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	<title>Virgilio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come fu che messer Francesco Petrarca maledì i medici nei secoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Petrarca]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Bienati]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Greta Bienati</b> <br />
Quando messer Francesco Petrarca era ancora un ragazzo affamato di libri, il padre gli acquistò un Virgilio manoscritto, che divenne il fedele compagno a cui il poeta affidò lacrime e pensieri di una vita intera. ]]></description>
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<div class="wp-block-image is-style-default td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="340" height="420" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura.jpg" alt="" class="wp-image-117996" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura.jpg 340w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-243x300.jpg 243w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-150x185.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-300x371.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Ritratto-di-Laura-324x400.jpg 324w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /><figcaption>Ritratto di Laura</figcaption></figure></div>



<center><div style="width:300px;"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-117993-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Marenzio-Petrarca-Chiaro-segno-Amor-pose-1.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Marenzio-Petrarca-Chiaro-segno-Amor-pose-1.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Marenzio-Petrarca-Chiaro-segno-Amor-pose-1.mp3</a></audio></div></center>



<center><small><b>Luca Marenzio [1533-1559]<br /><em>Chiaro segno Amor pose alle mie rime</em><br />da <em>Mia benigna fortuna e &#8216;l viver lieto</em><br />di Francesco Petrarca<br />in Madrigali a 5 voci, Libro 9</b></small></center><br /><br />



<p class="has-text-align-center">di <strong>Greta Bienati</strong></p>



<p>Quando messer Francesco Petrarca era ancora un ragazzo affamato di libri, il padre gli acquistò un Virgilio manoscritto, che divenne il fedele compagno a cui il poeta affidò lacrime e pensieri di una vita intera. Non riuscirono a separarli nemmeno i ladri, che rubarono il prezioso libro dalla sua casa in Avignone: ansioso di tornare dal suo padrone, il manoscritto si fece ritrovare dodici anni più tardi, per non lasciarlo mai più.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="500" height="734" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano.jpg" alt="" class="wp-image-118451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-286x420.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-150x220.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Simone_Martini_-_frontespizio_per_codice_Virgilio_-_Biblioteca_Ambrosiana_-_Milano-300x440.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Simone Martini, frontespizio del manoscritto di Virgilio</figcaption></figure></div>



<p>Fu con lui a Bologna e in Valchiusa, a Roma e ad Avignone. Fu con lui anche a Parma, quando la peste arrivò a seppellire le sue speranze, rendendolo misero e solo. E fu a lui per primo che, il giorno diciannove del mese di maggio dell’anno mille trecento quarantotto, messer Francesco confidò la notizia che gli era appena arrivata con una lettera da Avignone: il sei d’aprile, nell’ora prima, la luce di Laura si era spenta. La sera stessa, il corpo era stato deposto al convento dei frati minori, mentre l’anima tornava al cielo da cui era discesa.</p>



<p>Lo stesso mese d’aprile, lo stesso giorno sei, quasi la stessa ora in cui, più di vent’anni prima, sul principio dell’adolescenza, l’aveva vista per la prima volta nella chiesa di santa Chiara, alla funzione del Venerdì Santo. Annotò la data sul primo foglio, per avere sempre davanti agli occhi un monito a quanto rapido fuggisse il tempo e a quanto fossero inutili le cure e vane le speranze che riempivano le sue giornate: mentre Laura se ne andava, lui era a Verona, portato lì dal caso, inconsapevole di quel che il destino gli stava togliendo. Di lei adesso gli restava solo il ritratto dipinto da mastro Simone, di mirabile somiglianza, ma senza il dono della parola né, tanto meno, della vita.</p>



<p>E pensare che, al suo capezzale, era accorso mastro Guido de Cauliaco in persona, archiatra del papa e dottore con tanto di toga foderata di scoiattolo. Ma la peste aveva spazzato via titoli e toghe, e i medici, con tutta la loro scienza e supponenza, avevano saputo solo ripetere l’antico consiglio di Galeno: <em>fuge cite, vade longe, rede tarde</em>. Fuggi in fretta, vai lontano, torna tardi.</p>



<p>Messer Francesco fissava il ritratto, gli occhi offuscati dalle lacrime e dalla rabbia. Signori della vita e della morte, si proclamavano i medici, e davvero solo a loro era permesso di uccidere impunemente, come non era concesso nemmeno a re e imperatori. Di più: dopo aver ucciso, chiedevano pure un prezzo per quel che avevano fatto. E, tra tutti, mastro Guido era il peggiore: il più supponente e il più schiavo della pecunia a un tempo. Un conciaossa venuto dalla campagna, che aveva imparato il mestiere da un praticone ambulante, e che aveva potuto addottorarsi a Montpelhièr solo perché aveva guarito un graffio a una castellana.</p>



<p>«Un vile meccanico&#8230;» digrignò messer Francesco. Meccanico e mercenario, che lavorava con le mani invece che con il cuore e con la testa, pieno di sé e della sua scienza inutile. Un arrogante, che si faceva forte del fatto che nessuno gli avrebbe mai chiesto conto dei suoi errori e dei suoi abusi. Un chiacchierone, che si prendeva il merito se risanavi, mentre, se morivi, ti dava la colpa in aggiunta.</p>



<p>Messer Francesco si passò la mano sugli occhi, sforzandosi di cercare in cuor suo il perdono: probabilmente mastro Guido era già a rendere conto del suo operato davanti a Nostro Signore, dal momento che la peste non aveva l’aria di impressionarsi nemmeno davanti ai dottori di Montpelhièr.</p>



<p>«Signore, abbi misericordia di noi» mormorò messer Francesco, richiudendo il Virgilio.</p>



<p>Molti mesi dovettero trascorrere prima che la marea nera del morbo si ritirasse, e permettesse a messer Francesco di tornare ad Avignone. Finalmente, in un giorno caldo di giugno, poté inginocchiarsi sulla tomba di madonna Laura, nel convento dei frati minori.</p>



<p>«È stata fortunata» disse l’amico che lo accompagnava. «Lei almeno ha avuto una lapide».</p>



<p>Il morbo aveva infuriato con tale rapidità, che erano state approntate in fretta e furia enormi fosse comuni, appena fuori dalle mura. E quando, nel giro di pochi giorni, anche quelle erano risultate colme, il papa aveva consacrato il Rodano, perché anche la sepoltura in acqua fosse cosa da cristiani.</p>



<p>«Ho veduto coi miei occhi il Giorno del Giudizio» pianse l’amico, al ricordo delle scene d’Apocalisse che avevano riempito le vie della città. Davanti al perdurare del flagello, il papa aveva persino ceduto alle suppliche di mastro Guido, che voleva aprire i cadaveri, per vedere come agisse la peste.</p>



<p>«Mastro Guido ha aperto i cadaveri?» balbettò messer Francesco, e, davanti agli occhi, gli apparve l’immagine di madonna Laura, con mastro Guido coperto di sangue che le frugava i visceri.</p>



<p>«Così si dice&#8230;» rispose l’amico. E aggiunse che si mormorava anche che mastro Guido fosse venuto a patti col demonio, visto che, di tutti coloro che avevano presa la peste, lui solo era riuscito a salvarsi, e a nessuno aveva voluto spiegare come avesse fatto.</p>



<p>Messer Francesco rimase come di sasso, gli occhi fissi sulla pietra che gli celava madonna Laura. Poi, l’antica fiamma che lei gli aveva acceso in cuore divampò più violenta che mai, col colore della rabbia e della vendetta.</p>



<p>«Dove andate?» gli gridò l’amico, vedendolo avviarsi con passo da battaglia.</p>



<p>«A chiedere conto al papa del suo negromante!» rispose messer Francesco senza voltarsi.</p>



<p>Accadeva giusto in quei giorni che il papa fosse infermo, e che mastro Guido si trovasse appunto al suo capezzale. Quando messer Francesco se lo vide davanti, il fuoco che sentiva in petto gli eruppe dagli occhi e, soprattutto, dalla bocca.</p>



<p>«Vi fidate ancora di quest’uomo, Santo Padre?»</p>



<p>Si fidava di un meccanico averroista, di un mercenario senza battesimo, di un uomo che non distingueva i corpi dei cristiani da quelli delle bestie senz’anima? Un sacrilego, che non conosceva nulla di sacro, o mai avrebbe avuto l’ardire di sezionare membra che avevano suscitato amore e affetti!</p>



<p>«Non vi accontentate più di infierire sui vivi?» continuò, piantando gli occhi in quelli di mastro Guido. «Che bisogno avevate di accanirvi sui morti? Potevate forse guarirli?»</p>



<p>Mastro Guido resse il suo sguardo senza scomporsi.</p>



<p>«Potevano mostrarmi le cause del male» rispose.</p>



<p>Messer Francesco inorridì: «Quindi avete fatto scempio di cristiani solo per la vanità del vostro intelletto?»</p>



<p>Mastro Guido alzò un sopracciglio: «Non prendo lezioni da un arrogante superbo e presuntuoso, che si è fatto strada con l’adulazione e che non conosce nemmeno le basi della logica. Tornate alla vostra inutile poesia, e lasciate il campo agli uomini di scienza».</p>



<p>Messer Francesco dimenticò di essere al cospetto del pontefice.</p>



<p>«Assassino! Siete solo un assassino e un macellaio! Lo vedrete quanto è inutile la poesia!»</p>



<p>E, davanti a Domineddio e al suo Vicario in terra, giurò che lo avrebbe consegnato alla memoria dei secoli per quel macellaio e quell’assassino che era.</p>



<p>«Messer Francesco, ora basta!» tuonò il papa.</p>



<p>Messer Francesco digrignò un saluto, e se ne andò maledendo quella Babilonia reincarnata in terra di Francia. Il giorno stesso, la penna intinta nel dolore e nella rabbia, stese di getto quattro libri di invettiva contro il vile meccanico di cui sprezzò persino di scrivere il nome.</p>



<p>Quando il fuoco della vendetta si fu placato, gli occhi tornarono a cercare il ritratto di madonna Laura, che vegliava sul suo scrittoio.</p>



<p>«Vi guarirò io» promise. «Vedrete se la poesia non può mille volte più della medicina!»</p>



<p>E si diede con infinita pazienza a ricucire le parole e i versi che le aveva dedicato per oltre vent’anni. Lettera dopo lettera, rima dopo rima, meticoloso come un antico mosaicista, ricompose il volto e le membra di madonna, così com’erano prima che il tempo, la peste e i medici ne spegnessero la fiamma.</p>



<p>Fino a quando, una notte di luglio, mentre messer Francesco lavorava nel suo studio di Arquà alla luce di una candela, dal buio uscì una voce, chiara come quella delle fonti di Valchiusa.</p>



<p>«Messer Francesco&#8230;»</p>



<p>Al riconoscere la voce di madonna Laura, messer Francesco lasciò cadere la penna.</p>



<p>«Che sia diventato anch’io un negromante?» si spaventò.</p>



<p>Accostò la candela al ritratto e gli parve di vedere, nello sguardo di madonna, la fiamma della vita.</p>



<p>«Messer Francesco, non siete felice di vedermi?» disse la voce.</p>



<p>«Ma voi… siete morta!» balbettò. E, per convincere se stesso e il fantasma, aprì il Virgilio sul primo foglio, e indicò col dito la nota di tanti anni prima.</p>



<p>«Messer Francesco» continuò la voce, «proprio voi dubitate della vostra arte?»</p>



<p>Lo studio si illuminò d’una luce d’aprile, le pareti lasciarono il posto alle rive della Sorga. Seduta sull’erba, il grembo colmo di fiori, madonna Laura gli sorrideva giovane e bella.</p>



<p>«Sono viva» disse, appoggiando la mano sulla sua. «E sono vostra per sempre».</p>



<p>Messer Francesco cercò le parole che aveva serbato con cura per tanti anni, per dirle a lei sola; ma la sua lingua sembrava essersi inaridita, lasciandolo muto come un infante.</p>



<p>«Laura&#8230;» riuscì solo a balbettare, mentre il cuore gli esplodeva in petto.</p>



<p>Quando sorse il mattino, la serva trovò la candela consumata, e il padrone col capo abbandonato sul primo foglio del manoscritto di Virgilio, con gli occhi aperti sul nome di madonna Laura e, sulle labbra, una sembianza di felicità.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="500" height="776" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno.jpg" alt="" class="wp-image-118452" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-271x420.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Petrarca_-Andrea-de-Castagno-300x466.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption>Petrarca ritratto da Andrea del Castagno [1450] <em>Villa Carducci di Soffiano</em>[FI]</figcaption></figure></div>



