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		<title>Verticali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 12:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mario de Santis Non è questa la forma dello spazio / qui le verticali sono chiuse: sono due versi chiave del percorso che Bruno Galluccio ha raccolto nel suo primo libro, Verticali (Einaudi, 2009). Di formazione e per mestiere ﬁsico impegnato nell’industria spaziale e assieme attivo come piccolo editore di poesia, Galluccio costruisce un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-26585" title="galluccio_copj13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/galluccio_copj13.jpg" alt="galluccio_copj13" width="200" height="345" /></p>
<p>di <strong>Mario de Santis</strong></p>
<p><em>Non è questa la forma dello spazio / qui le verticali sono chiuse</em>: sono due versi chiave del percorso che Bruno Galluccio ha raccolto nel suo primo libro, Verticali (Einaudi, 2009). Di formazione e per mestiere ﬁsico impegnato nell’industria spaziale e assieme attivo come piccolo editore di poesia, Galluccio costruisce un libro che, in diversi tempi, muove dal lirico e dall’inﬂuenza del pensiero scientiﬁco per avviare una ricerca di senso alla luce della crisi di entrambe le forme del pensare. La luce <em>massacra l’ombra / del lato rovescio del pensiero</em>. Il pensiero e il suo rovescio da subito in Galluccio sono dualità che non è però dualismo. Dalla matematica arriva un sostrato di immagini, concetti, metafore. Il pensiero razionale è emblema di una scelta di visione: <em>esercizio lungimirante / fare calcoli sulle parti”, ma presto “impariamo che non possiamo sommarci subito</em>. Difﬁcile la riduzione dell’esistere a una formula. La somma che dall’Io va al noi (l’universale a cui tendeva anche l’assoluto io della lirica) è invece nella costruzione di un linguaggio che muove dalla scomposizione dell’esperienza del conoscere: <em>versare sguardi nel cielo improvviso / con la domanda ancora incompleta</em>.<br />
<span id="more-26584"></span><br />
Galluccio adotta un registro linguistico vario, con metafore di grande forza visiva e cortocircuiti logico-sintattici, ma lo fa in modo nuovo, approdando a una sorta di sperimentazione senza sperimentalismi, una poesia che viene dopo la lirica: <em>lo spazio diveniva visibilmente più curvo / secondo alcuni per un recente addensarsi della materia / ma intanto ci si chiudeva nel quotidiano</em>. La posta in gioco infatti – e non solo per la poesia – è un’urgenza esistenziale, non cognitiva, presagio di catastrofe: <em>il cielo è costellato di fratture /&#8230; potrebbe aprirsi / ora</em>. Lo sguardo – come testimonia la seconda sezione, <em>Proiezioni</em>– tende a spostarsi verso il qui, l’<em>abisso di minuzie</em>. È lo spazio umano, universo circoscritto ma inesauribile, fatto dalla nostra verticalità chiusa nell’esistenza concreta dei viventi in una storia: la tensione a conoscere si volge allora a <em>trovare nella tua cornice presente il mio passato</em>. È questo il nuovo spazio inﬁnito da indagare anche dopo la scienza: <em>si può scrutare nel proprio passato / come in un cielo di stelle</em>. Osservare, nel suo farsi, la gravità dell’esistere, la pesanteur delle assenze, dei ricordi, degli sfuggenti rapporti con l’Altro, ﬁno a trovare una forma alla poesia: <em>il baricentro della notte tenta di spostarsi verso la luce / i ricordi si insediano nella regolare geometria del tempo</em> e <em>la composizione spinge verso la metrica / il timore si affolla alla porta del silenzio</em>. Non si tratta di restaurazione, ma del superamento della metaﬁsica. Senza cercare una Lichtung dell’Essere, senza fede nelle varie forme della razionalità o in un’ideologia del reale, la poesia è ciò che sopravvive ai paradossi del pensiero e si fa registro dell’umano, come si comprende nel poemetto che Galluccio dedica al matematico degli insiemi George Cantor.</p>
<p>Il registro di <em>Verticali</em>, infatti, nella sezione eponima, diventa approdo alla matericità, l’uso del verso libero tende a una maggiore regolarità, meno vertiginose le immagini, ﬁno a un’ombra di realismo (<em>il cerchio si chiude con estrema fatica / nei supermercati ﬁssano sconti alle casse / non è questo il cerchio che si cercava / questa selva di saldi</em>). La <em>dimensione piana</em> della città degli uomini, con le tessiture familiari, è accettata come spazio unico per l’esistenza, sorta di ﬁnitudine ma con inﬁnite sfumature. Domina in queste poesie un sentimento di decomposizione, di slittamento, di inafferrabilità (<em>perdi i riferimenti spaziali / le frasi cadono smozzicate&#8230;</em>) ma il linguaggio della poesia tenta una rideﬁnizione degli insiemi umani a partire da una posizione di estrema singolarità e di dolorosa non-coincidenza con l’Altro (<em>non abbiamo più lo spazio per incontrarci</em>). La trama del testo si fa spazio di assorbimento di un diverso e inquieto principio di identità: <em>Non ho sonno. Non so pregare / accolgo la solitudine di ogni singola onda</em>.</p>
<p>Galluccio punta a indicarci l’Io come una sorta di essente sgusciato da ogni illusione di identità, che non è frutto del tragico né frutto di cogito. Nel testo ﬁnale è scritto <em>Mi lascio dietro</em>: con una capriola sintattica per tracciare un’orma di sé in una prospettiva di precarietà temporale, tra passato in dissoluzione e futuro da ricordare in quel che c’è del presente. Come di fronte a un mare-tempo l’io si fa ﬁgura dal passo lieve e pesante che ricorda certe ﬁgure di Giacometti e <em>se qualcuno dicesse / che c’è un domani distinto / da questa impronta lo sentirei menzogna</em>. Lo sguardo si fa impersonale: l<em>e solitudini sﬁlano sul bagnasciuga</em>, e qui (quel-che-resta-del) l’Io, con un gesto quasi ironico verso i paradossi della logica e della matematica, conta <em>l’unicità delle conchiglie</em>.</p>
<p>Nessun legame con altri detriti marini novecenteschi, né osservazione tecnica della natura. La potenza dell’Io lirico e dell’Io logico si dissolve, la poesia è il campo di forza senza potenza di singolarità affondate nel biòs, la costruzione del linguaggio della poesia come uno degli atti materici che attendono e assieme preludono un ethos a venire: <em>potrei farmi pantano e sonda che pesca / la conchiglia che accoglie tutte le acque</em>. Una solitudine ci accomuna, noi viventi, ed è fatta, sembra dirci Galluccio, dell’inﬁnitezza della nostra nuda, ﬁnitissima vita. L’etica, legata anche a un diverso spirito della conoscenza, riparte da qui: da ogni detrito verbale e materiale che spinge l’io, ormai scomposto, verso l’aperto.</p>
<p><strong>Bruno Galluccio, Verticali, Einaudi, Torino 2009, pp. 120, E 12,00.</strong></p>
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