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	<title>Venceslav Soroczynski &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Rimostranze folli</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/31/rimostranze-folli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2022 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Patrick McGrath]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Venceslav Soroczynski]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Venceslav Soroczynski</strong> <br />
Al nostro Venceslav Soroczynski non è ancora andata giù la lettura febbrile del romanzo di Patrick McGrath, "Follia", pubblicato da Adelphi nell'ormai lontano 1996. E qui ci spiega perché, con, detto fra noi, folli rimostranze.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Venceslav Soroczynski</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Patrick McGrath</strong>, <em>Follia</em>, Adelphi, 1996</p>
<p>Già al primo rigo, ho provato un moto di rivolta: “Le storie d&#8217;amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni”. Ora, ditemi voi se questo è modo – non dico di scrivere – di vivere e di pensare. Forse, sono eccentrico io, ma, per quanto mi riguarda: 1) tutte le storie d&#8217;amore sono catastrofiche; 2) tutte le storie d&#8217;amore sono contraddistinte da ossessione sessuale.</p>
<p>È come dire che l&#8217;interesse professionale di un cuoco è il fatto che la pasta si butti quando l&#8217;acqua bolle! Le storie d&#8217;amore “a norma”, secondo lui, quali sono? Quelle che finiscono bene? Quelle che non provocano una catastrofe nell&#8217;io, nella relazione, nelle relazioni, sulla capacità di percezione della realtà, sul senso del tempo e dello spazio? Quelle senza sesso? Quelle in cui non si freme, brama, trema per un contatto fisico con l&#8217;altro? Mi chiamate sul diretto, quando ne trovate una?</p>
<p>Il nostro narratore, però, ne fa l&#8217;oggetto di un <em>interesse professionale</em>! Ma non possiamo mica prendercela con l&#8217;autore, perché nell&#8217;incipit c&#8217;è la voce narrante, che è il protagonista. Ma il protagonista è una figura disegnata dall&#8217;Autore, quindi non posso che rivolgermi a McGrath.</p>
<p>Il primo rigo, dicevo: dopo averlo letto, in testa mi rimbalzava solo la domanda: devo proprio andare avanti? Non è meglio che io legga il manualetto “Costruisci la tua casa sull&#8217;albero” che, per un protocollo di pronto-soccorso-letterario, tengo sempre sul comodino? E, invece, ho continuato a leggere. E, detto fra noi, la rivolta è stata sedata e ho dimenticato presto l&#8217;incipit: l&#8217;insofferenza per la dichiarazione iniziale si è sciolta in un insieme di sensazioni che somigliavano molto a quelle che mi diede <em>L&#8217;amante di lady Chatterley</em>. Anzi – ma potrei sbagliare, perché ho letto Lawrence che ero un ragazzino – direi che <em>Follia</em> è un <em>Chatterley</em> con più danno e più dolore. Insomma, nonostante l&#8217;handicap costituito dall&#8217;essere un quasi psichiatra inglese, e nonostante un certo attacco, il nostro Patrick è riuscito a mettere sul fuoco una storia che diventa subito una cosa seria.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-99912" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2.jpg" alt="" width="1161" height="558" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2.jpg 1161w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-300x144.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-1024x492.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-768x369.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-150x72.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-696x335.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-1068x513.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/PmG2-874x420.jpg 874w" sizes="(max-width: 1161px) 100vw, 1161px" /></p>
