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	<title>veneto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geografia della mia infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80733" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg" alt="" width="240" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-160x227.jpg 160w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></p>
<p>Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro erano liberi di percorrerlo a piacere. Lì fuori erano loro che dettavano il buono e il cattivo tempo. Lo constatavo parlando con difficoltà la loro lingua così diversa dalla nostra e entrando nelle loro case dagli odori forti, sperimentando a mie spese come potevo essere accettato. Per mia nonna erano quasi bestie, ma intuivo che sotto le sue frasi sferzanti li temeva. Erano loro i veri padroni dei vigneti, dei pezzi di bosco, delle scarpatine incolte dove cresceva l’erba medica buona per i conigli. I proprietari – i paròni – erano i possessori, ma in realtà regnavano ormai solo nelle loro ville secolari, nei giardini alberati che le circondavano. Al riparo dalle voci rudi, dagli sguardi. Fuori imperversavano loro, i bifolchi, che certo lavoravano, ma anche gridavano, sghignazzavano, e soprattutto guardavano, guardavano tutto. Perché i tempi – questo non potevo saperlo – erano cambiati, la mezzadria era stata abolita.<br />
Bisognava difendersi dai loro sguardi. Mia madre si proteggeva tenendo sempre ben chiuse le tende che castigavano le grandi finestre, non sia mai che qualcuno potesse vederci in casa. Mia nonna per le spazzature faceva scavare una buca dietro gli annessi della villa, e le portavamo lì. Quando la fossa era piena, ma ci voleva molto tempo, il consumismo era solo agli inizi, dava fuoco al suo contenuto. E quando proprio tracimava la faceva coprire e ne faceva aprire un’altra. Non portavamo i nostri resti alla minuscola discarica, forse un metro quadrato, i residui allora erano davvero esiguissimi, all’entrata del paese, dalla quale spesso si elevava un incerto filo di fumo. Lì ci passavano tutti, i bifolchi avrebbero potuto vedere cosa mangiavamo, cosa facevamo, di cosa ci disfacevamo: non esistevano ancora i sacchetti per la spazzatura. E si trattava di resti molto diversi da quelli ai quali erano abituati loro, alcuni li avrebbero giudicati ancora buoni. Non era nemmeno concepibile questo attentato alla nostra intimità.<br />
Mia nonna riceveva l’anziano contadino che lavorava la sua campagna, ora che la famiglia di mezzadri era andata via, nella sua cucina: lui entrava dalla porta sul retro, e salutava con la testa bassa, scalcagnato Sancho Panza con il cappello in mano. Lo stesso uomo sovrappeso avanzava però tra i filari di viti con ondeggiamenti spavaldi da vincitore. E quando lei transitava per la frazione con la Cinquecento per scendere in città, sbucando appena dall’altezza dei finestrini, quasi fosse tornata bambina, guardava fisso davanti. Era il suo modo di salutare, sapeva bene che tutti gli occhi la seguivano. A parte noi e gli abitanti dell’altra villa nessuno aveva la macchina, o anche solo una moto, o una bicicletta.<br />
La domenica andavamo in chiesa, la prima fila della pieve del paesino più vicino, solo e esclusivamente per dovere sociale. Anche quello era un territorio che non ci apparteneva. In casa mia la religione era questo, l’incombenza di mostrarsi in chiesa la domenica, per non apparire superbi. Quelle pratiche sciocche erano necessarie per loro, non per noi, che avevamo l’educazione e la dignità di accettare la vita per quello che era. Lo stesso prete era dalla loro, ogni tanto ci arrivavano delle frecciate. I contadini maschi stavano nel balcone sopra la porta di entrata, al quale si accedeva da una scala esterna, separati dalle donne. O anche all’esterno sul ballatoio che lo precedeva, con il cappello in mano. Irrequieti, sarcastici, surrettiziamente riottosi, impazienti della sbornia domenicale. Noi bambini a tavola intonavamo l’Alleluia imitando la ü dialettale con la quale veniva cantata, che ci faceva morire dal ridere.<br />
La nostra vera patria era lontana e indistinta. Nemmeno io lo conoscevo, mi accorgo a posteriori. Era New York, era Buenos Aires, era soprattutto la bella l’Avana, dove mia madre e le sue sorelle erano nate. Mia nonna diceva basura, non spazzature. E asco, non schifo. Era la prima classe delle navi sulle quali avevano traversato tante volte l’Atlantico. Era l’accademia militare di Modena frequentata da mio nonno assieme all’amico Giovanni, il futuro senatore Agnelli. Era la collina di Torino, dove viveva la sorella di mia nonna, che era stata sposata con il fratello di mio nonno. Le due sorelle e i due fratelli erano primi cugini, tutto restava in famiglia. Era Milano, dove vivevano gli zii ricchi, che sfoderavano sempre gli ultimi ritrovati della tecnica, che ci lasciavano a bocca aperta. Di quei posti così alieni i contadini non avevano idea, perché dalla nostra frazione nessuno era emigrato: la polenta bastava per tutti. Il viaggio più lungo era scendere in città per la fiera annuale dell’agricoltura. I maschi andavano lontano una volta, in Italia, per fare il militare. O per la guerra. Il padre del mio amichetto mi raccontava la ritirata di Russia con le lacrime agli occhi, lacrime di struggente nostalgia: per lui non era stata una tragedia dantesca, era stata l’esperienza più bella della sua vita.<br />