<p></p>
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		<item>
		<title>Dante: la Commedia, Beatrice invia Virgilio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/10/04/dante-la-commedia-beatrice-invia-virgilio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2021 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice]]></category>
		<category><![CDATA[Dante Alighieri]]></category>
		<category><![CDATA[Inferno]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
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					<description><![CDATA[Dopo le varie rime e l’ultima petrosa , e dopo il pane orzato del Convivio , e dopo anche l&#8217;ultimo ottimo contributo di Davide Orecchio, è tempo di addentrarci nella Commedia. Come ho già detto all’inizio di queste note, mi guarderò bene dal farvi rileggere i brani più famosi e probabilmente studiati e ristudiati a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_93117" aria-describedby="caption-attachment-93117" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Virgilio-con-Beatrice-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" class="size-medium wp-image-93117" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Virgilio-con-Beatrice-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Virgilio-con-Beatrice-150x113.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Virgilio-con-Beatrice-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Virgilio-con-Beatrice-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/10/Virgilio-con-Beatrice.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-93117" class="wp-caption-text">Virgilio con Beatrice</figcaption></figure><br />
Dopo le varie rime e l’ultima <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/08/24/dante-una-rima-petrosa/">petrosa </a>, e dopo il pane orzato del <a href="https://www.lapoesiaelospirito.it/2021/09/14/dante-il-pane-nel-convivio-e-lo-naturale-amore-alla-propria-loquela/">Convivio </a>, e dopo anche l&#8217;ultimo ottimo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/09/27/dante-catone-e-il-suicidio-compreso/">contributo </a>di <strong>Davide Orecchio</strong>, è tempo di addentrarci nella <em>Commedia</em>. Come ho già detto all’inizio di queste note, mi guarderò bene dal farvi rileggere i brani più famosi e probabilmente studiati e ristudiati a scuola, tipo Paolo e Francesca, conte Ugolino e via discorrendo, così come mi asterrò dai vari commenti, salvo forse alcuni essenziali per comprendere il contesto cui il nostro amato poeta talvolta un po’ oscuramente allude.<br />
Così presenterò qui una buona parte del secondo canto dell’Inferno – dove ancora i nostri protagonisti non sono entrati – nel quale si svela in base a quale complotto Virgilio-Beatrice il poeta latino è arrivato rapidamente a soccorrere il povero Dante che già stava per soccombere e tornare indietro dopo l’incontro con le tre belve che cercano di sbarrargli il cammino, ma in particolare con la terza, la lupa (<em>che di tutte brame / sembrava carca nella sua magrezza, / e molte genti fe’ già viver grame, // questa mi porse tanto di gravezza/ con la paura ch’uscìa di sua vista, / ch’io perdei la speranza de l’altezza</em>).<br />
E all’inizio del secondo canto Dante, pur invocando, come d’obbligo, un generale aiuto dalle muse, è ancora scoraggiato e chiede a Virgilio perché proprio a lui Dante debba esser concesso di proseguire un tale periglioso viaggio (<em>Ma io perché venirvi? o chi ‘l concede? / io non Enea, io non Paulo sono: / me degno a ciò né io né altri ‘l crede</em>) e prosegue per qualche altra terzina il suo lamento nei confronti di questa impresa “<em>che fu nel cominciar cotanto tosta</em>”.<br />
Ed è qui che comincia quello che potete leggere qua sotto: la risposta di Virgilio che spiega come sia stata Beatrice in persona ad accorrere giù dal Paradiso, dove ella ovviamente risiede, spronata a ciò da Lucia, a sua volta invitata a farlo dalla “Donna” del verso 94, sulla cui identità i commentatori fanno varie ipotesi, compresa quella che si tratti della Vergine in persona. Ed ecco perché ai versi 124-5 Virgilio sprona Dante a non perdersi d’animo, dato che ci sono ben tre donne che “<em>curan di te nella corte del cielo</em>”; al che Dante certo non può resistere, soprattutto dato il coinvolgimento del vero e unico grande amore della sua vita, quella che “<em>tanto gentile e tanto onesta pare</em>”, come suona il forse più famoso sonetto della letteratura italiana, e che qui è “<em>beata e bella</em>” (v. 53):</p>
<blockquote><p>&#8220;S’i’ ho ben la parola tua intesa&#8221;,<br />
rispuose del magnanimo quell’ombra,<br />
&#8220;l’anima tua è da viltade offesa;		45</p>
<p>la qual molte fïate l’omo ingombra<br />
sì che d’onrata impresa lo rivolve,<br />
come falso veder bestia quand’ombra.		48</p>
<p>Da questa tema acciò che tu ti solve,<br />
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi<br />
nel primo punto che di te mi dolve.		51</p>
<p>Io era tra color che son sospesi,<br />
e donna mi chiamò beata e bella,<br />
tal che di comandare io la richiesi.		54</p>
<p>Lucevan li occhi suoi più che la stella;<br />
e cominciommi a dir soave e piana,<br />
con angelica voce, in sua favella:		57</p>
<p>&#8220;O anima cortese mantoana,<br />
di cui la fama ancor nel mondo dura,<br />
e durerà quanto ’l mondo lontana,		60</p>
<p>l’amico mio, e non de la ventura,<br />
ne la diserta piaggia è impedito<br />
sì nel cammin, che vòlt’è per paura;		63</p>
<p>e temo che non sia già sì smarrito,<br />
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,<br />
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.	66</p>
<p>Or movi, e con la tua parola ornata<br />
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,<br />
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.		69</p>
<p>I’ son Beatrice che ti faccio andare;<br />
vegno del loco ove tornar disio;<br />
amor mi mosse, che mi fa parlare.		72</p>
<p>Quando sarò dinanzi al segnor mio,<br />
di te mi loderò sovente a lui&#8221;.<br />
Tacette allora, e poi comincia’ io:		75</p>
<p>&#8220;O donna di virtù sola per cui<br />
l’umana spezie eccede ogne contento<br />
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui,		78</p>
<p>tanto m’aggrada il tuo comandamento,<br />
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;<br />
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.	81</p>
<p>Ma dimmi la cagion che non ti guardi<br />
de lo scender qua giuso in questo centro<br />
de l’ampio loco ove tornar tu ardi&#8221;.		84</p>
<p>&#8220;Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,<br />
dirotti brievemente&#8221;, mi rispuose,<br />
&#8220;perch’i’ non temo di venir qua entro.		87</p>
<p>Temer si dee di sole quelle cose<br />
c&#8217; hanno potenza di fare altrui male;<br />
de l&#8217;altre no, ché non son paurose.		90</p>
<p>I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,<br />
che la vostra miseria non mi tange,<br />
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.	         93</p>
<p>Donna è gentil nel ciel che si compiange<br />
di questo &#8216;mpedimento ov&#8217;io ti mando,<br />
sì che duro giudicio là sù frange.		96</p>
<p>Questa chiese Lucia in suo dimando<br />
e disse: &#8211; Or ha bisogno il tuo fedele<br />
di te, e io a te lo raccomando -.		99</p>
<p>Lucia, nimica di ciascun crudele,<br />
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,<br />
che mi sedea con l’antica Rachele.		102</p>
<p>Disse: &#8211; Beatrice, loda di Dio vera,<br />
ché non soccorri quei che t’amò tanto,<br />
ch’uscì per te de la volgare schiera?		105</p>
<p>Non odi tu la pieta del suo pianto,<br />
non vedi tu la morte che ’l combatte<br />
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.	108</p>
<p>Al mondo non fur mai persone ratte<br />
a far lor pro o a fuggir lor danno,<br />
com’io, dopo cotai parole fatte,		111</p>
<p>venni qua giù del mio beato scanno,<br />
fidandomi del tuo parlare onesto,<br />
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno&#8221;.		114</p>
<p>Poscia che m’ebbe ragionato questo,<br />
li occhi lucenti lagrimando volse,<br />
per che mi fece del venir più presto.		117</p>
<p>E venni a te così com’ella volse:<br />
d’inanzi a quella fiera ti levai<br />
che del bel monte il corto andar ti tolse.	120</p>
<p>Dunque: che è perché, perché restai,<br />
perché tanta viltà nel core allette,<br />
perché ardire e franchezza non hai,		123</p>
<p>poscia che tai tre donne benedette<br />
curan di te ne la corte del cielo,<br />
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?&#8221;.	126</p>
<p>Quali fioretti dal notturno gelo<br />
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,<br />
si drizzan tutti aperti in loro stelo,		129</p>
<p>tal mi fec’io di mia virtude stanca,<br />
e tanto buono ardire al cor mi corse,<br />
ch’i’ cominciai come persona franca:		132</p>
<p>&#8220;Oh pietosa colei che mi soccorse!<br />
e te cortese ch’ubidisti tosto<br />
a le vere parole che ti porse!			135</p>
<p>Tu m’ hai con disiderio il cor disposto<br />
sì al venir con le parole tue,<br />
ch’i’ son tornato nel primo proposto.		138</p>
<p>Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:<br />
tu duca, tu segnore e tu maestro&#8221;.<br />
Così li dissi; e poi che mosso fue,		141</p>
<p>intrai per lo cammino alto e silvestro.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Su Enea</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/08/05/su-enea/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Aug 2018 04:46:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre &#160; In queste settimane, in alcuni siti di estrema destra, di cui risparmierò i link ai lettori per amor di decenza, compaiono articoli secondo cui Enea non sarebbe un migrante, uno straniero arrivato in Italia e inizialmente respinto: Enea sarebbe invece discendente dell&#8217;italico Dardano e sarebbe ritornato qui non come vile disertore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In queste settimane, in alcuni siti di estrema destra, di cui risparmierò i link ai lettori per amor di decenza, compaiono articoli secondo cui Enea non sarebbe un migrante, uno straniero arrivato in Italia e inizialmente respinto: Enea sarebbe invece discendente dell&#8217;italico Dardano e sarebbe ritornato qui non come vile disertore dopo una guerra (secondo quella che è la &#8220;interpretazione&#8221; di destra delle motivazioni per cui migliaia di persone inermi scappano dai massacri), ma come eroe sconfitto e superstite, <em>fato profugus</em> e dunque predestinato all&#8217;Italia.</p>
<p>Al di là delle idee politiche di dubbio odore, che si celano dietro questa presa di posizione, si rilevano un bel po&#8217; di deformazioni ed errori di metodo, a partire dal fatto che il mito non è storia. Anzitutto, rimanendo al mito, come attestato in un noto passo omerico, Y 309 (tradotto da Virgilio e rifunzionalizzato a Aen, III, 98), Enea è destinato, secondo una profezia messa in bocca a Poseidone, a dare origine a una dinastia in Troade e dopo di lui regneranno &#8220;i figli dei figli e quanti nasceranno in séguito (καὶ παῖδες παίδων τοί κεν μεθόπισθε γενώνται, <em>et nati natorum et qui nascentur ab illis</em>). Egli appare in conflitto con la dinastia di Priamo ed Ettore, in quanto tale γένος porta il peso della colpa di Paride. Enea, immune da tale colpa, continuerà la Troade, una volta crollata la rocca dei Priamidi e di Laomedonte.</p>
<p>Si tratta di uno schema noto a molti miti di distruzione: la rocca dei re empi crolla, continuano i pii e morigerati capivillaggio delle campagne. Così in Ellade Ipotebe rimane, mentre la Tebe Cadmea è stata distrutta dagli epigoni. Questo schema è una proiezione delle mitistorie legate alla fase finale della crisi dei palazzi micenei in Grecia: strutture palaziali in cui si insediano nuove élites, che ripetono gli errori dei predecessori, per poi essere subissate di nuovo e in via definitiva insieme alla rocca. Le distruzioni in Anatolia, come nel caso di Hissarlik e Beycesultan, appaiono invece, dal canto loro, più direttamente legate ad altri fenomeni geopolitici di larga scala, inserite nel contesto delle strutture statuali anatoliche alla fine dell&#8217;età del bronzo.</p>
