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	<title>violenza psicologica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La violenza fantasma &#8211; o della violenza psicologica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 06:00:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. Eraclito &#160; Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eraclito</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67453" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-2-300x240.gif" alt="gaslight gif 2" width="300" height="240" /></p>
<p>Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire il piccolo marchingegno che ha fabbricato negli anni, come nel gioco dei bambini, il cubo forato &#8211; e ad ogni foro corrisponde un oggetto. L&#8217;oggetto del manipolatore è un oggetto preciso, ha bisogno del foro corrispondente per poter inserirsi con precisione.</p>
<p>Un breve <a href="http://sociale.corriere.it/anche-la-violenza-psicologica-uccide-fermiamola-ora/?cmpid=SF020103COR">articolo</a> del Corriere della Sera del 2 febbraio s&#8217;intitola(va) &#8220;Anche la violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!&#8221;. L&#8217;articolo, seppur breve, un trafiletto, illustra rapidamente i danni che la vittima di violenza psicologica può subire e invita alla luce, a far luce, alla parola, alla denuncia. Di per sé è cosa buona : non esiste, infatti, solo violenza fisica : la violenza esiste anche in altra forma, in altre forme &#8211; e le ferite invisibili all&#8217;occhio (ma rilevabili ad uno sguardo attento, che indaga oltre la superficie del visibile) possono essere talvolta anche peggiori : possono anche, in ultima istanza, condurre alla morte del soggetto che la subisce &#8211; sia essa una morte reale (spingere l&#8217;altro verso il passaggio all&#8217;atto, fino anche al suicidio), sia essa una morte di spirito, una morte psichica, una morte-in-vita.</p>
<p>Una morte in vita che può virare nella completa distruzione dell&#8217;autostima, nella vergogna dell&#8217;esistere, nel vissuto di indegnità, nella auto-nullificazione. L&#8217;articolo, in cui viene fornito anche un numero verde apposito, invita alla denuncia, ma non prende in considerazione un presupposto necessario da cui partire e per cui ogni possibile messa in luce o in parola delle condizioni del soggetto vittima di violenza psichica viene a cadere : perché quel soggetto , nella maggioranza dei casi, porta già le tracce, nella sua personale biografia, di altre violenze, di altri abusi (forse preistorici), o anche di vere e proprie patologie per cui è già in cura o che non ha ancora affrontato e con cui prima o poi dovrà fare i conti. La vittima non è una &#8220;vittima a caso&#8221; : è scelta accuratamente : deve avere, appunto, quel forellino in cui ci si possa introdurre.<br />
Non è un caso che la maggior parte delle donne e degli uomini vittime di narcisisti patologici (che operano attraverso la produzione dell&#8217;angoscia nell&#8217;altro), soffrano già (o siano predisposte a) depressione, anoressia, bulimia, tossicomania, disturbi d&#8217;ansia generalizzata, autolesionismo &#8211; e la lista potrebbe continuare a lungo.</p>
<p>Questo particolare, che può sembrare in prima istanza trascurabile, è in realtà radicalmente influente : al cospetto di un terzo che possa ascoltare o che possa accogliere la sofferenza della vittima e &#8211; chiaramente &#8211; di fronte all&#8217;altro che la violenza l&#8217;agisce, la persona diventa &#8220;incredibile&#8221;, &#8220;increduta&#8221; : <em>sei tu la/il malata/o!</em> &#8211; come accade nel film<i> Gaslight </i>del 1944 diretto da George Cukor, in cui la luce delle lampade a gas si affievolisce, i quadri e altri oggetti spariscono per mano di Gregory, il marito di Paula, che fa credere a Paula di essere l&#8217;arteficie degli accadimenti, portandola a credersi folle, conducendola a un lento isolamento da luoghi e relazioni, e dalla relazione con i luoghi. Il titolo <i>Gaslight</i> è infatti tradotto in italiano con : <i>Angoscia</i>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>La perversione rappresenta un mettere con le spalle al muro, un prendere alla lettera la funzione del Padre, dell&#8217;Essere supremo. Il Dio eterno preso alla lettera, non già nel suo godimento, sempre velato e insondabile, ma nel suo desiderio in quanto interessato all&#8217;ordine del mondo &#8211; sta qui il principio in cui, pietrificando la propria angoscia, il perverso si installa in quanto tale.<br />
Lacan</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-67454" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-3.gif" alt="gaslight gif 3" width="245" height="150" />Questo meccanismo perverso (che di perververtimento si tratta) non solo produce doppiamente senso ed esperienze di colpevolezza e vergogna nella vittima, ma preclude ogni possibilità di essere davvero creduta, di essere presa in considerazione nel suo dire, nel suo appello &#8211; là dove ci sia ancora la forza di pronunciarlo.<br />
