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	<title>viaggio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Via dalla pazza folla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 May 2023 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi</strong><br />
Tutto così semplice, sarebbe tutto così semplice, se solo riuscissi a sospendere il giudizio, a provare compassione, a perdonare, ad accettare: a partire da me stessa]]></description>
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<p class="has-regular-font-size">di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103043" width="768" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/nuvole-e-cielo.jpg 1814w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-style-large"><p><em>“E la gente è contenta nelle città che sono belle”</em><br />Elio Vittorini</p></blockquote>



<p>Luca no, non è un escapista. “Non sono mica scappato, mai stato uomo in fuga, ho solo trovato un mio posto nel mondo”. Luca e io ci conosciamo, come si usa dire, da una vita: una vacanza estiva famigliare condivisa da bambini, nei lontani Settanta, in una Palau ancora (quasi) incontaminata; poi liceali scapestrati, negli Ottanta (lo chiamavamo “Freedent” per via del suo strepitoso sorriso da spot pubblicitario); infine, dopo una lunga parentesi temporale, ci siamo ritrovati ormai sbalzati nel secolo nuovo, lui nel frattempo trasferitosi in una defilata valle del Canavese, letteralmente circondato dai boschi. La sua radicale scelta di vita risale, infatti, ai tardi Novanta.</p>



<p>Erano molti anni che non ci incontravamo, ma senza un motivo preciso, come capita talvolta fra le persone che si perdono di vista. Sapevo comunque, per vie traverse, che fra le varie attività da lui portate avanti vi era la <em>sound therapy </em>effettuata tramite i didgeridoo, procuratisi durante una lunga permanenza in Australia, e con i bastoni della pioggia, che realizza con le sue stesse mani.</p>



<p>Decido quindi di rompere il silenzio, rivolgendomi a Luca per un trattamento: vorrei sottopormi a un massaggio sonoro, nella speranza di sciogliere, grazie alle potenti vibrazioni emesse dai lunghi legni cavi di eucalipto, una sorta di indolenzimento esistenziale.</p>



<p>Sono quasi certa che, in un qualche modo del tutto inspiegabile razionalmente, gli ancestrali suoni emessi dai didgeridoo contribuiranno a smuovere i miei chakra, appesantiti da spesse stratificazioni di ansie e pensieri molesti, smangiucchiati dai tarli di sterili ossessioni che mi scavano dentro quasi quotidianamente, sempre le stesse, da anni, tarli malefici che tento di ammaestrare e tenere a bada come posso, con il valido ausilio della pratica di yoga e meditazione e di lunghe camminate. Ma essendo ben lungi dall’aver raggiunto un livello decente di saggezza e di pacificazione interiore, il più delle volte mi sento letteralmente divorata dai suddetti tarli, i chakra sempre più bucherellati e incrostati, la convinzione che la mia vita obbedisca a un mantra del tipo: <em>prima il dovere, poi il dovere</em>, con l’eventuale penosa variante: <em>prima il dovere, poi lo spiacere</em>.</p>



<p>Giungere alla meta si rivela una piccola impresa poiché la segnaletica del Canavese, eccezion fatta per l’esplicita cartellonistica di McDonald’s, non brilla per chiarezza e coerenza e io, per giunta, sono sprovvista sia di navigatore (per scelta) sia di carta stradale (per caso). Così sbaglio strada numerose volte e perdo il senso dell’orientamento, costringendomi puntualmente ad abbassare il finestrino per chiedere indicazioni a passanti e ciclisti.</p>



<p>“Eh, ma non ha il navigatore, lei?”, mi si rivolge con divertito stupore un uomo attempato, mentre il suo amico sorride sornione, “eh no, non ho il navigatore, ma ben contenta così: se l’avessi avuto non ci saremmo mai rivolti la parola, lei ed io, un peccato, non trova?”. Sorrisi, umanità. Le persone, quando interrogate, riflettono quasi sempre alzando gli occhi verso il cielo, ma di sbieco, serrando le labbra in un’espressione che svela una sottile fatica mentale, per poi prorompere con tono deciso: allora sì – facendo compiere al dito indice ingiallito dalla nicotina fantasiosi arabeschi nell’aria – lei vada dritta verso Ivrea, poi segue per Baldissero e poi c’è una rotonda, e una galleria, anzi due, e… Grazie! Buona giornata! Altrettanto!</p>



<p>Mi rendo conto che sbagliare strada comporta un maggiore dispendio di tempo per arrivare dove si deve arrivare, ma… fa incontrare le persone, persone quasi sempre ben disposte le une verso le altre, gentili e sorridenti. L’assenza del navigatore agevola l’interazione tra sconosciuti in un clima che si fa da subito cordiale, similmente, immagino io, a quanto poteva accadere ai viandanti di un tempo, viaggiatori lenti che ogni tanto si concedevano una sosta e una chiacchiera con la gente del posto. Umanità! Umanità! Tutta da difendere! Il solito pensiero un po’ invasato prende forma, anche questa volta, anche questa volta strappandomi un sorriso.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-1024x806.jpg" alt="" class="wp-image-103046" width="768" height="605" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-1024x806.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-300x236.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-768x604.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-1536x1209.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-2048x1611.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-150x118.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-696x548.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-1068x840.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-1920x1511.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-iurta-534x420.jpg 534w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p>Lasciata l’auto in un ampio parcheggio su cui si affacciano alcune villette moderne e all’apparenza disabitate, mi incammino lungo una strada sterrata, ma ancora carrozzabile, che poi si restringe sempre di più fino a farsi sentiero – questo lo ricordavo – infine, procedo in discesa, addentrandomi nel bosco, fitto e variegato, popolato di castagni, frassini, aceri e tigli, ontani e qualche betulla e intravvedendo un corso d’acqua in lontananza, il torrente Chiusella. Oltre alla voce del fiume si sente, a tratti, il rumore di una motosega, qualcuno fa la legna; dopo neanche un quarto d’ora riconosco la casa di Luca e vedo lui che sta giocando con un cane.</p>



<p>Ci abbracciamo a lungo, restando nell’abbraccio stretto e silenzioso. Avverto un senso di inattesa genuina felicità, tutto avviene come se ci fossimo sempre visti, fino al giorno prima, ma è anche, stranamente, come ritrovarsi dopo un viaggio interstellare, e questa è, per me, una sensazione ricorrente, considerando i mutamenti, a dir poco incredibili, del mondo e di noi che lo abitiamo, avvenuti negli ultimi lustri (o forse sono i miei occhi che prima, da giovane, non vedevano tutto quello che il mio sguardo, ora, riesce a catturare?).</p>



<p>È un racconto a due voci a rompere il lungo silenzio, e tratta dei nostri rispettivi ultimi anni, le vicende famigliari più significative, i figli, i genitori, conflitti, strappi, lutti, lontananze, gioie e dolori, insomma: la vita, per chi è più vicino ai sessanta che ai cinquanta. Nel frattempo ci avviamo in direzione della iurta, non-mongola, tiene a precisare Luca, ma accogliente, penso io, e, grazie alla stufa da lui accesa in previsione della mia venuta, piacevolmente riscaldata.</p>



<p>Seguitiamo a chiacchierare, sorseggiando un paio di bicchieri di acqua fresca, finché, senza che occorra annunciarlo, arriva il momento: mi sdraio sulla postazione, il letto sonoro, come lo chiama lui, una lunga cassa vuota dotata di alcuni ampi fori che gli consentono di infilare al suo interno la sommità del didgeridoo cosicché, nel suonarlo, le vibrazioni vengano amplificate al di sotto del corpo. Avevo provato anni fa i bagni di gong, ma questo tipo di trattamento è decisamente un’altra esperienza, del tutto particolare. Il suono è avvolgente e carezzevole, e sì, mi fa pensare a un rito tribale, a luoghi e tempi lontani, così lontani dalla Valchiusella e dal 2023 da sentirmi inghiottita in una realtà parallela, in salutare distacco temporaneo da me stessa e dai miei affanni. Sparisce tutto, sto nel respiro, galleggio sulle onde sonore. Sento, soprattutto, di volermi bene, per una volta.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-103045" width="768" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-1536x1152.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-2048x1536.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-1068x801.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-1920x1440.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/il-letto-sonoro-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p>Tutto così semplice, sarebbe tutto così semplice, se solo riuscissi a sospendere il giudizio, a provare compassione, a perdonare, ad accettare: a partire da me stessa. Questo è il primo pensiero compiuto che mi germoglia dentro, mentre a occhi chiusi mi par quasi di scivolare in uno stato di ipnosi. In chiusura di trattamento Luca utilizza i bastoni della pioggia, che emettono un suono gentile, onde di un mare calmo vanno a infrangersi su una battigia di ghiaia: la scopa d’acqua, dice lui, porta via quello che non serve.</p>



<p>Dopo il massaggio sonoro condividiamo una lunga pausa di silenzio meditativo. Io sdraiata, lui seduto su una seggiola bassa alla mia destra. Riapro infine gli occhi e vedo la cima della iurta che, essendo scoperta, consente di scorgere un pezzettino di cielo. Non piove più, lucenti nuvole bianche scivolano rapide e scoprono l’azzurro del cielo. Si sta rasserenando: questa immagine, incorniciata dall’ottagono sommitale della iurta, mi commuove. Due lacrime corrono giù, simmetriche e sincrone: una dall’occhio destro l’altra dal sinistro, attraversano le tempie a disperdersi tra i capelli. Luca, alzandosi per uscire, mi invita a restare lì, dove e come sono, prendendomi il mio tempo, sussurra: tutto il tempo necessario. Nella iurta non-mongola si sciolgono, come per incanto, tutti i lacci identitari, quelli che troppo spesso mi allontanano da me stessa: la donna, la madre, la figlia, la sorella, la lavoratrice, la collega, l’amica, l’amante, l’ex moglie, la paziente, la cliente&#8230; Dalla iurta non-mongola esco alleggerita, ma senza gridare al miracolo.</p>



<p>Raggiungo Luca davanti a casa, ci mettiamo a sedere sulla panca accanto al pero in fiore ben più alto dei tre piani del vecchio rustico e che ne ingentilisce la facciata. Anche il suono delle campane tubolari appese qua e là, dando voce carezzevole ai refoli di vento, dona grazia al quadro dentro al quale mi pare di trovarmi: mi accorgo che il mio stato d’animo sorprendentemente, ma nemmeno poi tanto, si è rasserenato, come il cielo sopra di noi.</p>



<p>Parliamo di costellazioni famigliari, di ferite che non si rimarginano e vanno accettate come potenziali risorse, ci confrontiamo e scambiamo punti di vista, avendo una visione del mondo profondamente condivisa. Mi sento a casa, discorrendo con Luca. Sensazione rara. Luca mi presenta una parola speciale: <em>ho’oponopono</em> che significa “mettere a posto le cose”, a partire da noi stessi, e sulla quale si basa un’antica pratica hawaiana di armonizzazione e riconciliazione. Fondamentale, sempre, partire da noi stessi, sradicando la malsana convinzione che siano gli altri a dover cambiare. Ognuno segua il suo sentiero e sistemi, ammesso che ci riesca, le cose proprie. Ripartiamo sempre e solo da noi stessi.</p>



<p>Noi, inurbati così spesso infelici perché prigionieri di un paesaggio fatto di muri, sagome rigide, strutture artificiali, la durezza e l’immutabilità di cemento e mattoni, l’angusto e ossessivo reticolato stradale di asfalto, la sporcizia e il degrado, il tanfo dell’aria, la latente claustrofobia causata dalla permanenza nostra all’interno di scatole, che sono le camere, gli uffici, i negozi, le automobili: dunque scatole e persone dentro alle scatole… noi inurbati, dicevo, spesso ci sentiamo talmente smarriti (forse perché di notte non riusciamo più a vedere le costellazioni?) che quando andiamo a trovare qualcuno che vive fuori dalle alte mura, in mezzo al verde, ma non tanto per dire, proprio attorniato da alberi come fossero una folla di parenti buoni, accanto ad animali mansueti, con l’orto, il frutteto, il fiume che scorre, la meraviglia, appunto, delle stelle di notte, i profumi delle stagioni, ecco, noi proviamo un nostalgico afflato che racchiude in sé un mélange di benevola invidia e di ammirazione. Noi siamo tentati, inoltre, di ritenere che là fuori, al di là delle mura fortificate, sia più facile assolvere e assolversi, che là fuori sia meglio, la vita più vera.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103047" width="768" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-768x767.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-1536x1534.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-696x695.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-1068x1067.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia-421x420.jpg 421w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-sedia.jpg 1561w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>



<p>Gli inurbati infelici vorrebbero, prima di fare ritorno in città, quasi implorare a chi vive altrove, una qualche formuletta, anche solo sussurrata fugacemente in un orecchio, che consentisse loro di sperare in una possibile redenzione, l’antidoto al progressivo imbruttimento che sono costretti a subire quotidianamente, ingabbiati nel pesante apparato impiegatizio o abbandonati nella terra di nessuno del precariato, incolonnati nei loro monotoni percorsi casa-ufficio-casa, casa-market-casa, con le eventuali varianti: palestra, bar, ristorante ecc. oppressi da scricchiolanti ingranaggi consumistici che nei territori metropolitani giungono al parossismo in una deleteria coazione a ripetere transgenerazionale.</p>



<p>Forse è proprio così: noi che viviamo in città, per non impazzire, per scongiurare una visione alienata dell’esistenza e non sentirci disadattati, dovremmo poter disporre di spazi verdi e/o blu (così li definisce, la letteratura scientifica: <em>green space</em>e <em>blue space</em>, adducendo a un loro deficit, il cosiddetto <em>nature deficit disorder</em>, svariati problemi di salute psicofisica) quindi: alberi, prati, un fiume, il lago, qualcosa insomma che ci riporti in asse, ci riconduca a madre natura, ribadendo che siamo figli suoi, qualcosa che ci aiuti a ricordare, ogni giorno, come tutto cambia in continuazione, come tutto passa. Anche noi.</p>



