dal calpestio di una vita lunga e agiata, una casa piena di libri – letti, sottolineati, riletti, dimenticati – e di tappeti orientali che poi chissà dove andranno a finire: ho immaginato, chiudendo per un attimo gli occhi, strati impalpabili di polvere e silenzio.</p>
<p>Dell’uomo mi colpiscono le mani, estremamente curate, e nel complesso l’atteggiamento sicuro di sé, ma gentile, impreziosito da quelle galanterie d’antan che lasciano fantasticare una gioventù di allegre scorribande e ardite conquiste. Lei, pur nell’evidente disagio fisico, mantiene il tono stanco di chi ne abbia perdonate tante e si senta in diritto di prendersi ancora qualche microscopica, tardiva rivincita coniugale.</p>
<p>Chissà dove sono diretti, da dove arrivano. Non li rivedrò mai più: ne provo un infondato e irrazionale struggimento. Il colore che accomuna il loro abbigliamento è senz’altro il grigio, in almeno cinque nuance. E lui ha dei bellissimi occhi, molto stanchi di essere azzurri.</p>
<p>____</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Coppia / 2</strong></p>
<p>Serata finale degli europei di calcio. Avevano lasciato in auto la bambina. Faceva molto caldo in città, forse la piccola stava chiusa lì dentro da un pezzo.</p>
<p>Io non ho capito subito che qualcuno stesse picchiando con forza le mani contro i vetri dell’automobile e gridasse con quanto fiato in gola. Mentre aprivo con studiata lentezza il lucchetto, che serrava la catena della bicicletta legata al palo, mi guardavo intorno inquieta, ma non riuscivo a capire che cosa stesse accadendo né a mettere a fuoco la provenienza di quelle allarmanti onde sonore.</p>
<p>Finché ho visto arrivare la presumibile mamma, tutta in ghingheri per l’evento serale, dal dehors della caffetteria lì accanto: la guardo dirigersi ostentatamente flemmatica, ancheggiando in equilibrio su zeppe vertiginose, verso alcune automobili parcheggiate in seconda fila.</p>
<p>La catena in mano ormai lunga fino a terra, osservo la donna che apre la portiera dell’auto e viene assalita dalla rabbia incontenibile della bambina in lacrime, la cui furia è tale da procurarle quasi un conato di vomito; sopraggiunge intanto anche il presumibile papà: entrambi i genitori ridacchiano. Ridono guardando la propria figlia spaventata e piangente. E poi ancora ridono, distogliendo per un istante lo sguardo rivolto in basso, verso la bambina, e fissandosi l’un l’altra con occhi infuocati e complici, ognuno con la birra in una mano, lo smartphone nell’altra.</p>
<p>Si fa urgente, per il mio cuore agitato, allontanarmi al più presto da lì, dal chiasso sguaiato del bar che, per l’occasione ghiotta di un incasso di cui poter dire il giorno dopo “tanta roba”, ha allestito le solite sedie impilabili e tavolini in gran quantità, con tanto di casse acustiche posizionate verso l’esterno del locale e due monitor adibiti a schermo televisivo, esondando il proprio arredo in polipropilene bianco sull’ampio marciapiedi del viale cittadino.</p>
<p>Via, via! Pedalo lesta lungo la ciclabile, avvertendo due lacrime solcarmi le guance, le mani salde sul manubrio. Provo una radicale e umanissima solidarietà con la bambina. Mi immedesimo nella bambina. Io sono ancora figlia, ancora essendo quella che piange.</p>
<p>____</p>
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<p><strong>Un’aragosta</strong></p>
<p>C’era un’aragosta al supermercato. È tutto il giorno che ci penso.</p>
<p>L’ingombrante crostaceo era stato posato sul letto di ghiaccio tritato su cui giacevano, in bella mostra, molluschi e pesci di varia foggia e in quantità ormai tutti passati a miglior vita.</p>
<p>L’aragosta, invece, sopportava ancora il privilegio dell’esistenza, sempre più assimilabile, tuttavia, a un gravoso fardello. Si muoveva con tale lentezza che a uno sguardo distratto poteva sembrare immobile, bell’e morta.</p>
<p>Se invece si rimaneva in paziente osservazione si poteva notare che l’aragosta tentava di spostarsi, di allontanarsi dalla morsa del gelo, o almeno questa era la mia personale interpretazione, ma non appena si avvicinava al bordo inferiore del bancone la commessa, con cinico automatismo, la afferrava decisa, la mano guantata in PVC, e senza la benché minima parvenza di garbo la ributtava al punto di partenza come in un macabro gioco dell’oca: ecco… stattene lì, in cima al tuo montarozzo, pareva che pensasse mentre la spostava come una cosa, ma una cosa che suscita ribrezzo.</p>
<p>L’aragosta per un poco giaceva immobile, forse stordita, e poi, sempre più lenta e goffa, ricominciava a muoversi, abbozzando l’ennesimo, istintivo quanto vano, tentativo di fuga verso il basso.</p>
<p>Ancora adesso che la giornata volge al termine e i neon del supermercato, uno dopo l’altro, saranno stati spenti da un pezzo; adesso, sì, che la commessa giace esausta e struccata sul letto, telecomando in mano, regina incontrastata dello zapping serale nella passiva attesa che annotti; ancora adesso io ripenso all’aragosta condannata a divenire pietanza.</p>
<p>Come sopportare l’idea del calvario – ignorato nella tragica compiutezza dai vari soggetti che ne sono stati cagione in momenti e con ruoli differenti – quel calvario, dicevo, che simbolicamente sta tra lo strappo crudele dal suo mare perduto e un piatto sbeccato pieno di avanzi?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cuccagna non è un paese per vecchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[ageismo]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[digital divide]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[massimo mantellini]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[ di <strong>Paola Ivaldi</strong><br />
Ecco quello che non si può più fare, di cui la rete ci ha defraudato: anelare alla cosiddetta santa pace. Bisogna sempre: aggiornare, formattare, ricordare, convertire, cambiare]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-101517" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/IMG_0630-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>



<p class="has-text-align-right"><em>Le nuove ere non cominciano di botto.<br />Mio nonno viveva già nella nuova era<br />mio nipote vivrà ancora in quella vecchia.<br />La carne nuova si mangia con la forchetta vecchia.<br />Non sono stati i veicoli semoventi<br />né&nbsp;i carri armati<br />non sono stati gli aerei sopra i nostri tetti<br />né&nbsp;i bombardieri.<br />Dalle nuove antenne sono uscite le vecchie scempiaggini.<br />La saggezza è stata tramandata di bocca in bocca</em>.<br /><strong>Bertolt Brecht</strong></p>