<p>Dopo il mito iliadico di VIII sec. la <em>Piccola Iliade</em>, del secolo successivo, ci fa trovare Enea schiavo di Neottolemo Pirro, figlio di Achille. Secondo altre tradizioni maggioritarie, schiavi di Neottolemo sono Eleno e Andromaca. In ogni caso, scopriamo eroi troiani variamente connessi, per ascendenze e discendenze, con la Grecia dell&#8217;entroterra e di nord-ovest (Arcadia, prima patria di Dardano avo di Enea, secondo tradizioni più antiche; Epiro). Mentre l&#8217;Enea iliadico è sicuramente collegato agli Eneadi di Cuma Eolica e Ilio in Troade, cioè ad aristocratici Eoli, che si presumevano, per legittimare col mito la loro presenza in Asia, discesi da Enea; l&#8217;Enea successivo migra progressivamente a ovest, fino a che i coloni greci di età deuterocoloniaria non se lo portano in Italia (uno dei canali potrebbe essere stato, fra gli altri, la connessione fra Cuma Eolica in Troade e Cuma di Opicia in Campania, come ben chiarito da Alfonso Mele in un vecchio ma ben fondato studio del 1982 comparso sulla rivista &#8220;Studi Magni&#8221;). Insomma, che abbiano o meno trovato sparse tracce di micenei, secondo un&#8217;ipotesi di Musti, i primi coloni magnogreci si sono portati i loro eroi in occidente. Così Diomede ha fondato colonie fra Daunia e Calabria, Telegono, figlio di Odisseo e Circe, prima allocato a Cirene, si è spostato a Tivoli e Preneste, Latino è considerato figlio di Odisseo e Circe da Esiodo. Si tratta del momento in cui, prima della battaglia di Alalia, i greci cercano di arrivare fino a Kyrnos (la Corsica). Ma dopo che le loro velleità sono state troncate nel Tirreno, e dopo che i Latini e Roma cominciano ad affermarsi come polo dialettico dei magnogreci, di tutti quei miti migrati da oriente resta solo Enea. All&#8217;inizio è un Enea un tantino <em>impius</em> (per seguire l&#8217;ossimorico titolo di un&#8217;agile operetta mitografica, <em>Impius Aeneas,</em> di Francesco Chiappinelli), visto che fra l&#8217;altro si è accordato sottobanco con gli Achei, secondo una scena tipica del folclore indoeuropeo, il dono condizionato della libertà da parte del vincitore misericordioso al vinto onorevole (si veda la sua versione al femminile nel mito indiano di Draupadi che libera i suoi cinque mariti per concessione dei nemici).</p>
<p>Nevio nel suo misterioso <em>flashback</em> contenuto nel <em>Bellum Poenicum</em>, ma soprattutto Virgilio, ne ripuliscono il mito; Virgilio in specie, per poter costruire il suo poema, deve agire fra tre paradigmi: il modello politico dell&#8217;ideologia augustea, fondato sui quattro valori di <em>iustitia, pietas, clementia, virtus</em> e sull&#8217;obbiettivo della pace conseguita dall&#8217;Impero universale multietnico uscito dalle guerre civili; il modello epico arcaico dell&#8217;eroe omerico, Achille e Odisseo; il modello antiepico ellenistico &#8220;moderno&#8221; e poeticamente <em>à la page</em> del non eroe delle <em>Argonautiche</em> di Apollonio Rodio, Giàsone. Risultato: l&#8217;eroe giusto e pio, che richiesto di dare la pace ai morti, risponde in piena guerra che vorrebbe darla anche ai vinti, ma per necessità deve immeggersi di nuovo nella strage che detesta e che lo ha segnato, <em>per conquistare una terra che sente straniera e che lo sente straniero</em>, al di là delle genealogie mitologiche invocate a legittimare la presenza dei Troiani in Italia, in quanto discendenti di Dardano (il cui nome, più che al greco δαρδάπτειν &#8220;sbranare, uccidere&#8221;, sembra riconnettersi alla lenizione di Tarhunt- il dio delle tempeste ittita, lo Zeus anatolico).</p>
<p>In Enea convivono pertanto mitistorie anatoliche e tracofrigie assimilate dagli Eoli e proiettate in occidente, dove i Romani le catturano per legittimare il loro dominio sull&#8217;oriente ellenico ed ellenizzato, fra Acaia e Ponto. Ma di per sé, l&#8217;Enea di Virgilio è un eroe sradicato, respinto (Aen. I, 389, <em>Europa atque Asia pulsus</em>), in cerca di nuove terre a cui offre pace e ne riceve guerra. Guerra che fra l&#8217;altro gli viene da un tale Turno, un <em>Tursnus,</em> un Τυρσανός, italico per modo di dire e in realtà etrusco, tirreno, che come tutti gli etruschi, viene in parte dall&#8217;Anatolia (come dimostrano traccianti genici di esseri umani e animali domestici; che sia straniero anche Turno, in omaggio a una vecchia profezia, sono in parecchi a ripeterlo, visto che, pur col suo nome etruscoide, il mito lo indica come figlio di Dauno, migrato dall&#8217;Illiria meridionale, l&#8217;odierna Albania, in Puglia, da cui aveva scacciato gli Ausoni, che a loro volta le mitistorie coloniarie dei Greci legano a Ulisse tramite l&#8217;eroe eponimo Ausone, figlio dell&#8217;itacese e della ninfa Calipso) -senza considerare l&#8217;etrusco Mezenzio e Tarconte, che la sua origine anatolica la denuncia anch&#8217;egli nel nome, Tarhunt-, ancora il dio ittita luvio delle tempeste. Sta di fatto che senza questa natura di straniero sradicato, anche negli affetti (ha perso le uniche donne che per lui contassero, regine immense e semidivine come Creusa e Didone, per sposare una scialba principessa votata a essere semplice merce di scambio politico), la poesia dell&#8217;<em>Eneide</em> non sussisterebbe: l&#8217;<em>Eneide</em> non sarebbe più un poema epico patrimonio della letteratura mondiale, ma solo il piccolo manifesto di propaganda di una piccola fazione aggressiva e nazionalistica, senza futuro né prospettive, non certo il fondatore mitico della città dell&#8217;impero multi-etnico, che, per citare l&#8217;ultimo grande poeta latino, Rutilio Namaziano, <em>fecit patriam diversis gentibus unam</em>. Ovvio: Enea non era certo turco, come talvolta si celia, visto che i Turchi si impadronirono dell&#8217;entroterra anatolico solo dopo la battaglia di Manzicerta, nel 1071 d.C.; ma rimane un migrante, uno straniero d&#8217;oltremare, in un Mediterraneo percorso in lungo e in largo da ecisti e colonizzatori di tutte le etnie e di tutte le lingue, dalla Fenicia a Creta all&#8217;Ellade, all&#8217;Italia. Per questo invocare Enea come legittimatore mitologico di italiche purezze -l&#8217;ennesimo impiego propagandistico fascista dei materiali del mito- è un vero e proprio crimine contro la civilità, contro la poesia, contro la decenza.</p>
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		<title>Virgilio &#8211; Georgiche IV &#8211; Aristeo e Orfeo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/09/01/virgilio-georgiche-iv-aristeo-orfeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2016 05:26:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre Muse, per noi quale dio, chi mai ha inventata quest&#8217;arte? Dove la nuova perizia degli uomini trasse principio? Un fuggitivo mandriano, Aristeo, da Tempe Peneia, perse le api per morbo e per carestia, com&#8217;è fama, triste alla sacra sorgente di un fiume remoto ristette molto gemendo e parlò con queste [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Muse, per noi quale dio, chi mai ha inventata quest&#8217;arte?<br />
Dove la nuova perizia degli uomini trasse principio?<br />
Un fuggitivo mandriano, Aristeo, da Tempe Peneia,<br />
perse le api per morbo e per carestia, com&#8217;è fama,<br />
triste alla sacra sorgente di un fiume remoto ristette<br />
molto gemendo e parlò con queste parole alla madre:<br />
&#8220;Ah, madre, madre Cirene, o tu che di questa corrente<br />
reggi l&#8217;abisso, perché da gloriosa stirpe di dèi,<br />
(se come dici, mio padre è davvero Apollo Timbreo),<br />
mi generasti nemico del fato? E dov’è quel tuo amore<br />
verso di me? perché m&#8217;hai forzato a sperare nel cielo?<br />
Ecco che adesso anche questo onore di vita mortale,<br />
che a gran fatica l&#8217;accorta custodia di grano e bestiame<br />
nel mio tentare ogni via mi donò, abbandono -e ho te madre!<br />
Tu di tua mano oramai travolgi le fertili selve,<br />
getta alle stalle la fiamma nemica e distruggi le messi,<br />
brucia i raccolti, arma contro le vigne una salda bipenne,<br />
se così greve fastidio in te suscitò la mia gloria”.<br />
La madre sua dentro il letto del fiume profondo si accorse<br />
di quel lamento. Le Ninfe filavano lane milesie<br />
presso di lei, colorate di carica tinta azzurrina:<br />
Drimo e con lei anche Xanto e Ligea e Fillòdoce insieme,<br />
che per i candidi colli spandevano fulgida chioma,<br />
E poi Nesea e Speiò e Talía e Cimòdoce accanto,<br />
quindi Cidippe e la falba Licòride, vergine l&#8217;una,<br />
l&#8217;altra da poco passata per le traversie di Lucina,<br />
Clio e poi Bèroe, sua sorella, Oceànidi entrambe,<br />
d&#8217;oro precinte ambedue, ambedue di pelli screziate,<br />
Èfire ancora e poi Opi e l&#8217;asiatica Deiopea<br />
e la veloce Aretusa, infine deposti i suoi dardi.<br />
E di Vulcano la vana angoscia narrava fra loro<br />
Clímene e insieme gli inganni di Marte e i suoi furti soavi<br />
e sin dal Caos elencava i frequenti amori dei numi.<br />
Mentre dal canto rapite le morbide lane dai fusi<br />
svolgono, ancora una volta colpisce le orecchie materne<br />
il lamentio di Aristeo e sui loro troni in cristallo<br />
tutte stupirono: prima delle altre sorelle Aretusa<br />
sporse, guardando, a fior d’acqua allora la bionda sua testa<br />
e di lontano: “Oh, non certo invano per tale lamento<br />
tremi, sorella Cirene: è lui, la tua cura più grande,<br />
il contristato Aristeo, che all’onda del padre Peneo<br />
sta fra le lacrime e te per nome proclama crudele”.<br />
E a lei la madre, percossa da ignoto timore nel cuore:<br />
“Guidalo, su, da noi guidalo; a soglie di numi gli è dato<br />
giungere” disse: e già impone al profondo fiume di aprirsi<br />
per ampio tratto, ove spinga il giovane i passi. Ecco a lui<br />
l’onda d’intorno si alzò curvata in aspetto di monte,<br />
lo ricevé nel suo grembo immenso e l’accolse nel fiume.<br />
Già della madre ammirava le case e il suo umido regno<br />
e le lagune racchiuse in spechi e le selve fruscianti,<br />
vi si accostava e stupito dal moto possente dell’acque,<br />
sotto la terra spaziosa osservava scorrere i fiumi<br />
differenziati secondo i luoghi: ecco il Fasi e poi il Lico<br />
e il primo fonte da cui erompe l’Enípeo profondo,<br />
quello del Tevere padre e quello d’Aniene fluente,<br />
d’Ipani rumoreggiante di rocce e di Miso e Caíco<br />
e di quel gorgo dorato, due corna sul volto di toro,<br />
di quell’Erídano, fiume di cui per le pingui campagne<br />
altro nel mare purpureo non va con maggiore violenza.<br />
Come alle volte sospese di pomice della dimora<br />
egli fu giunto e Cirene ebbe inteso i pianti infruttuosi<br />
del figlio suo, le sorelle in ordine dànno alle mani<br />
limpide stille e poi recano i panni di lane ben rase;<br />
altre ricoprono i deschi di cibi e le coppe ricolme<br />
pongono, sopra gli altari ravvivano fiamme panchee.<br />
Ecco la madre: “Tu prendi le coppe di Bacco Meonio;<br />
si liberà per Oceano!” escalmò. Pregava al contempo<br />
il genitore di tutto, Oceano, e le Ninfe sorelle,<br />
cento che vegliano i boschi e cento che vegliano i fiumi.<br />
Sparse tre volte su Vesta accesa il suo nettare chiaro<br />
e per tre volte la fiamma brillò, spinta al sommo del tetto.<br />
Rassicurata al presagio nell’animo, quindi incomincia:<br />
“Dentro l’abisso nettunio di Carpato c’è un indovino,<br />
Pròteo ceruleo, colui che percorre l’ampia distesa<br />
con il suo carro trainato da pesci che han due piedi equini.<br />
Questi ora torna a vedere i porti d’Emazia e Pallene<br />
Patria; costui veneriamo noi Ninfe e perfino il longevo<br />
Nèreo in persona: poiché l’indovino ha chiara ogni cosa,<br />
quello che è, quel che fu, quel che ormai si appresta a venire;<br />
certo ha deciso così Nettuno, di cui egli pasce<br />
sotto l’abisso le greggi immani e le sordide foche.<br />
Figlio, da prima dovrai tu stringerlo in ceppi, a che tutta<br />
egli ti esponga la causa del morbo e secondi gli eventi.<br />
Senza violenza non lui ti offrirà consiglio, e nemmeno<br />
lo piegherai con preghiere: di vincoli e dura violenza<br />
fa’ uso e prendilo: allora cadranno i suoi inganni infruttuosi.<br />
Io, non appena a metà il sole avrà acceso i suoi ardori,<br />
quando hanno sete anche l’erbe e l’ombra è ormai grata alle greggi,<br />
ti introdurrò nei rifugi del vecchio, là dove dall’onda<br />
stanco si trae, che a tuo agio l’afferri sopito nel sonno.<br />
Quando però lo terrai fra le mani e i vincoli stretto,<br />
ti inganneranno apparenze mutevoli, volti di belve.<br />
Diverrà subito un irto cinghiale, una tigre nerigna,<br />
drago squamoso, nonché leonessa a fulva cervice,<br />
emetterà truce suono di fiamma e dai ceppi in tal modo<br />
proverà a togliersi oppure a sfuggire sciolto in lievi acque.<br />
Ma quanto più tenterà di mutarsi in tutte le forme,<br />
tu, figlio mio, tanto più tenderai i tuoi vincoli saldi,<br />
fino a che poi non avrà, mutato d’aspetto, la forma<br />
in cui l’hai scorto che gli occhi offuscava al sonno recente”.<br />
Disse così poi profuse una chiara essenza d’ambrosia,<br />
di cui coprì tutto il corpo del figlio; ecco allora che a lui<br />
una soave fragranza spirò sui capelli acconciati,<br />
agile venne il vigore alle membra. Un’ampia caverna<br />
s’apre nel fianco d’un monte corroso, a cui l’onda in gran massa<br />
è risospinta dal vento e vi torna in cerchi discissi.<br />
Ai naviganti sorpresi fu un tempo fidissimo scalo;<br />