<p>Quello che mi porto a casa, lasciandomi alle spalle una sottile fetta di Alpi Graie, è qualcosa di ineffabile, se non fosse per una metafora che dice quasi tutto di me e del mio stato d&#8217;animo di mesta e grigia torinese. Vivere in città mi pesa, ma è un disagio che al momento non posso risolvere, troppi elementi non di poco conto mi trattengono ancora all’ombra della Mole. Tuttavia, come suggerisce l’amico ritrovato, potrei iniziare a coltivare un nuovo modo di pensare a me stessa, considerandomi un fiore di loto: che affonda le radici&nbsp;nella melma e però poi fiorisce, ergendosi verso il cielo, su, in alto, in progressivo allontanamento dal fango. In progressivo allontanamento.</p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103048" width="768" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/05/la-cima-della-iurta.jpg 1814w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>
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		<title>Legal Alien, postcards #albania</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/28/legal-alien-postcards-albania/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2020 06:01:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[cartoline]]></category>
		<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Julian Zhara]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prosa breve]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Julian Zhara #covid #2020 Stanno morendo uno dopo l’altro; / buttare la terra sopra le bare / sta diventando un gesto abituale / come buttare il sale sul cibo in cottura. Prima strofa della poesia Si affrettano a morire, di Luljeta Lleshanaku. #albania #shqipëria Chiamare qualcosa è darle un posto nel mondo. Chiamare Albania [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Julian Zhara</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-87680" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-769x1024.jpeg" alt="" width="480" height="639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-769x1024.jpeg 769w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-768x1023.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-200x266.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/WhatsApp-Image-2020-12-27-at-20.12.24.jpeg 1201w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></strong></p>
<p><em>#covid #2020</em></p>
<p>Stanno morendo uno dopo l’altro; / buttare la terra sopra le bare / sta diventando un gesto abituale / come buttare il sale sul cibo in cottura. Prima strofa della poesia <em>Si affrettano a morire</em>, di Luljeta Lleshanaku.</p>
<p><em>#albania #shqipëria</em></p>
<p>Chiamare qualcosa è darle un posto nel mondo. Chiamare Albania uno stato che si definisce Shqipëria è provocarle una nevrosi: la percezione di sé &#8211; anche linguistica &#8211; vs. la percezione che il mondo ne ha. Nessun altro paese si riferisce all’Albania come l’Albania si riferisce a se stessa, col nome che evoca l’aquila &#8211; <em>shqipe </em>in albanese, significa proprio quello: aquila. Di mio, ammetto che non ho mai visto un’aquila in Albania. Forse perché, a pensarci adesso, mentre stendo queste righe, guardo poco il cielo. Il corpo si espone come cabaret dell’inconscio.</p>
<p><em>#paradiselost</em></p>
<p>Un paradiso abitato da diavoli &#8211; una frase che mira a descrivere altro (chi vuole, può googlare per scoprirne l&#8217;origine) ma che può calzare perfettamente il rapporto paesaggio/uomo in Albania.<br />
I diavoli poi, come ben sappiamo, non sono entità inattive. Agiscono &#8211; e i diavoli albanesi, i <em>dreq</em>, gli <em>shejtàn</em>, traducono il paesaggio circostante, un testo in lingua originale, con un alfabeto di cemento e una lingua dove l&#8217;armonia, l&#8217;eleganza, non si trova a proprio agio. Il <em>mondotesto</em> originale, quel paesaggio albanese che senza nessuna remora iperbolica si può definire <em>paradiso</em>, riporta le pupille allo stato di Adamo. L’incanto è un aggiornamento dei filtri fotografici.</p>
<p><em>#selfie #selfportrait #unmesedopo</em></p>
<p>Un mese dopo: il mio albanese si è raffinato, inciampa meno &#8211; meno goffo di quando arrivato, zigzaga comunque per arrivare a dire. Nei discorsi con intellettuali e scrittori, discorsi eseguiti in albanese, discorsi che appartengono alla lingua letteraria, e che per me sono paesaggio linguistico italiano, cerco di orientarmi accendendo una luce tricolore dove il buio diventa rossonero. Come un atleta abituato alla maratona, devo reiventarmi nella corsa ad ostacoli, nelle continue barriere architettoniche: dall’atletica al parkour.</p>
<p><em>#passato #zana #nostalgia</em></p>
<p>Il passato torna a farmi visita spesso, senza avvisare. Apro e lo faccio sedere. Accompagnato dal bambino che ero. Vado in giro sempre con un grumo di caramelle Zana; se vedo il bambino che ero, gliene offro un paio. Sono ormai introvabili &#8211; ho scoperto solo un posto a Durazzo che le vende ancora. Quando ero piccolo le scartavamo, mangiavamo l’interno e usavamo la pellicola rossa come lente per guardare gli altri, o come segnalibri. A casa erano sempre nello scaffale più alto, così non le potevamo raggiungere. Quando bussa il passato, lo accolgo come si accoglievano un tempo gli ospiti: caramelle Zana e liquore di garofano. <em>Likër karafili</em>. Il raki artigianale lo lascio a quando il passato arriva con sconforto, nostalgia. La nostalgia è una forma di lotta &#8211; capisco; il rimpianto: un tribunale. Avvocato d’accusa, avvocato difensore, giudice: sempre un pronome, prima persona singolare: io (in minuscolo). Ovunque io vada, non sono altro che / un pezzo di paesaggio del posto a cui appartengo &#8211; scriveva Fatos Arapi in <em>Addio</em>.</p>
<p><em>#mercatodidurazzo #visitalbania</em></p>
<p>Il mercato di Durazzo è l&#8217;Oriente esotico che si sviluppa inaspettato, senza considerare l&#8217;occhio del turista. Non si piega alla standardizzazione &#8211; esiste nonostante. Fuori dall&#8217;immaginario da cartolina, pullula di vitalità &#8211; si può dire: esagerata, di urla da una parte all&#8217;altra della strada, battute, sorrisi, prezzi contrattati, slogan buffi per attirare la clientela. Visitato dalla gioia, è quanto immaginiamo dell&#8217;Oriente dei bazar (in albanese: <em>pazar</em>). Il mercato di Durazzo, quando sei triste, ti risveglia il buonumore, come un quadro di Pontormo dopo le nature morte di Morandi. Dio è il seme di papavero più piccolo al mondo / scoppia di grandezza, scriveva Zagajewski. E Dio qua lo si trova nelle mani di una signora che fila la lana, nel sorriso di un&#8217;anziana che vende pannocchie sul ciglio di una strada, nel ciuffo di <em>ҫaj mali</em> (thé di montagna albanese), nel pomodoro cuore di bue aperto a metà, nelle olive di Berat, formaggio di Argirocastro, generosità delle portate.</p>
<p><em>#italiano #anninovanta #letteraturaitaliana</em></p>
<p>Negli anni Novanta, l&#8217;Albania ha sognato un sogno collettivo, decifrato negli schermi (<em>ekrani</em>) televisivi che trasmettevano film in italiano, cartoni in italiano, programmi tv in italiano. Gli albanesi tifano anche per una squadra di calcio italiana. Chi ha più di trent&#8217;anni, l&#8217;italiano per lo meno lo capisce; di solito lo mastica &#8211; anche abbastanza bene. I primi insegnanti di italiano di chi ha oggi tra i trenta e i quarant&#8217;anni, sono stati piccoli problemi di cuore, Sailor Moon, Holly &amp; Benji, è quasi magia Johnny; Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. Celentano accompagna, con le sue hit, ancora molti pranzi e quasi quotidianamente si sente da qualche parte che la felicità è un bicchiere di vino, con un panino &#8211; la felicità. Di contro, la letteratura italiana degli ultimi quarant&#8217;anni è quasi totalmente assente, nei suoi apici stilistici. Si traduce Moravia. Manganelli, Parise, Mari, Busi, Trevisan, Siti ecc: <em>lost in translation</em>. Dell&#8217;italiano, in Albania, sopravvive lo scarto televisivo, l&#8217;assenza della complessità dialettale; il passo, la marcia &#8211; non la danza.</p>
<p><em>#berat #visitalbania</em></p>
<p>Berat è un Argo dai mille occhi a forma di finestra. Patrimonio Unesco dal 2008 e città museo dal 1961. L’azione della storia, nella sua sedimentazione secolare, millenaria, provoca delle leggere vertigini al visitatore. Oggi conserva lo stesso fascino di un labirinto o del ritrovamento di un mammifero preistorico, che si pensava estinto. La strada per arrivare da Lushnje a Berat è una costellazione di ulivi e infinite sfumature di verde, che voglio immaginare &#8211; nel dialetto del posto &#8211; abbiano tutte un nome, come il bianco per gli eschimesi. Se le campagne circostanti rilassano gli occhi, l’arrivo in città è un sussulto. Non ci si aspetta tanta bellezza e quando la bellezza arriva così, all’improvviso, può sembrare arrogante. Parcheggio nella parte nuova e tornando a piedi, inizio a familiarizzare con questa creatura-città. Capisco che no, Berat non possiede una bellezza arrogante; semplicemente si è impreparati ad accoglierla. Dirompente sì, ma con grazia, ironia. Pare dirti: non pensavi esistessi, eh? E si gira. La si misura coi piedi, ci si inoltra per le viuzze, la sensazione più prossima che riconosco è la prima fase dell’ebbrezza allegra. Poi gioia. Berat si visita con gioia. Di Berat ci si innamora come un adolescente nelle prime vacanze da solo.</p>
<p><em>#berat #patrimoniounesco #igersberat #comevenezia            </em></p>
<p>Rispetto ad altri centri storici (Argirocastro, ad esempio) Berat si può fruire da più prospettive. Entrando nelle viuzze storiche, col lastricato di pietra, dove le finestre famose si vedono da vicino; dall’alto: la vista dalla collina o dal castello ti offre una panoramica più completa; lungo il fiume, che poi è quanto di Berat si vede di più in foto, google immagini, o cartoline, le due facciate con le famose mille finestre o finestre una sull’altra.</p>
<p>*</p>
<p>Come Venezia si può fruire perdendosi tra le calli o sedendosi alle zattere, alla Giudecca, in Riva degli Schiavoni, dove la scenografia dei palazzi di fronte o a lato &#8211; pare di essere in un teatro magico, irreale.</p>
<p><em>#berat #zhara</em></p>
<p>Mentre attraverso il ponte di Gorica, ripenso a un ragazzo, poco più che adolescente, figlio di un sarto e nipote di un prete ortodosso, che nel ’43 lascia questa cittadina e parte per le montagne, col sogno di liberare l’Albania dagli oppressori. In mezzo alle montagne conosce una ragazzina minuta, bellissima, castana e occhi azzurri, che dopo pochi anni sposa, e con cui fa cinque figli. Fine della guerra, la carriera militare, si stabilizza a Durazzo, conduce una vita felice, una morte serena, non senza essere diventato il campione di backgammon, tra i pensionati nel quartiere. Quel ragazzo è mio nonno, Vangjel (Evangelio) Zhara, partigiano, marito di una partigiana. Disfarsi del nome: accantonare Julian per Zhara.</p>
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		<title>Appunti estivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2019 05:01:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Land’s End &#8211; Cornovaglia Così la terra finisce nel granito a picco sull’oceano. Là sotto le onde coprono e scoprono scogli aguzzi, la rovina di imbarcazioni e vite nei secoli. Le leggende dicono che fossero le streghe, sedute sulle sporgenze e le rocce di Land’s End, a far naufragare le navi e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong>Land’s End &#8211; Cornovaglia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg" alt="" width="545" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-250x188.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-200x150.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-160x120.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-400x300.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 545px) 100vw, 545px" /></p>
<p>Così la terra finisce nel granito a picco sull’oceano. Là sotto le onde coprono e scoprono scogli aguzzi, la rovina di imbarcazioni e vite nei secoli. Le leggende dicono che fossero le streghe, sedute sulle sporgenze e le rocce di Land’s End, a far naufragare le navi e poi inviare i loro famigli canini a divorare le anime dei marinai annegati. Le possiamo immaginare accovacciate a parlare nel vento. In realtà nessuna strega di quelle finite nei documenti processuali è stata condannata per naufragi o altri cataclismi. Semmai per la morte di un cavallo da tiro, la malattia di un vicino, lo spegnersi di un neonato, una vacca che smette di dare latte – e ancora meglio se per vari di questi accadimenti, accumulati negli anni in cui la strega si costruisce la reputazione. Ma sulla scogliera le paure quotidiane incontrano il mito: la strega umanissima presta il corpo alla sua controparte soprannaturale dagli occhi spiritati color della tempesta. Questo è un punto mediano. Fra la terra e l’oceano. Fra l’acqua e la roccia. Nonostante i turisti, i camminatori, i surfisti che si dirigono alle piccole baie sabbiose come Sennen Cove, questo luogo non può essere addomesticato. Le rocce prendono nomi suggestivi, come la Irish Lady, un grande scoglio che sembra una creatura ammantata, rivolta all’Atlantico. Una dama irlandese nel senso fatato: una Banshee che geme e ammonisce, il cui sembiante è appena riconoscibile e sembra un drappo, una creatura di stracci svolazzanti e solenni. O i sedili dei giganti, i volti del tale o del tal altro, quasi scolpiti con un’intenzione dalle correnti. Ma nelle correnti non vi è nessuna intenzione che non sia loro stesse. La scogliera è una soglia. Sono già stata qui, vent’anni fa esatti, per l’eclissi di sole: con pochissimi soldi, lo zaino dell’inter-rail, trascorsi la notte nel sacco a pelo poco distante dai picchi, al riparo nella brughiera. Allora volevo solo andare altrove, con la bussola interiore puntata a nord, a queste lande che poi negli anni ho visitato spesso e abitato. Oggi imparo a stare sulla soglia come chi torna.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80168 aligncenter" style="letter-spacing: 0.8px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<blockquote><p>Viaggiare verso la regione sconosciuta è spesso viaggiare verso casa,</p></blockquote>
