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	<title>Vincenzo Paparelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cani lebbrosi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jul 2007 11:25:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[niente resterà pulito]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[rizzoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Di là dal muro, la voce si spargeva come il sangue. Avevo sei anni la prima volta che ho sentito i maiali che andavano a morire. Facevo le elementari, stavo a casa dei miei nonni. La nonna mi preparava piatti traboccanti di wurstel e patatine. In tv guardavo Bis e Il pranzo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p><a title="laziali.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/laziali.jpg"><img alt="laziali.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/07/laziali.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>Di là dal muro, la voce si spargeva come il sangue. Avevo sei anni la prima volta che ho sentito i maiali che andavano a morire. Facevo le elementari, stavo a casa dei miei nonni. La nonna mi preparava piatti traboccanti di wurstel e patatine. In tv guardavo <em>Bis </em>e <em>Il pranzo è servito</em>. Passavo molto tempo affacciato alla finestra della sala da pranzo. Non so perché, visto che il panorama era brutto.<br />
Di fronte, a nemmeno trenta metri, la vista si fermava sulla facciata grigia della palazzina gemella, un fabbricato lungo e basso che correva parallelo a quello dove stavo io. Sulla destra, la parete di tufo del macello di via Stadera. A una delle due estremità del muro, quella che andava verso la mia scuola, si allargava un piccolo orto di una manciata di metri quadri, protetto dall’intreccio metallico di una rete sfondata in più punti, dove i tossici, di notte, o nei pomeriggi bui d’inverno, passavano agilmente per andare a bucarsi sotto una fila di platani e piantare le siringhe nel fusto dell’albero.<br />
<span id="more-4185"></span></p>
<p>Mi stupiva sempre molto, affacciarmi e trovare la superficie ruvida del tronco trafitta da quei cilindri di plastica con lo stantuffo spinto fino a fine corsa. Mi sembrava un gesto di una stupidità immedicabile, quello di rendere riconoscibile un posto segreto piantando negli alberi cilindri di plastica che con la luce del sole avrebbero brillato dei raggi che li attraversavano, denunciando immediatamente, anche al più distratto dei passanti, la funzione segreta e terribile di quel luogo.</p>
<p>Una mattina, ispezionando la superficie scabra della parete del macello, mi accorsi di una scritta.<br />
Sono abbastanza certo che fino al giorno prima non c’era. Negli anni seguenti, almanacchi del campionato di calcio alla mano, mi sono convinto che doveva essere stata fatta qualche giorno prima di una partita tra il Napoli e la Lazio.<br />
Tracciata con uno spray azzurro, occupava almeno tre metri della parete giallastra del macello. Le linee delle lettere erano come sfarinate, i frammenti più grossi dello spray, quelle molecole di colore, ancora fresche, appena uscite dal serbatoio metallico nel quale galleggiavano prima di essere sparate attraverso il beccuccio di plastica della bombola, sembravano già consumate, come ingoiate dai mattoni, immediatamente assorbite dalla porosità del tufo.<br />
La scritta diceva:</p>
<p><strong>PAPARELLI BOOM!!!</strong></p>
<p>Le parole si screpolavano soprattutto nei contorni delle lettere più spigolose, sulle sfrangiature a cuspide delle <em>A </em>o nelle vette appuntite della <em>M</em>.<br />
I punti esclamativi, tre, avevano invece quella solidità inscalfibile che è figlia dei movimenti semplici del corpo, uno scatto del braccio tracciato assecondando l’andamento secco del polso: una linea dall’alto in basso, sollevare il dito dall’erogatore, un punto. Facile.<br />
Era un bell’azzurro, né annacquato né carico, una gradazione leggera di celeste che sembrava scollata da un pezzo di cielo di un pomeriggio tiepido di giugno.<br />
Fino in fondo alla conca vegetale del terreno lì accanto, quasi riflessa nei minuscoli laghetti d’acqua stagnante che si formavano sotto i tubi di gomma per l’irrigazione lasciati a sgocciolare, incorniciata dalla superficie granulosa dei mattoni, la scritta sembrava come sospesa, galleggiante sulla lastra minerale del muro del macello.</p>