<p>Devo dire due parole anche all&#8217;editore. Non fa onore al testo il risvolto della edizione in mio possesso (maggio 1998), il cui epilogo è, a parer mio, fuorviante: sembra un&#8217;affannata esca per lettori di gialli, gente che apre ogni libro con la missione di trovare il colpevole. Lettori intelligenti nel dettaglio e ignari della visione d&#8217;insieme. “Qualcosa ci avverte che i conti non tornano, e che l&#8217;inevitabile, scandalosa e beffarda verità sarà molto diversa da quella che eravamo stati costretti a immaginare”. Così termina la seconda di copertina. Ma questo non è un giallo! Non è un thriller, non è un sentimentale e non è neanche uno psicologico in senso stretto. E neppure il sesso c&#8217;entra, anche se Patrick cerca di farcelo credere, cercando di amplificare l&#8217;effetto collaterale di un&#8217;erezione: durante una festa, la protagonista femminile viene invitata a ballare dal protagonista maschile, il quale le si stringe tanto da farle sentire, a lungo e sfrontatamente, il proprio sesso contro il di lei ventre. Dopo quell&#8217;episodio, lei perderebbe la testa. Questo dovrebbe pensare il lettore.</p>
<p>E, invece, no: se contestualizziamo, ci immedesimiamo, disegniamo le figure con i margini e poi le coloriamo, scopriamo alcune cose. Anzitutto, che la <em>lei</em> è moglie di uno psichiatra; il <em>lui</em> è un uxoricida rinchiuso, ma è anche uno scultore; il luogo è quello di reclusione: l&#8217;ospedale psichiatrico dove il marito di lei esercita e la sua famiglia vive. Una comunità, un insieme di persone che si vedono spesso, si riconoscono, si parlano, un gruppo di umani che è costretto a vivere nello stesso recinto. Ora, può essere che le attenzioni del marito di Stella verso di lei fossero diminuite (ecco, forse, perché egli parla di ossessione sessuale: vede la pulsione sessuale come ossessione), può anche essere che Edgar le strofinasse il proprio sesso sulla pancia solo con l&#8217;obiettivo finale di fuggire dal manicomio, ma il nucleo è un altro. Anzi, sono due (a ben pensarci, forse sono tre).</p>
<p>Il <em>primo</em> è che l&#8217;attrazione fra i due non è ammessa dal “gruppo” nel quale vivono. Nella comunità umana formata dai medici, dalle loro famiglie, dal personale di servizio e dagli utenti. La relazione è la condotta illecita, come si direbbe in un manuale di diritto penale. È ciò che non sta bene, è ciò che non si deve fare. Se il divieto implica l&#8217;amore o il piacere o tutt&#8217;e due, succede il disastro. La catastrofe, appunto.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-99913" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/follia.jpg" alt="" width="403" height="629" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/follia.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/follia-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/follia-150x234.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/follia-300x469.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/follia-269x420.jpg 269w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" />Che diventa inarrestabile quando lei si è innamora. E questo è il <em>secondo</em> punto. Di lui, Edgar, non si capisce: forse sì, forse no. Ma lei, Stella, sì: si innamora e perde i riferimenti. Non sa più cosa è opportuno e cosa no. E a quali fini. E in base a quali valori. Non conta più niente altro, per lei. Si innamora di un uomo che ha ucciso la propria moglie un un accesso di gelosia. Ma Stella si è innamorata, lo capite? Vi è mai successo? Capivate qualcosa del mondo e di voi e dell&#8217;altro? Alla povera Stella è successo questo. La lucidità se ne va e lei fa cose incontrollabili e che, nella sua condizione, sono pericolosissime. Qualcuno conosce una definizione alternativa dell&#8217;amore?</p>
<p>E poi c&#8217;è il <em>terzo</em> punto. Ma qui dobbiamo andarci piano, perché non è un argomento per tutti: Stella aveva un destino, un programma imposto dalle scelte fatte, insomma, una vita. Tutto sembrava deciso: un marito il cui ruolo è più importante del suo, un figlio per il quale tutto si deve sacrificare, una colazione, un pranzo, una cena, un cenone da preparare. Moltiplicati per tutti gli anni a venire. Per tutta la vita che resta. Insomma, un destino. Nel quale – non si sa se perché è un destino, o se perché era il<em> suo</em> destino – non sembravano poterci essere altri brividi, emozioni, scosse, rischi, eccessi, eccitazioni, pericoli. E invece arriva questo brivido, questa emozione, questa scossa, questo rischio, questo eccesso, questa eccitazione, questo pericolo, questo divieto rappresentato da Edgar. Un uomo <em>altro</em>, che le fa intravedere la possibilità di una vita altra, o di uno scorcio di vita altra. E, dunque, Stella non si ritira: rischia. E punta tutto ciò che ha.</p>