<p>dice Tallis la ragazzina protagonista del libro che ho con me, <em>Lavondyss</em> dell’inglese Robert Heldstock. Cerco le parole e le storie del libro nella propaggine di occidente dove mi trovo. Il nome Lavondyss è il risultato di un incontro fra due isole leggendarie: Lyonesse e Avalon. Terre dove eroi e profeti toccati dalle fate dormono in attesa di un sogno che li riporti all’origine. Lavondyss è la foresta primigenia nata dalla congiunzione di sogno e paesaggio, dove la protagonista si spinge alla ricerca del fratello maggiore, smarrito anni prima in questi luoghi senza tempo o meglio – luoghi dove il tempo non scorre come siamo abituati a pensarlo, ma alterna rinascite, trasmutazioni cicliche del medesimo spazio e dei suoi ospiti che possono svanire o viaggiarci dentro. La forza del libro sta nei nomi che la ragazzina dà ai boschi e campi e terre lavorate che circondano il suo luogo natio: viaggerà sempre dentro di loro, attraverso ere diverse, indietro o avanti, attraverso corpi diversi – di donna, di vecchia, di legno e linfa. E i nomi sono incantesimi infantili e potenti: Vecchio Posto Proibito (Old Forbidden Place); Campo del Trovami Ancora (Find Me Again Field); e poi Landa dello Spirito Uccello (Bird Spirit Land), ovvero la landa sospesa fra la vita e la morte, fra la caduta del corpo e quel volo che fantastichiamo proprio dell’anima, non senza qualche sgomento. I nomi sono la nostra immaginazione che ci iscrive nei luoghi ed è difficile pensare a cosa siano prima di essi. Anche un campo senza nome per noi, quasi inconsapevolmente, può divenire il Campo Innominato o Innominabile, manifestando tutta la sua potenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<p>Raccolgo una grossa piuma di gabbiano: la scogliera è una Bird Spirit Land. Gli uccelli marini sono i residenti elettivi, capaci di farsi portare su dal vento, gracchianti, predatori di altri piccoli uccelli, uova e pesci, raccolti a decine là sotto, su uno scoglio. Mi risuona dal libro la definizione che Tallis dà degli sciamani, prima di divenire lei stessa qualcosa di molto simile a una sciamana che ha attraversato paura, dolore e sconfitta:</p>
<blockquote><p>Sono custodi e maestri di conoscenza. Conoscenza dell’animale nella terra. Nella visione, nella storia, nella scoperta dei sentieri.</p></blockquote>
<p>Conoscenza dell’animale nella terra: con questa intuizione viene tradotta l’esperienza estatica, ovvero l’andar fuori di sé, all’oltremondo, che sorge metamorfico sulle tracce familiari di questo dove siamo. Non si tratta di andare via, ma di trovare vie, di immergersi, di ripercorrere, di stabilire punti di contatto con il noto, mentre siamo alla ricerca dell’ignoto. Conoscenza dell’animale nella terra &#8211; ovvero osservarlo fino a non sapere più nulla di lui, a non avere più pregiudizi, liberarlo dagli apparati simbolici. Sono già stata qui, dicevo, eppure non è qui che torno: sono diversa e il luogo è diverso. Ci cammino portando in lui la terra che anche io sono diventata, cerco di liberarmi da tutte le mie aspettative e perfino dai ricordi. Mi attrae ed entusiasma la prossimità dell’oceano poiché provengo dai monti e dalle colline, dall’interno che nel mio caso è anche un altro paese, a sud.</p>
<blockquote><p>Esultanza è il recarsi<br />
Dell’anima di terra al mare,<br />
Oltre le case &#8211; oltre i promontori,<br />
Nella profonda Eternità &#8211;</p></blockquote>
<p>scriveva Emily Dickinson. E io so che ha ragione. Immagino sempre l’odore del mare, a un certo punto, mentre cammino in alto verso il mio bosco appenninico preferito. Immagino il suo cielo non interrotto. In “Poetry and the Mind of Indirection” un saggio all’interno di un altro libro che ho con me, Jane Hirshfield dice che:</p>
<blockquote><p>per vedere il mondo davvero, abbiamo bisogno di una consapevolezza  che si sia immersa in molto altro rispetto all’umano &#8211; che abbia viaggiato lontano dal domestico, dal familiare, dai limiti angusti dell’io. Nell’avviarsi su un simile sentiero, le difficoltà e durezze sono tutto quanto ci è promesso, tuttavia la conoscenza acquisita in un simile viaggio non è necessariamente tragica.</p></blockquote>
<p>E ancora il poeta californiano Robinson Jeffers scrive:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo dislocare le nostre menti da noi stessi;<br />
in-umanizzare un po’ le nostre prospettive, e divenire certi<br />
come la roccia e l’oceano da cui sorgemmo.</p></blockquote>
<p>Conia il termine <em>unhumanize</em>, in-umanizzare, ovvero guardare al mondo stupiti, recuperando quella che chiamiamo intimità, là, nelle sostanze elementali che formano e sostengono. In questo modo procede la lingua poetica e la possibilità di stare dove in effetti stiamo, invecchiamo e torniamo bambini, quasi senza saperlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80169 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg" alt="" width="365" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Che cos’è la fine della terra? Una punta, uno scoglio, uno sprofondamento, una mancanza, una presenza altra che modula le voci nell’aria, un nome per domare l’indomabile. Una regione sconosciuta se decidiamo di non prendere il sopravvento. Una forma di esilio: non sono con gli altri che qui camminano come me, come me scattano foto, come me cercano forse il punto d’incontro fra il loro mondo e il mondo. Provenienza e approdo. Un silenzio che parla continuamente e assomiglia all’oblio. E nell’oblio un’interezza incomunicabile.</p>
<p><strong>Torri – Appennino pistoiese </strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg" alt="" width="430" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-300x297.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-768x761.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-250x248.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-200x198.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-160x159.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43.jpeg 1333w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Ho preso casa in montagna nel mio paese paterno per tutta l’estate. Mi trasferisco qui quando non lavoro o non ho impegni di comunità nell’altro paese, a valle, dove abito. Nei mesi di giugno e luglio, durante la settimana, siamo pochissimi: i residenti che non arrivano a dieci e altri dalla città, per lo più pensionati. Da casa, in alto, raccolgo tutti i suoni. Sto finendo di scrivere alcune poesie su una montagna dove si sono rifugiati gli animali, fuori dal tempo, che significa sia in un tempo remoto che in uno a venire. Nella montagna gli animali parlano. Al di là sorge l’oceano o l’oltremondo. Come raccoglierò le loro voci?</p>
<p>Nel pomeriggio mi incammino verso il bosco sulla cima, al Prataccio. È un luogo che conosco bene: un rifugio per vagare, scrivere, leggere, suonare qualche strumento, stare così a far niente, scrutando l’abetaia o attraversando la faggeta che conduce a Forravernio e alle rocce interne, dove ci si affaccia su altri paesi occhieggianti nella macchia verde – Campaldaio, ad esempio. Ancora i nomi – come fai a sapere che la fine di un corridoio di faggi con le rocce esposte al sole è Forravernio? Che significa? Quanti Forravernio ci saranno nell’Appennino? O Casetta Bruciata o Collina o Lagacci. Ai margini della strada, prima di raggiungere l’entrata del bosco, crescono erbe e fiori, fra cui mi soffermo sull’iperico; i fusti alti del verbasco che sono le sentinelle dei boschi come mi ha insegnato la mia amica erborista Cecilia; la digitale bianca che spunta all’ombra, quasi alla fine del percorso, in un punto dove mi fermo per ascoltare il vento. Si forma un vortice d’aria fra gli abeti, che porta l’odore degli aghi e delle cortecce. E naturalmente dei merli, dei cuculi, delle cince che si mescolano qui alle foglie, sfuggono ai rapaci: il gheppio o la poiana. Anche se lo raccontassi molte volte questo specifico tratto di strada resterebbe un segreto: cosa sentirebbe qualcun altro? Come potrei convincerlo del potere che c’è qui? Non potrei e non dovrei. Non sono la traduttrice del vento. Sono un’ospite di lunga data, però – forse per questo a volte riesco a cavarne dei versi, delle parole. Questo tratto ultimo di strada stretta è la mia attesa, prima di riemergere sul burrone e sotto la calura, arrivare ai sassi dove ci si arrampica, si battono le mani per scoraggiare le vipere, ci si addentra, nasce il sentiero.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80172 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-1024x945.jpeg" alt="" width="440" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-1024x945.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-300x277.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-768x709.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-250x231.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-200x185.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-160x148.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21.jpeg 1432w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<blockquote><p>Qual è la natura di questo momento? Chiede la poesia e non abbiamo tregua finché la domanda non trova soluzione. Poi viene posta, di nuovo,</p></blockquote>
<p>ancora Jane Hirshfield in un saggio sull’originalità. La natura dell’Appennino, della saggezza che cerco. Della solitudine densa di rumori e ogni rumore una domanda che ha in sé la risposta. Mi scopro a pensare che l’udito conta più della vista, che nel paesaggio siamo in attesa di decifrare una lingua: quanto vediamo è secondario, serve a calare la sostanza nella forma, ma la sostanza è il suono. Suono composto di tutte le vite che poi gli occhi si impegnano a riconoscere. <em>Prima ascolta, poi guarda. Anzi vedi.</em> Dicono le piante e canta quell’uccellino di cui non riconosco il verso. Ascolta per non essere più soltanto te.</p>
<blockquote><p>Sono colui che è vissuto nel proprio tempo<br />
senza essere sé. Sono il minore della famiglia<br />
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri</p></blockquote>
<p>Leggo questi versi di una poesia di Arsenij Tarkovskij un giorno in cui è calato il freddo &#8211; piove e io resto a casa, con la finestra aperta perché la nebbiolina dai monti si sparga anche sul tavolo. Come si può vivere nel proprio tempo senza essere sé? È un bene o un male? È una perdita o una grazia? O entrambe? Anche io voglio essere la minore di questa famiglia da cui sono circondata. La più piccola, quella che non sa e per questo può ancora ricordare tutto. Mi viene in soccorso Libera, la bambina protagonista di una fiaba di Matteo Meschiari, <em>L’ora del mondo</em>, uscita a inizio estate. Figlia di tutto e di nessuno, è nata senza una mano, un difetto che può farne un’anomalia nella società, ma che ne fa una sciamana nel mondo dello spirito. Tutti gli sciamani erano toccati dalla diversità o dalla deformità, segno elettivo della loro prossimità allo straordinario nel quotidiano. Libera vive nell’Appennino modenese. Ne condivide l’antichità, pur restando una ragazzina, ha in sé i segni del luogo e di tutte le storie non scritte o dimenticate. Pastori di anime, semidei dai tratti teriomorfi come l’Uomo-Somaro, suo maestro che solo nella morte si ricompone completamente nell’animale; dei alteri e sprezzanti come una lince furtiva; creature-albero che mutano per sopravvivere e tramandare. Nell’Appennino, come in Lavondyss, si apre una regione ignota che conosceremmo bene, se solo volessimo svegliarci. Perché esso ci compone tanto quanto la carne o il respiro o l’osso, esso è tutto quello che amiamo. Ci sono Sedi e luoghi piccoli dove nascondersi dalle potenze, ci sono segreti e doni e pericoli che sono anche amici da tenere a distanza. Ho pensato che sapevo quello che stava accadendo a Libera, non perché io sia selvaggia come lei, ma ancora per quell’insieme di sillabe, quel vocabolo così importante &#8211; Appennino. Dove sono. Di cui ho nostalgia. Dove, per assurdo, sogno la costa estrema, l’odore del salmastro, la riva a nord, l’oceano. Dove posso rivivere tutte le mie mitologie &#8211; inventate, presunte, reali. Dove essere dimenticata e divenire montagna.</p>
<blockquote><p>Loro sono i Pastori. Quando un’anima viene presa o lascia il suo corpo arrivano i Servitori Notturni. E la portano via.<br />
E dove lo portano?<br />
All’Albero Nero.<br />
Non mi piace.<br />
Non ti piace? Chissà quante volte l’hai visto ma non te lo ricordi. Io invece mi ricordo bene di te. La Neanderthal che non è scampata all’incendio della foresta. L’arvicola uccisa dal falco. La cerbiatta presa dal cacciatore villanoviano. La figlia del cacciatore e la nipote della nipote di sua figlia. La matriarca dei cinghiali con i suoi cento discendenti ai Taburri. La neonata morta di peste a Sant’Anna nel 1633. La cagna del dottor Bertocchi a Frassinoro. La gatta di Beata Monterastelli a Ospitale. E Libera la Selvaggia di genitori ignoti.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg" alt="" width="440" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg 908w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-266x300.jpeg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-768x867.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-250x282.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-200x226.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-160x181.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1.jpeg 1418w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>Questo dice il Mezzo Patriarca arboreo alla bambina, lei stessa luogo di incontro per le vite oltre i legami temporali. È vero che in noi risuonano più esistenze, che possiamo sentirci profondamente vicini a creature altre, sensibili a epoche remote, richiamati da paesi molto oltre l’orizzonte visibile, e non sappiamo spiegare perché. Lo si avverte in modo nitido lasciando in disparte l’umano, muovendoci verso il posto primigenio, ai primordi della nostra stirpe, qualsiasi essa sia. Con il sangue e le memorie familiari e i volti, si alzeranno in nostra difesa il greto del torrente, il rovo, la saltabecca, le case diroccate, gli occhi di una bestia boschiva, quel certo prato, quel preciso masso che ricopre appena una buca. Da cosa ci difenderanno? Non dal terrore, dai malanni, dalla morte. Dalla nostra impazienza.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg" alt="" width="430" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /> </strong></p>
<p><strong>Regione interna del Penwyth, Cornovaglia</strong></p>
<p>Prendiamo l’autobus verso l’interno a poche miglia dalla costa. Siamo io e mia madre, la sua seconda volta in Cornovaglia, la mia quinta. Scendiamo nel piccolo villaggio di Madron, il cui nome rimanda a un presunto santo cristiano che ha incorporato qualche divinità celtica femminile. C’è una sorgente sacra qui, sgorga direttamente dalla terra in un boschetto: l’ho letto qualche mese fa in un libro di Sharon Blackie, che potrebbe rientrare nella categoria eco-femminismo, <em>If Women Rose Rooted</em>. L’autrice racconta che oggi il luogo è dismesso, pur se segnalato. Ci incamminiamo, è abbastanza facile trovarlo. Prima della fonte i soliti alberi a cui sono stati legati nastrini colorati, braccialetti, foglietti con preghiere e desideri. Se ne incontrano tanti nei luoghi sacri o magici dell’isola britannica. Ripenso a St. Nectan’s Glen, più a nord-ovest in questa stessa contea, o alla collina fatata ad Aberfoyle, nell’interno della Scozia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg" alt="" width="425" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-768x959.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-160x200.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie.jpg 1080w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></p>