Se i segni della violenza fisica (per quanto anch&#8217;essa produca nel soggetto che la subisce &#8211; specialmente se agita all&#8217;interno delle mura domestiche, non estemporanea ma perpetrata nel tempo, quotidiana &#8211; vissuti di vergogna, di automortificazione, di perdizione, di umiliazione) sono verificabili e di-mostrabili all&#8217;altro, quelli della violenza psicologica non lo sono affatto. Non c&#8217;è sangue versato, tutt&#8217;al più il sangue è coagulato in una zona scura all&#8217;interno del corpo, si annida nella testa, crea ematomi interni, sacche di dolore ammuffite nel costato. E&#8217; allora davvero possibile che la vittima sia in grado e nelle condizioni di poter denunciare, se la vittima stessa (già &#8220;vittima&#8221; prima ancora di diventarlo), è stata prescelta proprio perché non munita degli strumenti che permetterebbero di non cadere nella trama dell&#8217;altro, nella ragnatela tessuta dal narcisista manipolatore?</p>
<p>La risposta vorrebbe essere: sì, è possibile. La realtà sfortunatamente dimostra il contrario. L&#8217;isolamento in cui cade (è una vera e propria caduta) il soggetto che fa esperienza di manipolazione e violenza psicologica, è un ulteriore elemento che va considerato : l&#8217;altro che agisce tende infatti ad escludere la propria vittima dalle relazioni che questa intratteneva prima di incontrarlo, cerca di sottrarla <em>al</em> e <em>dal</em> mondo &#8211; e questo per due principali motivi : da un lato, per la tendenza propria del manipolatore ad agire sull&#8217;altro attraverso istanze di potere, decidendo per lei/lui ciò che deve vivere e con chi deve vivere, dall&#8217;altro lato perché così facendo aumenta il grado di dipendenza della vittima nei suoi confronti. Il soggetto che subisce si ritrova così, paradossalmente, all&#8217;interno di un mondo in miniatura in cui il contatto avviene quasi esclusivamente con la persona che lo sta lentamente distruggendo, a credere (o illudersi) di poter vivere solo con il proprio carnefice, solo se supportato dal carneficie, al punto limite in cui l&#8217;unica persona a cui potrebbe realmente chiedere aiuto è proprio la persona da cui dovrebbe fuggire.</p>
<p>Tutto ciò non ha minimamente a che vedere con la formula sadismo-masochismo : la coppia narcisista manipolatore (o, per usare un termine più affine alla psicoanalisi : perverso)/ vittima non vive di quello che talvolta, con un ghigno e molta superficialità si cerca di dimostrare, e cioè che la vittima resta lì, resta nella posizione frustrante e dolorosa perché gode nel lasciarsi fare del male : la vittima di violenza psicologica non è (questo è bene ricordarlo) un masochista che ama farsi sottomettere e che ha bisogno di un sadico che compia il suo dovere. E&#8217; portatrice &#8211; lo ripeto &#8211; di una ferita che attira, attrae e su cui il perverso può cominciare a lavorare. E&#8217; infatti di un lavoro che si tratta, un lavoro meticoloso, talvolta urlato, talvolta messo in atto attraverso il &#8220;gioco del silenzio&#8221;, in cui tutto deve restare immobile e immutato, nulla deve scomporsi, pena la morte. Ciò che chiamo gioco del silenzio è una delle posizioni preferite assunta dal soggetto perverso : fabbricare l&#8217;angoscia nell&#8217;altro, lavorare affinché si produca angoscia nell&#8217;altro, fino al punto limite in cui &#8211; com&#8217;è noto nel mito di Narciso &#8211; l&#8217;altro si dà alla morte : anche Eco muore.</p>
<p><em>E&#8217; una terra sconosciuta, impopolata, fatta di crani abbassati, di piegamenti sulle ginocchia, di bocche cucite, di fili sottili, di tremori notturni, di impossibilità, di nebbia, è la terra dei senza gambe, di ciglia strappate, dei portatori di vischio nelle pupille</em>.</p>
<p>Partendo quindi dal presupposto che il soggetto oggetto di violenza psicologica non sia una vittima casuale ma una donna (o un uomo) con determinate e precise caratteristiche, partendo dalla constatazione che quel soggetto venga scelto non con una partita a dadi ma con una profonda (conscia o inconscia poco conta) consapevolezza, la questione del come agire, cosa fare, dev&#8217;essere rivista e rivalutata.</p>
<p>Si tratterebbe allora non tanto (non solo) di educare la persona che sta già subendo violenza a denunciarla, quanto piuttosto educare preventivamente a riconoscere le mosse compiute dal potenziale manipolatore prima che queste riescano &#8211; come farebbe un ragno &#8211; a tessere la ragnatela attorno alla vittima prescelta da cui questa non può o non vorrà più uscire per il timore della caduta nel vuoto e in ultimo della morte. Morte del Sé, morte della vita, caduta fuori dalla scena del mondo.</p>
<p>Prevenire il &#8220;cattivo incontro&#8221;, spalancare l&#8217;occhio al possibile, là dove quell&#8217;occhio è già stato ferito. Riaprire quindi la ferita non con il bisturi di chi la violenza l&#8217;agisce, ma con la cura e la grazia di chi ha gli strumenti per farlo, per poter ripulire i detriti e gli elementi putrefatti che offuscano la vista : pulviscolo biografico, strutturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
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