<p>Sulla trama, non vi dico nient&#8217;altro. Leggetevele anche voi queste trecento pagine, non posso fare tutto io. Ma sappiate che, a un certo punto, il romanzo ha la mano pesante, è emotivamente malvagio. Dovete saperlo, soprattutto se avete figli. Io ve l&#8217;ho detto: non vi lamentate, dopo.</p>
<p>Chiusa l&#8217;ultima pagina, provo compassione per tutti i suoi personaggi (nonché per il genere umano in blocco, come stipato in un container che viaggia per i mari senza oblò e non si accorge che, da un momento all&#8217;altro, può precipitare giù dal ponte e non immagina che le pareti si apriranno e finirà sbranato da squali e che lo squalo che divorerà ognuno di noi ha il nostro stesso volto), poiché nessuno ha vinto. Tutti i personaggi hanno dimostrato che la vita non è una passeggiata sul lungomare. Per nessuno. È una bastonata che piomba all&#8217;improvviso appena usciti da una madre e, nel suo corso, seguono altre bastonate. Da piccini, da ragazzi, da adulti. Fino alla morte. Solo che qualcuno le prende sul petto, qualcun altro sulla faccia.</p>
<p>Dopo aver letto <em>Follia</em> e aver vissuto qualche decennio, invidio i lupi sulle montagne, o i coccodrilli nel fango denso, a sapermi uomo esposto alle maledizioni interiori. Alla curiosità. Allo sprezzo del pericolo. A quel veleno senza ricetta che è l&#8217;amore. A quella debolezza senza tempo che è l&#8217;essere uomini. All&#8217;avere un corpo. Al pensare. Alla maledetta coscienza. Alla maledetta veglia. All&#8217;inconveniente di essere nati, disse Cioran.</p>
<p>Non badate a tutto quello che dice l&#8217;Autore, né l&#8217;editore. Fanno finta di non capire, tutti e due. Non leggete il risvolto, non leggete la vita di McGrath. Non leggete niente <em>su</em> Follia. Leggete Follia. È un libro sull&#8217;impossibilità di essere felici, né amando, né rinunciando, né partecipando, né stando a guardare, né facendo i malati, né facendo i dottori. Un romanzo sull&#8217;abisso. E sulla cosa che, più di tutte, ci porta sul suo orlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;affaire Moro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/08/24/laffaire-moro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2022 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[16 marzo 1978]]></category>
		<category><![CDATA[aldo moro]]></category>
		<category><![CDATA[L'affaire Moro]]></category>
		<category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Venceslav Soroczynski]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Venceslav Soroczynski</strong> <br />
Sul finire delle vacanze d'agosto c'è chi, come Venceslav Soroczynski, rilegge Leonardo Sciascia e il suo  "L'affaire Moro". Non esattamente una recensione ma una condivisione di pensieri su un libro uscito proprio il 24 agosto del 1978.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-98822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia.jpg" alt="" width="356" height="493" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia.jpg 462w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-150x208.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-300x416.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/08/sciascia-303x420.jpg 303w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" />una rilettura di <strong>Venceslav Soroczynski</strong> di <strong>Leonardo Sciascia</strong>, <em>L&#8217;affaire Moro</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Aldo Moro fu rapito il 16 marzo e assassinato il 9 maggio. Già il 24 agosto, in meno di quattro mesi, Sciascia consegnava della vicenda un dipinto chiaro e definito, denso e puntellato di fatti. Aveva raccolto lettere, resoconti, articoli di giornale, voci, elementi forse in-provabili (le intuizioni lo sono, ma dobbiamo ignorare le intuizioni degli intellettuali?), ma certo non improbabili, che formavano un quadro dai colori accecanti come in un’opera fauve, o come nella stagione del terrorismo italiano.</p>