<p style="font-size:18px">Ci sono libri che appena inizi a leggere ti accorgi che parlano a te, trattando argomenti che abitano i tuoi pensieri da molto tempo; così, mentre ti sorprendi a divorarli, una pagina dopo l’altra, la tua solitudine svanisce e improvvisamente avverti una comunione di spirito sia con chi quelle pagine le ha scritte sia con altri lettori che ipotizzi famelici e solitari, proprio come te. Il flusso di lettura ti porta a terminare il libro a poche ore dall’acquisto e tu, dopo, rimani per un tempo indefinito in un immobile e muto stupore per quanto hai introiettato, per l’acutezza di una analisi, per la rilevanza del tema. Capisci, in quei preziosi istanti, che il libro comprato poche ore prima e la cui lettura è già terminata, quel volumetto che hai appena chiuso e ancora ti palpita in grembo, è un libro necessario.<br /><br />Questo è accaduto a me leggendo&nbsp;<em>Invecchiare al tempo della rete&nbsp;</em>di Massimo Mantellini,&nbsp;pubblicato nella collana delle Vele Einaudi. Non ho mai scritto una recensione e non credo, nello specifico, di essere la persona giusta per farlo poiché non sono un’esperta di nuove tecnologie. In compenso, potrei tentare di raccontare perché leggere Mantellini mi abbia emozionata e per quali motivi ritengo il suo libro meritevole di grande attenzione, auspicando dal profondo del cuore che in molti decidano di leggerlo, innescando un dibattito non episodico ed effimero, ma costruttivo e foriero di concreti cambiamenti, individuali e collettivi.<br /><br />Mantellini parla di vecchiaia, e fin qui nulla di nuovo, essendo un processo, quello della senescenza, che finché non incappiamo nell’inconveniente di morire ci tocca affrontare e la cui percezione, al di là degli sciocchi slogan pubblicitari (tra i mantra più ricorrenti: i 50 sono i nuovi 30), è intimamente soggettiva, dipendendo da svariati fattori che hanno a che vedere con la traiettoria esistenziale, unica e irripetibile, di ognuno di noi.<br /><br />Ma la mirabile operazione che compie l’autore è l’innesto del discorso sulla vecchiaia nell’era digitale, in questo tempo di connessione perenne, in questi nostri giorni che iniziano a non piacerci più così tanto, come quando, fino solo a un decennio fa, l’acquisto del nuovo modello di un qualsivoglia device ci regalava l’illusione di un atto migliorativo, ci divertiva perfino, ce ne sentivamo, in un puerile autocompiacimento, quasi inebriati. Ora non più, ora siamo molto stanchi e la rincorsa della performance ci appare un obiettivo che avvertiamo sempre più estraneo al nostro orizzonte emotivo.<br /><br />L’argomento non è banale ed è ancora poco dibattuto, trovandosi in una fase preliminare all’emersione in qualità di fenomeno antropologico, ma è questione di poco tempo e, volenti o nolenti, finirà per esplodere sotto forma di problema sociale. Mantellini parla la lingua dei nativi analogici, che è anche la mia essendo venuta al mondo, come lui, negli anni Sessanta. Al di là di alcuni passaggi particolarmente struggenti, in cui l’autore esprime alcune riflessioni personali sulla vecchiaia che solo chi ne provi di analoghe può cogliere in tutta la loro crepuscolare poesia e che, se vogliamo, risultano ancora e sempre in sintonia con quelle già compiute a suo tempo da una folta schiera di scrittori e intellettuali, efficacemente richiamati qua e là da Mantellini, il merito del libro è proprio quello di rivolgersi a una precisa fetta di umanità, una fascia anagrafica che è appunto nata nella seconda metà del secolo scorso e che ha familiarizzato con la tecnologia muovendo i primi passi, di fatto, insieme ad essa, per necessità di studio, prima, e di lavoro poi e, soltanto successivamente, per desiderio di puro intrattenimento e svago e (illusoria) socialità.</p>



<figure class="wp-block-embed alignleft is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="2nONDpRuhp"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/11/22/mai-in-pensione-ageismo/">Miraggio di quiescenza</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Miraggio di quiescenza&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2022/11/22/mai-in-pensione-ageismo/embed/#?secret=2nONDpRuhp" data-secret="2nONDpRuhp" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p style="font-size:18px">Torniamo alla stanchezza. Perché a me pare che soprattutto dal 2020 in avanti sia una delle lamentazioni più diffuse tra noi nativi analogici. Dicono che la pandemia, con la sua deleteria dilatazione del nostro screentime, abbia prodotto quella che è stata prontamente battezzata come&nbsp;<em>Zoom fatigue;</em>&nbsp;altri dicono che sia, la stanchezza, più o meno digitale, uno dei possibili strascichi del long covid e/o dello stress conseguente al prolungato stato emergenziale. Sta di fatto che lo avvertiamo sempre più come un fardello sulle spalle già alla mattina, appena svegli, questo senso di enorme fatica che colpisce, cronicizzandosi, gli over cinquanta. È una stanchezza che non svanisce né con l’assunzione massiccia di magnesio e/o di papaya fermentata né andandosene in vacanza. È una stanchezza triste, come è quella dei soccombenti.<br /><br />Mi sono fatta l’idea, e leggendo Mantellini ho trovato conforto alle mie sconclusionate onanistiche elucubrazioni, che mentre noi si invecchia la rete rimane sempre giovane,&nbsp;<em>foreveryoung</em>,<em>&nbsp;</em>come cantavano gli Alphaville a metà degli anni Ottanta, e come ci piacerebbe tanto che capitasse a noi altri, che invece arranchiamo, e mentre, solerti manutentori, graziamo le nostre tecno-protesi tramite periodici upgrade, siamo al contempo desolatamente costretti a prendere atto dei nostri incessanti quanto inevitabili downgrade.<br /><br />Insomma come stare su di un aeroplano in una fase di eterno decollo, surreale velivolo che decolla sempre e sempre più in fretta, verso stelle e pianeti che noi, tuttavia, non raggiungeremo mai, e lo sappiamo e, per questo, iniziamo ad avvertire la voglia di scendere, quasi un bisogno fisiologico, un’urgenza di atterrare, anche in un vecchio aeroporto abbandonato, e di invecchiare in santa pace, proprio come si diceva un tempo: in-santa-pace.