<p>La fonte è prosciugata. Siamo già state avvertite da un gruppo di inglesi, arrivati qui con l’auto: “Spero non siate assetate. Non c’è più nulla”, ci ha detto l’uomo con tono sarcastico, di chi in fondo non ha molto interesse in ciò che ha visitato. Lo registro con fastidio. La fonte è protetta da una piccola cappella aperta, formata da quattro mura di pietra al cui interno ci si può sedere. Secondo la leggenda era custodita da nove vergini, nove donne dedite alla terra e ai suoi segreti. Ma ora l’acqua non sgorga – la calura eccessiva, il cambiamento climatico, l’incuria dell’umano odierno, per lo più curioso, incapace di capire perché nascono miti sulle fonti nel bosco, sugli alberi che le vegliano. Mi viene la tristezza, non scatto nemmeno una foto col cellulare. Riprendiamo il cammino verso Lanyon Quoit, uno dei dolmen della regione. Questa parte di Cornovaglia è ricca di monumenti megalitici e del loro mistero: a cosa servivano? Conosciamo le storie, la sorte che hanno avuto con l’arrivo del cristianesimo, ma sull’origine antica ci sono solo ipotesi non verificabili – essi sono lì da prima della scrittura, cancelli che si aprono per la nostra immaginazione. Tombe, templi, osservatori per le stelle. Penso alle Merry Maidens verso Land’s End, diciannove pietre disposte in cerchio. Le fanciulle allegre, dice il nome non senza un’ironia perfida. Questa è la leggenda cristiana. Diciannove fanciulle trasformate in pietra per aver osato danzare la domenica. Che assurdità.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg" alt="" width="440" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-300x285.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-768x730.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-250x238.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-200x190.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-160x152.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23.jpeg 1526w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>La brughiera intorno è rialzata rispetto alla strada dove camminiamo, tenendoci vicine ai margini per evitare le rare auto. Ovunque, sui cigli, rovi, e nei rovi le more che cominciano a maturare. Le cogliamo: molte hanno un retrogusto aspro, dovuto alle vicinanza della costa. Mi ricordo quando da bambina ci inoltravamo fra i boschi con barattoli e pentolini di latta, alla ricerca di more, mirtilli, lamponi, fragole. Mangiarle così, dai rovi o dalle piante, era una grande soddisfazione: lo è ancora, anche se mi capita poco sulla mia montagna, perché… le lamponaie, i roveti e i mirtilli sono quasi del tutto spariti. Più facile che colga more camminando fra i paesi a valle, dove alcuni rovi sono stati piantati e hanno proliferato, e naturalmente ogni volta che viaggio in questi paesi d’estate: non manco mai di mangiarne mentre camminiamo, è quasi un rito. Accetto il cibo della terra come un dono.</p>
<blockquote><p>(…) io credo che le vere specie di bacche costituiscano la nostra frutta selvatica, paragonabile a quella più rinomata dei tropici, e per quanto mi riguarda non scambierei altri frutti coi loro, perché il punto non è semplicemente ricevere una nave carica di qualcosa che si può mangiare e vendere, ma anche considerare il piacere che si ricava dalla raccolta.</p></blockquote>
<p>Scrive Henry David Thoreau in un prezioso saggio, <em>Mirtilli</em>, che ho letto recentemente. Parla del mirtillo americano, certo, ma io lo paragono alle mie more e ai miei lamponi, al rovo che ho avuto nell’orto della casa materna per molte estati. Quando seccò mio nonno impiegò un giorno intero a sradicarlo – pianta tenace, difensiva, generosa. Penso spesso alla poesia che ricerco come a un rovo, carico di spine, di frutti asprigni e dolci. Continua Thoreau:</p>
<blockquote><p>Mangi le bacche nei terreni aridi su cui crescono non per soddisfare un appetito, ma con la stessa naturalezza e semplicità con cui i pensieri ti sgorgano nella testa, come se fossero esse stesse cibo per la mente, essiccato di per sé, e senza dubbio in grado di nutrire il cervello.</p></blockquote>
<p>Il suo elogio delle bacche è un inno al gratuito, allo scambio, al godere della natura, all’apprendere nei suoi campi come nella più entusiasmante delle scuole, portando rispetto per coloro che ci camminavano prima di noi, per le altre vite senza prezzo. Imparare a riconoscere chi abita un luogo. Cercare i nomi originari, come, nel caso americano, quelli dati dai nativi alle piante e non quelli importati dai vocabolari greci e latini d’Europa. Addentrarsi. L’opera è anche una condanna al sistema moderno, dove vale solo ciò che è monetizzabile: i bambini nei campi e nei boschi a tingersi le mani di succo violaceo sono roba da sciocchi, da passeri, da animali invisibili. Ma la natura ha vie che riescono ad aggirare i nostri interessi… quasi sempre.</p>
<blockquote><p>Non facciamo caso al pettirosso che becca un mirtillo come invece facciamo quando il volatile visita il nostro ciliegio preferito, e la volpe si aggira nei campi soltanto quando siamo lontani.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Quante cose accadono mentre non siamo lì, non siamo presenti! Eppure sono proprio queste le cose che dovremmo sforzarci di raccontare. Come? Tornando a immergerci, a scrutare l’orizzonte, a percepire i rumori, a scomparire nel giallo o nel verdastro dei campi. Bacche – cibi delle fate. Se ne mangi nulla sarà più come prima, sarai perduta, perduta! Per sempre incantata dagli esseri del crepuscolo, che intrecciano nodi nei crini del cavalli e cavalcano lepri. Quegli stessi esseri che si aggirano tra i megaliti di cui nessuno sa più cosa fare, se non scattare una fotografia. Quegli esseri che aspettano nei miei boschi, sull’Appennino, anche se nessuno ci crede. Raccolgo i frutti, li assaggio, mi perdo con consapevolezza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80178" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Lanyon Quoit non è lontano, ma sotto il sole del mezzogiorno è una conquista: io e mia madre pranziamo lì. Siamo sole per un po’. I turisti sono nei villaggi pittoreschi dei pescatori, sulle spiagge, nei locali della costa – le dico che è normale: anche quando ho viaggiato nelle regioni più a nord e interne della Cornovaglia ho incontrato poca gente. Certo le persone arrivano a piccoli gruppi durante la giornata, spesso in auto e per pochi minuti. Non si paga un biglietto. A volte penso sia questo, in una società distorta dove il valore è dato dal costo, non dall’esperienza, a rendere un posto poco invitante. Arrivano due coppie di stranieri, poi una famiglia locale con il cestino del pic-nic. Noi vorremmo raggiungere Mên an Tol, la pietra forata, il monumento megalitico più singolare della zona, che sappiamo non molto distante. Potremmo riprendere la strada asfaltata, ma cerchiamo la scorciatoia nella brughiera, che vediamo indicata sulla nostra cartina topografica.</p>
<p>Una coppia francese ci soccorre: vengono proprio da lì. Ci indicano la direzione, ci dicono che sì, c’è una specie di sentiero, sommerso dalla sterpaglia. Ci avviamo ed è una piccola avventura. Il paesaggio sembra sempre uguale a se stesso e racconto a mia madre che i folletti che abbondano nei negozi di souvenir, quali portachiavi o calamite, i pixie, piskie, pesky, pigsy, e via dicendo, non sono affatto innocui  omini, buoni come ricordo delle vacanze: è qui che vivono, dispettosi e irascibili, mimetizzati, pronti a condurre fuori strada il viaggiatore che incautamente metta il piede sulla loro zolla. Io ho i miei amuleti, le dico, scuotendo i braccialetti, e quindi a noi non succederà niente. Mia madre scuote la testa, rassegnata. Arriviamo al rudere della vecchia miniera di Ding Dong: sotto la torre, in una buca nella pietra hanno gettato di tutto fra lattine e confezioni di plastica. Qualche cornacchia svolazza, chissà se prova rabbia verso di noi. Molto distante scorgiamo la sagoma di un cairn, un’antica tomba, ma è tardi e non pensiamo di raggiungerlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80179" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg 767w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-768x1025.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-250x334.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-160x214.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2.jpeg 1199w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Ci sono tre sentieri striminziti dietro la miniera – mia madre conduce decisa, seguendo la sua cartina. Attraversiamo altri sterpi, un piccolo fosso segnalato sulla mappa. E in pochi minuti –la pietra forata. Una giovane coppia di francesi si aggira per lì. Li guardo: lei è incinta e a me viene un sorriso. Mên an Tol, che significa proprio “pietra forata”, è formato dai resti di un monumento dell’Età del Bronzo, forse era una vera a propria struttura, un tempio o una tomba, di cui la pietra poteva essere l’ingresso. Ma la verità è che non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è quello che ho letto tanti anni fa nei testi di Mircea Eliade sulla storia delle religioni e in altri libri di tradizioni celtiche. Passare attraverso la pietra per nove volte, con un giro antiorario, garantiva alle donne di restare incinta o di portare a termine felicemente la loro gravidanza, ed era un atto curativo per varie malattie, soprattutto deformità e rachitismo. Vado a memoria, ma non credo di sbagliare. La pietra rinsalda, fortifica, fissa e aggiusta quanto è fragile. Salutiamo la coppia. Quando restiamo sole passo anch’io per il foro e così fa mia madre. La giornata è splendida, l’orizzonte ampio, siamo nel passato ancestrale dell’umanità ed esco dai miei libri, dalle suggestioni che mi hanno guidato fin qui, esco, metaforicamente, come rinascendo dal foro in una pietra circolare. Dimentico quello che so. Cerco quello che sono e dove le due realtà si incrociano. Da una parte della pietra questa brughiera sollevata che si estende in una coda fino agli scogli e all’oceano e rovi di more ai margini; dall’altra una lamponaia sepolta, dei faggi magici, un bosco che a volte risuona come le onde, lassù, nel centro dell’Appennino.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80182" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg" alt="" width="445" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /></p>
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		<title>FRANZ KRAUSPENHAAR Sorpasso rituale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/15/franz-krauspenhaar-sorpasso-rituale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Aug 2018 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Franz Krauspenhaar, in passato redattore di nazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Franz Krauspenhaar, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)<br />
Questo articolo è stato pubblicato su <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/08/16/sorpasso-rituale/" rel="noopener" target="_blank">Nazione Indiana da Franz Krauspenhaar il 16 agosto 2008</a>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/300px-sorpasso03.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-7114" title="300px-sorpasso03" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/300px-sorpasso03.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Il burrone della scogliera. Dove Roberto Mariani, il giovane studente di Giurisprudenza interpretato da Jean-Louis Trintignant, trova la morte nel finale de <em>Il sorpasso</em>. Rivendendolo per l’ennesima volta, mi chiederò perché. Perché a ogni ferragosto, da quasi dieci anni, vedo quel film, dovunque mi trovi. L’idea di questo rito in bianco e nero adesso mi sconvolge.<span id="more-75302"></span> Vengo messo davanti a qualcosa di inquietante che mi riguarda, e che ho fatto per tanto tempo; e al fatto che fosse qualcosa d’inquietante non avevo mai pensato. Mentre scorro le scale del metrò dopo un ottimo pranzo nella casa dei suoceri di Jan a Basiglio, consumato con lui e la sua compagna Francesca, che mi hanno invitato salvandomi per qualche ora dal <em>tedium vitae</em>, penso che lo cominciai, il rito, addirittura nel &#8217;98. Nel &#8217;97, a maggio, era morto Stefano. E dunque mi viene in mente che c’è una certa rassomiglianza tra mio fratello e Roberto: anche mio fratello doveva laurearsi (in economia, lui) ma non finì mai, non ce la fece. Anche lui teneva a riccio dentro di sé un malessere, perché la estrema timidezza del personaggio del film è un malessere grave, anch’io sono stato molto timido, da bambino, so di cosa parlo. Certo, Roberto con le donne era un impiastro e Stefano no, ma certamente era ipersensibile, soffriva, si tormentava addirittura, anche se in silenzio. Morì giovane come Roberto, in un tuffo lungo, profondo, disperato. Ecco, penso che in quel momento di rara sospensione che è il ferragosto italiano, un momento di apnea della vita degli uomini, io, senza volerlo, rivedendo ogni anno quel film proprio in quel giorno (perché i fatti del film avvennero proprio in quel periodo) offici un rito inconsapevole per celebrare la morte di Stefano. E non solo: accanto a lui, lo scampato Bruno Cortona, il quarantenne interpretato da Gassman, è l’immagine di come in qualche modo sono diventato io ormai da parecchio tempo: sfacciato e disincantato, un po’ folle, senza troppi sogni, aggressivo per difesa, nevrotico per disposizione, giovane fuori tempo massimo. E allora, forse, rivedere quel film è anche rivedere me e lui, Stefano, insieme, in un viaggio che non facemmo mai ma che avrei voluto fare con lui senza ovviamente brutti epiloghi, magari in aereo come quello tedesco con papà del luglio dell’89. Eh sì, Bruno sorpassa continuamente le auto sulla via Aurelia lungo la costa non lontano da Livorno, e poi il crash, il crack, il bang definitivo, il tragico scapicollare rimbalzante dell’auto sportiva sulle rocce nere. Quel viaggio che avrei voluto fare finisce male, è finito male, per tutti, nella fantasia di una storia emblematica del nostro cinema del boom economico e nella realtà della mia piccola vita. E se io sono Bruno, allora non è forse che mi sento in colpa, in qualche modo? Uno psicologo potrebbe dirmi che ho bisogno di prendermi un periodo di riposo. Ma non posso riposarmi dalla vita, la vita mi fascia stretto. Non posso prendere la famosa vacanza da me stesso. Anzi: ci sto sempre più dentro, sempre più concentrato, sul dannato me stesso. Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato, pennellando il mio ego in ogni spazio. Questo libro è anche un diario di me stesso, e forse sì, il me stesso, sempre lui, si sovrappone in maniera eccessiva a quella di papà. Non so. Vado avanti in questo viaggio – perché questo è un viaggio, ormai è chiaro, è sicuro – a fari spenti nella notte, come in <em>Emozioni</em> di Battisti.</p>