Anche mio padre aveva dei posti che gli appartenevano. Facevano capolino di rado, e erano meno eclatanti, più dimessi, ma esistevano. Il paese già quasi veneto dove era cresciuto, dove compravamo il formaggio del giorno da mangiare scottato in padella, con una consistenza elastica di plastica, e un delizioso gusto di erbe di montagna. E il villaggio di lingua tedesca dove suo padre era stato mandato come gerarca. I crucchi erano suoi nemici, perché li considerava – anche questo lo ho appreso dopo – i responsabili della caduta del fascismo, e anche doveva combatterli sui cantieri stradali dove lavorava, visto che la maggior parte erano lì da loro. Suo padre non ci aveva pensato due secondi, come Cesare Battisti, a arruolarsi nell’esercito italiano, per combatterli (lui ci aveva rimesso solo l’uso di un braccio), e mandarli via. Quel toponimo italianizzato lo nominava però strascicando dolcemente le consonanti.<br />
Certo il vero posto che rimpiangeva, l’unico dove si sentisse davvero a suo agio, era la GUERRA. Ma quella non c’era più, gliel’avevano tolta. Il suo esilio era forse ancora più severo del nostro. Era – lo ho capito solo molto più tardi &#8211; un rinnegato. A casa poteva dire quello che voleva, e anzi provocare gli invitati di mia madre, dandogli dei voltagabbana, ma fuori doveva tenere profilo basso. Signoreggiavano i democristiani, i preti, i sindacati. Adesso era così.<br />
Restavano le vette delle montagne. Quelle sì ci appartenevano, erano anzi l’unico spazio che avevamo in comune. Appena ci allontanavamo dalle strade e dalle altre persone eravamo nel nostro dominio famigliare privato. Il cielo immenso era nostro, e anche i larici e le rocce, e gli odori di resina e di vento. Ci andavamo la domenica, l’inverno con gli sci, e l’estate con il sacco sulle spalle. Lì, e solo lì, eravamo una vera famiglia, coesa e appagata. I miei non litigavano, o molto meno, e ognuno aveva un suo allegro tornaconto.<br />
La cima della montagna sopra la città era un caso un po’ speciale, ci apparteneva solo fino a un certo punto. Lì mia nonna dopo la guerra aveva finanziato la costruzione del rifugio che i miei per qualche anno avevano gestito, prima di gettare la spugna. I tempi erano prematuri, e loro non erano proprio tagliati per gli affari e il commercio. Qualche domenica ci tornavamo, anche se La Selva, diventata nel frattempo albergo, era ormai circondata da casermoni più moderni, e noi non ci avvicinavamo. Pure lì in fondo eravamo stranieri, ma anche a nostro agio. La guardavamo come si salutano da lontano delle vecchissime conoscenze che nel frattempo sono diventate ricche e frequentano altre persone.<br />
In città c’era gente più simile a noi, persone che parlavano la nostra stessa lingua, o insomma potevano passare da una all’altra. Con la Cinquecento di mia madre traghettavamo verso quella zona che ci era meno ostile. Lì c’erano i negozi dove lei faceva la spesa, non certo il bugigattolo sfornito vicino alla nostra frazione, lì comprava i vestiti e portava a sistemare la pelliccia di visone, lì c’erano i cinema ai quali mi portava anche a me, il Vittoria e l’Italia, lì vivevano le sue amiche, c’erano i locali dove le incontrava. A me piacevano i compagni delle elementari, e soprattutto quelli già malandrini, quelli che poi sono stati falcidiati dall’eroina. Sapevo risultargli molto simpatico, mi prendevano per uno di loro, e mi piaceva sentirmi accettato. Pur non facendo i compiti come loro ero il secondo della classe, sfruttando la cultura famigliare, ma non me ne volevano. C’era qualcosa di profondamente struggente in quelle amicizie. Certo poi quando tornavo sulla nostra collina mi sentivo a casa mia, potevo scorazzare come mi piaceva, entrare nelle stalle. A differenza dei miei avevo messo le radici in terra nemica.<br />
Le cose si sono chiarite quando sono entrato in classe il primo giorno della quarta ginnasio. Ero arrivato in ritardo, e quando ho aperto la porta tutti gli occhi si sono girati su di me, come si guarda un forestiero vestito di stracci. Avevo i capelli lunghi e la mia giacchetta sdrucita di jeans, e masticavo una gomma. Sono andato a sedermi nell’unico posto libero, accanto alla bionda un po’ grossa vestita come un’anziana baronessa (non a caso adesso dirige il Museo del Castello). Ho capito subito che lì c’erano altre regole, altre gerarchie, e che l’aria era molto pesante. Mia madre aveva avuto la bella idea di iscrivermi alla sezione di tedesco, io che non sapevo una parola di tedesco. E quelli – anche questo è venuto fuori dopo &#8211; erano i rampolli delle famiglie che consideravano il tedesco una lingua più importante dell’inglese. Le famiglie che per secoli avevano intrallazzato con i conti di Tirolo. Lì si era ancora in pieno ottocento clericale, l’Italia era ancora molto lontana. Mi sono aggrappato al professore comunista, che parlava di Bertolt Brecht e di Antonio Gramsci e di Cesare Beccaria, e di internazionalismo, come a una corda di salvataggio. Sapevo già che sarei andato via, nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo testo è il mio contributo alla raccolta &#8220;Lettere da Nordest&#8221;, a cura di Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron, edita da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia</a> (2019), alla quale hano collaborato diciotto autrici e autori veneti, friulani, e trentini: <span class="testo">Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori. </span></em><em><span class="testo">Scarpa ne parla <a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article4293">qui</a>, sul Primo Amore.</span></em></p>
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		<title>Le porte di Francesco Nardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2013 08:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[daniela rosi]]></category>