<br /><br />Ecco quello che non si può più fare, di cui la rete ci ha defraudato: anelare alla cosiddetta santa pace. Bisogna sempre: aggiornare, formattare, ricordare, convertire, cambiare, in buona sostanza: saper smanettare… e fai più in fretta, e cosa aspetti? Domanda: siamo sicuri che questo significhi una migliore qualità di vita? Mantellini si concentra sulla terza età e la risposta è no, così come si stanno mettendo le cose, tutta questa dematerializzazione spinta e questa velocità che si fa&nbsp;<em>fretta e furia</em>&nbsp;non può che mettere in crescente difficoltà &#8211; salvo rare eccezioni &#8211; le persone anziane che non sono veloci, non sono dotate di mano ferma, non hanno l’occhio di lince, e che insomma non stanno dietro ai rapidi zig-zag della navigazione in rete, che magari cliccano quando non devono e non cliccano quando dovrebbero, che non riescono a leggere il captcha e dunque finiscono per spiaggiarsi online deprivati di identità e incapaci di riscattare sé stessi con rinnovato orgoglio.<br /><br />La rete, insomma, negli ultimi venticinque, trent’anni, ci ha avvolti nelle sue maglie che da larghe che erano si sono fatte sempre più strette, la tecnologia essendosi insinuata e infiltrata, subdolamente ludica e apparentemente così&nbsp;<em>friendly</em>, in ogni più recondito anfratto delle nostre esistenze. Noi nativi analogici dovremmo forse ammettere che non siamo stati in grado di presidiare, come avremmo dovuto, i confini, siamo stati sentinelle distratte e corruttibili; abbiamo ingenuamente abboccato in massa ai richiami sirenici di una minore fatica, del tutto a portata di click, del “so tutto io” e, app dopo app, abbiamo abdicato, perdendo fiducia in noi stessi, esternalizzando le risorse, sempre alla rincorsa di effetti speciali, scimmiottando quelli più giovani di noi, i nostri stessi figli.<br /><br />Ci stiamo aggirando, in questi primi anni Venti del XXI secolo in uno strano luna park tra enormi specchi deformanti che condannano i vecchi ad apparire sempre più goffi e&nbsp;grotteschi; accanto a loro trascinano i propri passi i&nbsp;<em>vecchigiovani&nbsp;</em>che sono dei poveri illusi, per dirla alla Mantellini, e infine ci sono i giovanissimi sapienti annoiati dal proprio stesso sapere che, bontà loro, elargiscono a genitori e nonni perle di conoscenza digitale, suggerendo scorciatoie per il cloud che dopo mezz’ora vengono già dimenticate.<br /><br />Lo smartphone è ormai un crocevia identitario, protesi quasi necessaria per la fruizione di servizi che da voluttuari che erano inizialmente stanno diventando sempre più essenziali; ma come la mettiamo quando&nbsp;le mani si deformano perché&nbsp;artritiche o tremano per via del Parkinson mentre la vista diviene sfocata perché&nbsp;sei in lista&nbsp;d&#8217;attesa per l&#8217;intervento della cataratta o per banale presbiopia e la tua memoria svanisce e i tuoi riflessi rallentano? Tu a quel punto non puoi che sentirti in un vicolo cieco, con le spalle&nbsp;al muro: ecco come può essere invecchiare al tempo della rete.&nbsp;<br /><br />La vecchiaia è grama, da sempre, ma ora di più. Nei Paesi del primo mondo la si è prolungata a dismisura, camuffando la crescita della cosiddetta aspettativa di vita da indiscutibile progresso dell’umanità, a prescindere dalla qualità della stessa vita che si è sì prolungata, nel tempo finale dell’esistenza, ma si è svuotata di rapporti umani, riempiendosi di malattie croniche, di invalidità,&nbsp;&nbsp;facendo dei vecchi degli accaniti consumatori di una quantità quasi imbarazzante di prodotti farmaceutici.<br /><br />Vedere i propri genitori incespicare in rete, confondendo mail e spid, password con QRcode, assistere alla loro rabbia confusa e impotente perché la banca o il medico di base diventano interlocutori quasi irraggiungibili, è uno spettacolo esecrabile, sortisce inoltre l’effetto di indurci facilmente a immaginare quanto potrebbe verosimilmente accadere anche a noi, tra non molto, così pure a quelli dopo di noi. Ai vecchi che verranno, anche ai nativi digitali quando capiterà loro di affrontare la propria senescenza. Nessuno si illuda, non c’è scampo, la tecnologia è spietata, non è qui per il nostro bene, ci prende in braccio, sì, ma non perché ci ami.&nbsp;<br /><br />La vecchiaia, in sostanza, non è e non sarà mai compatibile con il processo sempre più veloce, e per definizione anticiclico, della digitalizzazione. Suonano, infatti, particolarmente disturbanti e ingannevoli gli appelli che, non senza toni stucchevolmente paternalistici, incitano i nonni a diventare smart, quando poi capita di assistere con sempre maggiore frequenza, nelle sale d’attesa, sui mezzi di trasporto pubblico, al cinema o a teatro, alla tragica incapacità degli stessi nonni smart di gestire i propri device. Quanto siamo disposti a farci umiliare dal nostro smartphone? Quanto potere le vogliamo ancora concedere prima di accorgerci che la tecnologia da mezzo che era si sta tramutando&nbsp;<em>nel</em>&nbsp;fine?<br /><br />Che ne è, dunque, e sempre più che ne sarà di queste sbiadite figure imploranti aiuto a figli e nipoti, potenziali vittime di raggiri e truffe online o semplicemente vittime di sé&nbsp;stesse per via del generale inevitabile declino cognitivo che renderà sempre più rischioso l&#8217;avventurarsi a digitare dati online? Avanti così, chi se lo potrà permettere verrà aiutato da parenti più o meno amorevoli e tenterà di tenersi al passo coi tempi, ma inciampando e cadendo a terra, inseguendo sempre più a fatica il progresso provando un crescente senso di inadeguatezza e di impotenza.<br /><br />Chi non potrà, perché&nbsp;impossibilitato ad acquistare i device, ad aggiornarne il software o a essere supportato da parenti fidati, sarà tagliato fuori, pressoché&nbsp;da tutto, escluso, esiliato ai confini del regno. In parte, questo digital gap è già in atto, ma lo si preferisce ignorare o sottovalutare: ecco perché un libro come quello di Mantellini è un libro importante, perché illumina con un potente fascio di luce un problema, quello dell’ageismo, già presente nelle nostre vite, ma invisibile e quasi del tutto assente dal dibattito pubblico.