Pròteo vi si rinchiude col peso d’un grande roccione.<br />
Qui nei meandri la Ninfa sottrasse quel giovane al giorno<br />
e lo occultò; poi in disparte ristette, oscurata di nebbie.<br />
Torrido e rapido Sirio oramai sugli Indi assetati<br />
stava bruciando nel cielo e il sole infocato compiva<br />
già metà corso, arsa l’erba, i raggi cuocevano i fiumi<br />
cavi di foci essiccate e li intiepidivano in fango,<br />
quand’ecco Pròteo dai flutti diretto agli spechi consuenti<br />
vi si accostava: a lui intorno esultanto l’umida gente<br />
del vasto mare spargeva dovunque l’amara rugiada.<br />
Sopra la sponda disperse si sdraiano al sonno le foche;<br />
e tuttavia, come un tempo sui monti un guardiano di stalle,<br />
quando i vitelli dal pascolo il Vespro riporta alle case,<br />
e dànno stimolo ai lupi gli agnelli spargendo belati,<br />
egli sedé su uno scoglio nel mezzo e ne fece la conta.<br />
Come però se ne offrì l’occasione per Aristeo,<br />
lascia posare all’antico appena le membra disfatte,<br />
poi gli si avventa con gran clamore e l’afferra dai polsi<br />
mentre riposa. Non certo immemore delle sue arti,<br />
egli per contro si muta in ogni prodigio di forme,<br />
in formidabile fiera, in fuoco, in un liquido fiume.<br />
Ora, poiché non dà scampo alcuna fallacia, sconfitto<br />
torna in sé stesso e gli parla infine col volto d’un uomo:<br />
“Giovane troppo fidente, chi ti comandò d’accostarti<br />
alle mie case? Che cerchi quaggiù?” Così dice. Al che l’altro:<br />
“Pròteo, tu sai, tu lo sai, né c’è cosa mai che ti sfugga;<br />
smetti di opporti però. Seguendo precetti divini<br />
vengo quaggiù per cercare risposta all’avversa fortuna”.<br />
Egli parlò. L’indovino infine con grande fatica<br />
torse dai lui le pupille lucenti di glauco bagliore<br />
e con un fremito greve aprì così il labbro ai destini:<br />
“Sono senz’altro gli sdegni di un dio che ti stanno colpendo:<br />
grande è la colpa commessa. È Òrfeo a destartele contro,<br />
misero lui senza colpa qual è, se non ostano i fati,<br />
simili pene, infierisce così per la sposa a lui tolta<br />
Mentre fuggiva da te con impeto, lungo un ruscello<br />
la moritura fanciulla non vide nel folto dell’erba<br />
sotto i suoi piedi annidarsi alle rive un orrido serpe.<br />
Dunque il coetaneo corteggio di Driadi riempì di clamore<br />
anche le cime più alte: le vette rodopie hanno pianto<br />
e l’elevato Pangeo e la marzia landa di Reso,<br />
e così i Geti e con loro poi l’Ebro e l’attiade Orizía.<br />
Lui consolando con cava testuggine il triste suo amore,<br />
te, dolce sposa, te in mezzo al lido deserto, in disparte,<br />
te col venire del giorno e te al suo morire cantava.<br />
Anche le foci Tenarie, immane portale di Dite,<br />
anche la selva offuscata di caliginoso terrore<br />
egli passò, si accostò ai Mani e al sovrano tremendo,<br />
cuori incapaci di farsi mansueti alle umane preghiere.<br />
Ma dagli abissi profondi dell’Erebo, smosse dal canto,<br />
ombre avanzavano tenui, fantasime prive di luce,<br />
quanti gli uccelli a migliaia si celano in mezzo alle foglie,<br />
quando li spinge dai monti il Vespro o la pioggia d’inverno,<br />
madri e con esse mariti, nonché dei magnanimi eroi<br />
spettri ormai privi di vita, fanciulli e illibate fanciulle,<br />
giovani posti sui roghi dinanzi allo sguardo dei padri;<br />
e del Cocito d’intorno il limo nerastro e le informi<br />
canne, e la tarda palude e ben poco amabile l’onda<br />
li circonfondono e Stige con nove correnti li serra.<br />
Anche le case di Morte stupirono e anche l’impervio<br />
Tartaro, e anche le Eumenidi avvolte le chiome di serpi<br />
cerule, Cerbero stesso fermò le tre bocche, anelante,<br />
e con il vento la ruota del gorgo issionio ristette.<br />
Ripercorrendo il cammino, ormai superava ogni rischio,<br />
e ricondotta tornava Eurídice alle aure superne,<br />
standogli dietro (Proserpina impose per lui questa legge),<br />
quando improvvisa follia sull’incauto amante discese,<br />
da perdonarsi senz’altro, sapessero i Mani perdono:<br />
egli ristette e alla sua Eurídice ormai nella luce<br />
vinto nell’animo, immemore, ahimè riguardò. Fu in quel punto<br />
persa l’intera sua impresa e i patti del truce tiranno<br />
caddero, triplice tuono s’udì dallo stagno d’Averno:<br />
ella gridò: “Chi ci perde, ahi, Òrfeo, te e me sventurata?<br />
Che sciagurata follia? Ecco, ancora indietro i crudeli<br />
fati mi chiamano, il sonno i miei occhi incerti nasconde.<br />
E ora addio. Vado via, ché una notte immensa mi serra,<br />
mentre ti tendo, oramai non più tua, le deboli mani”.<br />
Disse e d’un subito agli occhi fuggì come fumo sottile<br />
misto alle brezze, lontano da lui, e mai più da quel giorno,<br />
ella lo vide benché si tendesse a stringere invano<br />
l’ombra e volesse parlarle a lungo; il nocchiero dell’Orco<br />
non consentì che passasse mai più la nemica palude.<br />
Che farà mai? Dove andrà? Due volte la sposa gli è tolta.<br />
Con quale pianto commuovere i Mani o che dèi con la voce?<br />
Ella già fredda viaggiava ormai sullo stigio vascello.<br />
Dicono ch’egli da solo e per sette mesi di fila<br />
sotto una rupe svettante piangesse sull’onda del vuoto<br />
Strímone e queste sventure narrasse fra gelide grotte<br />
domesticando le tigri, piegando col canto le querce:<br />
come nell’ombra d’un pioppo, afflitta com’è, filomela<br />
leva lamento dei figli perduti che il duro aratore,<br />
fatta la posta, sottrasse implumi dal nido; ma quella<br />
piange di notte, posando su un ramo e ripete il suo canto<br />
misero, e riempie gran tratto i luoghi di meste querele.<br />
No, non più Venere piega il suo cuore, non gli imenei:<br />
solo fra i ghiacci iperborei e su fino al Tanai nevoso<br />
per le campagne che mai di brine ripee sono prive<br />
peregrinava, piangendo Eurídice toltagli e i doni<br />
vani di Dite; le madri dei Cíconi, in spregio a quel bene,<br />
fra i sacrifici agli dèi e le orge di Bacco notturno<br />
fecero a pezzi e poi sparsero il giovane in vaste campagne.<br />
Pure anche allora, staccato dal collo marmoreo il suo capo,<br />
mentre nel mezzo dei gorghi con sé l’Ebro Eagrio lo porta<br />
e lo sballotta, la stessa sua voce e la gelida lingua<br />
chiama “Ah Eurídice, Eurídice afflitta!” esalando la vita:<br />
e risuonavano i lidi “Eurídice” in tutto quel fiume”.<br />
Pròteo disse e d’un balzo si immerse nel fondo del mare,<br />
dove si immerse, levò sotto il picco un’onda spumosa.<br />
Ma non Cirene: per prima al trepido figlio si volse:<br />
“Figlio, le angosce infelici t’è dato deporle dal cuore.<br />
Qui tutto il seme del morbo: per questo le Ninfe con cui<br />
ella nei boschi profondi soleva animare le danze,<br />
diedero all’api infelice destino. Tu supplice porgi<br />
doni chiedendo la pace e adora le miti Napee;<br />
venia daranno a quei voti, ti condoneranno gli sdegni.<br />
Quale sia il modo a placarle io dirò con ordine prima.<br />
Quattro dei meravigliosi giovenchi d’altera prestanza<br />
che per te brucano adesso le vette del verde Liceo<br />
scegli e altrettante giovenche dal collo tuttora indomato.<br />
Quattro tu innalzane d’are per loro davanti ai santuari<br />
delle deità, poi dai colli tu spillane sacro del sangue,<br />
ma le carcasse dei bovi abbandona al bosco frondoso.<br />
Poi non appena la nona Aurora il suo sorgere mostri,<br />
funebre dono per Òrfeo i Letei papaveri manda<br />
quindi una pecora nera immola e rivisita il bosco:<br />
con un’uccisa vitella Eurídice venera e placa”.<br />
No, non più indugi: all’istante adempie i precetti materni;<br />
presso i santuari si reca, innalza gli altari indicati,<br />
quattro dei meravigliosi giovenchi d’altera prestanza<br />
guida e altrettante giovenche dal collo tuttora indomato.<br />
Poi non appena la nona Aurora al suo sorgere apparve,<br />
funebri doni per Òrfeo offrì e rivide anche il bosco.<br />
Ecco che allora improvviso, mirabile a dirsi un prodigio<br />
vedono, in mezzo alle entragne dei buoi liquefatte, dal grembo<br />
tutto ronzare le api, fra costole rotte sciamare,<br />
e sollevarsi con nugoli immensi e dall’albero in cima<br />
già rampollare e dai rami pieghevoli scendere l’uva.<br />
Questo cantai sui lavori dei campi e così delle greggi<br />
come degli alberi, mentre il possente Cesare in guerra<br />
lungo l’Eufrate profondo brillava e le leggi a volenti<br />
popoli offriva in trionfo, si apriva la via per l’Olimpo.<br />
In quell’età la soave Partenope riconfortava<br />
me, quel Virgilio, che lieto fra studi d’anonima quiete,<br />
canti provai di pastori e già audace di giovinezza,<br />
Titiro, te celebrai al fresco d’un faggio frondoso.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Georgiche &#8211; Libro IV &#8211; vv. 1-94</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/05/31/georgiche-libro-iv-vv-1-94/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2016 12:11:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[Aspirante filologo. Mitologia.]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Omero]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre &#160; &#160; E qui di séguito i doni divini del miele celeste racconterò: Mecenate, anche a questa parte riguarda. D’una leggera materia a te le ammirande visioni e i capitani animosi io dirò con ordine e gli usi di tutto un popolo, e i suoi cimenti e le armate e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E qui di séguito i doni divini del miele celeste<br />
racconterò: Mecenate, anche a questa parte riguarda.<br />
D’una leggera materia a te le ammirande visioni<br />
e i capitani animosi io dirò con ordine e gli usi<br />
di tutto un popolo, e i suoi cimenti e le armate e le lotte,<br />
in tenue spazio è l’impegno, ma gloria non tenue, ove i numi<br />
siano a qualcuno propizi e invocato Apollo ci ascolti.<br />
Prima di tutto per l’api si cerchino sedi e ripari,<br />
dove folata di vènti non sia (le impediscono i vènti<br />
nel riportare ai covili il cibo) e non pestino i fiori<br />
pecore o unghiuti capretti, errando la mucca dal campo<br />
non porti via la rugiada e non roda le erbe nascenti.<br />
Siano lontani anche i sauri screziati dal lucido dorso,<br />
dalle opulente dimore, e le cince e tutti gli uccelli<br />
e così Procne segnata in petto da mani cruente;<br />
tutto devastano in lungo e in largo e le predano in volo,<br />
esca soave nel becco portandole ai nidi crudeli.<br />
Siano nei pressi però le limpide fonti e gli stagni<br />
verdi di muschio o un ruscello che fugga sottile fra l’erba,<br />
spandano l’ombra all’ingresso la palma o l’immenso oleastro:<br />
che in primavera, alla loro stagione, ove in testa agli sciami<br />
nuovi re marcino, o uscita dai favi la gioventù giochi,<br />
a rifuggire dall’afa le inviti una ripa vicina<br />
o fra ripari frondosi un albero presso le accolga.<br />
Sia che ristagni tranquilla o fluisca l’acqua, nel mezzo<br />
collocavi di traverso o salici o grandi roccioni,<br />
sì che si possano dare a soste frequenti o all’estivo<br />
sole dischiudere l’ali, ove mai durante una sosta<br />
l’Euro precipite l’abbia asperse o calate in Nettuno.<br />
Verdi fioriscano intorno la casia e il serpillo che spande<br />
per ampio tratto il suo odore, e abbondanza di santoreggia<br />
dal greve olezzo, le viole si bagnino in rorida fonte.<br />
Ma gli alveari, o tu li abbia creati di cave cortecce,<br />
o che perfino tu li abbia di flessile vimini intesti,<br />
mostrino angusti gli accessi, poiché nel suo gelo l’inverno<br />
ghiaccia anche il miele e il calore li scioglie di nuovo e li fonde.<br />
Queste due forze per le api si temano al pari: né invano<br />
esse nei loro covili gareggiano a occludere i pori<br />
tenui con cera, o di resina e fiori ne riempiono i buchi<br />
o addirittura raccolgono e serbano a un simile intento<br />
glutine denso oltre il vischio di Frigia o pece dell’Ida.<br />
Spesso, se vera è la voce, perfino in meandri scavati<br />
sotto la terra hanno caldo riparo e le scopri nel fondo<br />
di cave pomici o anche nel grembo di un albero roso.<br />
Tu in ogni caso ungi ancora di fango leggero i fenduti<br />
favi, a scaldarli, e d’intorno poi collocavi rare fronde.<br />
Troppo vicino agli alveari non lascerai il tasso né i granchi<br />
abbrucerai con il fuoco, non credere all’alta palude<br />
dove sia greve l’odore di mota o le concave rocce<br />
suonano al batterle o l’eco di voce ritorna rifratta.<br />
E per di più, quando il sole dorato ha scacciato e sotterra<br />
spinto l’inverno e dischiuso il cielo alla luce d’estate,<br />
subito quelle per gole e selve si vanno aggirando,<br />
mietono fiori purpurei, leggere delibano i fiumi<br />
in superficie. Ecco liete per non si sa quale dolcezza,<br />