		<category><![CDATA[Follina]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Nardi]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Outsider Art]]></category>
		<category><![CDATA[porte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Nardi (…) È chiaro che questo non era un “tran tran” anzi mi aveva scombussolato a tal punto che ero finito ancora al centro psichiatrico diverse volte due mesi prima degli esami mi era capitata una malattia all’intestino dal quale me ne avevano tolto 70 centimetri e dovevo studiare ed ero fiacco e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/15/le-porte-di-francesco-nardi/ooa_n1/" rel="attachment wp-att-44917"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44917" alt="OOA_N1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N1-140x300.jpg" width="140" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N1-140x300.jpg 140w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N1-100x215.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N1.jpg 378w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" /></a>di <strong>Francesco Nardi</strong></p>
<p>(…)</p>
<p>È chiaro che questo non era un<br />
“tran tran”<br />
anzi mi aveva scombussolato a tal<br />
punto<br />
che ero finito ancora al centro<br />
psichiatrico diverse volte<br />
due mesi prima degli esami mi<br />
era capitata<br />
una malattia all’intestino dal quale<br />
me ne<br />
avevano tolto 70 centimetri<br />
e dovevo studiare ed ero fiacco e<br />
non<br />
riuscivo a concentrarmi… né a<br />
dormire<br />
insomma non so proprio come ho<br />
fatto a<br />
finire il liceo<br />
e sono passato con 6+<br />
Poi è morto mio padre</p>
<p>[…]</p>
<p>Poi ho passato sei anni qui da solo a<br />
dipingere senza che un amico<br />
varcasse le porte di casa mia con i<br />
fratelli che rompevano le scatole perché<br />
gli sporcavo il pavimento della sala<br />
invece di lavorare.</p>
<p>[…]</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/15/le-porte-di-francesco-nardi/ooa_n2/" rel="attachment wp-att-44920"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44920" alt="OOA_N2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2-158x300.jpg" width="158" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2-158x300.jpg 158w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2-50x96.jpg 50w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2-20x38.jpg 20w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2-113x215.jpg 113w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2-67x128.jpg 67w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N2.jpg 439w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" /></a>Tra gli anni 70 e gli anni 80 non so che<br />
dire io ho avuto anche un vuoto “continuo”<br />
di memoria e di tutto.<br />
Sarà stato il militare<br />
sarà stato il manicomio in senso vero<br />
saranno stati gli psicofarmaci<br />
sarà stata la malattia?<br />
sarà stata la mia indole pigra?<br />
sarà stata la mia famiglia?<br />
sarà stata la mia fuga dalla società?<br />
E di “coscienza” si parla<br />
andare nel “profondo”???</p>
<p>[…]</p>
<p>ne ho fatte più di cinquanta<br />
quando raccoglievo le prime porte tutti mi<br />
prendevano per matto<br />
“dipinge le porte di casa sua”<br />
era quello che pensavano<br />
Non ne ho toccata una di porte di casa mia<br />
Ora persone vengono qui soprattutto donne<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/15/le-porte-di-francesco-nardi/ooa_n3/" rel="attachment wp-att-44921"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44921" alt="OOA_N3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N3-137x300.jpg" width="137" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N3-137x300.jpg 137w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N3-44x96.jpg 44w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N3-17x38.jpg 17w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N3-98x215.jpg 98w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N3-58x128.jpg 58w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" /></a>non sanno nulla di pop,<br />
non sanno nulla di transavanguardia,<br />
non sanno nulla di arte minimale,<br />
non sanno nulla di arte povera<br />
non sanno nulla di nulla di arte – tutto quello che dicono<br />
è bello e questo no &#8211; non mi piace –<br />
Quando dipingevo le prime porte sono stato<br />
per sei anni senza che nessuno entrasse a<br />
casa mia di questi pseudo amici follinesi<br />
e che ti facevano anche i malocchi gettendoti il sale<br />
davanti casa tua<br />
pretendono e ti danno in cambio poco o<br />
vestiti e cianfrusaglie vecchie<br />
Ce ne sono cinquanta porte qui e vogliono<br />
anche una installazione<br />
quella che non c’è più…<br />
ed erano stati qui quando c’era…<br />
e vogliono quella che non sanno “più”<br />
e non hanno “mai saputo”<br />
e vengono qui a mezzanotte con l’amica che<br />
ha visto la porta appesa al ristorante<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/15/le-porte-di-francesco-nardi/ooa_n4/" rel="attachment wp-att-44919"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44919" alt="OOA_N4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N4-138x300.jpg" width="138" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N4-138x300.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N4-44x96.jpg 44w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N4-17x38.jpg 17w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/OOA_N4.jpg 390w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" /></a>fatta 10 anni fa<br />
ed hanno il denaro per la Saab, per la Bmw,<br />