&nbsp;<br /><br />Un concetto mi pare ormai chiaro: il digital gap non si combatte digitalizzando a tappeto tutti e tutto, ma semmai, paradossalmente, mantenendo proprio il digital gap, tracciando invalicabili confini che impediscano deleterie esondazioni e irreversibili eteronimie. Solo così si possono &#8211; e si devono &#8211; proteggere le fasce anagrafiche più vulnerabili: vecchi e bambini. <br /><br />A meno che… senza voler rivelare gli scenari prospettati da Mantellini, posso dire che la parola chiave potrebbe essere quella che meno ci si aspetterebbe da uomini e donne di mezza età, ma che potrebbe risultare l’unica exit strategy possibile per scongiurare una crudele quanto irreversibile discriminazione generazionale. La parola è: ribellione.<br /><br />Chi sono i nuovi ribelli? I nuovi ribelli dobbiamo essere noi, noi nativi analogici non abbiamo altra scelta se intendiamo stabilire la rotta delle nostre vecchiaie, scongiurando la spiacevole sensazione, in un futuro non troppo lontano, di naufragare nel mare magnum di internet, di essere ripescati e diventare un “carico residuale” da destinare a remoti approdi ad oggi perfino inimmaginabili. Dovremo forse affidarci a dei tecno-badanti? Fiorirà un nuovo proficuo business intorno a immancabili Centri di assistenza informatica, che verranno comunemente detti CAI, e apriranno qua e là come nuovi indispensabili erogatori di servizi? Si tratterà di diventare finalmente adulti? E come faremo, noi, a un passo dalla vecchiaia, a ritrovare il senso più vero della virtù e della saggezza? Troppe domande, per lo più senza risposta, affollano la mente di molti di noi, stanchi nativi analogici.<br /><br />I libri come quello di Massimo Mantellini hanno il potere di rassicurarci,&nbsp;come una mano sulla spalla, sul fatto che no, non siamo affatto soli in questo disorientamento generazionale, in questa landa inesplorata tra login e logout, forse una nuova terra promessa sospesa tra upload e download, che siamo in tanti a inquietarci per il futuro e che è giunto il momento di agire, fare massa: davvero ribellarsi? Forse, chissà.&nbsp;<br /><br />Rivendicare, questo sì, da subito e con forza inusitata, la nostra umanità con i suoi sacrosanti cicli biologici, tutelare il diritto alla fisiologica senescenza, proteggere a gran voce il legittimo desiderio di disconnetterci, semplicemente scegliendo di vivere offline, potendo farlo senza per questo diventare cittadini di serie B. Non ci resta molto tempo: è un dovere di civiltà ridimensionare l’apparato tecnologico che, irretendoci nel vero senso della parola, si è pericolosamente fatto sistemico, parendo sempre più una tecnocrazia camuffata, per dirla alla Günther Anders, da paese di Cuccagna, che lusinga e blandisce, ma più non concede l’agognata santa pace.</p>
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		<title>Bracciate # 5 &#8211; Manuel Maria Perrone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/07/17/bracciate-5-manuel-almereyda-perrone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2016 12:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[manuel maria perrone]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[nipote]]></category>
		<category><![CDATA[nonna]]></category>
		<category><![CDATA[polpo]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il quinto racconto della rubrica  Bracciate è «Il polpo in insalata», testo vivo e fresco di Manuel Almereyda Perrone, svizzero di origine napoletana, di stanza a Marsiglia, dove ha fondato l’Agence de l’Erreur (www.lerreur.fr), con cui sviluppa i suoi progetti teatrali e cinematografici. &#160; Il polpo in insalata &#160; &#160; Mia nonna non la chiamo tutte le domeniche. E quando la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il quinto racconto della rubrica  <em><strong>Bracciate</strong></em> è «Il polpo in insalata», testo vivo e fresco di Manuel Almereyda Perrone, svizzero di origine napoletana, di stanza a Marsiglia, dove ha fondato l’<em>Agence de l’Erreur </em>(<a href="http://www.lerreur.fr/">www.lerreur.fr</a>), con cui sviluppa i suoi progetti teatrali e cinematografici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Il polpo in insalata</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-63601 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/images.jpeg" alt="images" width="465" height="308" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/images.jpeg 276w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/images-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 465px) 100vw, 465px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mia nonna non la chiamo tutte le domeniche.</p>
<p>E quando la chiamo, so che prima devo fare stretching, rilassare la respirazione, sorridere allo specchio, dopodiché prendo la cornetta, compongo, dico “ciao-nonna-sono-io-Manuel” tutto d&#8217;un fiato e ascolto, per dieci buoni minuti, un flusso ininterrotto di lamentele.</p>
<p>Sono momenti in cui mi sento responsabile dei mali del pianeta, anche se i mali in questione sono solo quelli di mia nonna.</p>
<p>“Tu non chiami mai. ”</p>
<p>Sto chiamando- penso.</p>
<p>“Tu mi fai morire! ”</p>
<p>Strana forma di omicidio l&#8217;assenteismo- penso.</p>
<p>“Pensa alla buon&#8217;anima di tuo padre! ”</p>
<p>Ancora? Son venticinque anni che è morto, è vero non lo chiamo mai neanche lui, ma c&#8217;è un perché.</p>
<p>“E di tuo nonno !”</p>
<p>Ci sto pensando e mi viene il magone e un sentimento di colpa anche per cinque milioni d&#8217;ebrei, gli armeni, i curdi, i palestinesi, e tutti gli oppressi del pianeta.</p>
<p>“Mi sono fatta vecchia vecchia, na vecchiarella”</p>
<p>A occhio e croce conosco mia nonna da quando sono nato, tolti alcuni anni di coscienza informale da bebè, sono una trentina d&#8217;anni che la conosco e che sta inesorabilmente diventando vecchia vecchia: quanto può durare l&#8217;invecchiamento? Una vita intera?</p>
<p>“Ho fatto solo la quinta elementare, però l&#8217;educazione la so.”</p>
<p>Su questo non me la prendo: lo so che ha diritto a vendicarsi su di me per aver lasciato i quaderni per la zappa a dodici anni.</p>
<p>“Non sono intelligente ma la so.”</p>
<p>Mi dispiace che mia nonna confonda istruzione con intelligenza: vorrei presentarle tutta una serie di professori e luminari perché chiarisca questo qui pro quo.</p>