alla progenie si volgono e ai nidi, ecco ad arte le cere<br />
fresche modellano, oppure producono miele tenace.<br />
Quando però scorgerai dalle celle agli astri del cielo<br />
già fuoriuscito lo sciame nuotare al chiarore d’estate<br />
e trascinarsi nel cielo vedrai la sua nuvola nera,<br />
sta’ ben attento: acque dolci ricercano sempre e ripari<br />
verdi di fronde: tu là cospargi i prescritti profumi,<br />
o l’apiastro tritato o vile erba della cerinta,<br />
dèsta d’intorno un tinnio, scuoti i cembali della Madre:<br />
si fermeranno da sé nei luoghi trattati e da sole<br />
si celeranno, com’è loro uso, in profondi rifugi.<br />
Se tuttavia scenderanno in battaglia (e spesso fra due<br />
principi suole destarsi discordia fra grande tumulto),<br />
subito è dato sapere a distanza il cuore del volgo,<br />
gli animi che nel conflitto s’accendono: stimola infatti<br />
anche le pigre un ronzio marziale di bronzo sonoro,<br />
si ode una voce imitare un rotto rimbombo di tube.<br />
Trepide allora all’assalto si muovono, vibrano l’ali,<br />
armano di pungiglione i rostri e rinsaldano il braccio<br />
e tutt’intorno al sovrano e ai quartieri stessi addensate<br />
serrano i ranghi, con forti ronzii provocando il nemico.<br />
Se primavera ritrovano asciutta e distese campagne,<br />
via dalle porte si lanciano: in alto nell’etere è guerra,<br />
s’ode un ronzare; si stringono unite in un nugolo enorme,<br />
piombano precipitando: non piove nell’aria più densa<br />
grandine, tante le ghiande non cadono al leccio agitato.<br />
I capitani di mezzo alle schiere ad ali drizzate<br />
anche nei piccoli petti ridestano grande coraggio,<br />
tanto a non cedere sono decisi, finché il vincitore<br />
fiero non forza i nemici a volgere in fuga le spalle.<br />
Questi tumulti degli animi e queste violente battaglie<br />
spente da un gesto leggero di polvere sono placate.<br />
Come però chiamerai dalla schiera entrambi i sovrani<br />
quello che paia peggiore, perché come spreco non nuocia,<br />
mandalo a morte: tu fa’ che abbia sgombra l’aula il migliore.<br />
Uno sarà sfavillante d’un oro di lucide macchie;<br />
già, ve ne sono due generi: è questo il migliore d’aspetto,<br />
chiaro com’è del suo rutilo ammanto, ed è sordido l’altro<br />
nella sua ignavia, trascina inglorioso il ventre rigonfio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Virgilio &#8211; Eneide, XI, 768-915 (Morte di Camilla)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/10/31/eneide-xi-768-867-morte-di-camilla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2015 13:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre &#160; Clòreo già consacrato al Cibelo da sacerdote, chiaro di frigia armatura per caso brillava lontano ed eccitava il cavallo schiumante, che pelle borchiata d&#8217;oro e di squame di bronzo in forma di piuma copriva. Egli in persona, fulgente d&#8217;azzurro metallico e d&#8217;ostro stava scoccando dall&#8217;arco di Licia un quadrello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Clòreo già consacrato al Cibelo da sacerdote,<br />
chiaro di frigia armatura per caso brillava lontano<br />
ed eccitava il cavallo schiumante, che pelle borchiata<br />
d&#8217;oro e di squame di bronzo in forma di piuma copriva.<br />
Egli in persona, fulgente d&#8217;azzurro metallico e d&#8217;ostro<br />
stava scoccando dall&#8217;arco di Licia un quadrello gortinio;<br />
dietro le spalle del vate era d&#8217;oro l&#8217;arco e anche d&#8217;oro<br />
l&#8217;elmo; anche aveva legati la crocea clamide e i crespi<br />
veli di càrbaso insieme in un nodo d&#8217;oro rossastro,<br />
e ricamati la tunica e i barbari schermi alle gambe.<br />
E la fanciulla su lui, per mostrarsi in armi troiane<br />
lei cacciatrice, su lui fra tutto quel fronte di lotta<br />
s&#8217;era lanciata, ormai cieca, e incauta per tutta la schiera<br />
dava in ismanie per brama femminea di preda e di spoglie,<br />
quando d&#8217;un tratto in agguato, cogliendone l&#8217;attimo Arrunte<br />
scaglia una freccia e agli dèi solleva pregando la voce:<br />
&#8216;Sommo fra i numi, guardiano del santo Soratte, tu, Apollo,<br />
che dal principio adoriamo, e per cui in gran mucchio si cresce<br />
pino da ardere e a cui, serbando pietà, da devoti<br />
brace assai fitta pestiamo coi piedi passando tra il fuoco,<br />
padre concedi che io cancelli con le armi quest&#8217;onta,<br />
tu che puoi tutto. D&#8217;uccisa fanciulla non cerco armature<br />
non i trofei e nemmeno le spoglie, altre gesta a me lode<br />
conferiranno; purché questa peste atroce s&#8217;abbatta<br />
vinta a un mio colpo, alla patria città tornerò senza gloria.&#8217;</p>
<p>Febo l&#8217;udì, gli concesse in cuore che parte del voto<br />
fosse esaudita, altra parte la perse alle brezze leggere:<br />
sì, far cadere Camilla colpita da subita morte<br />
diede all&#8217;orante; non fece che l&#8217;alta sua patria l&#8217;avesse<br />
reduce, no, le procelle ne persero al vento la voce.<br />
Come alle brezze urlò l&#8217;asta un ronzio, partendo dal braccio,<br />
volsero gli animi ardenti i Volsci e levarono tutti<br />
verso la loro regina gli sguardi. E rimase ella ignara<br />
del rumorio nella brezza, del dardo dall&#8217;etere sceso,<br />
fino a che sotto la nuda mammella la colse quell&#8217;asta<br />
e penetrò spinta a fondo, di sangue virgineo si intrise.<br />
Corrono a lei le compagne in pena e alla vinta regina<br />
dànno sostegno. Fra tutti atterrito Arrunte fuggiva<br />
fra l&#8217;esultanza frammista al timore, ormai più non osa<br />
credere all&#8217;asta né esporsi alla lancia della fanciulla.<br />
E come il lupo, ben prima che addosso abbia i dardi nemici,<br />
inerpicandosi ai monti elevati in fretta si cela,<br />
se ha trucidato un pastore o anche un enorme giovenco,<br />
conscio com&#8217;è dell&#8217;impresa audace, e al di sotto del ventre<br />
piega impaurito e nasconde la coda e raggiunge la selva:<br />
Non altrimenti si toglie agli sguardi il torbido Arrunte<br />
pago com&#8217;è della fuga in mezzo alle schiere si occulta.<br />
Ella morendo estrae il dardo a mano, e però dentro l&#8217;osso<br />
sta fra le coste la punta di ferro in un&#8217;ampia ferita.<br />
Ecco che esangue si abbatte, si abbattono freddi di morte<br />
gli occhi, già manca il colore che le imporporava le guance.<br />
Dunque spirando così si rivolge ad Acca, a lei sola<br />
fra le sue pari, a lei sola, più d&#8217;altre fidata a Camilla,<br />
l&#8217;unica a cui rivelasse ogni pena, e a lei così dice:<br />
&#8216;Acca, sorella, fin qui ce l&#8217;ho fatta: ora aspra una piaga<br />
mi ha consumato, e di tenebre è nera ogni cosa all&#8217;intorno.<br />
tu fuggi via, tu riporta a Turno il mio estremo messaggio:<br />
egli subentri alla lotta e svii dalla rocca i Troiani.<br />
Questo il mio addio.&#8217; E con tali parole lasciava le briglie<br />
non di suo impulso crollando a terra. Oramai in tutto il corpo<br />
fredda com&#8217;è poco a poco s&#8217;accascia e reclina il suo collo<br />
stanco e il suo capo già in preda alla morte e le armi abbandona,<br />
e in un lamento la vita va via desolata fra l&#8217;ombre.<br />
Ecco un immenso clamore si alzò, ferì allora le stelle<br />
auree: la lotta si fece più cruda, abbattuta Camilla;<br />
e sopraggiungono fitti insieme ogni stuolo di Teucri<br />
i condottieri Tirreni e le àrcadi schiere di Evandro.</p>
<p>Fra le montagne da tempo già Opi guardiana di Trivia<br />
siede nell&#8217;alto e dai picchi impavida mira lo scontro.<br />
Come lontano nel pieno clamore dei giovani in furia<br />
vide però che Camilla da funebre morte era vinta,<br />
ruppe in un gemito emise dal chiuso del petto la voce:<br />
&#8216;Troppo, sì, troppo crudele supplizio hai dovuto pagare,<br />
vergine, che ti spingesti a sfidare i Teucri a battaglia!<br />
E non a te abbandonata giovò che fra i boschi Diana<br />
tu venerassi o portassi in spalla la nostra faretra.<br />
la tua regina però non ti lascia certo ingloriosa<br />
ora, qui in punto di morte, né senza notizia il tuo fato<br />
mai rimarrà fra le genti o avrai fama d&#8217;invendicata.<br />
Sì, chi con tale ferita ha recato oltraggio al tuo corpo,<br />
con giusta morte espierà.&#8217; Sotto un alto monte era il rogo<br />
grande del sire Dercennio coperto qual era dal ciglio<br />
d&#8217;un terrapieno e dal leccio ombroso del vecchio Laurente;<br />
qui la bellissima dea con rapido balzo da prima<br />
va ad appostarsi ed osserva dall&#8217;alto del tumulo Arrunte.<br />
come lo vide brillare in armi nel vano suo vanto,<br />
&#8216;Come&#8217; esclamò &#8216;ti allontani, ti svii? qui dirigi il tuo passo<br />
qui, morituro, qui vieni, che avrai per Camilla il tuo degno<br />
premio. Così per i dardi di Diana anche tu perirai?&#8217;<br />
Sì, così disse la Tracia e prese dall&#8217;aurea faretra<br />
una saetta leggera, impugnò feroce il suo arco<br />
e lungamente lo trasse, fin quando gli estremi incurvati<br />
non si accostarono: a mani egualmente tese toccava<br />
punta di ferro da manca e seno col nerbo da destra.<br />
all&#8217;improvviso il ronzio del dardo e le brezze sonore<br />
ode in un attimo Arrunte e il ferro gli penetra il corpo.<br />
Lui che spirava e gemeva il lamento estremo i compagni<br />
lo abbandonarono immemori a polvere ignota fra il campo;<br />
Opi se ne ritornò sull&#8217;etereo Olimpo di volo.</p>
<p>Persa Camilla, così fugge via la sua ala sinistra,<br />
fuggono i Rutuli preda del caos, fugge il fiero Atinate,<br />
i condottieri dispersi con i desolati squadroni<br />
cercan riparo e alle mura si lanciano sviati sui carri<br />
e più nessuno quei Teucri che incalzano e portano morte<br />
vale a fermarli coi dardi e non sanno opporvisi contro,<br />
ma sulle torpide spalle riportano gli archi allentati,<br />
batte in quadrupede corsa lo zoccolo al morbido campo.<br />
Polvere fino alle mura con nera caligine sorge<br />
torbida, dalle vedette le madri percuotono i petti<br />
e femminile clamore innalzano agli astri del cielo.<br />
Quelli che irruppero in corsa per primi alle porte dischiuse,<br />
ecco tra schiere frammiste li opprime una torma nemica,<br />
misera morte non sanno evitare, fin sulla soglia,<br />
dentro le mura dei padri, fin dentro le mura di casa,<br />
spirano l&#8217;anima ormai trafitti. Altri a chiudere porte,<br />
e non più osano aprire le vie ai compagni e accettarli<br />
dentro la rocca imploranti, ne nasce miserrimo eccidio<br />
fra chi con le armi difende e chi in armi rompe i battenti.<br />
Chiusi ormai fuori, alla vista e agli occhi dei padri piangenti<br />
gli uni, all&#8217;urgenza di tanta rovina, alle fosse profonde<br />
sono travolti, altri perso ogni freno, d&#8217;impeto, ciechi,<br />
urtano contro i portali e i battenti saldi di sbarre.<br />
Ma dalle mura perfino le madri in quel sommo cimento<br />
(schietto l&#8217;amore di patria le spinge, al vedere Camilla)<br />
trepide scagliano dardi col braccio e con rovere saldo<br />
stipiti e pali induriti al fuoco anche fingono il ferro,<br />
precipitandosi, tese per prime a morire alle mura.</p>
<p>Ma nel frattempo tra i boschi a Turno il tristissimo annuncio<br />
piomba e a quel giovane è Acca a narrare il fiero tumulto:<br />
gli schieramenti dei Volsci distrutti e caduta Camilla,<br />
e l&#8217;irruzione di infesti nemici a razziare ogni cosa<br />
con il favore di Marte, l&#8217;orrore già asceso alle mura.<br />
Egli furioso (l&#8217;impongono i truci voleri di Giove)<br />
parte dai colli assediati, abbandona le aspre boscaglie.<br />
Fuori di vista era uscito da poco e teneva già il campo,<br />
quand&#8217;ecco che il padre Enea passò fra le aperte radure<br />
e superò la giogaia e venne alla selva ombreggiata.<br />
Ambi alle mura così s&#8217;avventano insieme alla schiera<br />
tutta e non distano più molti passi l&#8217;uno dall&#8217;altro;<br />
e mentre Enea da lontano vedeva già i campi fumanti<br />
nel polverio e scorgeva ormai gli squadroni Laurenti,<br />
Turno anche lui riconobbe Enea formidabile in armi<br />
e percepì avvicinarsi i passi, ansimare i cavalli.<br />
E scenderebbero subito in lizza e verrebbero all&#8217;urto,<br />
se non bagnasse nel mare d&#8217;Iberia i cavalli spossati<br />
Febo ormai roseo, recando la notte al fuggire del giorno.<br />
Pongono il campo davanti alla rocca, accerchiano il muro.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>ENEIDE &#8211; libro I, [a-d], 1-156; libro IV, 296-387; libro IX, 387-444; libro XII, 919-952.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/31/eneide-libro-i-vv-a-b-1-156/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/31/eneide-libro-i-vv-a-b-1-156/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2015 13:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50727</guid>