la moto ed il Mercedes<br />
strombazzano<br />
e ti sorridono<br />
gli chiedi trecento e dicono che sono<br />
troppi allora penso: chiedo forse troppo?<br />
Chiedo 200 e dicono che sono troppi<br />
E te ne danno 150<br />
e c’è anche stato chi non ti da nulla<br />
vestiti vecchi appunto in cambio<br />
e promesse mai mantenute<br />
Non sapevo che gli artisti venissero<br />
trattati così da queste parti<br />
altrimenti non l’avrei nemmeno fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/15/le-porte-di-francesco-nardi/a-casa-sua/" rel="attachment wp-att-44923"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-44923" alt="a-casa-sua" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua-300x221.jpg" width="300" height="221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua-300x221.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua-96x70.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua-291x215.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua-128x94.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/a-casa-sua.jpg 490w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Francesco Nardi (1952 &#8211; 2013)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dialogo tra Checco Nardi e Daniela Rosi (nel 2012):</p>
<p>DR “Francesco sei soddisfatto che le tue opere siano arrivate a Parigi?”</p>
<p>FN “Tu sei contenta?”</p>
<p>DR “Certo Francesco, sono molto contenta!”</p>
<p>FN  “Bene allora, son contento per te!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[i testi di Francesco Nardi e le immagini delle sue opere sono tratti dall&#8217;articolo &#8220;Le porte di Francesco Nardi, pittore di Follina&#8221;, di Daniela Rosi, pubblicato su <a href="http://outsiderart.unipa.it/images/stories/pdf/Rivista/OOA_N5.pdf">&#8220;Osservatorio Outsider Art&#8221;, n° 5</a>, ottobre 2012, Palermo; nel suo articolo, che comprende anche una breve biografia, Daniela Rosi ha selezionato i testi dell&#8217;artista da: &#8220;Ridotto al minimo&#8221;, di FN, Grafiche Antiga, </em><em>2005, Crocetta del Montello, TV, ora esaurito</em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Hai firmato l&#8217;appello per Battisti? Che si brucino i tuoi libri&#8230;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/01/21/su-battisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 14:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Battisti]]></category>
		<category><![CDATA[Indice]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
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					<description><![CDATA[Lello Voce I fatti credo siano ormai conosciuti da tutti: dall’invito a escludere dalle biblioteche veneziane i libri degli autori firmatari – nel 2004 – di un appello per la liberazione di Cesare Battisti, scrittore ed ex membro della formazione terroristica PAC, partito da un Consigliere comunale del PDL di Martellago, sino all’entusiastica adesione dell’Assessore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lello Voce</strong></p>
<p>I fatti credo siano ormai conosciuti da tutti: dall’invito a escludere dalle biblioteche veneziane i libri degli autori firmatari – nel 2004 – di un appello per la liberazione di Cesare Battisti, scrittore ed ex membro della formazione terroristica PAC, partito da un Consigliere comunale del PDL di Martellago, sino all’entusiastica adesione dell’Assessore Provinciale veneziano, il Signor Speranzon, ex MSI confluito nel PDL, che ha rincarato la dose, dichiarandoci persone ‘non gradite’ in Provincia di Venezia e invitando, con fare minaccioso, tutti i Comuni a comportarsi così, o a prendersene la responsabilità ( e dunque ad accettarne le conseguenze… quali, viene da chiedersi…).<br />
All’Indice siamo finiti in tanti, autori con posizioni letterarie e politiche molto diverse, accomunati dal solo fatto di avere osato dire una parola in difesa del diabolico terrorista rosso, di aver sollevato qualche dubbio sulla versione ufficiale dei fatti.<span id="more-37877"></span></p>
<p>Intanto vale la pena di precisare che il sottoscritto non ha firmato quell’appello perché condivida, o abbia mai condiviso, le scelte politiche di Battisti e dei PAC. In quegli anni facevo tutt’altro, sono figlio della ‘generazione chimica’, un ex indiano metropolitano, innamorato di Radio Alice e di Gregory Corso, di Laing, Benjamin, Danilo Dolci e dei poeti-cantanti brasiliani, che non ha mai avuto nessun tipo di vicinanza, né alle Brigate Rosse, né a qualsivoglia gruppo, o gruppuscolo che abbia creduto di risolvere per via armata le contraddizioni stridenti della nostra nazione. A loro, anzi, ascrivo parte rilevante delle responsabilità per aver trasformato la mia giovinezza in una sorta di triste e sgradevole altalena tra bombe, posti di blocco, cecchini appostati sui tetti e gambizzazioni. Di aver contribuito, insomma a limitare la mia libertà e la mia felicità….<br />
I PAC e Battisti non fanno eccezione.<br />
Ma sono abituato a ragionare con la mia testa, ad informarmi, a cercare di capire…</p>
<p>Sono giunto così alla conclusione che buona parte delle accuse che pendono sul capo di Battisti siano infondate, che sia in atto – nei suoi confronti &#8211; un accanimento abbastanza evidente, soprattutto mi sono convinto che sia giunto il momento per cercare una soluzione ‘politica’ che faccia i conti con quegli anni, una soluzione che coincida con una comprensione approfondita, coraggiosa e senza infingimenti di ciò che furono i ’70, per raggiungere la quale, tutti, Battisti compreso, ma anche Moretti, Faranda, Zorzi, Freda, Delle Chiaie, Fioravanti, Mambro, Mori e tutti i suoi colleghi Alti Gradi, i politici, i magistrati, i componenti degli apparati segreti dello stato sopravvissuti a quell’epoca, dovrebbero avere infine il coraggio di dire a questa nazione verità che le vengono negate da troppo tempo.</p>