<p>A questo punto in genere si rilassa, mi racconta i cancri delle sorelle con un piacere morboso per i dettagli, la cecità di Velia, la sua preferita che vive in Inghilterra da sempre, e che la chiama due o tre volte al giorno</p>
<p>“Uh quanto chiama quella, ma non ha niente da fare? Mi fa morire! ”</p>
<p>Ma come: anche lei? Ma si sa: gli estremi si toccano.</p>
<p>Poi, in apnea, continua per altri dieci minuti sulla vita, morte e miracoli degli abitanti del paese – per fortuna che è uno di quei paesi quasi fantasma di vecchi e bambini in cui quasi tutti sono emigrati da tempo &#8211; e alla fine mi fa ridere con i suoi proverbi e le sue dicerie che mi fanno capire che in fondo tutto funziona uguale da sempre.</p>
<p>Ho trovato una tecnica, per schivare questa sua inclinazione a incriminarmi di tutte le nefandezze del pianeta, che funziona anche quando non la chiamo da mesi.</p>
<p>“Nonna – dico subito- sto cucinando. Mi chiedevo&#8230; i calamari meglio chiuderli con lo spago o con uno stuzzicadenti? Sì, non li riempio troppo, certo, se no esplodono.”</p>
<p>Come per magia in quei casi non esiste nient&#8217;altro, nessun conflitto ci separa e anzi una sottile linea si disegna e ci ricongiunge nel tempo e nella distanza: non siamo più rivali ma diventiamo complici, gomito a gomito, davanti ai fornelli.</p>
<p>Se una ricetta si interpone tra di noi tutto il resto scompare.</p>
<p>Mi è successo vivendo a Buenos Aires, a diecimila chilometri e cinque fusi orari di distanza. Mi succede anche in Francia. È successo così per il polpo in insalata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo, o per fortuna non so, l&#8217;ho chiamata giusto quando Elvira, la sua vicina &#8211; amica e nemica del cuore &#8211; era passata a trovarla.</p>
<p>“Passa sempre quella”</p>
<p>“Meglio, no?”</p>
<p>“Meglio cosa? Viene qui per controllare.”</p>
<p>“Controllare cosa?”</p>
<p>“Quello che cucino, poi torna a casa e lo fa pure lei.”</p>
<p>Mia nonna da poco ha messo una telecamera di sorveglianza sopra il portone.</p>
<p>Anni di Raiuno riescono a convincere l&#8217;ultimo dei sottoproletari che condivide gli stessi problemi di un Rockefeller.</p>
<p>E la telecamera, a circuito chiuso, si affaccia su un monitor, che lei può riuscire a controllare anche mentre cucina. È così che ha scoperto chi da anni le fa lo scherzo del campanello; chi suona e poi scappa.</p>
<p>Si: Elvira&#8230; Ma non le darà mai il gusto di dirle che lo sa.</p>
<p>Penso che sia amore il loro. Amore vero.</p>
<p>Comunque ai tempi di questa telefonata ancora non aveva la telecamera e Elvira era lì.</p>
<p>E quando ha sentito mia nonna dire “polpo” le ha strappato la cornetta di mano e ha preso i comandi della conversazione.</p>
<p>“Per ogni chilo di polpo tu ne metti il doppio di patate. Dopo aver bollito le patate, le metti sul fondo e le copri col polpo e il suo succo, che vedi che prendono il sapore e poi tutti ti dicono che buono e mangiano le patate credendo che è polpo! ”</p>
<p>Ha riso: era contenta. Fiera di quell&#8217;intelligenza meridionale che trasforma un problema in una soluzione. Quella stessa intelligenza che fa si che per una stessa zucchina o melanzana esistano centinaia di pietanze diverse.</p>
<p>Ho ringraziato, mi ha ripassato mia nonna, che ha borbottato qualcosa, stranamente taciturna, e ho appeso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un paio d&#8217;ore dopo mia nonna mi ha richiamato in panico.</p>
<p>“Lo fa per umiliarmi.”</p>
<p>“Ma cosa?”</p>
<p>“Le patate.”</p>
<p>“Che patate?”</p>
<p>“Come che patate? Quelle del polpo. Ti ha detto così per trattarti da straccione, per umiliare me.</p>
<p>Tu non devi mettere così tante patate che se no sembra che sei un morto di fame.</p>
<p>Non avrebbe mai detto una cosa così ai suoi di nipoti ! Mai ! Ma me, mi voleva umiliare.”</p>
<p>“Ma nonna&#8230;.”</p>
<p>“Niente ma. Le patate non devono mai essere più del polpo. Se no che figura ci fai?”</p>
<p>L&#8217;ho rassicurata che avrei immediatamente cambiato la ricetta, adattandola alla verità che mi aveva appena rivelato: non potevo deluderla e l&#8217;ho sentita contenta.</p>
<p>Però io le patate le avevo già messe e già le avevo ricoperte di polpo, non potevo più tornare indietro.</p>
<p>Non so se era vero: se Elvira l&#8217;aveva detto per umiliarla o se era solo un complesso di mia nonna. Però devo dire che era buono, e alla gente è piaciuto.</p>
<p>Da allora l&#8217;insalata di polpo continuo a farla così.</p>
<p>Le polpette, la parmigiana, le lasagne, le zucchine alla scapece, i calamari ripieni, i peperoni al forno, i cannelloni, la pasta fresca: tutto, tutto glielo devo a mia nonna e alle nostre conversazioni telefoniche.</p>
<p>Il polpo in insalata no, quello è di Elvira.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Nuovi Autismi 30 &#8211; I vecchi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/01/09/nuovi-autismi-30-i-vecchi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 10:30:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti generazionali]]></category>
		<category><![CDATA[demenza senile]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi autismi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori I vecchi sono ingombranti, e spesso anche molto costosi. Bisogna farli accudire da una badante, e le badanti costano. La paga oraria non è certo alta, anzi spesso è da fame, ma considerando che un vecchio bavoso lo è ventiquattro ore al giorno sette giorni in settimana, viene fuori un patrimonio. A [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/09/nuovi-autismi-30-i-vecchi/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures-4/" rel="attachment wp-att-44581"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44581" title="marytillmansmith_untitledtwo red figures" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-251x300.jpg 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-80x96.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-31x38.jpg 31w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-179x215.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-107x128.jpg 107w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3.jpg 554w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/09/nuovi-autismi-30-i-vecchi/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures-2/" rel="attachment wp-att-44578"><br />