<p>Ne ero rimasto semplicemente folgorato. E non tanto per l’onomatopea esclamativa contenuta nella seconda parola, per identificare la quale la memoria era subito corsa, con successo, al mio ricchissimo lessico topoliniano. No, con la stessa eloquenza misteriosa delle parole sconosciute – la medesima sensazione di esotico l’ho provata, anni più tardi, sentendo per la prima volta la parola epistassi – a rapirmi era quella sequenza buffa di lettere, il raddoppio lallatorio della prima sillaba, lo sdoppiarsi ingordo della L sulla coda del vocabolo.<br />
Me la ripetevo in mente o a voce bassa, sussurrandola fino a che, dal niente semantico che rappresentava per me, trasmigrava nel nulla fonetico che invade le parole a furia di ripeterle decine di volte.<br />
<em>PaparelliPaparelliPaparelliPaparelliPaparelliPaparellipaparellipaparellipaparelli</em>.<br />
Mi ero convinto che doveva entrarci in qualche modo il macello. La coincidenza della scritta e del posto non poteva certo essere casuale. I maiali venivano trasportati lì con uno scopo ben preciso, e quella scritta quindi doveva essere stata deposta lì con una finalità altrettanto chiara.</p>
<p>Quattro volte a settimana, i maiali venivano trasportati nei camion, quelli con il cassone ribaltabile, e fatti scendere su una pedana di fortuna allestita con quattro assi inchiodati alla buona. Poi, dentro, cominciavano a urlare. Non è che gridassero, o guaissero, o piangessero. No, urlavano proprio. Nei pomeriggi silenziosi di primavera, quando il flusso di macchine su via Stadera era ammorbidito dalla <em>controra</em>, riuscivo a sentire anche i primi colpi delle sparachiodi, un <em>tunf </em>subito soffocato dai rimbombi dei maiali crollati su un fianco. Mi ha sempre molto colpito una immediata forma di solidarietà degli uccelli lì intorno, che a centinaia stazionavano nel fazzoletto di terra alle spalle del macello. Come se la dimensione disperata di quei suini disgraziati, invece di eccitarne il canto, moltiplicandolo, si ramificasse tutto intorno, e immediatamente, coinvolgendo il resto degli animali in una specie di paralisi fonatoria. Appena le bestie arrivavano, loro si interrompevano immediatamente, prima ancora che queste fossero massacrate dagli operai addetti alla macellazione. La semplicità della linea melodica dei canarini annidati sui rami degli alberi lì accanto di colpo si frantumava, e il silenzio si posava sulle loro gole piumate. Non volavano via. Semplicemente, smettevano di cantare, e riprendevano solo dopo, quando tutto era finito.</p>
<p>Per me, nato dodici mesi prima del derby Roma-Lazio del 28 ottobre 1979, Paparelli è stato per anni qualcosa che aveva a che fare, indistricabilmente, col macello, e con la morte assurda dei maiali che stramazzavano al suolo con una punta di chiodo infitta nel cranio.</p>
<p>Forse è per questo che, anni dopo, mi stupii veramente molto, leggendo <em>Maus </em>di <strong>Spiegelman</strong>, quando mi accorsi che gli ebrei erano disegnati come topi e gli aguzzini collaborazionisti come maiali.</p>
<p>Forse è sempre per questo che, anni dopo, quando scoprii chi era e come era morto <strong>Vincenzo Paparelli</strong>, invece non mi stupii affatto.<br />
C’era tutto, e tutto combaciava, come avevo intuito fin da piccolo: una massa urlante, un proiettile che arriva da lontano, la morte che ti prende in mezzo al mucchio.<br />
E il silenzio di chi ti sta intorno, dopo.</p>
<p>[<em>questo racconto è incluso nell&#8217;antologia di foto e testi <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00E7PCGPG/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00E7PCGPG&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Niente resterà pulito</strong></a>, BUR 24/7, a cura di Edoardo Novelli e Giorgio Vasta. Il libro, che ha 421 pagine e costa 15 euro, raccoglie gli scatti di Alberto Negrin e i racconti di Marcello Fois, Raul Montanari, Christian Raimo, Luca Rastello e Piero Sorrentino. Ringrazio Negrin per la foto che correda il testo e l&#8217;editore per il permesso di pubblicazione</em>]</p>
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