					<description><![CDATA[trad. isometra di Daniele Ventre Protasi &#8211; La tempesta &#8211;Eneide &#8211; libro I vv. [a-d], 1-156 [Io, che in passato intonai su gracile canna il mio canto, poi, fuoriuscito dai boschi, piegai le vicine campagne, sì che rendessero pago l’avaro colono, fatica ai contadini gradita, ora invece, orrori di Marte,] Canto le armi e l’eroe, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/ranuccio_enea.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-50839" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/ranuccio_enea-187x300.jpg" alt="ranuccio_enea" width="250" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/ranuccio_enea-187x300.jpg 187w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/ranuccio_enea.jpg 265w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>trad. isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p><strong><em>Protasi &#8211; La tempesta</em></strong> &#8211;<em>Eneide</em> &#8211; libro I vv. [a-d], 1-156</p>
<p><em>[Io, che in passato intonai su gracile canna il mio canto,<br />
poi, fuoriuscito dai boschi, piegai le vicine campagne,<br />
sì che rendessero pago l’avaro colono, fatica<br />
ai contadini gradita, ora invece, orrori di Marte,]</em><br />
Canto le armi e l’eroe, che primo dal suolo di Troia<br />
mosso dal fato raggiunse l’Italia e le sponde lavinie<br />
profugo; a molto vagare lo spinsero in terra e sull’onde<br />
forze superne, per l’ira tenace dell’aspra Giunone,<br />
molti dolori anche in guerra patì, per fondare nel Lazio<br />
una città, per condurvi gli dèi: di qui il seme latino<br />
e i nostri padri, gli Albani, e dell’alta Roma le mura.<br />
Musa, le cause ricordane a me: che ferì quella dea,<br />
che lamentò, la regina dei numi –e forzò ad affrontare<br />
tante vicende un eroe per pietà glorioso, a subire<br />
tante sciagure? Sì grande è l’ira nei cuori celesti?<br />
Era un’antica città, la tennero tirii coloni,<br />
contro l’Italia e le foci del Tevere sorta, lontano,<br />
ricca di beni, Cartagine, e fiera alle prove di guerra;<br />
più d’ogni terra Giunone quell’unica, è fama, ebbe cara,<br />
e l’antepose perfino a Samo: eran lì le sue armi,<br />
v’era il suo carro; la dea sin da allora brama ed agogna<br />
che reggitrice di genti divenga, ove piaccia ai destini.<br />
Ma una progenie, ella udì, dal sangue troiano nasceva,<br />
tale, che avrebbe in futuro distrutte le torri dei Tirii;<br />
donde una stirpe dai vasti domini e temibile in guerra<br />
strage di Libia farebbe: le Parche filavan l’evento.<br />
Questo temé, la Saturnia, tenace al ricordo d’antica<br />
guerra che a Troia fra i primi ingaggiò per Argo diletta,<br />
(e non ancora le cause dell’ira e i cocenti dolori<br />
l’eran caduti dal cuore; al fondo dell’animo infitti<br />
stanno il giudizio di Paride, ingiuria a beltà dispregiata,<br />
di Ganimede rapito la stirpe aborrita e gli onori);<br />
più da quegli odi infiammata, ovunque sul mare spingeva<br />
quanti Troiani fuggirono i Danai e Achille crudele,<br />
li ricacciava lontano dal Lazio; e così per molti anni<br />
essi vagarono in tutti i mari, in balia dei destini.<br />
Era di tanto gravame fondare la gente di Roma!<br />
Fuori di vista da poco da terra di Siculi, al largo,<br />
gai veleggiavano e ai rostri frangevano spume di sale,<br />
quando Giunone, che in petto covava un’eterna ferita,<br />
disse fra sé: “Che io vinta desista da quel che intrapresi?<br />
Ch’io dall’Italia non possa sviare il sovrano dei Teucri?<br />
Certo, lo vietano i fati. Ma Pallade ben ha potuto<br />
dare alle fiamme una flotta d’Argivi e sommergerne in mare<br />
gli uomini, colpa e follia d’uno solo, Aiace l’Oilide!<br />
Ella avventò dalle nubi il rapido fuoco di Giove,<br />
quindi disperse le navi e sconvolse il mare coi vènti:<br />
abbandonò al turbinio, su uno scoglio aguzzo confisse<br />
lui, ch’esalava dal petto trafitto un respiro di fiamme;<br />
io che regina dei numi incedo, io sorella e ad un tempo<br />
sposa di Giove, frattanto, una sola gente combatto<br />
già da molti anni. Ed ancora alla dea Giunone qualcuno<br />
leva preghiere o sull’ara le rende, da supplice, onore?”<br />
Questo la dea meditava fra sé, nel suo animo acceso,<br />
e in luoghi fertili d’austri furiosi, alla patria dei nembi<br />
venne, in Eolia. Qui Eolo sovrano, in un’ampia caverna,<br />
sotto il suo regno reprime e in ceppi e prigioni contiene<br />
gli irrefrenabili vènti e le fragorose tempeste.<br />
Essi, furenti di rabbia, con forte boato del monte,<br />
fremono dentro quei chiostri; sta Eolo sull’alto del picco,<br />
stringe lo scettro e ne placa i cuori, e ne modera l’ira.<br />
Che non lo faccia, e con sé mari e terre e cielo profondo<br />
d’impeto travolgeranno, li disperderanno nel vuoto.<br />
Questo temeva e li chiuse in oscure latebre, il padre<br />
onnipotente, e su loro una mole d’alte montagne<br />
fece gravare ed impose un re che con ordine fermo,<br />
ad un suo cenno, sapesse serrare e allentare le briglie.<br />
Supplice a lui si rivolse con queste parole Giunone:<br />
“Eolo (a te il padre dei numi, sovrano degli uomini, ha dato<br />
di racquietare i marosi e di sollevarli nel vento),<br />
naviga il mare Tirreno una gente a me non amica,<br />
verso l’Italia trasporta con Ilio i suoi vinti penati:<br />
sfrena la forza dei vènti, sommergi e travolgi le prore,<br />
per ogni dove disperdili e spargine i corpi sull’onda.<br />
Ho presso me sette ninfe e sette, d’altera bellezza,<br />
d’esse, colei che su tutte risplende in beltà, Deiopea,<br />
unirò a te con sicuro connubio e farò che sia tua,<br />
sì che al tuo fianco, per questi tuoi meriti, tutti i suoi anni<br />
ella trascorra e ti renda parente di splendida prole”.<br />
Eolo di contro le disse: “Tua cura, o regina, è vagliare<br />
quello ch’è il tuo desiderio; mia legge è obbedire al comando.<br />
Sia quel che sia, tu il mio regno mi doni e lo scettro di Giove<br />
rendi benigno; tu dài che io sieda a mensa fra i numi<br />
e delle nubi mi fai e delle tempeste sovrano!”<br />
Come ebbe detto, girò lo scettro e batté la parete<br />
all’incavata montagna; i vènti, a un serrarsi di schiere,<br />
corrono, schiusa la via, di turbini squassan la terra.<br />
Precipitarono al mare e tutto dagli ultimi abissi<br />
l’Euro e al contempo anche il Noto lo smossero e greve di nembi<br />
l’Africo e contro le sponde rivolsero vasti marosi.<br />
Ecco innalzarsi clamore di genti e stridore di funi.<br />
Allontanarono i nembi d’un tratto alla vista dei Teucri<br />
giorno e sereno: calò sul pelago nera la notte.<br />
Tuonano i poli, e frequente di folgori l’etere guizza,<br />
ed ogni cosa minaccia agli uomini prossima morte.<br />
In un momento ad Enea si sciolgono in gelo le membra:<br />
rompe in un gemito, alzando alle stelle entrambe le mani<br />
queste parole egli grida: “O tre, quattro volte beati,<br />
voi, a cui in vista dei padri e dell’alte mura di Troia<br />
sorte toccò di perire! O Tidide, il più valoroso<br />
della semenza dei Danai! Perché non potei nella piana<br />
d’Ilio cadere e gettare così per tua mano la vita,<br />
dove si giace, per l’arma d’Eàcide, Ettore fiero,<br />
dove è Sarpèdone il grande, e tanti rapì Simoenta,<br />
volse nell’onde elmi e scudi e validi corpi d’eroi!”<br />
Mentre così si lamenta, un nembo, un urlio d’aquilone,<br />
coglie di fronte la vela, alle stelle innalza i marosi.<br />
Cedono i remi; la prua, ecco, gira, e all’onde il suo fianco<br />
volge: crollò il monte d’acqua precipite con la sua mole.<br />
Pendono alcuni su creste di flutti, e tra i flutti, sorgendo,<br />
l’onda apre ad altri il fondale, ne bolle la furia alle sabbie.<br />
Noto, rapite tre navi, le avventa su rocce nascoste<br />
(rocce nel mezzo dei flutti, che gli Itali chiamano Altari,<br />
dorso gigante sul pelo dell’acqua), e tre l’Euro dal largo<br />
ai bassi fondi, alle Sirti sospinge –ahi, pietoso a vedersi!–<br />
e tra le secche le getta, le cinge d’un muro di sabbia.<br />
A un’altra nave, che i Lici e il fedele Oronte portava,<br />
sotto la vista d’Enea, un’onda mostruosa dall’alto<br />
coglie la poppa; è sbalzato in avanti e cade il nocchiero,<br />
giù, capofitto; tre volte la fece girare il maroso,<br />
la roteò, l’inghiottì l’impetuoso gorgo nel mare.<br />
Uomini sparsi si scorgono a nuoto nel vortice vasto,<br />
armi d’eroi e relitti e gemme troiane fra l’onde.<br />
Già sulle solide navi d’Iliòneo e del valido Acate,<br />
già sulle prore che Abante portavano e Alete longevo<br />
ebbe la meglio quel nembo: dal franto fasciame dei fianchi<br />
tutte ricevono l’acqua nemica e son piene di falle.<br />
Ma percepì, nel frattempo, Nettuno, a quel forte boato,<br />
l’onda sconvolta e sfrenato il nembo e negli ultimi abissi<br />
smossi i più quieti fondali, e assai fu turbato; dal largo<br />
sporse, guardando, a fior d’acqua il volto, a portare la pace.<br />
Vide la flotta d’Enea per l’intero mare dispersa,<br />
vinti dai flutti i Troiani e dalla rovina del cielo.<br />
Né di Giunone sfuggì rabbia e dolo, al dio suo fratello.<br />
L’Euro e lo Zefiro a sé richiama, e così dice loro:<br />
“Tanta superbia allignava in voi della vostra progenie?<br />
Vènti, già avete l’ardire di smuovere il cielo e la terra<br />
senza il mio cenno e destare marosi di simile altezza?<br />
Io vi… ma prima conviene acquietare i flutti agitati;<br />
poi pagherete con pena inaudita i vostri misfatti.<br />
Allontanatevi in fuga, a quel vostro re riferite<br />
ch’egli non ebbe il dominio del mare e l’immane tridente,<br />
io dalla sorte l’ottenni. Su rocce scoscese egli impera,<br />
Euro, sui vostri ripari; di quella sua reggia s’esalti<br />
Eolo, governi da re nel carcere chiuso dei vènti”.<br />
Dice, ed in men che non dica, pacifica i gonfi marosi,<br />
fuga le nubi ammassate e riporta il sole di nuovo.<br />
Via dall’aguzza scogliera con forza Cimòtoe e Tritone<br />
tolsero insieme le navi, il dio le innalzò col tridente,<br />
quindi dischiuse le sirti immani e placò la distesa,<br />
poi con le ruote leggere volò sulle creste dell’onde.<br />
Come sovente in un popolo immenso, al momento in cui scoppia<br />
la ribellione e s’accendono i cuori all’anonima torma,<br />
subito volano torce e pietre e follia porge l’armi;<br />
se d’improvviso, a quel punto, han veduto un uomo onorato<br />
per pietà e meriti, tacciono e aspettano, tese le orecchie:<br />
con la parola egli domina i cuori e pacifica i petti:<br />
cadde così tutto il rombo del mare, allorché il genitore,<br />
sulla distesa guardando, passò nell’aperto sereno,<br />
resse i cavalli e diè in volo di briglie al suo docile carro.</p>
<p>* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/img274.jpg"><img loading="lazy" class="  wp-image-50840 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/img274-227x300.jpg" alt="img274" width="361" height="477" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/img274-227x300.jpg 227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/img274.jpg 500w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Enea e Didone </em></strong>&#8211; <em>Eneide</em> Libro IV, vv.296-387</p>
<p>Ma presentì quegli inganni (chi sfugge a una donna in amore?)<br />
e le imminenti partenze per prima intuì la regina,<br />
d’ogni certezza temendo. La stessa empia Fama all’insana<br />
già rivelò che s’armava la flotta, era pronta a salpare.<br />
Fuori di senno, impazzisce, e per la città va furiosa,<br />
rabida, come al destarsi dei sacri cortei, l’invasata<br />
tìade, quando di Bacco ode il grido e l’orge triennali<br />
l’eccitano –Citerone a notte la chiama con voci.<br />
Prima parlò, finalmente, ad Enea con queste parole:<br />
“Tanto delitto speravi, tu, perfido, che si potesse<br />
dissimularlo? E partire in segreto dalla mia terra?<br />
Non ti trattengono il nostro amore e la mano che un tempo<br />
tu mi porgesti, e Didone votata a una morte crudele?<br />
Anzi perfino col cielo invernale appresti la flotta,<br />
e fra gli urlii d’aquilone hai fretta di prendere il largo,<br />
tu, scellerato! E se poi non cercassi terre straniere<br />
e sconosciute dimore e l’antica Troia s’ergesse,<br />
dirigeresti su Troia le prue per l’ondosa distesa?<br />
Fuggi da me? Io per queste mie lacrime, per la tua destra,<br />