</a>I vecchi sono ingombranti, e spesso anche molto costosi. Bisogna farli accudire da una badante, e le badanti costano. La paga oraria non è certo alta, anzi spesso è da fame, ma considerando che un vecchio bavoso lo è ventiquattro ore al giorno sette giorni in settimana, viene fuori un patrimonio. A far bene bisognerebbe poterli rottamare. Ma sarebbe un repulisti un po’ di cattivo gusto: siamo diventati molto egoisti, e per soddisfare le nostre voglie e ubbie siamo pronti a qualsiasi cosa, ma non siamo cruenti, non siamo sanguinari. Senza contare che a qualcuno ricorderebbe forse certi eccessi del passato, e verrebbero fuori mille polemiche. Siamo squali buonisti e inclini ai sentimentalismi, amiamo avere buona coscienza. E poi a trucidare i vecchi fuori uso si abbasserebbe l’età media, mentre noi teniamo molto all’età media. Se per esempio abbiamo cinquantaquattro anni e siamo italiani e di sesso maschile, faccio un esempio a caso, ci fa piacere pensare che statisticamente vivremo fino a settantanove anni. Magari rincoglioniti, e con una badante straniera, ammesso e non concesso che qualcuno ce la pagherà (chi?), però insomma abbiamo qualche probabilità di vivere fino a settantanove anni. Ci scoccerebbe pensare che a causa dello sterminio di tutti i vecchi rincoglioniti vivremo solo fino a settantatre anni, o addirittura fino a settantuno, tanto per dire. E allora bisogna sopportarli, e mettere mano al portafoglio.</p>
<p>Una volta si pensava che i vecchi a dispetto dell’apparenza avessero molto da insegnare: invece di guardarli con sconcerto gli si chiedevano delle cose, nelle famiglie e nei villaggi li si ingaggiava come consulenti nei campi più disparati. Venivano riveriti e rispettati come preziosi reperti archeologici, coccolati peggio di cagnolini. Si pensava che detenessero la verità, o insomma che detenessero un grado superiore di verità rispetto alle persone più giovani. Era una credenza illogica e delirante, ma in fondo sul piano personale anche consolante: uno si diceva che con l’età la salute e le facoltà sensoriali e intellettive scemavano, e spesso anche l’umore si degradava, ma aumentava la saggezza, lievitavano la stima e l’apprezzamento. C’era insomma una sorta di compensazione. Adesso non ci sono attenuanti, si va verso una degradazione a tutto campo. La demenza senile, così diffusa, è la metafora di inettitudini e inutilità non più occultabili.</p>
<p>Quando uno comincia a non essere più tanto giovane si imbruttisce e le sue prestazioni si fanno meno efficienti, si pensa ora: come un aggeggio elettronico più che superato, come un telefonino di una generazione ormai obsoleta. Poi il processo di obsolescenza va avanti, fino a diventare imbarazzante, grottesco. Nessuno si sognerebbe di mostrarsi con un computer di venti anni fa, mentre certi vecchi impresentabili vanno ancora in giro come se niente fosse, ci si dice. È un nuovo sistema di pensare, e la storia ci ha insegnato che le nuove visioni hanno sempre ragione, o comunque finiscono per fare piazza pulita delle vecchie. Va quindi considerato un progresso, una nuova tappa nella parabola gloriosa dell’umanità. I primi a capirlo sono i vecchi stessi: nel tentativo di mimetizzarsi indossano scarpe da ginnastica e felpe con il cappuccio, fanno in tutti i modi i giovani. Il che agli occhi dei veri giovani è ancora più sconveniente.</p>
<p>Il mondo evolve, è normale. Le difficoltà sono per quelli che sono un po’ rimasti attaccati al passato e un po’ no, quelle vie di mezzo che per nostalgia o altro fanno fatica a incenerire le vecchie credenze, pur avendole sempre osteggiate. Come per esempio il sottoscritto. Diciamo la verità, io di fronte a molti giovani che frequento (tutta la mia cosiddetta giovinezza l’ho passata con persone più anziane di me, ora attorno a me ci sono solo individui più giovani: forse proprio per questo faccio fatica a attribuirmi una precisa età sociologica), penso di avere una marcia in più. Riconosco nel loro agire una maggiore coerenza coi tempi, e rinvengo in loro plaghe di mistero, sintomo indubbio del mio progressivo anacronismo, però mi sembra pur sempre di sapere come finiranno le frasi, come si gratteranno, come si tumefaranno col tempo le loro facce. Nei loro occhi vedo che mi considerano un relitto ormai fuori competizione, ma a me paiono quegli orologi nei quali si può ammirare il meccanismo interno, prevedibili nel loro atemporale ticchettare. È un’illusione ottica, un’allucinazione, però non riesco a liberarmene. Mi dico anzi che loro stessi dovrebbero manifestarmi che trovano in me tesori di cui difettano: dovrebbero farmi domande, chiedermi consigli. Sono fantasmagorie surreali, ma dure a morire come idre con sette teste che ricacciano appena mozzate. Dentro di me chiamo questo mio ipotetico surplus più geologico – sedimentario &#8211; che gnoseologico “esperienza della vita”, una locuzione che non ha più corso, e che probabilmente tra non molto verrà bandita dai dizionari.</p>
<p>I vecchi si vendicano del resto della detronizzazione che hanno subito, è normale. La contropartita del rispetto immeritato che li ammantava era la benevolenza: sorridevano, e il loro ghigno sdentato era un’accettazione indulgente (solo nelle periferie degli occhi baluginavano a tratti guizzi di ironia), un incoraggiamento a perseverare. Come tutti i despoti detentori di un potere prevaricante vedevano di buon occhio i loro sudditi, vale a dire i giovani: li scusavano se sbagliavano, li riprendevano con liquidi gorgheggiamenti di gola. Ora invece gli anziani, come dicevo travestiti ormai da adolescenti, si sogguardano alle spalle con occhi incattiviti. Sentono fiati ostili sul collo, e quindi sputano saliva, si aggrappano al potere politico o finanziario, diventano dure e sorde cozze. Se potessero sterminerebbero tutti i giovani, si infilerebbero come ostinati sommozzatori nelle loro pelli elastiche. Terrorizzati di perdere il cosiddetto senno.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Mary Tillman Smith, &#8220;Intitled&#8221;)</em></p>
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		<title>POVERI MA VECCHI ::: rassegnetta di suoni apparentemente italiani :::</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Raos]]></category>
		<category><![CDATA[camomilla]]></category>