<p>Per questo ho firmato quell’appello: perché credo che sia ora di fare chiarezza, di sollevare i veli, di rifiutare scorciatoie, di smascherare ciò che va smascherato, chiunque si celi sotto la maschera..<br />
Solo così, a mio parere, saremo al sicuro dal ripetersi di certe tragedie, che attendono sempre, acquattate dietro l’angolo della Storia.</p>
<p>In seconda battuta va detto con estrema chiarezza, così che ciò che segue non sembri puro ‘ideologismo’, che il caso Battisti ha la maligna capacità di far perdere la bussola anche a ‘teste’ ben più pensanti e democratiche di quelle dell’Inclito Speranzon.</p>
<p>Mi riferisco al recente, e abbastanza stupefacente, intervento di un intellettuale del valore di Tabucchi su Le Monde, in cui lo scrittore si scaglia contro alcuni intellettuali francesi come Levy, Sollers, Vargas, colpevoli di aver difeso lo scrittore ‘armato’, sulla base dell’assunto che in Italia i magistrati siano una categoria al di sopra di ogni sospetto, che ciò che stabiliscono loro sia, senza ombra di dubbio, la verità. Caso Battisti compreso, ovviamente.</p>
<p>Se persino Tabucchi si lascia irretire dalle generalizzazioni, dalla facilità di un falso sillogismo, grazie al quale, in base ai meriti che una parte di questi magistrati ha acquisito nella lotta alla Mafia, o contro la corruzione politica, ma dimenticando le responsabilità che molti di questi stessi magistrati hanno avuto nell’alzarsi della nebbia che copre tanti snodi tragici di questo paese, da Piazza Fontana a Genova 2001, se ne conclude che qualsiasi magistrato sia, per preconcetto, (a prescindere, come avrebbe detto Totò) un magistrato giusto, non siamo semplicemente alla frutta, siamo andati ben oltre, siamo ormai, letteralmente, all’amaro.</p>
<p>Non provo particolare simpatia nemmeno per Henry Bernard Levy, ma è superficiale presunzione sperare di risolvere il dibattito, come Tabucchi pur fa, appellandosi ad una, tutta supposta, integrale bontà di una categoria in quanto tale: quella dei magistrati.<br />
Ci sono gli ‘ermellini di lotta’, ma ci sono stati, ed, ahimè, ci sono ancora, anche quelli che negli anni Settanta chiamavamo gli ‘ermellini di guardia’, quelli che credono ai ‘malori attivi’, alle pallottole deviate al volo da sassi volanti, quelli che si sono dedicati per anni all’insabbiamento dei processi scomodi, quelli che al Cavalier B. si sono venduti, ecc.<br />
Tabucchi ha forse dimenticato vicende che pure dovrebbero essergli notissime? Davvero crede che una faccenda triste e tragica come quella della lotta armata possa essere risolta in modo così manicheo, dividendo il mondo in buoni e cattivi? Solo attraverso le sentenze dei tribunali? Non gli pare eccessivamente ‘manzoniano’?<br />
Ha dimenticato che lo stesso Gran Lombardo affermava, in uno dei suoi cantucci scavati nel Romanzo, che chi commette il male non è colpevole solo per il male che commette, ma anche per il turbamento in cui induce l’animo degli offesi?<br />
Che senso ha, dunque, criticare aspramente un intellettuale per il solo fatto di non accettare pedissequamente ciò che questo, o quel giudice italiano hanno affermato nelle loro sentenze? Ha fatto di meglio persino Napolitano, che pure Tabucchi non perde occasione di accusare (spesso a ragione) di pavidità e superficialità istituzionale…<br />
Tabucchi sa bene che qui in Ytaglia, spesso, le verità giuridiche e quelle storico-politiche non coincidono affatto.<br />
Che ciò accada proprio all’indomani del Diktat di Marchionne è poi particolarmente preoccupante, fa temere che, ancora una volta, la Sinistra Parlamentare non sappia interpretare e gestire il disagio acuto di vaste porzioni della popolazione, affidandolo, tutto intero, a questo, o a quell’avventurismo e consegnandosi, mani e piedi, a una metafisica e apodittica idea di ‘legalità’, e penso a Saviano e alla sua malaccorta, tristissima, presuntuosa lettera agli studenti che erano in piazza il 14 dicembre scorso.</p>
<p>Ma infine arriviamo al punto. Al punto nero. A Speranzon: che di questo soprattutto interessa discutere qui ed ora.</p>
<p>Al di là della violenta arroganza che la sua richiesta si porta dietro, e che credo sia evidente a tutti, con i suoi sinistri echi orwelliani, ciò che colpisce di più è l’idea che si possa proibire, o comunque impedire la lettura di questo, o quel libro (o disco, o piece teatrale) sulla base delle posizioni che l’autore esprime su tutt’altre faccende.<br />
Qui cioè, non si chiede di escludere dalle biblioteche venete, dalla presentazioni pubbliche, ecc alcuni libri che parlano del caso Battisti, cosa che, in sé, sarebbe già abbastanza disgustosa. No, si fa di più, si chiede di escludere dei libri che parlano di tutt’altro, sulla base del fatto che a scriverli sono state persone politicamente sgradite al Signor Assessore.<br />
Siamo al di là dell’incubo: siamo al delirio puro…<br />
A quando la proibizione dei libri di tutti coloro che pensano che il Signor B. sia un malversatore, a quando quella di coloro che prendono posizione contro il Federalismo padano, o di ci coloro che si dichiarano gay, o che sono favorevoli a politiche antiproibizioniste nel campo degli stupefacenti? A quando l’esclusione dalle biblioteche comunali di Milano di tutti gli autori che tifano per la Roma, o per il Napoli?<br />
Non fosse tragico, sarebbe, benjaminianamente, farsesco.</p>