(già, poiché nulla di più m’è rimasto, me sventurata!)<br />
e per la nostra passione, e per gli iniziati imenei,<br />
se meritai qualche bene da te, se per me qualche gioia<br />
mai ti fu dolce, ti imploro, pietà d’una casa in sfacelo,<br />
se v’è più spazio per una preghiera, ah, deponi l’intento!<br />
M’odiano solo per te le genti di Libia, i tiranni<br />
Nomadi; i Tirii mi sono ostili; e per te, non per altri,<br />
la pudicizia è in me morta, quell’unica gloria per cui<br />
venni alle stelle. A che sorte abbandoni me moritura,<br />
ospite? L’unico nome che resti del nome di sposo…<br />
Che più m’attendo? Che queste mie mura le abbatta il fratello<br />
Pigmalïone, o mi tragga al servaggio Iarba il getùlo?<br />
Ah, se soltanto da te, prima della fuga, mi fosse<br />
nato un bambino! Se solo, a palazzo, almeno, giocasse,<br />
a ricordarmi di te col suo volto, un piccolo Enea,<br />
certo non mi sentirei del tutto delusa e tradita”.<br />
Disse. Negli ammonimenti di Giove egli fissi teneva<br />
gli occhi e forzando se stesso, premeva l’angoscia nel cuore.<br />
Poco, alla fine, parlò: “Per quanti tu valga a elencarne<br />
e a noverarne, regina, io non negherò gli infiniti<br />
meriti tuoi, né mai grave sarà ricordarmi d’Elissa,<br />
fin che di me mi ricordi e regga le membra il respiro.<br />
Poco dirò del mio intento. Non crederlo, no, non sperai,<br />
io, di celarti una fuga furtiva, e del resto nemmeno<br />
torce nuziali innalzai, ed a tali patti non venni.<br />
Se mi lasciassero i fati condurre secondo i miei voti<br />
questa mia vita, e sedare a mio modo queste mie pene,<br />
prima la rocca di Troia, le dolci reliquie dei cari<br />
raccoglierei, l’elevata dimora di Priamo vivrebbe,<br />
Pergamo rasa due volte io ai vinti offrirei di mia mano.<br />
Ora, però, tanto Apollo Grineo che le sorti di Licia<br />
ordinano che l’Italia spaziosa io ricerchi, l’Italia.<br />
Quello il mio amore e la patria. Ché se di Cartagine i tetti<br />
t’hanno chiamata, Fenicia, l’attesa di libiche mura,<br />
che nella terra d’Ausonia risiedano i Teucri, che invidia<br />
è questa mai? Nostro fato è cercare un regno straniero.<br />
Il padre Anchise, ogni volta che notte ricopre la terra<br />
d’ombre stillanti, ogni volta che sorgono gli astri infocati,<br />
me con visioni ammonisce e sgomenta, immagine fosca.<br />
L’onta all’affetto più caro me morde, ad Ascanio fanciullo,<br />
che del dominio d’Esperia derubo e dei campi fatali.<br />
Ora anche il messo dei numi, inviato da Giove in persona<br />
(giuro sul capo d’entrambi), portò con le celeri brezze<br />
tali comandi: ho veduto il dio nel più chiaro fulgore<br />
oltrepassare le mura, ne bevve la voce il mio orecchio.<br />
Smettila d’esasperare me e te con le tue lamentele;<br />
non per mia voglia io ricerco l’Italia”.<br />
Mentre le parla così, a lungo ella torce lo sguardo,<br />
gli occhi distoglie di qua, di là, con i muti suoi lumi<br />
per ogni dove si volge, ed accesa, infine, prorompe:<br />
“Non una dea fu tua madre, né è Dardano padre al tuo seme,<br />
perfido, ti generò fra dirupi impervi l’orrendo<br />
Caucaso, tigri d’Ircania offrirono a te le mammelle!<br />
Ora a che fingere, a quali più grandi sciagure serbarmi?<br />
Ha sospirato una volta al mio pianto? Ha vòlto il suo sguardo?<br />
Lacrime, vinto, ha versato, ha avuto pietà di chi l’ama?<br />
E che dirò che sia peggio? Ormai né Giunone suprema,<br />
né il genitore saturnio qui posano equanimi gli occhi.<br />
Mai ben riposta è fiducia. Gettato a una riva l’ho accolto,<br />
e bisognoso, e l’ho messo a parte d’un regno, insensata:<br />
gli ho ricondotti i compagni da morte e la flotta perduta.<br />
M’ardono, in loro balia, ahi, le furie! Ora auspice è Apollo,<br />
ora le sorti di Licia, inviato da Giove in persona,<br />
porta ora il messo dei numi nell’aria gli atroci voleri.<br />
Già, tanta angoscia affatica gli dèi, ne sconvolge la quiete<br />
tanta apprensione! Non io ti freno, e non ho da smentirti.<br />
Segui col vento l’Italia, va’ via, cerca un regno fra l’onde.<br />
Spero che in mezzo agli scogli, se i numi pietosi han potere,<br />
tu sconterai la tua pena, e più e più volte Didone<br />
invocherai. Seguirò te con nere tede, lontana.<br />
Quando la gelida morte dell’anima privi le membra,<br />
ombra al tuo collo dovunque sarò. Pagherai, scellerato!<br />
Io lo saprò, ne verrà tra i mani in abisso la fama!”</p>
<p>* * *</p>
<p><strong><em>Enea e Didone nell&#8217;Ade </em></strong>&#8211; Eneide, Libro VI, vv. 434-474</p>
<p>Sono in un luogo vicino gli afflitti che diedero morte<br />
di propria mano a se stessi, innocenti, e odiando la luce<br />
le loro vite gettarono. O quanto nell’etere aperto<br />
ora vorrebbero avere miseria e travaglio crudele!<br />
Fato lo vieta e coi tristi suoi flutti l’odiosa palude<br />
li àncora, Stige li chiude scorrendo nei nove suoi cerchi.<br />
E non lontano di lì, estesi per ogni contrada,<br />
s’aprono i Campi di Lutto: è il nome con cui son chiamati.<br />
Quelli che amore spietato consunse d’un male crudele,<br />
qui li nascondono occulti sentieri e una selva di mirti<br />
dentro li accoglie; nemmeno in morte li lascia l’affanno.<br />
In questi luoghi sia Fedra, sia Procri, sia, mesta, Erifìle,<br />
che le ferite del figlio feroce palesa, Enea vide,<br />
e poi Evadne e Pasìfae; a queste s’affianca compagna<br />
Laodamia, nonché Cèneo, che un tempo fu uomo, ora è donna,<br />
e nell’antica sua forma di nuovo tornò per destino.<br />
E la fenicia fra loro, recente di piaga, Didone,<br />
vagabondava in quell’ampia foresta. E l’eroe dei Troiani,<br />
come al suo fianco ristette e la riconobbe fra l’ombre,<br />
fosca –così si solleva in mezzo alle nubi la luna,<br />
se la si vede, o si crede vederla, al principio del mese–,<br />
diede alle lacrime sfogo e con dolce amore le disse:<br />
“Ah, sventurata Didone, veridica nuova a me, dunque,<br />
venne, che tu t’eri spenta, e venuta a morte di spada?<br />
Della tua fine, ahi, fui io la causa? Io lo giuro per gli astri<br />
e per gli dèi, e per quanto è di fede in grembo alla terra,<br />
no, non per mia volontà, regina, io partii dal tuo lido.<br />
Le imposizioni dei numi, che adesso a esplorare fra l’ombre<br />
luoghi annebbiati d’oblio mi forzano, e notte profonda,<br />
m’hanno costretto, col loro imperio; e non seppi pensare<br />
che il mio partire t’avrebbe arrecato tanto dolore.<br />
Fa’ che il tuo passo s’arresti e non evitare il mio sguardo.<br />
Chi stai fuggendo? Per fato quest’ultima volta ti parlo!”<br />
A carezzare il suo animo acceso e il suo sguardo crucciato<br />
tali parole tentava, e versava lacrime, Enea.<br />
Fissi alla terra la donna teneva i suoi occhi, nemica,<br />
né da che s’era iniziato quel dire, ella mosse il suo volto,<br />
più che se fosse di selce immota o di pietra Marpesia;<br />
gli si sottrasse, alla fine, e si rifugiò, come avversa,<br />
dentro l’ombrosa foresta, in cui il primo sposo, Sicheo,<br />
l’è di conforto all’affanno e ne corrisponde l’amore.</p>
<p>* * *</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/nisus.jpg"><img loading="lazy" class="  wp-image-50842 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/nisus-236x300.jpg" alt="nisus" width="313" height="397" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/nisus-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/nisus.jpg 400w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" /></a></p>
<p><strong><em>Eurialo e Niso </em></strong> &#8211;<em>Eneide</em> Libro IX, 386 &#8211; 444</p>
<p>Niso va via; senza averne contezza ha passato i nemici<br />
e le contrade che poi si dissero albane, dal nome<br />
d&#8217;Alba (quei pascoli fitti ebbe allora il sire Latino),<br />
quand&#8217;ecco stette, e cercò invano l&#8217;amico smarrito:<br />
&#8220;In quale plaga, infelice Eurialo, t&#8217;ho abbandonato?<br />
Dove inseguirti, esplorando di nuovo ogni strada contorta<br />
dell&#8217;ingannevole selva?&#8221; All&#8217;indietro intanto le tracce<br />
segue e le scruta e s’aggira in mezzo ai cespugli silenti.<br />
Sente i cavalli, anche sente schiamazzi e segnali di caccia,<br />
né si frappone gran tempo in mezzo e un clamore alle orecchie<br />
giunge ed Eurialo egli vede, che già tutt’intera una squadra<br />
(frode del luogo e del buio), a un chiasso di subita turba,<br />
sta trascinando e circonda -invano egli tenta più fughe.<br />
Come farà? Con che forza o che armi oserà strappar loro<br />
il giovinetto? O deciso a morire, in mezzo alle spade<br />
si getterà, cercherà fra quei colpi nobile morte?<br />
Tende di scatto il suo braccio così fa oscillare la lancia,<br />
quindi sogguarda la Luna in alto, e con voce la prega:<br />
&#8220;Tu, dea, tu sii d’aiuto alla mia fatica, propizia,<br />
tu, sfavillio delle stelle, guardiana dei boschi, Latonia.<br />
Se già per me il genitore mio Irtaco sulle tue are<br />
pose le offerte, e se mai con mie prede io stesso le accrebbi,<br />
sotto la volta le appesi o le infissi ai sacri fastigi,<br />
fa&#8217; ch’io disperda la folla e guida il mio dardo nel vento&#8221;.<br />
Egli diceva e con tutto il corpo si tese e col ferro<br />
li saettò. L’asta vola e ferisce l&#8217;ombra notturna,<br />
e nella schiena colpisce Sulmone rivolto e lì stesso,<br />
lì, si spezzò, lacerò con l’infranto legno i precordi.<br />
Egli si torce e dal petto rivomita un tiepido fiotto,<br />
gelido, fra convulsioni penose contorce i suoi fianchi.<br />
Guardano gli altri di qua di là. Così Niso, più ardente,<br />
ecco che sopra l&#8217;orecchio librò una nuova saetta:<br />
trepidano, ma già l&#8217;asta va a Tago attraverso le tempie,<br />
stridula, calda del suo cervello trafitto s&#8217;infigge.<br />
Truce s’infuria Volcente, e però l&#8217;autore del colpo<br />
no, non lo vede, né dove impetuoso avrà da lanciarsi.<br />
&#8220;Ma sarai tu nel frattempo, col caldo tuo sangue, a pagarmi<br />
per l’uno e l’altro la pena!&#8221; esclamò: poi tratta la spada<br />
venne avanzando su Eurialo. Ecco allora folle, atterrito,<br />
Niso proruppe in un grido e non gli riuscì d&#8217;occultarsi<br />
più fra le tenebre né d&#8217;accettare tanto dolore:<br />
&#8220;A me, a me! Sono io, sono io, vibrate in me il ferro<br />
Rutuli! E&#8217; mio quest&#8217;intero inganno; ah, non ne ebbe il coraggio<br />
lui, non poteva: ne attesto il cielo e le complici stelle!<br />
Solo ebbe caro fin troppo il suo sventurato compagno”.<br />
Tali parole gridava. Ma spinta con forza, la spada<br />
ruppe le coste d’Eurialo e squarciò il suo candido petto.<br />
Ecco piegarsi alla morte Eurialo, rivola sangue<br />
lungo le belle sue membra, si china sugli òmeri il capo.<br />
Proprio così dall&#8217;aratro un fiore purpureo reciso<br />
nel suo morire languisce o chinano il capo sul collo<br />
stanco i papaveri, quando per caso li grava la pioggia.<br />
Niso però fa irruzione nel mezzo, a quell’uno fra tutti<br />
punta, a Volcente, non ha che Volcente come bersaglio.<br />
Ecco affollarglisi intorno i nemici, e da un lato e dall&#8217;altro,<br />
a rintuzzarlo. Ma Niso resiste non meno e la spada<br />
ruota fulmineo, finché nella gola al rutulo urlante<br />
non la ricaccia, e morendo al nemico strappa la vita.<br />
Sopra l’amico anche lui senza vita infine procombe:<br />
là, nella placida morte trovò, crivellato, la quiete.</p>
<p>* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Aeneas_and_Turnus.jpg"><img loading="lazy" class="  wp-image-50841 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Aeneas_and_Turnus-300x224.jpg" alt="Aeneas_and_Turnus" width="640" height="478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Aeneas_and_Turnus-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Aeneas_and_Turnus.jpg 800w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Morte di Turno</em></strong> &#8211; <em>Eneide</em>, libro XII, 919-952.</p>
<p>Mentre egli dubita, Enea fa oscillare il dardo fatale,<br />
punta con gli occhi la sua fortuna e con tutto vigore<br />
vibra lontano il suo colpo. Non fremono tanto le pietre<br />
che da un ordigno murale si lanciano, né tali tuoni<br />
rombano al fulmine. Simile a turbine cupo trasvola<br />
l’asta portando la morte crudele e dilacera gli orli<br />
della corazza e la cerchia estrema al settemplice scudo;<br />