		<category><![CDATA[libreria empiria]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[michele zaffarano]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[A Roma, giovedì 26 febbraio 2009, dalle ore 19:00 presso la Libreria Empiria (via Baccina 79) POVERI MA VECCHI &#8212; rassegnetta di suoni apparentemente italiani &#8212; quattro giovani poeti attestati negli anta introducono testi nuovi : Andrea Inglese, Andrea Raos, Marco Giovenale, Michele Zaffarano leggono pagine inedite e èdite. da A. I.: La distrazione (Sossella, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-14731" title="camomilla" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/camomilla.jpeg" alt="camomilla" width="400" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/camomilla.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/camomilla-295x300.jpg 295w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p style="text-align: center;">A Roma, giovedì 26 febbraio 2009, dalle ore 19:00</p>
<p style="text-align: center;">presso la Libreria Empiria (via Baccina 79)</p>
<p style="text-align: center;">POVERI MA VECCHI</p>
<p style="text-align: center;">&#8212; rassegnetta di suoni apparentemente italiani &#8212;</p>
<p style="text-align: center;">quattro giovani poeti attestati negli anta<br />
introducono testi nuovi :
</p>
<p style="text-align: center;">Andrea Inglese, Andrea Raos, Marco Giovenale, Michele Zaffarano</p>
<p style="text-align: center;">leggono pagine inedite e èdite.<span id="more-14726"></span></p>
<p style="text-align: center;">da<br />
A. I.: <em>La distrazione</em> (Sossella, 2008)<br />
A. R.: <em>Le api migratori</em> (Oèdipus, 2007)<br />
M. G.: <em>La casa esposta</em> (Le Lettere, 2007)<br />
M. Z.: <em>A New House</em> (La Camera Verde, 2008)
</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>reading presso</p>
<p>Edizioni Empirìa</p>
<p>Via Baccina 79, Roma (quartiere Monti)<br />
tel.06 6994 0850 &#8212; email: info [at] empiria [dot] com</p>
<p>*</p>
<p>Marco Giovenale (1969) è redattore di www.gammm.org, «bina» e «OR». Con la Camera Verde ha pubblicato <em>Curvature</em> (2002, con F.Vitale), <em>Altre ombre</em> (2004), <em>Superficie della battaglia</em> (2006), <em>Spleen / Macchinazioni per fiori</em> (2007, con A. Anzellini). Altri libri recenti: <em>Numeri primi</em> (Arcipelago, 2006), <em>Criterio dei vetri</em> (Oèdipus, 2007), <em>La casa esposta</em> (Le Lettere, 2007). L&#8217;e-book <em>Endoglosse</em> è ospitato da Biagio Cepollaro E-dizioni. È presente in alcune antologie, tra cui <em>Parola plurale</em> (Luca Sossella, 2005) e <em>Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano</em> (Marcos y Marcos, 2007). Ha curato il volume di Roberto Roversi <em>Tre poesie e alcune prose</em> (Sossella, 2008). Pagine web: www.slowforward.wordpress.com, www.differx.blogspot.com.</p>
<p>Andrea Inglese (1967) ha pubblicato un saggio di teoria del romanzo dal titolo <em>L&#8217;eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo</em> (2003) e le raccolte poetiche <em>Prove d&#8217;inconsistenza</em>, in <em>Poesia contemporanea. Sesto quaderno italiano</em> (Marcos y Marcos, 1998), <em>Inventari</em> (Zona, 2001), <em>Bilico</em> (d&#8217;if, 2004), <em>Quello che si vede</em> (Arcipelago, 2006), <em>Prati / Pelouses</em> (La Camera Verde, 2007), <em>La distrazione</em> (Luca Sossella, 2008) e l&#8217;e-book <em>L&#8217;indomestico</em> (Biagio Cepollaro E-dizioni, www.cepollaro.it, 2005). In Francia, è stato  pubblicato <em>Colonne d&#8217;aveugles</em>, in edizione bilingue con traduzione di Pascal Leclercq (Le Clou Dans Le Fer, 2007). È uno dei fondatori  del blog letterario Nazioneindiana (www.nazioneindiana.com) e cura <em>Per una critica futura</em>, trimestrale di critica in rete  (www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/critica.htm). È redattore di www.gammm.org.</p>
<p>Andrea Raos (1968) ha pubblicato <em>Discendere il fiume calmo</em>, in F. Buffoni (a cura di), <em>Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano</em> (Crocetti, 1996), <em>Aspettami, dice. Poesie 1992-2002 </em>(Pieraldo, 2003), <em>Luna velata</em> (CipM &#8211; Les Comptoirs de la Nouvelle B.S., 2003) e <em>Le api migratori</em> (Oèdipus &#8211; Liquid, 2007). È redattore di Nazione Indiana e www.gammm.org. Traduce dal francese, dall&#8217;inglese e dal giapponese.</p>
<p>Michele Zaffarano è nato nel 1970 a Milano e vive a Roma. Suoi testi sono apparsi su «Qui. Appunti dal presente», «Poesia», «New Review of Literature», www.cepollaro.it, www.nazioneindiana.com, www.absolutepoetry.org, www.sitaudis.com, «Nioques», «International Exchange for Poetic Invention», www.nuovetendenze.org, «OEI», e in antologie. Per La Camera Verde sono usciti: <em>E l&#8217;amore fiorirà splendidamente ovunque</em> (2007), <em>Il culto dei feticci nell&#8217;Italia contemporanea</em> (2007) e <em>A New House</em> (2008). Come traduttore dal francese (Denis Roche, Jean-Marie Gleize, Claude Royet-Journoud, Olivier Cadiot, Christophe Tarkos, Jean-Michel Espitallier, ecc.) ha collaborato con «Testo a fronte», «Exit», «Nuovi argomenti», «L&#8217;Ulisse», «L&#8217;immaginazione». Dirige la collana «chapbooks» (ed. Arcipelago, Milano). È redattore di www.gammm.org. Si occupa di installazioni sonore.</p>
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		<title>Biglietto scaduto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/10/22/biglietto-scaduto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 06:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romain Gary]]></category>
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		<category><![CDATA[sessualità]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Romain Gary, Biglietto scaduto, trad. Federico Riccardi, 223 pag., Neri Pozza, 2008 Da qualche anno a questa parte Neri Pozza sta (ri)pubblicando i romanzi di Romain Gary, autore francese dalla vita avventurosa, morto suicida nel 1980 e colpevolmente dimenticato qui in Italia, non so se per ostracismo ideologico o per pura distrazione. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/gary.jpg" alt="" title="gary" width="454" height="255" class="alignnone size-full wp-image-8367" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><em>Romain Gary, <strong>Biglietto scaduto</strong>, trad. Federico Riccardi, 223 pag., Neri Pozza, 2008</em></p>