<p>Conoscevo i trascorsi neo-fascisti dell’Assessore, ma credevo che lui avesse tutto l’interesse a non farli conoscere ad altri.<br />
Mi sbagliavo: adesso se qualcuno aveva qualche dubbio, si sarà obiettivamente convinto che il lupo (nero) perde il pelo, ma non il vizio, e che se anche il sarto dello Speranzon è nel frattempo cambiato con il suo abito, quello celato dal doppiopetto blu, stile commercialista, è sempre il buon vecchio seguace di Almirante.<br />
L’abito non fa il monaco, né l’assessore democratico.<br />
Non a caso non ricordo di averlo mai sentito prendere posizione a proposito di gente come Zorzi, Izzo (che in Italia è restato, e forse avremmo fatto meglio – a conti fatti – a spedirlo a fare il cameriere in uno dei ristoranti giapponesi di Zorzi), il Fronte Veneto Skinheads, Freda ecc., l’elenco sarebbe davvero tristemente lungo.</p>
<p>Ma c’è di più: a molti potrà sembrare strano, ma il Signor Speranzon è una figura istituzionale, rappresenta, in campo culturale, la volontà di tutti i cittadini della Provincia di Venezia, dunque decidere di escludere dalla fruizione testi comprati con pubblica pecunia mi pare ai limiti del peculato, oltre che smaccatamente illegittimo.<br />
Il sindacato di polizia COISP ha tutto il diritto di invitare al boicottaggio nei nostri confronti, tanto di cappello, anche se mi permetto di suggerire sommessamente che, alla luce di tanti episodi che hanno viste coinvolte le nostre forze dell’ordine, anche recentemente, l’invito di un poliziotto a non leggere libri ha – in sé – qualcosa di sinistro.<br />
Speranzon, invece, in quanto rappresentante di un Istituzione, dovrebbe guardarsi bene dal fare certe dichiarazioni.<br />
Sinistro è, peraltro, anche il ricatto celato tra le righe del comunicato, che fa capire che le misure censorie non saranno prese nei confronti di quegli autori che ritireranno la loro firma dall’appello: non ci fosse nessun’altra ragione, basterebbe questa a indurmi a rifirmarlo, non sono abituato a cedere ai ricatti.<br />
Altra educazione, altro patrimonio genetico, per quanto mi concerne…</p>
<p>Va detto inoltre che, in un territorio come il nostro, dove l’arroganza neofascista è giunta sino all’assassinio per futili motivi, in cui l’intimidazione, la violenza fisica come strumento lecito di lotta politica la fanno da padrone, posizioni di questo genere, che si uniscono al coro di aggressivi, leonini, ruggenti grugniti di molti esponenti leghisti, possono suonare come un invito e un’autorizzazione a fare di più.<br />
Di questo, Speranzon e i suoi sodali, non possono che assumersi tutta la responsabilità.</p>
<p>Infine: Speranzon ci invita ad avere rispetto delle vittime e dei loro parenti. Ha ragione. Questo rispetto io non l’ho fatto mai mancare, per nessuna delle vittime e per nessuno dei loro parenti, quale che fosse il suo credo politico. Sono anni, infatti, che, come tantissimi altri, chiedo che sia loro concesso il rispetto più grande: quello che finalmente toglierà il segreto di stato sui tanti, troppi episodi oscuri che hanno afflitto la storia recente del nostro paese, coinvolgendo centinaia di vite innocenti con e senza divisa.<br />
Né credo di averlo fatto mancare firmando quell’appello. Se la verità ufficiale non mi convince, se chiedo chiarezza, rispetto della legalità nazionale ed internazionale, se pongo dei dubbi, se approfondisco, non credo di stare mancando di rispetto a chicchessia, meno che mai ai parenti delle vittime, a meno che non si pensi che qualsiasi colpevole, fosse pure del tutto innocente, è comunque meglio di nessun colpevole.<br />
Questo non servirebbe, né alle vittime del terrorismo rosso e nero, né ai loro congiunti, meno che mai alla democrazia.<br />
Una cosa così può far comodo solo a chi si trova splendidamente a suo agio al centro del pogrom.<br />
E’ per questa ragione che rifirmerei quell’appello, è per questa ragione che credo che le dichiarazioni e le iniziative di Speranzon non siano solo fasciste, ma sostanzialmente ridicole e latamente pornografiche…</p>
<p>AGGIORNAMENTO 1</p>
<p>Al peggio, scriveva Montale, non c’è mai fine. Quanta ragione aveva…<br />
Così, alla luce di quanto riportato oggi da un quotidiano veneto, mi tocca riintervenire su questa desolante faccenda della censura sui libri dei reprobi (io e qualche decina di altri colleghi di ogni età, sesso e credo politico, tra cui nomi prestigiosi e ‘storici’ della cultura italiana e internazionale, come Agamben, Sollers, o Balestrini) che hanno firmato nel 2004 l’appello per Cesare Battisti…</p>
<p>Le novità, ad oggi, sono queste:</p>
<p>a) L’Assessora all’Istruzione della Regione Veneto, la PDL <strong>Donazzan</strong>, non paga di aver già messo in serio imbarazzo sin le stesse le Curie venete decidendo, unilateralmente e a loro insaputa, di spendere soldi pubblici per regalare Bibbie a tutti gli alunni delle scuole della Regione, e facendosi beffe di quanto aveva dichiarato la Presidente della Provincia di Venezia, Zaccariotto, sua collega di maggioranza, la quale si era affrettata, <em>cum grano salis</em>, a delegittimare immediatamente l’iniziativa dell’improvvido Assessore Speranzon, oggi dichiara che, con il <em>placet</em> dello stesso Governatore Zaia, scriverà una lettera a tutti i Presidi del Veneto ( e attraverso di loro agli insegnanti), invitandoli a non diffondere tra i giovani le opere degli autori messi al bando. A chi le contesta di operare una censura, risponde, con supposto preventivo acume, che la sua non è un’imposizione (e come potrebbe?), ma un “indirizzo politico”.<br />
