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	<title>violenza poliziesca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nessuna pietà per i corpi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 05:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Fontana Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=223&#038;Itemid=1">Giorgio Fontana</a></strong></p>
<p>Fra il 16 e il 22 ottobre scorsi, il corpo di Stefano Cucchi scompare. La sua identità è sempre intatta — 31 anni, arrestato la notte del 15 ottobre per possesso di stupefacenti — ma la vista del suo corpo è negata alla famiglia e a chiunque altro. Il padre, la madre e la sorella lo vedono per l&#8217;ultima volta in Tribunale, il 16 ottobre, alle nove di mattina. Notano già le ecchimosi sul volto. Di lì in poi, scompare. Il 22 ottobre viene recapitata ai parenti la notizia da parte dell&#8217;ospedale Regina Coeli: Stefano Cucchi è morto.<br />
Lui diceva di essere &#8220;caduto dalle scale&#8221;. La procura di Roma indaga per omicidio preterintenzionale da parte di chi l&#8217;ha avuto in custodia e, verosimilmente, l&#8217;ha ammazzato di botte.<br />
Le <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/quanto-costano-le-fotografie-di-stefano-cucchi/">foto</a> — e ha ragione Adriano Sofri quando dice che nessuno può permettersi di parlare di Cucchi senza averle viste — sono <a href="http://www.cnrmedia.com/notizia/newsid/6267/il-caso-di-stefano-cucchi-morto-per-una-caduta-in-carcere-ecco-le-foto-mostrate-dalla-famiglia.aspx">qui</a>. E sono agghiaccianti.</p>
<p>Quanto alla verità sull&#8217;accaduto, non resta che attendere l&#8217;esito delle indagini. Ma sull&#8217;implausibilità di tesi insabbiatrici, basta già leggere <a href="http://roma.repubblica.it/dettaglio/manconi:-lesioni-e-traumi-sul-corpo-di-cucchi/1762917">questo articolo</a>.<br />
Tutto getta una luce orribile sulla presunta sicurezza in cui siamo avvolti, sul presunto grado di garanzia di una fetta delle forze dell&#8217;ordine, sulla cultura che ha informato tale fetta — e vi invito a leggere il bel <a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/2009/10/come-un-rene-sensibile-forze-dellordine-e-crisi-democratica.html">pezzo di Marco Mancassola</a> al riguardo.</p>
<p>Ma c&#8217;è dell&#8217;altro. <span id="more-25709"></span>In un commento apparso su &#8220;la Repubblica&#8221; di ieri 30 ottobre, Adriano Prosperi accenna a una nuova geografia del corpo nella presunta democrazia italiana di oggi. Prosperi parte da un assunto banale, uno di quei tanti luoghi comuni che sono diventati tristemente interessanti: &#8220;ciò che non passa in televisione non esiste&#8221;, e dunque &#8220;ciò che non si vede non esiste&#8221;. Il corpo di Stefano Cucchi è stato negato, non è stato visto e dunque per il sistema non è esistito. Chi gli ha fatto quello che gli ha fatto è stato libero di farlo — ignorando persino l&#8217;antichissimo diritto dell&#8217;<em>habeas corpus</em>. Ignorando ogni forma di rispetto basilare per la fisicità, per il dolore stesso.<br />
Prosperi contrappone a questo delitto l&#8217;idea della Pietà: la più straziante delle immagini cristiane, quella dove Gesù era innanzitutto la propria materia — era carne e sangue colma di sofferenza, che veniva offerta al credente come una sorta di memento mori. La forza di questa immagine e del suo equivalente laico, a giudizio di Prosperi, è stata erosa.<br />
Sono d&#8217;accordo, e da qui parto per la mia riflessione.</p>
<p>L&#8217;Italia berlusconiana (edificata con pazienza dall&#8217;inizio degli anni &#8217;80) è l&#8217;Italia della mercificazione del corpo. Se dovessimo rappresentarla, apparirebbe come una sfera lucida, brillante, intatta: la superficie di un sistema che non deve necessariamente funzionare, ma che deve sempre apparire come funzionante. La tragedia corporale di Cucchi è una delle tante ferite aperte su questa superficie.<br />
L&#8217;Italia berlusconiana è anche l&#8217;Italia del cortocircuito informativo. Il sovraccarico di parole e opinioni ha portato a un caos dove la verità non è solo più difficile da tracciare, ma è anche un valore secondario: tutti dicono tutto, ma il gancio che lega gli enunciati alla realtà non ha più molta importanza.</p>
<p>Ora, io credo che ci sia un legame profondo fra questi due aspetti. Credo che essi collimino in una sorta di singolarità: il punto terminale dove sia il corpo che la parola perdono senso — meglio: perdono dignità. L&#8217;eccesso di parainformazione fa da contraltare al silenzio e all&#8217;omertà: la moneta con cui il primo viene pagato. Si nega di continuo: non si risponde mai: non si sa. Qualsiasi fatto può essere accomodato da una teoria opportunamente modificata. Questa epoca fa suo il male che Popper diagnosticò al convenzionalismo: se vedo un corvo bianco dopo aver registrato mille corvi neri, allora basta dire che quello non è un corvo. E la superficie del sistema resta intatta.</p>
<p>Il silenzio sul corpo di Stefano Cucchi è l&#8217;ultimo, e per molti versi il più atroce, degli esempi di questo &#8220;silenzio nel chiasso&#8221;.</p>
<p>Abbiamo grande compassione per le anime e per le immagini. Siamo abituati a muoverci nell&#8217;infosfera, nell&#8217;uragano delle metafore, nelle lacrime e nelle testimonianze televisive di chi soffre. Ma la compassione — la pietà, appunto — per i corpi si sta allontanando dal nostro orizzonte, perché ad essi siamo meno abituati: la fisicità è innanzitutto stilizzazione, volgarizzazione. Non serve neanche fare appello alla retorica del &#8220;tutti belli, tutti felici&#8221; o dei volti da Grande Fratello. Basta scendere per strada e guardare. Proprio perché pochi guardano o sanno guardare.<br />
La stessa morte è dilazionata o messa in un ostensorio (penso al corpo di Eluana Englaro). La stessa violenza è lentamente ridotta a una parola — una parola qualunque, una parola che come ogni altra non serve a molto se non a creare fumo — oppure è occultata gelosamente nel silenzio, quando occorre. Quando non deve ledere la superficie del sistema.</p>
<p>Ma il corpo di Stefano Cucchi è uno squarcio che continua a porre domande, e non si placa. Rimane. Persiste. E noi gli dobbiamo una risposta.<br />
Perché il corpo di Stefano Cucchi è il corpo dell&#8217;uomo assassinato a Napoli e scansato dai passanti. È il corpo dei braccianti in nero morti di fame e stanchezza in Puglia o nell&#8217;hinterland milanese. È il corpo degli immigrati dalla Libia respinti al largo delle nostre coste. È il corpo del fratello del mio ex cantante Fabio, morto di overdose su un marciapiede di Milano, anni fa. È il corpo dei ragazzi gay picchiati a Roma. È il corpo degli uomini eritrei, profughi di guerra, che dormono ogni notte in piazza Oberdan da maggio. È il corpo dei ragazzi della Diaz. È il corpo degli stupri nelle strade attorno alla Centrale di Milano.<br />
Mentre tutto intorno esplode il caos di una massa che non percepisce più fisicità alcuna se non a malapena la propria, che gode solo se spinta a farlo, che sta perdendo una visione etica ed estetica della materia.</p>
<p>Nessuna pietà, oggi, per questi corpi.</p>
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