<p>Da qualche anno a questa parte Neri Pozza sta (ri)pubblicando i romanzi di Romain Gary, autore francese dalla vita avventurosa, morto suicida nel 1980 e colpevolmente dimenticato qui in Italia, non so se per ostracismo ideologico o per pura distrazione.<br />
Fra questi <em>Biglietto scaduto</em>, romanzo squisitamente borghese, per ambientazione e per tematiche, libro del 1975, che pare quasi un Philip Roth <em>ante litteram</em>, in salsa francese.<br />
<span id="more-8365"></span><br />
Jacques Rainier, voce narrante e protagonista del libro, è un ricco imprenditore con un passato eroico nella seconda guerra mondiale (proprio come l’autore del romanzo) che sulla soglia dei sessant’anni viene messo di fronte alla crudele inevitabilità della decadenza fisica. Lui che nella vita ha sempre ottenuto tutto quello che voleva, mettendo il suo stesso corpo in prima linea, non riesce ad affrontare – perfetto esempio di contrappasso – la perdita del vigore sessuale, perdita vista come un precipitare impotente nel baratro della vecchiaia. </p>
<p>Persino l’amore di Laura, giovane ereditiera brasiliana, amore autentico e persino disinteressato alla sessualità, diventa una costante ferita per chi ha sempre saputo vivere l’affettività solo attraverso la prestanza fisica. Meglio la morte, per questo uomo volitivo e tetragono, che l’accettazione della perdita della virilità. </p>
<p>Accompagnata alla sua decadenza fisica si presenta quella economica. Se Rainier non troverà il modo di risolvere i suoi affari nello stretto giro di posta rischia la bancarotta, che nelle intenzioni dell’autore appare come una sorta di perdita di virilità pubblica, correlativo oggettivo di quella privata e personale.</p>
<p>È un libro sul senso e sul significato del potere, in pratica, <em>Biglietto scaduto</em>.  Scritto con una lingua asciutta e veloce, hemingwayiana, dalle tonalità fra l’ironico e il sarcastico, lingua capace però di metafore strepitose, da sottolineare con la matita. Libro in fondo grottesco e tragico assieme, che parla della sconfitta dell’idea novecentesca del maschio, e forse dell’Occidente tutto.</p>
<p>[<em>pubblcato su </em>Cooperazione<em> n. 38 del 16.09.2008</em>]</p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate: Jaufrè passa le notti incapsulato in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
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		<title>La vecchiaia fa schifo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2004 18:48:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[marco lodoli]]></category>
		<category><![CDATA[vecchiaia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Lodoli Si è discusso e scritto molto attorno al lifting di Berlusconi: la mattina, nel bar dove faccio colazione, ho visto tanta gente sbellicarsi dalle risate, e forse non ci sarebbe da aggiungere altro, forse quegli sghignazzi irridenti bastano e avanzano. Però la questione è talmente importante, carica di elementi simbolici e di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Lodoli</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/cicero.gif" alt="cicero.gif" align="left" border="0" height="154" hspace="4" vspace="2" width="128" /><br />
Si è discusso e scritto molto attorno al <strong>lifting di Berlusconi</strong>: la mattina, nel bar dove faccio colazione, ho visto tanta gente sbellicarsi dalle risate, e forse non ci sarebbe da aggiungere altro, forse quegli sghignazzi irridenti bastano e avanzano. Però la questione è talmente importante, carica di elementi simbolici e di messaggi palesi e subliminali, che vale la pena rifletterci sopra ancora un minuto.<br />
<span id="more-265"></span><br />
Cosa ci vuole dire l’autotirata d’orecchie del nostro capo del governo? E’ chiaro e semplice: ci dice che <strong>la vecchiaia fa schifo e va nascosta in ogni modo</strong>. Una lunga tradizione, condivisa in tutti i paesi del mondo, ci insegnava che le rughe e i capelli bianchi sono venerabili non solo perché le persone anziane meritano rispetto, ma perché a quei segni si accompagnano la saggezza e l’equilibrio nel giudizio. Il vecchio ha vissuto di più e dunque sa di più. Ha visto mutare tante volte il mondo e ormai non bada più alle trasformazioni stagionali, alle mode, all’euforia del momento, al vento che increspa la superficie, ma sa cogliere ciò che c’è di profondo e sostanziale. Se ha vissuto con la mente e gli occhi ben aperti, il vecchio sa riconoscere meglio del giovane l’illusorietà di tanti eventi e sa consigliare con poche e meditate parole.</p>
<p>Tutto ciò è stato annientato dalla vanità berlusconiana.</p>
<p>Le rughe e la pelle cadente sono solo un brutto spettacolo che va corretto in ogni modo. Solo la giovinezza conta, va bene persino una giovinezza fasulla. Risistemandosi il viso, il nostro primo ministro ha dettato una lezione precisa, che tanti accoglieranno e seguiranno: <strong>guardate i vecchi con fastidio, perché sono persone brutte e inutili</strong>. Chi può, conduca il nonno, ma anche il padre e la madre, da un chirurgo estetico, li costringa a ringiovanire, perché così come la natura li ha ridotti non va affatto bene.</p>
<p>Chi ha letto i testi dei decrepiti filosofi greci, dei cadenti rabbini, dei<br />
vizzi sapienti taoisti e ancora crede che l’anziano è prezioso si corregga finché è in tempo. La vecchiaia è inutile per chi la vive e imbarazzante per chi la guarda. Oggi è il tempo della bellezza perenne, e soprattutto chi ha delle responsabilità verso gli altri deve mostrarsi perfettamente levigato, come se nessuna esperienza e nessun pensiero lo potessero intaccare.</p>
<p>Vivere la vita vera e pensare fanno malissimo, aumentano le rughe, fanno cadere i capelli, allentano la pelle attorno agli occhi. Il consumismo, nostra filosofia irrinunciabile, è il presente che si ricrea ogni momento, la giovinezza che si rilancia e non cede mai, la merce che si rinnova in vetrina. I vecchi non consumano altro che se stessi, fanno pensare troppo alla morte, ci intristiscono e basta, e forse portano addirittura sfortuna. I vecchi ci ricordano che la vita è difficile, e invece noi vogliamo che sia facile e scoppiettante come un giorno di festa.</p>
<p>Coraggio, dunque, liberiamoci da ogni grinza e da ogni inutile malinconia, siliconiamo il nonno, oppure nascondiamolo in cantina.</p>
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