<p>[Da: <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881129124/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881129124&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Era mio padre</a> &#8211; Fazi, 2008</em>. Immagine dal film <em>Il sorpasso</em>, di Dino Risi.]</p>
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		<title>Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/05/dice-varanasi-sporca-non-capito/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Dec 2016 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[chiara cerri]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[varanasi]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[Testo e foto di Chiara Cerri &#160; Torno a Varanasi, solo col pensiero. Ci sono posti che ritrovi solo dopo mesi, ci sono foto che lasci a fermentare nel tuo hard-disk, fino al momento in cui le ritroverai. Diverse, lontane, sbiadite? Ci sono viaggi che ti lasci alle spalle, solo per riposarti e poi riprenderli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Testo e foto di <a href="http://www.chiaracerri.com/" target="_blank"><strong>Chiara Cerri</strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Torno a Varanasi, solo col pensiero.<br />
Ci sono posti che ritrovi solo dopo mesi, ci sono foto che lasci a fermentare nel tuo hard-disk, fino al momento in cui le ritroverai. Diverse, lontane, sbiadite?<br />
Ci sono viaggi che ti lasci alle spalle, solo per riposarti e poi riprenderli con la mente fresca e quieta del ritorno.<br />
Ci sono foto che rivedi ed è come un tuffo in un passato lontanissimo che è solo di cinque mesi o di due anni fa.<br />
Se i ricordi si sparpagliano riapro il mio diario di viaggio e tra le righe di una calligrafia sempre diversa tutto riprende le fila, i giorni si susseguono, gli itinerari combaciano, i nomi tornano alla mente.<br />
<span id="more-65799"></span></p>
<p>Sono arrivata a Varanasi dopo l’avventura notturna di 11 ore passate su un autobus scricchiolante preso a Sunauli, al confine col Nepal. Le ossa del culo dolente sul sedile in ferro e la testa appoggiata al finestrino, l’aria polverosa che entra, il tipo seduto di fianco a me che riesce a dormire in uno spazio vitale di meno di un metro e la sua testa che ciondola sulla mia spalla.<br />
Arrivata a Varanasi, la priorità, ancora prima di affrontare il branco di indiani pronto a contendersi i nuovi turisti, era quella di svuotare la vescica. Perché per tutto il viaggio non avevo avuto il coraggio di scendere per andare a pisciare con il rischio di ritrovarmi sola al buio e con le mutande abbassate in un luogo sperduto dell’Uttar Pradesh, mentre il mio autobus scalcinato ripartiva.</p>
<p>Varanasi: da Varuna ghat ad Assi ghat. Quanti ghat ci sono a Varanasi? Quante mucche? Quanti sputi per terra? Non ho provato a contarli, ma ho provato ad abituarmici.<br />
I ghat sono le postazioni lungo il Gange dove avvengono le abluzioni, in cui la gente va a purificarsi, a fare il bagno a lavare i propri vestiti. Dove i cani vanno a mangiare quello che l’acqua porta a galla e la gente va a morire.<br />
Varanasi è la prima città sacra per l’Induismo, proprio dove il Buddha dopo l’illuminazione, fece il suo primo discorso sulla sofferenza e sempre secondo l’Induismo è l’unico posto al mondo che permette agli uomini di sottrarsi al ciclo delle reincarnazioni, entrando direttamente nel paradiso di Shiva.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-65803" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44.jpg" alt="benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44" width="1000" height="667" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/benares-varanasi-india-fotografie-viaggio-blog44-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>A Varanasi è stata la luce dell’alba ad accogliermi, così come l’odore di lurido, gli edifici degradati, le enormi vacche che camminavano placide per strada, i colori sgargianti dei meravigliosi sari, gli indiani che camminano scalzi e quelli accasciati a terra.<br />
Varanasi la città il cui suolo è tappezzato dagli schizzi rossi del paan, sputi che sono come stampe grafiche su una strada lorda.<br />
Ti perdi nei suoi vicoli, e poi ti ritrovi inconsapevolmente di fronte ad un ghat, perché davvero è il caso di dirlo: tutte le strade portano al Gange. È lì che si va a morire, pregare, purificarsi, lavarsi i denti, piangere, buttare i corpi morti.</p>
<p>In India la morte è un fatto serio e viene trattata con rispetto e naturalezza, i ghat della cremazione sono due: il Manikarnika ghat è quello più grande, destinato esclusivamente agli indù, e il Harischandra ghat più popolare e piccolo.<br />
Ogni giorno in questi due ghat si svolgono centinaia di cremazioni, se superi le vacche, i tori, i mendicanti, il legname da ardere, i turisti e la sporcizia arrivi a vedere i fuochi. Puoi solo guardare e non fotografare, a meno che tu non sia disposto a pagare.<br />
Qualche ciarlatano ti si avvicina per spiegarti come funziona, raccontarti del processo di purificazione, di quanto l’anima conti più del corpo, te ne rendi conto perché hai gli occhi pieni di fumo e la cenere infiltrata nelle narici finché poi allunga la mano e ti chiede dei soldi. E se non paghi ti maledice, ti caccia.<br />
È questo il canto straniante dell’India: lo spirito e la materia in una lotta continua.<br />
I corpi arrivano in lettighe di bambù, accompagnati dai familiari uomini, perché le donne non sono ammesse al rituale, al ritmo scandito delle parole “Ram Nama Satya Hey!” che significano “Il nome di Dio è verità” vengono poi immersi nel Gange per essere purificati e adagiati ad aspettare il loro turno.<br />
I familiari sono vestiti di tuniche bianche, li riconosci perché sono seri, concentrati, ma nessuno piange o si dispera: la morte è un fatto a cui non ci si può ribellare, è un passaggio naturale.<br />
Il momento clou si chiama Kapal Kriya: il cranio si apre per effetto del calore, così che l’anima liberata dal corpo possa salire in cielo verso gli dei. Quando questo non accade naturalmente il “dom” (l’addetto alle cremazioni) deve rompere il cranio con un colpo di bastone sulla fronte all’altezza del terzo occhio.<br />
Di solito i fuochi vengono suddivisi per distinzione di casta, più i falò sono grandi e pieni di legna e più sono costosi, di conseguenza appartengono a famiglie ricche, per quelli che non possono permettersi la cremazione i corpi vengono buttati in acqua con un sasso legato ad un piede. Insieme a tutti gli altri che non vengono bruciati perché non hanno bisogno della purificazione del fuoco: donne incinte, bambini sotto i tre anni, sadhu e lebbrosi vengono lasciati cadere sul letto del fiume.<br />
Molto spesso i corpi che risalgono in superficie vengono mangiati dai cani, dagli uccelli o altri animali di passaggio.</p>
<p>Chi dice che Varanasi è sporca non ha capito quello che c’è dentro questo sporco: è agghiacciante, surreale e commovente, odora di fumo e ceneri. Morte e vita. Ti mette di fronte a quello a cui tutti noi non ci possiamo sottrarre.<br />
È una cicatrice che ti resta sulla pelle.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-65802" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-1024x683.jpg" alt="varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06" width="720" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/varanasi-india-viaggio-benares-travelbloger06.jpg 1500w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
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		<title>Maldifiume</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/11/30/maldifiume/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2016 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[cammino]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Nacci]]></category>
		<category><![CDATA[Psicogeografia]]></category>
		<category><![CDATA[simona baldanzi]]></category>
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		<category><![CDATA[viandanza]]></category>
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					<description><![CDATA[(La biblioteca del viandante è una nuova collana diretta da Luigi Nacci per Ediciclo. Vuole accogliere opere scritte con i piedi sulla strada e la testa nell’utopia. Non testi d’occasione, non guide, non manuali sul camminare, ma libri-progetto,  che sappiano attraversare i generi con lo stesso passo con cui attraversano la realtà. E&#8217; in libreria il primo volume. Direttore, editore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-65729 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/logo-biblioteca-viandante-orizz.jpg" alt="logo-biblioteca-viandante-orizz" width="361" height="170" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/logo-biblioteca-viandante-orizz.jpg 361w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/logo-biblioteca-viandante-orizz-300x141.jpg 300w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" />(<em>La biblioteca del viandante</em> è una nuova collana diretta da <a href="https://nacciluigi.wordpress.com/">Luigi Nacci</a> per <a href="http://www.ediciclo.it/">Ediciclo</a>. Vuole accogliere opere scritte con i piedi sulla strada e la testa nell’utopia. Non testi d’occasione, non guide, non manuali sul camminare, ma libri-progetto,  che sappiano attraversare i generi con lo stesso passo con cui attraversano la realtà. E&#8217; in libreria il primo volume. Direttore, editore e autrice ci regalano l&#8217;incipit. E noi li ringraziamo. <em>G.B.</em>)</p>
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<p>di<strong> Simona Baldanzi</strong></p>
<p><span style="font-family: Georgia, serif;"><b>Il fiume non sta in un barattolo</b></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Georgia, serif;">Gli italiani mettevano tutto in un barattolo” mi disse un uruguayano di oltre novantanni una calda sera di febbraio sotto il pergolato della sua bassa e spartana casa. Santino, suo nipote, spremeva limoni, triturava il ghiaccio e ci passava i margaritas. Quell&#8217;uomo anziano, alto e snello, che teneva con una mano il bracciolo di una sedia in ferro e con l&#8217;altra il bicchiere tozzo e largo, iniziò a parlarmi dei primi italiani che conobbe, quelli che emigravano e arrivavano nel Sud America. Per lui gli italiani erano quel popolo che conservava tutto: pomodori, marmellate, confetture e passate di ogni tipo. Le parole di quell&#8217;uomo erano biascicate e impastate di alcol, limone e ghiaccio, faticavo a comprenderlo, le palpebre si chiudevano in un movimento lentissimo e ogni volta definitivo, un tempo e un gesto a cui non ero abituata, eppure lo ascoltai tutta la notte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Quando ero arrivata a Pasos de Los Toros insieme a Caterina e Pia, facevano 42 gradi. Un caldo che aveva spento tutto: rumori, odori, movimenti. Le uniche cose vere sembravamo noi, noi che spingevamo la porta aperta di casa di Santino, noi che entravamo in una casa senza chiavi, noi che avevamo il permesso di sistemarci anche se non c&#8217;era nessuno. Posati i bagagli guardammo i colori alle pareti, i libri di Mario Benedetti, i pochi mobili, le tende con disegnati le nuvole e gli uccelli. Il caldo e quella sensazione del tempo fermo non cessavano e quando con le gambe madide provammo a darci lo smalto alle unghie e il rosso si seccava prima di distenderlo, decidemmo di uscire.<img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-65730" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/copertinamal.jpg" alt="copertinamal" width="332" height="486" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/copertinamal.jpg 332w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/copertinamal-205x300.jpg 205w" sizes="(max-width: 332px) 100vw, 332px" /> </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">I negozi erano chiusi, le strade erano strisce roventi di asfalto e non trovavamo nessuno. Individuammo un passante, che camminava svelto per scansare il sole, lo fermammo. Ci guardò con stupore e ci disse che erano tutti al fiume. Quale fiume? El Rio Negro. Ci indicò la via, oltre la scultura del grande toro che dava il nome al paese. Facemmo una ventina di minuti a piedi sotto un cielo accecante, di quelli che paiono che neanche il sole ci sia da quanto è scoppiato ovunque. Quando arrivammo fummo inondati dal verde, da ogni tono di verde e sfumatura e densità. Un alito di vento, un gorgoglio d&#8217;acqua, una risata. Tutto si mescolava, si confondeva e si dispiegava. Donne, uomini, bambini, anziani, stavano tutti lì. In acqua o sulle rive di quel fiume verde colmo di piccole alghe che parevano ci avessero versato tutte le scorte di mate, circondato di erba, alberi, macchia. Bevevo quello che vedevo, si placava la sete e il caldo. Ricordo ogni passo verso l&#8217;acqua più alta, la freschezza sulla pelle, i brividi, gli occhi di una bambina che guardava il mio pallore dilatarsi e galleggiare. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Avevo i capelli ancora umidi e intrisi delle piccole alghe del Rio Negro, quando il nonno di Santino posò sul tavolo un guscio di tartaruga. Lo aveva trovato intatto durante l&#8217;alluvione del Rio Negro. In ogni esagono c&#8217;erano incise date e numeri. C&#8217;erano le partite, le coppe, i goal più importanti. Seguivo il suo indice rugoso e sottile. La storia di quell&#8217;uomo vissuto da calciatore professionista in Uruguay stava tutta imbastita in quel guscio donato dal fiume. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Ancora non lo sapevo, ma il primo momento in cui ho iniziato a pensare a un viaggio lento lungo l&#8217;Arno, è stato lì, su quel tavolo in Uruguay, a migliaia di chilometri di terre e mari lontano da casa. Quel Rio Negro che mi aveva accolta a quel modo, bagnata e risvegliata, mi poneva tante domande. Cosa è per me il fiume? Cosa è l&#8217;Arno? Cosa è diventato? Come è cambiato? Noi italiani che mettiamo tutto nei barattoli, che prepariamo riserve, che siamo bravi a conservare, cosa ce ne facciamo oggi del fiume? Come viviamo il fiume che passa paesi, parchi, città, che si muove vicino a ferrovie, autostrade, che sibila sotto i ponti, che divide comunità in due rive, che attrae e spaventa insieme? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;">Le domande aumentavano, ma io non guardavo fuori, cercavo l&#8217;intimità, la mia storia, i miei fiumi.</span></p>
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		<title>Viaggio in Bosnia (2/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/09/viaggio-bosnia-22/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[bolzano]]></category>