<p>Mi perdonino il fantasma di Sciascia, e i superstiti di Moro, se tocco l’argomento da un luogo di vacanza. Il motivo è puramente (o impuramente) personale: quel bisogno di gravità che mi prende ogni anno in riva al mare. Ma, letto oggi, su una sdraio in Sicilia, questo pamphlet fa sudare freddo. Perché l’<em>Affaire</em> Moro è studiato in una particolare declinazione, che non è la ricostruzione dei fatti, dei moventi e degli effetti, ma il punto di vista di un <em>uomo</em>, un prigioniero condannato a morte. Tale Moro si sentì, a opera dei brigatisti, ma anche a causa dei suoi colleghi di partito, della Chiesa, dello Stato. Solo la sua famiglia lo rivoleva indietro e chiamò a raccolta coloro che potevano salvarlo. Che però non sentirono, o fecero finta di non sentire, o non fecero neppure finta. E restarono muti, o biascicarono reazioni e rimedi non all’altezza delle istituzioni. Di nessuna istituzione, per blanda che fosse: una ASD di provincia avrebbe avuto più dignità, più coraggio e, al contempo, più pietà per il suo presidente.</p>
<p>Presidente che, nel momento in cui fu rapito, aveva un impegno: stava andando in Parlamento a votare le fiducia in un governo sostenuto dal PCI. E, secondo Sciascia, “Il punto di consistenza del dramma, la ragione per cui a Moro si deve in riconoscimento la morte sta appunto in questo: che è stato l’artefice del ritorno, dopo trent’anni, del Partito Comunista nella maggioranza di governo&#8221;. La sottrazione di Moro al teatro politico doveva dunque evitare lo sconvolgimento interno e internazionale che sarebbe derivato dalla presenza dei comunisti alla guida di un paese aderente al Patto Atlantico.</p>
<p>Immobilizzare il quadro politico, dunque. E Moro, nelle sue lettere dalla “prigione del popolo”, accusa la DC proprio di immobilismo, un immobilismo che assume ogni giorno di più i tratti della rigidità. Rigidità che pare non ascrivibile al disorientamento, ma a un calcolo o, addirittura, a una pressione esterna: “Vi è forse, nel tener duro contro di me, una indicazione americana e tedesca?”, scrive Moro nella lettera del 10 aprile. Per comprendere l’enormità della domanda, si pensi che chi la pose immaginava che sarebbe stata pubblicata da tutte le testate – e, infatti, lo fu. E si pensi che, man mano che le fine si avvicinava, ogni sua parola poteva rubricarsi asintoticamente a una dichiarazione resa in punto di morte.</p>
<p>Sciascia, però, non rigira il dito: testimonia quanto deve, quanto è necessario all’inquadramento dei fatti e dei sentimenti dell’uomo Aldo Moro. Il saggio dell’autore siciliano ci rende conto dell’insistente appello del prigioniero a chi può salvarlo, affinché lo salvi. Di questo, è pieno il libro; questo, a me lettore attuale e cittadino di ritorno, sembra essere il portato morale di maggior rilievo della vicenda: l&#8217;invocazione a cedere alle richieste dei brigatisti, che restituirebbero il rapito in cambio di alcuni loro compagni detenuti in carcere. Moro ricorda ai suoi colleghi democristiani che lo scambio di prigionieri non è fatto eccezionale ed è pratica esperita già in altre occasioni. E chiede che tale rimedio venga adottato anche in suo favore. E lo dice in più missive, con parole sempre più allarmanti, temendo la morte, vedendola avvicinarsi, comprendendo che quello è il suo futuro, se non riuscirà a scalfire la rigidità dello Stato.</p>
<p>E si spinge, nella lettera alla DC del 27 aprile, a “convocare per data conveniente e urgente il Consiglio Nazionale avendo per oggetto il tema circa i modi per rimuovere gl’impedimenti del suo Presidente”. Un&#8217;idea geniale che, oltre a costituire prova della sua intelligenza e lucidità, dimostra che gli anni di piombo sono la trama poco credibile di una storia che nel nostro Paese è realmente accaduta. Così come le stesse lettere di Moro sarebbero letteratura, se non fossero soprattutto prova di indegnità dei destinatari. Egli scrive della necessità che di lui ha il partito, il Paese, i suoi cari soprattutto. E che per questo sarebbe necessario cedere al ricatto dei terroristi.</p>