Ora dato per scontato quanto ho già detto a proposito di censura di testi che parlano di tutt’altro che della vicenda Battisti e di censura più in generale, sento la necessità di informare l’Assessora che tra i suoi compiti istituzionali non è compreso quello di dare “indirizzi politici” agli insegnanti della scuole della Repubblica, i quali non dipendono da lei, né di diritto né di fatto, e la cui libertà di insegnamento è garantita da uno specifico articolo della nostra Carta Costituzionale.<br />
C’è una tendenza a privatizzare le Istituzioni, qui in Italia, che ha ormai passato ogni segno, come se svolgere un ruolo istituzionale fosse il <em>passe partout</em> per ogni e qualsiasi operazione, come se – amministrando questa, o quella Istituzione &#8211; se ne divenisse proprietari.<br />
E ciò è molto triste, oltre che affatto democratico e latamente eversivo.<br />
Per altro verso, essendo io un insegnante, come la Sra. Donazzan può facilmente comprendere, il mio imbarazzo è doppio.<br />
Posto che io non passo il mio tempo a parlare ai miei allievi delle mie mediocrissime opere, ma a spiegar loro Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Foscolo, Pasolini, Fortini, Sanguineti, Gramsci, ecc.. (tutta gente, mi rendo conto, che nell’opinione dell’Assessora andrebbe evidentemente esclusa dai programmi, visto ciò che costoro pensavano della libertà, della censura e della stessa Unità d’Italia), come farò a continuare ad insegnare?<br />
Se i miei libri sono da bruciare, che fare della mia didattica?<br />
Sta forse suggerendo di licenziarmi? E quale sarebbe la ‘giusta ragione’? Quella di aver espresso liberamente un mio parere, un mio giudizio politico, che non coincide con il Suo?<br />
C’è qualcuno che può avvertire l’Assessora che persino Lei vive in una società liberale, democratica, in uno stato di diritto e che non può permettersi di trattare questa Regione come se fosse una <em>dependance</em> di casa sua?<br />
Leggo anche che il Governatore Zaia dichiara di “ non avere difficoltà a confermare che ci sono delle persone [noi firmatari] che non ci rappresentano degnamente”. Stia certo il Governatore che anch’io la penso come lui… ma al suo proposito, evidentemente. Chi nomina certi Assessori non può certamente garantire il governo democratico e liberale di una regione, né rappresentarla con soddisfazione mia e di qualsiasi sincero democratico…</p>
<p>b) Rinfrancato dall’insperato aiuto, l’ex missino Speranzon torna all’attacco, alla faccia della sua Presidente e ora dice di voler organizzare un pubblico dibattito all’Ateneo Veneto (chissà se quelli dell’Ateneo ne sanno qualcosa…) a cui avrebbe già accettato di partecipare quel fulgido esempio di libera intellettualità a nome Stefano Zecchi, a cui noi saremmo, a suo parere, in qualche modo obbligati a partecipare perché ‘dobbiamo’ (imperativo!) spiegare perché difendiamo un criminale.<br />
Mi spiace Assessore: lei organizzi ciò che vuole, ma io a un dibattito così non parteciperò mai…<br />
Intanto perché non ho nulla da dire sul caso Battisti: ho firmato un appello per le ragioni che ho già esposto nel mio precedente intervento, non sono l’avvocato di Battisti, non ho partecipato, né praticamente, né moralmente, alle sue scelte politiche e dunque per questo dibattito deve rivolgersi altrove.<br />
Se vuole possiamo discutere della Legislazione emergenziale dell’Italia di allora, o degli anni di piombo. Ma questa è altra faccenda.<br />
Per altro verso è ben altro ciò di cui voglio discutere: della sua volontà censoria, del suo credere di essere in diritto di decidere cosa si legga in Veneto, cosa si insegni e addirittura &#8211; visto che, come Consigliere comunale di Venezia (eh già: è anche Consigliere Comunale di Venezia, il personale politico qua è ridotto al minimo, non si tratta di cumulo di cariche, ma di austerity…) dice di voler impegnare il Comune a dichiararci “ospiti non graditi” &#8211; sin chi gira per le calli della città.<br />
E’ questo il problema che interessa davvero discutere in una democrazia. Non altro.<br />
Resta un mistero: come farà il povero Agamben a recarsi al lavoro, visto che insegna Estetica proprio allo IUAV di Venezia?<br />
Sposteranno la facoltà a Chioggia, o anche lui sarà licenziato?</p>
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		<title>Ae de aria (Ali d&#8217;aria)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/20/ae-de-aria-ali-daria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[poesia dialettale]]></category>
		<category><![CDATA[veneto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabio Franzin Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense Osèi che sóea, lavìa ‘ndo’ che ‘e nùvoe passa via, pin piàn, grande e bianche come navi o barche a véa fra ‘l zheèsto e l’oro del sol. Osèi (come pensieri in sóeo da ‘na testa a un baso, da ‘na paròea a un pèr de òci), alti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/temple_birds-faryn-davis-2006.jpg'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/temple_birds-faryn-davis-2006-300x300.jpg" alt="" title="temple_birds-faryn-davis-2006" width="300" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-6109" /></a></p>
<p>di <strong>Fabio Franzin</strong></p>
<p><em>Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense</em></p>
<p>Osèi che sóea, lavìa<br />
‘ndo’ che ‘e nùvoe<br />
passa via, pin piàn,<br />
grande e bianche</p>
<p>come navi o barche<br />
a véa fra ‘l zheèsto<br />
e l’oro del sol. Osèi<br />
(come pensieri in sóeo</p>
<p>da ‘na testa a un baso,<br />
da ‘na paròea a un pèr<br />
de òci), alti, e lontani<br />
romài voltra ‘l bonbàso</p>
<p>de un sogno, pì a nord<br />
de òni adìo. Ciao, cari<br />
osèi, ciao sói che dise sie<br />
anca altre ‘e vie del cuòr.<span id="more-6108"></span></p>