		<category><![CDATA[bosnia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Accardo]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Pascoli]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Accardo Zijo Ribic e il massacro di Skočić Skočić era un villaggio della Bosnia orientale, abitato prevalentemente dal clan familiare di Zijo Ribic, rom musulmani, una fiorente comunità stanziale di agricoltori, operai specializzati e artigiani che vivevano in ottimo rapporto con Serbi e Bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Il 10 luglio 1992 una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Accardo</strong></p>
<p><strong>Zijo Ribic e il massacro di Skočić</strong></p>
<p>Skočić era un villaggio della Bosnia orientale, abitato prevalentemente dal clan familiare di Zijo Ribic, rom musulmani, una fiorente comunità stanziale di agricoltori, operai specializzati e artigiani che vivevano in ottimo rapporto con Serbi e Bosgnacchi (i musulmani di Bosnia). Il 10 luglio 1992 una formazione paramilitare entrò nel villaggio. “Quella notte”, ci racconta Zijo in una sala conferenze dell’Hotel Tuzla dove lavora come cuoco e dove dormiremo questa notte, “avevamo deciso di rimanere tutti insieme nella grande casa di un nostro parente; da qualche giorno avevamo paura. Quando abbiamo sentito arrivare i camion non potevamo immaginare cosa sarebbe successo. I paramilitari serbi hanno cominciato a picchiare gli uomini, volevano oro e denaro. Hanno stuprato mia sorella maggiore, Zlatija, davanti a tutti. Aveva tredici anni. Quindi l’hanno picchiata perché portava al collo una croce ortodossa d’oro. Dopo ci hanno raggruppati tutti davanti alla casa. Hanno detto che non ci avrebbero fatto niente e che ci avrebbero portati da un’altra parte. Ci hanno caricati sui camion e portati in un villaggio vicino dove avevano già scavato una fossa comune. Ci hanno fatti scendere uno alla volta. Prima mia madre con mio fratellino, poi sono venuti a prendere me. Avevano appena finito di stuprare nuovamente mia sorella maggiore. Io piangevo, chiedendo di vedere mia madre. Mi risposero che l’avrei rivista subito. Hanno ucciso tutti, uno alla volta: i miei genitori, i miei fratelli e le mie sorelle, gli zii, i cugini. Poi è arrivato il mio turno. Ho sentito un colpo di lama nel collo e degli spari. Sono caduto e mi hanno gettato nella fossa insieme agli altri che avevano appena ammazzato. Io avevo 7 anni, ero soltanto ferito ma mi finsi morto; dopo qualche ora uscii dalla fossa comune tutto sporco di sangue e scappai nei boschi. Arrivato sanguinante in un villaggio vicino, fui soccorso da una donna e da due soldati Serbo-bosniaci dell’Esercito Popolare Jugoslavo che mi lavarono e medicarono. Sono cresciuto dapprima in un orfanatrofio in Montenegro, poi a Tuzla, dove ho frequentato la scuola alberghiera e mi sono diplomato cuoco.”</p>
<p>Al raggiungimento della maggiore età Zijo fu ospitato a Casa Pappagallo, una struttura gestita da Tuzlanska Amica, per ragazzi e ragazze che usciti dall’orfanotrofio non hanno altro luogo dove andare. In quegli anni conosce Nataša Kandić, sociologa di Belgrado, Premio Internazionale Alexander Langer 2000, impegnata fin dall’inizio del conflitto nella ex-Jugoslavia nella denuncia dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani, e si convince a raccontarle la sua storia. Dopo le indagini preliminari condotte su mandato del Tribunale per i Crimini di Guerra di Belgrado presso cui è stata fatta la denuncia, nel 2010 è iniziato il processo contro gli autori del massacro di Skočić.</p>
<p>La testimonianza di Zijo è la più commovente tra tutte quelle ascoltate durante il nostro viaggio in Bosnia. Ma a stupire gli studenti non è soltanto il suo racconto, quanto piuttosto la scelta di perdonare i suoi carnefici. Gli studenti gli chiedono come sia stato possibile, sperano che almeno alcuni di loro gli abbiano chiesto scusa. “No”, risponde, “nessuno mi ha chiesto scusa, ma io non volevo vivere nell’odio. Dimenticare quello che è accaduto non posso, ma perdonare sì, è l’unico modo per andare avanti e costruirmi una vita normale, senza precipitare in una specie di buco nero, come credo si debba vivere con l’odio dentro.”</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/09/viaggio-bosnia-22/zijo-ribic-e-andrea-rizza/" rel="attachment wp-att-62326"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62326" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Zijo-Ribic-e-Andrea-Rizza.jpg" alt="Zijo Ribic e Andrea Rizza" width="448" height="310" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Zijo-Ribic-e-Andrea-Rizza.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Zijo-Ribic-e-Andrea-Rizza-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Zijo-Ribic-e-Andrea-Rizza-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a></p>
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<p>Nel febbraio 2013 sette appartenenti alla formazione paramilitare responsabile del massacro, grazie anche alla testimonianza di Zijo, sono stati condannati per crimini di guerra dal Tribunale di Belgrado, ma purtroppo in appello solo sono stati assolti. “La prima volta che ho rivisto il comandante del gruppo”, racconta Zijo Ribic, “ mi è passato di tutto per la testa, poi ho pensato che se mi facevo vincere dall’odio, sarei diventato uguale a loro. Io non sono uguale a loro. I miei genitori non mi hanno insegnato a odiare. Non posso e non voglio dimenticare quello che è successo alla mia famiglia e al mio villaggio. Ma posso decidere di non odiare. È difficile, ma da qualche parte dentro di te puoi trovare la forza per riuscirci.”</p>
<p>A gennaio del 2016, ha sepolto quattro delle sue sorelle uccise nel 1992. Le altre due sorelle e il fratellino sono stati ritrovati nella stessa fossa comune, ma i loro resti erano troppo parziali e Zijo ha deciso di aspettare a seppellirli.</p>
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<p><strong>Fantasmi a Srebrenica</strong></p>
<p>È la visita a Potocari il momento più doloroso del viaggio.</p>
<p>Ai primi di luglio del 1995 l’enclave musulmano di Srebrenica, che era sotto la protezione internazionale dell’ONU, venne circondata dai serbi guidati dal generale Mladic. L’11 luglio, quando capirono che il loro arrivo era imminente, tutti i cittadini dell’enclave (quasi 40 mila persone: uomini, donne, bambini, anziani) abbandonarono le loro case per andare a chiedere aiuto e protezione ai 450 caschi blu olandesi che avevano la loro base in una ex fabbrica di Potocari, a pochi chilometri della città di Srebrenica. In 5.000 riuscirono a sfondare il cordone di protezione ed entrare, tutti gli altri rimasero fuori. Quando Mladic arrivò in città e la trovò deserta, corse dagli olandesi furibondo, minacciandoli. Una foto nella mostra permanente che c’è nella ex base militare, ritrae il comandante olandese Karremans mentre brinda con Mladic, al quale vennero consegnati pure i 5000 che erano riusciti a rifugiarsi all’interno. Il generale serbo ingannò i musulmani, dicendo che li avrebbe protetti lui, ma a tutti apparve chiaro quale sarebbe stato il loro destino. Gli uomini vennero separati dalle donne, i figli dai 14 anni in su dalle madri, proprio come facevano i nazisti con gli ebrei e in spregio alle leggi internazionali sui prigionieri di guerra. Le donne e i bambini furono trasferiti a Tuzla che era in mano ai musulmani. Circa 15.000 uomini cercarono di mettersi in salvo scappando attraverso i boschi, nella speranza di raggiungere Tuzla a piedi; oltre 8.000 mila di loro vennero catturati, anche con l’inganno, e barbaramente uccisi uno ad uno. I loro corpi sepolti nelle fosse comuni.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/09/viaggio-bosnia-22/mladic-e-i-caschi-blu-olandesi/" rel="attachment wp-att-62324"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62324" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Mladic-e-i-caschi-blu-olandesi.jpg" alt="Mladic e i caschi blu olandesi" width="448" height="270" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Mladic-e-i-caschi-blu-olandesi.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Mladic-e-i-caschi-blu-olandesi-300x181.jpg 300w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a></p>
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<p>A tutt&#8217;oggi sono stati identificati i resti di circa 6.600 di loro, sepolti nella collina di fronte alla base ONU di Potocari, proprio laddove sono stati abbandonati da tutti. Molti villaggi musulmani oggi sono abitati soltanto da donne. Gli studenti possono avere un’idea di quello che è accaduto attraverso un video proiettato all’interno della ex base olandese, in quello che è diventato un centro di documentazione. Il video mostra la città mentre si svuota, gli abitanti che scappano prendendo pochissime cose dalle loro case, alcuni vecchi, troppo anziani per poter camminare, vengono trasportati dalle mogli dentro delle carriole. Nelle loro facce di persone comuni si legge la paura, il dolore, la disperazione. Tutti siamo colti da una enorme pena per la loro sorte e dalla rabbia per non averlo impedito. Aveva ragione Alexander Langer, quando pochi mesi prima aveva scritto che l’Europa muore o rinasce a Sarajevo. E qui, l’Europa e la comunità internazionale hanno dimostrato il loro fallimento, preoccupandosi innanzitutto degli interessi nazionali. Mentre scorrono quelle immagini angosciose, nella sala il silenzio è densissimo, guardo le facce impietrite degli studenti e mi dispiace che vedano quell’orrore. Ma come fare a renderli più umani se non facendogli vedere a quali livelli di bestialità può giungere talvolta l’uomo? Quando arriva la testimonianza di una mamma che ricorda le urla del figlio di 14 anni, costretto ad abbandonarla per andare nel gruppo degli uomini, mentre si consumava una barbara separazione che credevamo di non dover più rivedere, dopo le terribili pagine della shoah, trattenere le lacrime diventa impossibile. Poi arrivano le immagini delle esecuzioni: i paramilitari serbi che hanno eseguito il massacro, hanno avuto la sfrontatezza di filmarsi. Siamo sgomenti e senza parole. La storia si ripete, ancora una volta non insegna nulla, ancora una volta non serve ad evitare che le tragedie del passato si consumino nel presente.</p>
<p>A Srebrenica incontriamo gli animatori dell’Associazione «Adopt Srebrenica», fondata da un gruppo di giovani serbi e bosniaci con l’obiettivo, tra gli altri, di raccogliere storie e immagini che documentino la vita quotidiana di Srebrenica prima della guerra e la costituzione di un fondo di libri, foto, video, documenti sulla storia della città e della Bosnia Erzegovina, da mettere a disposizione della cittadinanza. Proprio per acquisire le necessarie competenze, due di loro hanno recentemente svolto un periodo si formazione all’Istituto per la storia della Resistenza di Torino. Ceniamo tutti assieme. Fuori continua a piovere e per la notte si prevede la neve. Le strade sono deserte, la città sembra abitata soltanto dai fantasmi. Gli studenti, dopo le fortissime emozioni della giornata, hanno voglia di andare a bere qualcosa in un locale, hanno voglia di distrazione e forse di calore. Stanotte dormiremo presso alcune famiglie e in molte delle case c’è solo una stufa a legna in cucina e qualche stufetta elettrica che scalda poco. Andrea Rizza ci accompagna in un bar, ma non potremo restare oltre le 23.00, quando scatta una sorta di coprifuoco che costringe tutti i locali a chiudere. Il bar è serbo, come i pochi avventori, quasi tutti giovani; di anziani purtroppo in città ne sono rimasti pochi. Quasi tutti salutano Andrea con molto affetto, ormai lo conoscono da diversi anni. Si vede che anche loro hanno voglia di divertirsi perché, vedendo quel gruppo di venti studenti, alzano il volume della musica, spengono le luci e accendono dei faretti colorati. Uno studente chiede se può scegliere qualche canzone e si mette al computer. In breve i tavoli vengono messi di lato e quel piccolo bar diventa un’improvvisata discoteca. Gli studenti ridono e ballano, per un momento si dimenticano degli orrori della guerra. È giusto così, mi dico.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/09/viaggio-bosnia-22/srebrenica/" rel="attachment wp-att-62325"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62325" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Srebrenica.jpg" alt="Srebrenica" width="371" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Srebrenica.jpg 371w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Srebrenica-300x272.jpg 300w" sizes="(max-width: 371px) 100vw, 371px" /></a></p>
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<p><strong>Ritornando a casa</strong></p>
<p>Durante il viaggio di ritorno mi siedo accanto agli studenti, curioso di sapere come hanno vissuto gli incontri e le testimonianze di questi giorni. Non siete dispiaciuti di non aver fatto la consueta gita di quinta in una capitale europea all’insegna del divertimento, gli domando? No, rispondono in coro, anche se quando gli insegnanti ce l’hanno proposto eravamo diffidenti, ma già durante le lezioni di preparazione abbiamo cambiato idea. “Questo viaggio”, dice Enrico, “sebbene a tratti molto doloroso, ci ha fatto scoprire una pagina ignota del recente passato, una pagina che tutti dovrebbero conoscere, proprio in un periodo in cui non si fa altro che parlare di profughi di guerra.” Mentre li ascolto, avendoli osservati con attenzione in questi giorni, mi sembrano davvero cresciuti. “Questa è la storia che vorremo studiare a scuola”, dice Daniele, “è questo il modo, appassionato e coinvolgente, con cui dovete insegnarla, dedicando più ore e dando più spazio al ‘900. In questo viaggio l’abbiamo veramente toccata con mano.” “Ritorno a scuola con molta più voglia di vivere”, mi dice Giulia, “proprio come racconta Ungaretti nella poesia <em>Veglia</em>, quando, completamente immerso nell’orrore della Prima guerra mondiale, scrive: «Non sono mai stato tanto attaccato alla vita».</p>
<p>Mentre stiamo per lasciare la Croazia ed entrare in Slovenia, ci arriva la notizia della condanna a 40 anni di carcere per Radovan Karadzic, presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Bosnia, ritenuto colpevole di genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, terrore in alcuni villaggi dell’enclave musulmano di Srebrenica. Basterà questa condanna o quella del generale Mladic a fare giustizia? Gli studenti pensano di no, l’unica vera giustizia, dicono, si avrà quando i carnefici riconosceranno le loro colpe e quando tra serbi e bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) ci sarà una convivenza autentica, a partire dalle scuole condivise.</p>