<p>Eppure, mentre leggevo e provavo vergogna nei confronti dei turisti stranieri che mi sapevano cittadino di quella Repubblica che non volle indietro quell’uomo, il mio pensiero era che io, al posto suo, avrei, più egoisticamente, urlato solo voglio vivere! E forse – l’ho sognato in una notte che ha separato due giorni di lettura delle pagine più drammatiche – avrei perfino riferito pubblicamente i segreti più inascoltabili, o avrei brandito questa minaccia, pur di farmi riscattare. Ma Moro no: tacque. Forse non conosceva fatti delicati? O, forse, fu davvero, e semplicemente, uno statista, quale, con parola già però sacrificale, lo definirono, dopo il rapimento, i suoi colleghi di partito?</p>
<p>E allora l’<em>Affaire</em> Moro ci dice cosa si sia dimostrata essere l&#8217;Italia: non una nazione, ma qualcosa che sta fra alcune linee di confine e certa pessima letteratura. “Lasciata (&#8230;) alla letteratura la verità, la verità (&#8230;) sembrò generata dalla letteratura”, scrive Sciascia. La penisola evidentemente non è solo ricca di arte, ma è essa stessa una forma d’arte e, nelle opere d’arte – si sa – si mente, si uccide, si deruba, si tradisce, poiché la solidità della trama viene prima di tutto. E non ci si deve annoiare. E, lo vedete anche voi oggi: non ci si annoia. E ci vuole sempre il morto, che paga per tutti. E colui che viene sacrificato è, fra l’altro, “il meno implicato di tutti”, come di Moro scrisse Pasolini (in &#8220;Il vuoto del potere&#8221; ovvero &#8220;l&#8217;articolo delle lucciole&#8221;, Corriere della Sera, 1° febbraio 1975). Ma il verbo <em>sacrificare</em> forse non delimita a sufficienza l’azione, o la somma di azioni che Sciascia, in esergo, sospetta, citando violentemente Canetti: “La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto «al momento giusto»” (in <em>La provincia dell’uomo: quaderni di appunti 1942-1972</em>, 1973).</p>
<p>Poi, dopo quella morte, tutti sembrarono orrendamente sollevati (questo nel libro non c&#8217;è: è idea mia), come quando muore un familiare per una malattia contro la quale non si poteva fare nulla, o per la quale il costo delle cure era troppo alto. Perché di questo parve trattarsi. E, come in ogni misera sceneggiatura di una serie di serie b, si trovò la scusa: la ragione ufficiale del sacrificio fu il rispetto verso le famiglie degli uomini della scorta, uccisi nel rapimento: non sarebbe stato giusto trattare con gli assassini di cinque servitori dello Stato. E, con questa motivazione, se ne lasciò assassinare un sesto.</p>
<p>Quel sesto uomo che aveva creduto nella pietà, nella giustizia, nell’equità, nell’amicizia, nell’applicazione di alcuni principi che oggi chiamiamo valori senza sapere quanto valgono. E ci aveva creduto talmente tanto da ricordarli ai potenti con un candore che assunse i tratti della fiaba, non immaginando che l’esito della fiaba italiana non è mai il lieto fine, ma il risultato di un calcolo costi-benefici.</p>
<p>Questo libretto, in 150 paginette scritte in grosso, fa emergere un Paese nel quale la tragedia si consuma senza dramma, in cui il giallo è complessissimo, eppure si sa sin dall’inizio chi sarà la vittima e chi è il colpevole. Colpevole che forse non ha un nome perché non è un uomo, ma è un sistema, un conglomerato di abitudini, complicità, necessità, ragion di stato, lentezze, inefficienze, i quali, però, tutti assieme, funzionano benissimo per raggiungere l&#8217;obiettivo di qualcun altro.</p>
<p>Un Paese, insomma, nel quale <em>tutto</em> è possibile, nel bene e nel male. Tesi utile a innescare una lettura critica della Storia e, forse, del presente: se si è lasciato uccidere Moro, forse si lascerà uccidere chiunque, per un interesse superiore. Ma anche questo nel libro non c’è: è un’idea mia, però io sono in riva al mare: la temperatura è altissima, il sole deforma la vista e, forse, anche i miei pensieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
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