<p>Uccelli in volo, lassù / dove le nuvole / scorrono, lente, / vaste e bianche // come navi o barche / a vela fra l’azzurro / e l’oro del sole. Uccelli / (come pensieri in volo // da un desiderio a un bacio, / da una parola a un paio / d’occhi), alti e lontani / ormai oltre il cotone // di un sogno, più a nord / di ogni addio. Ciao, cari / uccelli, ciao voli che ci dite siano / anche altre le vie dell’amore.</p>
<p>Tut suo, de coeόnbi e ssisìe<br />
el fòjio de cel sora i paeàzhi<br />
dea piazha, stasera. Lore</p>
<p>alte, lavìa, care ancoréte<br />
che zhigotéa fra ‘l rosa<br />
e ‘l zheèsto; pì basse</p>
<p>e pesanti, ‘e tortore: sόi<br />
curti da un tet a quel voltra<br />
del slargo fra bar e butìc.</p>
<p>Po’e sta là, ‘quatàdhe bèe<br />
sgionfe fra cόpi e cornisόni,<br />
fra i spunciòti e ‘a conca</p>
<p>dee gronde, ‘e sta là, e par<br />
che ‘e ne varde, coriόse.<br />
I schiti sparsi tel marciapie </p>
<p>ne dise che no’ le ‘é finte,<br />
messe là pa’ far bèl, co’a<br />
ciavéta sconta sot’e àe.</p>
<p>Tutto loro, di colombi e rondini / il foglio di cielo stretto fra i palazzi / della piazza, stasera. Esse // alte, lassù, care piccole ancore / che zirlano fra il rosa / e l’azzurro; più basse // e pesanti, le tortore: voli / brevi da un tetto a quello dirimpetto / nel vuoto lastricato fra bar e boutique. // Poi ristanno lì, acquattate belle / grasse fra tegole e cornicioni, fra gli aghi e la conca // delle grondaie, ristanno, lì, e pare / ci osservino, curiose. / Il guano che lorda i marciapiedi // ci dice che non sono finte, / poste lassù per i nostri sguardi, con la / chiavetta celata sotto le ali. </p>
<p>Chea spìroea de zhiìghe<br />
cuzhàdhe là in alt tel fil<br />
dea corente ‘e par squasi<br />
segni che forma ‘a paròea<br />
o ‘a strofa cussì a stròzh<br />
e par niènt tant zhercàdhe</p>
<p>un tón, po’, tut a un tràto<br />
e contro ‘l zheèsto resta<br />
vòdha chea riga de spartito</p>
<p>come un nome sparìo prima<br />
‘ncora de èsser ciamà indrìo.</p>
<p>Quella riga di passeri / appollaiati lassù sul filo / dell’alta tensione sembrano quasi / segni a comporre la parola / o la melodia così dolorosamente / e invano ricercate // un tuono, poi, improvviso / e contro l’azzurro si staglia / nuda quella linea di spartito // come un nome sparito prima / ancora di essere chiamato.</p>
<p>‘Na bèa chèba de fèro, tuta<br />
bianca e lustra, co’na còpia<br />
de canarini zai (el bèch vèrt,</p>
<p>un), cussì parfèti che i paréa<br />
parfìn veri, incoeàdhi dreti<br />
ai só tréspoi, co’e vaschéte</p>
<p>piene de aqua e de bechìme.<br />
Vista ieri, picàdha fòra te ‘na<br />
casa, qua in paese. El cip cip </p>
<p>forse no’l serve pì. Forse sen<br />
anca noàntri za cussì: ‘tacàdhi<br />
in posa drio a sbare invisìbii </p>
<p>sol pa’ far bel, pa’ far coeór;<br />
‘e paròe ‘na fenta, co’a boca.<br />
El siénzhio zhigà dae tivisión.</p>
<p>Una bella gabbietta di ferro, tutta / bianca e linda, con una coppia / di canarini gialli (il becco aperto, // uno dei due), così perfetti che parevano / persino veri, incollati diritti / ai loro trespoli, con le vaschette // colme d’acqua e becchime. / Veduta ieri, appesa all’esterno di una / casa, qui in paese. Il cinguettio // forse non ci interessa più. Forse siamo / anche noi già così: fissati / in posa dietro sbarre invisibili // solo per coreografia, per far colore; / le parole una finzione, con la bocca. / Il silenzio urlato dai mezzi di informazione.</p>
<p>‘Ò fat tre volte el giro de chea<br />
rotonda (i ‘à da ‘verme anca<br />
ciapà par semo quei fermi, là,<br />
a doverme dar continuamente<br />
‘a precedenza) parché no’ capita<br />
tuti i zorni de véder, ‘pena drio<br />
‘a strada, chel spetàcoeo cavà<br />
via da ‘sto tenpo urtà da aciàio<br />
e realtà virtuài: che là, tel fondo<br />
de un canp strangoeà fra fabriche<br />
e ‘sfalto, tel canp bianco de bròsa</p>
<p>ièra chii dό pitόni che sbaruféa:<br />
vèrte ‘e àe, alti tee zhàte pontàdhe<br />
tea tèra jazha, i còi nudi deventàdhi<br />
àtoe de carne a bàterse contro,<br />
co’a sό mazha sgionfa de sbàrboe<br />
rosse come ‘l sangue e de bèchi</p>
<p>tre volte ‘ò fat el giro de chea<br />
rotonda. Po’ son ‘ndat ‘vanti<br />
(ièra tardi, romài, tardi pat tut,<br />
come senpre). Li ‘ò tignùdhi<br />
de òcio fin che ‘l specét li ‘vea<br />
drento, chii dό antichi guerièri</p>
<p>fin che te chel schermo l’è tornà<br />
el sòito film de ‘sfalto e machine,<br />
fèro e cimento, cartèi, capanόni…</p>
<p>Tre volte ho fatto il giro di quella / rotonda (debbono avermi anche / preso per idiota quelli fermi, lì, / a dovermi dare / la precedenza) perché non capita / tutti i giorni de vedere, appena oltre / il ciglio della strada, tale spettacolo tirato / fuori da questo tempo sbattuto fra acciaio / e realtà virtuali: che lì, nel margine / di un campo strangolato fra fabbriche / e asfalto, in quel campo bianco di brina // c’erano quei due tacchini che lottavano: / spiegate le ali, ritti sulle zampe conficcate / nella terra ghiaccia, i colli nudi mutati / in pali di carne a menarsi contro, / con la mazza gonfia di bargigli / scarlatti come sangue e becchi // tre volte ho fatto il giro di quella /  rotonda. Poi ho proseguito / (era tardi, ormai, tardi per ogni cosa, / come sempre). Li ho seguiti / con lo sguardo finché lo specchietto li / contenne, quei due antichi guerrieri // finché in quel piccolo schermo non è riapparso / il solito film di asfalto e auto, / ferro e cemento, cartelli, capannoni…</p>
<p><em>(Immagine: Faryn Davis &#8211; Temple birds, 2006)</em></p>
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