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<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt; text-indent: 14.2pt; background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: left;" align="center"><em>Lo scorso mese di marzo, Giovanni Accardo, insegnante di italiano e storia al Liceo “Pascoli” di Bolzano, in compagnia delle colleghe Valentina Mignolli e Maristella Partipilo, ha accompagnato in Bosnia Erzegovina gli studenti della classe quinta D/E. A far loro da guida Andrea Rizza della Fondazione Alexander Langer Stiftung che ha curato anche la preparazione dei ragazzi. Questo suo reportage è apparso, in forma ridotta, sul quotidiano &#8220;Alto Adige&#8221; del 02.04.2016. La prima puntata si trova <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/viaggio-bosnia-12/">qui</a>.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0.0001pt; text-indent: 14.2pt; background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: left;" align="center"><em>La prima immagine: Zijo Ribic, a sinistra, con Andrea Rizza; la terza: <span style="font-size: 11pt;">Srebrenica.</span></em></p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Viaggio in Bosnia (1/2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/viaggio-bosnia-12/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 05:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Accardo Una domenica pomeriggio a Sarajevo Il centro storico di Sarajevo, la nostra prima meta, non presenta tantissimi segni dei quasi quattro anni di assedio da parte dei serbi, anche la biblioteca nazionale incendiata nell’agosto del 1992 è stata completamente restaurata. Ogni tanto la facciata di un palazzo mostra i fori dei proiettili, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Accardo</strong></p>
<p><strong>Una domenica pomeriggio a Sarajevo</strong></p>
<p>Il centro storico di Sarajevo, la nostra prima meta, non presenta tantissimi segni dei quasi quattro anni di assedio da parte dei serbi, anche la biblioteca nazionale incendiata nell’agosto del 1992 è stata completamente restaurata. Ogni tanto la facciata di un palazzo mostra i fori dei proiettili, mentre lungo i marciapiedi ci s’imbatte nei segni di una granata ricoperti di cera rossa: le chiamano le «rose di Sarajevo». Al ponte Latino una targa ricorda il punto in cui il 28 giugno 1914 il nazionalista serbo Gavrilo Princip attentò alla vita dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austroungarico, causando lo scoppio della Prima guerra mondiale. Ecco, è più facile trovare targhe che ricordano i civili uccisi dai tanti cecchini che affollavano Sarajevo, attirati da tutte le parti del mondo. Negli anni della guerra c’era un’agenzia nelle Marche che organizzava week-end di guerra: partivi il venerdì, andavi in Bosnia a sparare, la domenica sera ritornavi a casa e il lunedì mattina andavi al lavoro, contento di avere partecipato ad una guerra e magari ammazzato qualcuno senza sapere il perché. L’atmosfera domenicale della città è rilassata, gli abitanti passeggiano o siedono nei caffè, l’architettura e le numerose moschee ricordano la lunga presenza turca, ma la vera natura di Sarajevo è multietnica e multireligiosa, come testimoniano le sinagoghe e la cattedrale cristiana. Sul tram che dopo cena ci riporta in albergo, osservo le ragazze che tornano a casa, non sono molto diverse dalle nostre studentesse, hanno gli stessi sorrisi e lo stesso abbigliamento; mi domando quanti morti ci sono stati nelle loro famiglie e cosa ha significato la guerra per loro. Noi ancora non ci siamo veramente entrati, abbiamo girato per Sarajevo come dei turisti in una qualunque capitale europea: potevamo essere a Istanbul o in un quartiere multietnico di Vienna.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/viaggio-bosnia-12/sarajevo-2/" rel="attachment wp-att-62174"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Sarajevo.jpg" alt="Sarajevo" width="448" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Sarajevo.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Sarajevo-300x223.jpg 300w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a></p>
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<p><strong>Sarajevo tra guerra e pace</strong></p>
<p>In periferia, dove ci spostiamo il giorno dopo, diversi palazzi appaiono ancora bucati dalle pallottole che i serbi sparavano quotidianamente dalle colline circostanti la città. Andiamo a visitare il tunnel che venne scavato clandestinamente sotto la pista dell’aeroporto su suggerimento di due iraniani andati a combattere al fianco dei musulmani; esso permetteva di far arrivare i rifornimenti attraverso l’unico punto della città non controllato dai serbi, di fronte al monte Igman. Se Sarajevo ha potuto resistere per così tanti giorni, è stato grazie al cibo, alle armi e alle truppe che passavano attraverso il tunnel, spesso in condizioni difficilissime, visto che era alto al massimo 160 centimetri e si allagava frequentemente, perciò spesso bisognava chiuderlo. Qui incontriamo Abid Jašar, dalla cui cantina partiva il tunnel, e vediamo le foto della sua complessa costruzione. Abid racconta agli studenti che gli hanno proposto più volte di entrare in politica, ma lui i politici non vuole neppure vederli, credo nelle persone, dice, ma non nei politici che parlano e fanno affari, senza preoccuparsi della gente comune. Poco prima di pranzo raggiungiamo il museo della Resistenza, dove una mostra fotografica documenta i lunghi mesi di assedio; a farci da guida è Elvir Mandra, scappato durante la guerra proprio attraverso il tunnel e arrivato, dopo un viaggio estremamente rischioso e senza un soldo in tasca, a Bolzano, dove venne aiutato dalla Caritas e dove per tre anni ha lavorato come operaio alla Finstral. Elvir, ritornato a vivere in patria, ci dice che il suo desiderio, come quello della gran parte dei suoi concittadini, è di vivere in pace e costruire un futuro per i propri figli. “Nessuno di noi pensava alla guerra, eravamo così immersi nella bellezza della vita che neppure ci preoccupavamo di capire cosa stava succedendo. Nessuno dei miei amici conosceva il nome di un politico, e i miei amici erano musulmani, cattolici, serbi, rom, eravamo fratelli, giocavamo a calcio e bevevamo acqua dalla stessa bottiglia, dividevamo il panino e qualche volta anche i vestiti. Se qualcuno ci avesse detto che sarebbe scoppiata una guerra e che Sarajevo sarebbe stata bombardata, nessuno di noi ci avrebbe creduto. Ora, invece, siamo senza soldi e senza lavoro, io sopravvivo facendo la guida, grazie alle offerte dei turisti cerco di crescere mio figlio, spero che diventi un bravo violinista.” Durante la guerra Elvir è stato ferito allo stomaco da un cecchino, mentre portava in ospedale il fratello ferito alle gambe. Sui cecchini ci racconta una storia terribile di cui è stato testimone: una mamma con un neonato in braccio stava per attraversare la strada, un cecchino ha mirato al neonato, facendogli saltare la testa con una tale precisione che la mamma quasi non si era accorta che il figlio era stato colpito; la mamma ha continuato a camminare, mentre la testa rotolava in terra. I ragazzi sono talmente inorriditi che non riescono neppure a fare domande.</p>
<p>Nel primo pomeriggio ci spostiamo nella parte collinare della città, qui ha sede l’associazione «L’educazione costruisce la Bosnia Erzegovina», fondata dal generale Jovan Divjak con lo scopo di aiutare i tanti orfani che la guerra ha causato. Il generale, che è stato membro della guardia personale di Tito e ha guidato la difesa di Sarajevo, ci racconta la sua storia; gli studenti si mostrano curiosi e affascinati dalla sua cordialità, lo tempestano di domande, vogliono capire come ha fatto la città a resistere tutti quei giorni senza cibo, acqua, riscaldamento e con armi di fortuna. I sarajevesi, dice il generale, non volevano permettere che la loro città venisse rasa al suolo dai serbi, e un ruolo fondamentale nella resistenza l’ha avuta la cultura. Durante l’assedio, infatti, si sono continuati a svolgere, in luoghi di fortuna e particolarmente protetti, concerti, spettacoli teatrali, mostre, rassegne cinematografiche per dare una parvenza di normalità, per far sentire che la città era ancora viva e credeva nella sua salvezza. Nonostante ciò i morti sono stati oltre 11 mila, di cui almeno mille bambini. Filippo gli chiede come mai, pur essendo serbo (Divjak è nato a Belgrado) ha difeso Sarajevo. “Che cosa avrei dovuto fare?”, risponde. “Vivevo qui da 27 anni e mi sentivo pienamente parte di questa gente. Credo che l’identità sia qualcosa che si costruisce giorno per giorno, vivendo in un posto e costruendo legami affettivi. Non la definisce la città in cui sei nato, magari per caso.” Stefania gli domanda se ha mai ucciso un uomo, Divjak si mette a ridere, mentre io temevo che si irritasse. “Non ho mai sparato neppure ad un animale”, confessa, “nell’esercito jugoslavo non ero molto amato, perché alle armi ho sempre preferito la musica, l’arte, la letteratura. Quello che amo più di tutto”, dice col suo tono affabile e a tratti scherzoso, “è la bellezza.” Alla domanda di Francesco, se non avesse avuto sentore dell’aria che tirava, risponde con sincerità: “Ricordo che un giorno, in occasione di una cerimonia ufficiale in Kosovo, il nostro presidente di allora, Milosevic, parlando di unità nazionale, disse che qualora fosse servito, saremmo ricorsi anche alle armi. Mi ricordo che pensai: ma cosa sta dicendo? Una guerra fra noi? Non può essere! Non avrei mai immaginato che il mio paese potesse vivere quello che poi ha vissuto, e ancora oggi me ne faccio una colpa.” Divjak spera che a costruire un futuro di convivenza sia la scuola, attraverso dei programmi condivisi tra le diverse etnie, anche se al momento esse sono rigidamente separate, l’unico esempio di scuole miste sono quelle cattoliche, ad esempio quelle dei francescani.</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/viaggio-bosnia-12/studenti-e-insegnanti-col-generale-divjak/" rel="attachment wp-att-62175"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Studenti-e-insegnanti-col-generale-Divjak.jpg" alt="Studenti e insegnanti col generale Divjak" width="422" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Studenti-e-insegnanti-col-generale-Divjak.jpg 422w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Studenti-e-insegnanti-col-generale-Divjak-300x239.jpg 300w" sizes="(max-width: 422px) 100vw, 422px" /></a></p>
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<p><strong>Manipolare la storia</strong></p>
<p>Sul dramma della scuole separate e della mancanza di una storia condivisa concentra gran parte della sua conversazione con gli studenti la psichiatra di Tuzla Irfanka Pasagic, presidentessa dell’associazione «Tuzlanska Amica» che si occupa delle donne musulmane vittime degli stupri etnici e degli orfani che ne sono nati; è una delle più competenti psicoterapeute nella cura del <em>Post-Traumatic Stress Disorder</em>. Ancora una volta gli studenti domandano come sia potuta scoppiare una guerra così cruenta. La Pasagic accusa duramente il comportamento della stampa prima e durante la guerra, responsabile di una vera e propria disinformazione che ha fomentato l’odio e le violenze, attraverso articoli palesemente falsi e di parte che hanno stimolato l’irrazionalità delle persone. Le sue parole lasciano trasparire un forte pessimismo, soprattutto a causa delle scuole separate addirittura in dodici diversi distretti e con programmi completamente diversi. Il tema delle scuole etnicamente separate spinge gli studenti bolzanini a portare il discorso sulla nostra realtà, si domandano se in Alto Adige la convivenza è realmente raggiunta o se è possibile che un giorno possa esplodere un conflitto armato. Gli insegnanti li rassicurano. Io invece penso a quei partiti di lingua tedesca che lottano per l’autodeterminazione e la separazione dell’Alto Adige dall’Italia, ma non dico nulla. Penso ad Alexander Langer che per molti anni è stato giudicato un traditore del gruppo tedesco e perfino escluso dalla corsa a sindaco di Bolzano, perché si era rifiutato di dichiarare la propria appartenenza linguistica, ipocrita eufemismo per non chiamarla appartenenza etnica. Thomas chiede alla Pasagic se il tempo aiuterà a sistemare le cose. “Il tempo da solo non fa nulla”, risponde quasi seccata. Racconta poi di come serbi e musulmani abbiano iniziato a parlarsi dopo anni di silenzio. “All’inizio non avevano neppure il coraggio di guardarsi negli occhi”, dice. “Non è facile capire chi sta dall’altra parte, provare a vedere le cose dalla prospettiva dei carnefici. Non è facile ma bisogna lavorare affinché si possa parlarne. Noi ci siamo riusciti e abbiamo imparato i meccanismi che fanno parte di questo lavoro di riconciliazione, perciò adesso, quando osserviamo gruppi di altre nazioni farlo, ci viene da sorridere nel vedere che tutti si comportano nella stessa maniera: hanno le stesse reazioni emotive, dicono le stesse cose che dicevamo noi, fanno le stesse facce e le stesse espressioni. Poi, lentamente le cose cambiano, ci si riavvicina e si può ricominciare. Ma questo lavoro non lo fa lo scorrere del tempo, lo facciamo noi, col nostro impegno e la nostra consapevolezza. In tanti in Bosnia non credevano che sarebbe potuta accadere l’immane tragedia che poi si è consumata, la guerra fratricida che ha dissolto l’ex Jugoslavia”, continua, “ma l’uso manipolatorio della storia e della memoria, soprattutto da parte dei serbi, ha fatto sì che la tragedia covasse a lungo e infiammasse gli animi.”</p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/viaggio-bosnia-12/con-irfanka-pasagic/" rel="attachment wp-att-62176"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Con-Irfanka-Pasagic.jpg" alt="Con Irfanka Pasagic" width="448" height="262" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Con-Irfanka-Pasagic.jpg 448w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/Con-Irfanka-Pasagic-300x175.jpg 300w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /></a></p>
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<p>Ancora oggi non mancano esempi di manipolazione, come la grande croce nera eretta dai serbi nella zona di Kravica, lungo la strada che porta a Srebrenica, dove il 7 gennaio 1993 un loro battaglione venne colpito dall&#8217;esercito bosniaco. Nell&#8217;attacco morirono 44 serbi, ma nella lapide commemorativa non c&#8217;è alcuna traccia dell&#8217;episodio: né la data, né i nomi dei morti. C&#8217;è scritto, però, che dal 1992 al 1995 le vittime serbe sono state 3267 e che tra il 1941 e il 1945 sono stati uccisi 6469 serbi; facendo la somma si ottiene la cifra di 9736 vittime, molte di più degli oltre 8000 musulmani uccisi a Srebrenica nel luglio del 1995. Dunque, sommando episodi diversi della storia, si fa credere al viandante che va a Srebrenica, magari per visitare il memoriale del genocidio, che le vittime serbe siano state più numerose di quelle musulmane.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/06/03/viaggio-bosnia-12/monumento-a-kravica/" rel="attachment wp-att-62177"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-62177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/monumento-a-Kravica.jpg" alt="monumento a Kravica" width="315" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/monumento-a-Kravica.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/06/monumento-a-Kravica-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a></p>
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<p><em>Lo scorso mese di marzo, Giovanni Accardo, insegnante di italiano e storia al Liceo “Pascoli” di Bolzano, in compagnia delle colleghe Valentina Mignolli e Maristella Partipilo, ha accompagnato in Bosnia Erzegovina gli studenti della classe quinta D/E. A far loro da guida Andrea Rizza della Fondazione Alexander Langer Stiftung che ha curato anche la preparazione dei ragazzi. Questo suo reportage è apparso, in forma ridotta, sul quotidiano &#8220;Alto Adige&#8221; del 02.04.2016.<br />
</em></p>
<p><em>Le prime tre immagini, in ordine di apparizione:</em><br />
<em>Sarajevo</em><br />
<em>Il gen. Divjak con gli studenti e gli insegnanti</em><br />
<em>Gli studenti con Irfanka Pasagic</em></p>
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		<title>Guadalajara, un luogo comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2013 06:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[guadalajara]]></category>
		<category><![CDATA[José Clemente Orozco]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[(è arrivata finalmente l&#8217;estate e m&#8217;è venuta voglia di partire; come facevo una volta, per davvero!) di Gianni Biondillo Non ricordo chi scrisse che i giornalisti sono pezzenti che dormono in alberghi di lusso, ma credo che la definizione la si possa estendere anche agli scrittori. Sono a Guadalajara, invitato con altri colleghi alla Fiera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>è arrivata finalmente l&#8217;estate e m&#8217;è venuta voglia di partire; come facevo una volta, per davvero!</em>)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45855" alt="CIMG5679" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non ricordo chi scrisse che i giornalisti sono pezzenti che dormono in alberghi di lusso, ma credo che la definizione la si possa estendere anche agli scrittori. Sono a Guadalajara, invitato con altri colleghi alla Fiera Internazionale del Libro, la manifestazione più importante del latino-America, e mi hanno dato una sistemazione al Plaza che è più grande del mio appartamento milanese. Non posso dire che i messicani non siano ospitali, insomma. C&#8217;è pure la bottiglia omaggio di tequila sul tavolo, cosa mi manca? È la prima volta che vengo in Messico e m&#8217;è toccata la regione che riassume  tutti i luoghi comuni messicani: sono originari del Jalisco i <i>sombreri</i>, i <i>poncho</i>, i <i>mariachi</i>, e Tequila è una cittadina di queste parti, dove è nato il famoso liquore. È come andare per la prima volta in Italia e vedersi catapultato in una pizzeria a Napoli, mentre uno vestito da pulcinella ti canta una canzona accompagnato da un mandolino. Roba da far mancare i sensi.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45851 alignnone" alt="CIMG5682" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></p>
<p>Ovviamente, proprio per questo, cerco di stare il meno possibile in fiera e mi gusto la novità del viaggio, quando mi ricapita, insomma? C&#8217;è come una doppia anima in me: quella dell&#8217;architetto, la professione che ancora insisto a segnare sulla mia carta d&#8217;identità, e quella dello scrittore. Una sorta di dottor Jeckill e mister Hyde. Ogni volta che viaggio i due litigano: la parte razionale, logica, progettuale, organizzerebbe il viaggio fin nei minimi particolari, l&#8217;altra, quella più istintiva, andrebbe così alla ventura, come capita. Così è anche qui, a Guadalajara: giro per il centro con la guida in mano, consultando di continuo la mappa della città (e qui è l&#8217;architetto), ma ogni tanto mi viene l&#8217;istinto di chiudere il tutto di lasciarmi trasportare dal caso (e qui è lo scrittore).</p>
<p>Devo dire che l&#8217;arrivo in città non è stato particolarmente entusiasmante: Guadalajara è la seconda città del Messico, supera i 5 milioni di abitanti, ma più che l&#8217;aspetto di una metropoli ha quello di una smisurata periferia anomica, con edifici di uno-due piani, spalmati a perdita d&#8217;occhio ovunque e strade larghissime di lunga percorrenza. Una specie di scenario per un film fatto di inseguimenti di autovetture, all&#8217;americana. Fortunatamente il centro, per quanto piccolo, nobilita questa mia prima impressione. A partire dalla particolarità della Cattedrale che ha su ogni lato del suo perimetro una piazza, così da avere un particolare sistema di spazi pubblici, Las Cuatos Plazas, ognuno differenziato per attività e percorsi. E qui è l&#8217;architetto che parla. Ma lo scrittore si lascia affascinare da altro: dai lustrascarpe, ad esempio. Ce n&#8217;è dappertutto, chi portandosi dietro le cassette di legno con tutta l&#8217;attrezzatura, chi con degli appositi trabiccoli per far accomodare al meglio il cliente. Più che in un altro mondo mi pare d&#8217;essere in una bolla del tempo. Da quant&#8217;è che sono spariti dall&#8217;Italia i lustrascarpe?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45852" alt="CIMG5685" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>Mi incammino verso Plaza de Armas dove c&#8217;è il Palacio de Gobierno, qui nel XIX secolo fu dichiarata l&#8217;abolizione della schiavitù in Messico. Dentro al cortile prendo la scalinata principale e ho un vero e proprio shock: l&#8217;intero vano della scala è affrescato da un colossale murales di José Clemente Orozco, sulla mia testa campeggia sulla volta un enorme Miguel Hidalgo con una torcia fiammeggiante in mano, e io, che è la prima volta che vedo un opera dei tre famosi muralisti messicani (Orozco, Siqueiros e Rivera) quasi non ci credo, sono commosso fino alle lacrime. Ma devo andare oltre, non ho molto tempo a disposizione: supero la Plaza de la Liberaciòn, dove su un palco un gruppo di <i>mariachi</i> sta facendo cantare l&#8217;intera piazza,  butto un occhio vago all&#8217;atrio del  Teatro Degollado e mi immetto in Plaza Tapatia. Sto puntando verso l&#8217;Hospicio Cabañas, edificio neoclassico dichiarato patrimonio dell&#8217;umanità dall&#8217;Unesco nel 1997. È domenica mattina e ovunque, lungo la strada, c&#8217;è gente. Sono tanti, tantissimi: gruppi di amici, bambini, famiglie, anziani. I ragazzi giocano a schizzarsi dalle fontane, alcuni, addirittura si gettano vestiti nell&#8217;acqua. Mi guardo attorno e mi accorgo che per le maggioranza sono ragazzi. È un popolo giovane quello che vive questa città, un popolo vitale, spensierato, sembra lo struscio di una città di provincia, non di una metropoli di cinque milioni di abitanti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45853" alt="CIMG5709" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>Pago il biglietto ed entro in quello che era un monastero cattolico e ora è un museo. C&#8217;è un sole caldo che sembra far brillare di giallo la pietra arenaria delle mura. Poi entro nella piccola chiesa, anch&#8217;essa completamente affrescata da Orozco. È una sorta di cappella sistina del muralismo, i colori sono cupi e intensi, le figure deformi ed espressive. Mi emoziono, quasi sdraiato a terra, per meglio vedere le volte. Comprendo appieno quello che voleva dire Luis Cardoza y Aragòn, quando scriveva: “Los tres grandes grandes son dos: Orozco.”</p>
<p>Bene, la mia anima d&#8217;architetto, il mio Dottor Jeckill è soddisfatto. Mister Hyde no, per nulla. Hai voluto seguire la guida – sembra dirmi -, leggere, interpretare, studiare la mappa, seguire l&#8217;itinerario? Bene. Ora perditi. Ed è quello che ho fatto. In fondo solo così puoi conoscere davvero una città, quando fai strame della mappa, quando ti perdi nelle sue viscere. Che è la sensazione che provo girando per il caotico Mercato Libertad, una sorta di mercato rionale che vende qualunque cosa: scarpe, abiti, alimentari, argenteria, giocattoli, bevande&#8230; c&#8217;è una massa enorme di persone che contratta, vende, compra, gira curiosa, preme, struscia, mangia. Anch&#8217;io ho fame. Giusto il tempo di acquistare un regalo per mia moglie, uno scialle tessuto davanti ai miei occhi da una piccola india, e poi mi siedo al banco di una specie di self-service improvvisato dove ordino in piatto di <i>tacos</i> con gamberi. Passerò altri giorni a Guadalajara: visiterò il borgo coloniale di Tlaquepaque ormai inglobato nella periferia della città, mangerò indossando un <i>poncho</i> in un locale dal nome curioso, il Santo Coyote, che pare un villaggio vacanze per turisti, imparerò il modo corretto di bere <i>el tequila</i> da queste parti (accompagnato da un bicchierino di <i>sangria &#8211;</i> succo di pomodoro speziato), conoscerò l&#8217;entusiasmo degli abitanti di Guadalajara. Ma quella piccola solitudine di fronte al mio piattino di <i>tacos</i>, in mezzo allo sciamare vitale dei visitatori del mercato, quella, resterà forse il più intenso dei miei ricordi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45854" alt="CIMG5712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>(l&#8217;articolo uscì per un <em>V&amp;S</em> del 2009, ma non ricordo quale. Le fotografie sono mie)</p>
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		<title>Il rosso e il nero d&#8217;America #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Aug 2012 09:31:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher McCandless]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Il rosso: Into the wild – Nelle terre selvagge (Sean Penn, USA, 2008) È un film on the road, quello di Sean Penn, e viene da lontano. Non affonda le radici nella storia del cinema, ma nella letteratura, nei libri che hanno raccontato e dispiegato la potenza di un mito: quello del viaggio verso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/08/04/il-rosso-e-il-nero-damerica-1/emile-hirsch-into-the-wild-movie-image/" rel="attachment wp-att-43129"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-43129" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/into-the-wild-1.jpg" alt="" width="600" height="410" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/into-the-wild-1.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/into-the-wild-1-300x205.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p><strong>Il rosso: </strong><strong>Into the wild – Nelle terre selvagge (Sean Penn, USA, 2008)</strong></p>
<p>È un film <em>on the road</em>, quello di Sean Penn, e viene da lontano. Non affonda le radici nella storia del cinema, ma nella letteratura, nei libri che hanno raccontato e dispiegato la potenza di un <em>mito</em>: quello del viaggio verso l’ignoto, della scoperta di un mondo sconosciuto e selvaggio.</p>
<p>Ovviamente, sfogliando il catalogo della letteratura mondiale, non si trova dappertutto un mito del genere. Questo modo di raccontare il destino di un uomo, di metterlo alla prova, di fargli saggiare le asprezze della vita e la diramata estensione dell’esistenza, abita dentro i confini di una visione del mondo senza eguali: quella angloamericana. Nella letteratura esplosa tra le mani e la mente degli scrittori angloamericani – anche di Conrad, uno scrittore polacco che aderì alla sintassi e alla sonorità della lingua inglese – il viaggio, soprattutto la <em>fuga</em>, sono temi portanti. C’è prova di questo perfino in un romanzo come <em>Furore</em>, di Steinbeck, che vede muoversi un popolo intero da una parte all’altra dello smisurato paesaggio americano.</p>
<p>Del resto, la fuga non ha nulla di negativo. È un modo per mettere alle strette il presente, una mossa astuta per spingere il destino verso i propri desideri, un movimento risoluto dentro la possibilità e le occasioni che il mondo concede. In definitiva, la fuga è un <em>atto di creazione</em>. “Fuggire non significa affatto rinunciare alle azioni” – scrisse Gilles Deleuze – “non c’è niente di più attivo di una fuga”. E subito dopo, continuando il suo ragionamento, Deleuze aggiunse: “Fuggire significa tracciare una linea, delle linee, tutta una cartografia. Si scoprono dei mondi solo in una lunga fuga spezzata. La letteratura angloamericana mostra in continuazione queste rotture, questi personaggi che creano la loro linea di fuga, che creano attraverso linee di fuga. Thomas Hardy, Melville, Stevenson, Virginia Woolf, Thomas Wolfe, Lawrence, Fitzgerald, Miller, Kerouac. Qui tutto è partenza, divenire, passaggio, salto, demonio, rapporto con il fuori.“</p>
<p>Sean Penn è l’erede di tutto questo. Kerouac si sarebbe commosso per <em>Into the wild</em>. Per la storia di questo ragazzo, auto-ribattezzatosi Alex Supertramp, il Super Camminatore, che molla tutto, slaccia i legami familiari, e parte. Destinazione: Alaska. Per molti versi, tutto sembra già sentito. Ma Penn ha la capacità di rinnovare e riformulare un archetipo narrativo. In fondo, molte utopie che avevano nutrito quella letteratura si sono dissolte, e negli anni ‘90 – gli anni in cui avvenne davvero la storia di Christopher McCandless – non si viaggia più per il piacere di viaggiare, ma per raggiungere un obiettivo, sia pure il nord selvaggio e ghiacciato dell’Alaska.</p>
<p>A guardare bene, è un viaggio di iniziazione senza ritorno. Alex assaggia il mondo, senza intuirne le leggi che lo governano. Si spinge in avanti, discostandosi da ogni legame. Una coppia di hippies lo guarda come un figlio, una ragazzina scopre in lui l’amore che incendia, un vecchio alla Cormac McCarthy – un altro grande scrittore americano di fughe e confini superati – lo accoglie come un nipote. Ma Alex rifiuta tutto per l’avventura. Solo in mezzo al nord selvaggio e solitario, poco prima di lasciarci la pelle, capisce che niente è la felicità se non è condivisa.</p>
<p>E il viaggio di iniziazione poco per volta diventa per noi spettatori qualcosa di più potente ancora: un’allegoria, una storia-totem, un’immagine-guida. Ricostruisce l’utopia della comunità ed il mito della condivisione, quando ormai la storia recente li dava per morti e sepolti. Riaggancia l’uomo alla natura, con tutti i rischi che ciò comporta, poiché la natura – rispetto ai libri che Alex legge – è molto più complessa e variegata. Sfonda la <em>morale</em>, che inchioda gli uomini sul posto (i genitori di Alex), creando barriere tra di loro, e fonda un’<em>etica</em>, una visione dell’esistenza in cui la relazione tra gli uomini è basata sulla condivisione ed è annodata indissolubilmente al territorio che gli esseri viventi esplorano, percorrono, abitano. Se Alex Supertramp fosse sopravvissuto al viaggio, avrebbe sperimentato tutto questo. Ma non ci è riuscito. E tocca a noi, allora. Tocca a noi fare di questa pellicola il testamento di Christopher McCandless. Morendo nella sua personalissima avventura, ci ha nominato suoi legittimi eredi.</p>
<p>[Pubblicata, a suo tempo, su <a title="sentireascoltare" href="http://www.sentireascoltare.com/">SentireAscoltare</a>]</p>
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