passa stridendo attraverso il femore. Còlto s’abbatte<br />
Turno, possente qual è, ripiegando in terra il ginocchio.<br />
Con un lamento si levano i Rutuli, tutto d’attorno<br />
mugghia anche il monte e gran tratto riecheggiano il grido alti i boschi.<br />
Egli da supplice, a terra, protesi i suoi occhi e la destra<br />
alla preghiera: “Lo merito io, sì, non recrimino” esclama:<br />
“godila tu la tua sorte. Però se d’un padre infelice<br />
può mai toccarti il pensiero, io ti imploro (Anchise tuo padre<br />
era lo stesso per te), la vecchiaia di Dauno compiangi,<br />
e la mia spoglia, anche priva di vita, ove questo ti piaccia,<br />
rendila ai miei. Tu mi hai vinto e tendere vinto le mani<br />
m’hanno veduto gli Ausoni: Lavinia sarà la tua sposa:<br />
non infierire più oltre nell’odio”. Aspro in armi ristette<br />
gli occhi d’attorno volgendo, Enea, e represse la destra;<br />
sempre di più cominciava ormai a piegarlo nel dubbio<br />
quella preghiera, allorché brillò alto in spalla il ferale<br />
balteo, da borchie ben note rifulsero allora le cinghie<br />
del giovinetto Pallante, che Turno d’un colpo già vinse<br />
e trucidò: sulle spalle ne aveva l’insegna nemica.<br />
Ecco che Enea, come bevve l’emblema del truce dolore<br />
e quelle insegne con gli occhi, acceso di furia e spietato<br />
nella sua ira: “E così tu che indossi spoglie dei miei<br />
troverai scampo da me? Pallante al mio colpo, Pallante<br />
ti immolerà, dal tuo sangue assassino avrà sua vendetta!”<br />
Sì, così dice e gli immerge attraverso il petto le spada,<br />
fervido. Al giovane allora si sciolsero in gelo le membra,<br />
e in un lamento la vita fuggì desolata fra l’ombre.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Virgilio &#8211; Ecloga VIII &#8211; Pharmaceutria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2014 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. di Daniele Ventre La melodia di Damone e di Alfesibeo, quei pastori che la giovenca, delle erbe immemore, aveva ammirato scendere in lizza, e al cui canto si sono stupite le linci e nel mutare di corso si sono arrestati i ruscelli, la melodia di Damone e di Alfesibeo ridiremo. Tu, o che superi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. di <strong> Daniele Ventre</strong></p>
<p>La melodia di Damone e di Alfesibeo, quei pastori<br />
che la giovenca, delle erbe immemore, aveva ammirato<br />
scendere in lizza, e al cui canto si sono stupite le linci<br />
e nel mutare di corso si sono arrestati i ruscelli,<br />
la melodia di Damone e di Alfesibeo ridiremo.<br />
Tu, o che superi già le rupi del grande Timavo,<br />
o sfiori il lido del mare illirico, ma verrà mai<br />
tempo per me che mi sia concesso esaltare i tuoi atti?<br />
Mai avverrà che per tutto il mondo io possa lodare<br />
i versi tuoi, del coturno di Sofocle gli unici degni?<br />
Da te il principio e con te finirò: ricevi i miei versi<br />
per un tuo cenno iniziati e lascia che in mezzo ai tuoi lauri<br />
di vincitore ti venga quest’edera intorno alle tempie.<br />
Era da poco svanita la gelida ombra notturna,<br />
quando rugiada è più dolce alla greggia nella molle erba;<br />
dunque Damone esordì, poggiato a un olivo nodoso:<br />
“Nasci, Lucifero, annuncia al tuo avvento il giorno vitale,<br />
mentre, ingannato dal falso amore di Nisa, mia sposa,<br />
io così piango e agli dèi (benché non giovasse l’averli<br />
a testimoni) morendo in quest’ora estrema mi volgo.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Ha la sua serva stormente, il Menalo, pini loquaci,<br />
sempre, e da sempre di noi pastori ha ascoltato gli amori,<br />
e ascoltò Pan, che per primo non volle silenti le canne.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Nisa a quel Mopso si dà: che dovrà temere, chi ama?<br />
Già si congiungano grifi e cavalle e (l’evo è propizio)<br />
vadano all’abbeverata coi timidi daini le cagne.<br />
Mopso, le fiaccole nuove prepara, a te viene la sposa,<br />
spargi le noci, marito, per te lasciò Espero l’Eta.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Tu, sposa a un uomo ben degno di te, mentre tutti disprezzi,<br />
mentre t’è odiosa la mia siringa e così le caprette,<br />
il sopracciglio mio irto, nonché la mia barba prolissa;<br />
credi che no, nessun dio delle umane cose si curi.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Roridi pomi ti vidi raccogliere qui fra le siepi<br />
nostre (eri piccola) insieme a tua madre: io c’ero a guidarvi.<br />
Il dodicesimo anno allora m’aveva già accolto<br />
e già da terra riuscivo a toccare i fragili rami.<br />
Come ti vidi, davvero perii, mala furia mi prese!<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Ora lo so cos’è Amore: a quel dio bambino d’un seme<br />
altro e d’un sangue diverso dal nostro hanno dato i natali<br />
Tmaro, magari, o anche Rodope o quei Garamanti remoti.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Empio l’Amore costrinse la madre a macchiarsi le mani<br />
anche del sangue dei figli. Tu pure crudele sèi, madre!<br />
È più crudele la madre o più truce Amore bambino?<br />
Truce è sì Amore bambino, tu pure crudele sèi, madre.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Ora anche il lupo rifugga le pecore, dure le querce<br />
rechino mele dorate, dall’ontano gemmi il narciso,<br />
le tamerici dal tronco trasudino resine opime,<br />
scendano in lizza ululoni e cigni e che un Orfeo diventi<br />
Titiro, un Orfeo fra i boschi, un Arione in mezzo ai delfini.<br />
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.<br />
Tutto oramai si tramuti in pelago fondo. Addio, selve!<br />
Giù capofitto da un picco di rupe scoscesa io fra i gorghi<br />
mi getterò, morirò, da me avrà quest’ultimo dono.<br />
Smetti oramai le canzoni del Menalo, smettile, flauto.”<br />
Questo cantava Damone: quel che Alfesibeo gli rispose,<br />
Pieridi, ditelo voi: non tutti possiamo ogni cosa.<br />
“Portami l’acqua e circonda di morbide bende l’altare,<br />
quindi le opime verbene e gli incensi maschi da’ al fuoco,<br />
sì che io provi a confondere il sano intelletto allo sposo<br />
con i miei magici riti; qui mancano solo gli incanti.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Sanno far scendere giù dal cielo la Luna, gli incanti,<br />
Circe mutò con incanti perfino i compagni di Ulisse,<br />
con un incanto nei prati si lacera il gelido serpe.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Triplici fila screziate di ben tre colori da prima<br />
alla tua immagine lego intorno e poi intorno all’altare<br />
corro tre volte portandoti: un’impari cifra al dio piace.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
I tre colori tu lega con triplice nodo, Amarilli,<br />
lega, Amarilli, e ripeti: “I lacci di Venere io lego”.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Come la creta è indurata e come la cera è colata<br />
per un medesimo fuoco, così farà Dafni al mio amore.<br />
Spargi il cruschello e al bitume fa’ ardere fragili lauri:<br />
Dafni fa ardere me, maligno, e per Dafni io quel lauro.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Tale un amore su Dafni, quale ha la giovenca, se affranta<br />
dal ricercare il suo toro fra selve e nel folto dei boschi,<br />
presso un rio d’acqua s’abbatte in mezzo a verde erba palustre,<br />
tanto s’è persa, e a sfuggire alla tarda notte non pensa,<br />
tale un amore a lui piombi, né io penserò di sanarlo.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Queste sue spoglie una volta ha lasciato a me, l’infedele,<br />
pegno diletto di sé, che adesso su questa mia soglia<br />
Terra, io a te raccomando; quel pegno mi deve il mio Dafni.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Ecco qui l’erbe e gli scelti veleni venuti dal Ponto,<br />
quelli che Meri mi diede: ne nascono tanti dal Ponto.<br />
Spesso con questi io in persona l’ho visto mutarsi in un lupo,<br />
Meri, e chiamare gli spettri dal fondo dei loro sepolcri<br />
e trasferire nel campo d’un altro una messe piantata.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Porta le ceneri fuori, Amarilli, e al rivo che scorre<br />
gettale dietro le spalle, non volgerti! Dafni con queste<br />
io colpirò: non si cura di dèi, non si cura d’incanti.<br />
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.<br />
Guarda, di tremule fiamme la cenere sopra l’altare<br />
arde spontanea, adesso che sto per sottrarla. Un buon segno!<br />
Certo qualcosa è accaduto, e Ílace abbaia alla soglia.<br />
Ci crederò? O chi ama si crea per sé stesso il suo sogno?<br />
Dalla città Dafni torna, smettete, ah, smettetela, incanti.” </p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Bucoliche  &#8211; Ecloga I</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 16:58:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aspirante filologo]]></category>
		<category><![CDATA[daniele ventre]]></category>
		<category><![CDATA[Virgilio]]></category>
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					<description><![CDATA[Traduzione isometra di Daniele Ventre Meliboeus Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi silvestrem tenui Musam meditaris avena; nos patriae fines et dulcia linquimus arva, nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra formosam resonare doces Amaryllida silvas. Tityrus O Meliboee, deus nobis haec otia fecit. namque erit ille mihi semper deus, illius aram saepe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">Traduzione isometra di <strong>Daniele Ventre</strong></span></p>
<h1></h1>
<h1><span style="font-size: medium;">Meliboeus</span></h1>
<address>Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi</address>
<address>silvestrem tenui Musam meditaris avena;</address>
<address>nos patriae fines et dulcia linquimus arva,</address>
<address>nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra</address>
<address>formosam resonare doces Amaryllida silvas.</address>
<h1><span id="more-43171"></span><br />
<span style="font-size: medium;">Tityrus</span></h1>
<address>O Meliboee, deus nobis haec otia fecit.</address>
<address>namque erit ille mihi semper deus, illius aram</address>
<address>saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus.</address>
<address>ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum</address>
<address>ludere quae vellem calamo permisit agresti. </address>
<address> </address>
<h1><span style="font-size: medium;">Meliboeus</span></h1>
<address>Non equidem invideo, miror magis; undique totis</address>
<address>usque adeo turbatur agris. en ipse capellas</address>
<address>protenus aeger ago; hanc etiam vix, Tityre, duco.</address>
<address>hic inter densas corylos modo namque gemellos,</address>
<address>spem gregis, a, silice in nuda conixa reliquit.</address>
<address>saepe malum hoc nobis, si mens non laeva fuisset,</address>
<address>de caelo tactas memini praedicere quercus.</address>
<address>sed tamen iste deus qui sit da, Tityre,nobis.</address>
<address> </address>
<h1><span style="font-size: medium;">Tityrus</span></h1>
<address>Urbem quam dicunt Romam, Meliboee, putavi</address>
<address>stultus ego huic nostrae similem, cui saepe solemus</address>
<address>pastores ovium teneros depellere fetus.</address>
<address>sic canibus catulos similes, sic matribus haedos</address>
<address>noram, sic parvis componere magna solebam.</address>
<address>verum haec tantum alias inter caput extulit urbes</address>
<address>quantum lenta solent inter viburna cupressi.</address>
<address> </address>
<h1><span style="font-size: medium;">Meliboeus</span></h1>
<address>Et quae tanta fuit Romam tibi causa videndi?</address>
<address> </address>
<h1><span style="font-size: medium;">Tityrus</span></h1>
<address>Libertas, quae sera tamen respexit inertem,</address>
<address>candidior postquam tondenti barba cadebat,</address>
<address>respexit tamen et longo post tempore venit,</address>
<address>postquam nos Amaryllis habet, Galatea reliquit.</address>
<address>namque &#8211; fatebor enim &#8211; dum me Galatea tenebat,</address>
<address>nec spes libertatis erat nec cura peculi.</address>
<address>quamvis multa meis exiret victima saeptis</address>
<address>pinguis et ingratae premeretur caseus urbi,</address>
<address>non umquam gravis aere domum mihi dextra redibat. </address>
<h1><span style="font-size: medium;">Meliboeus</span></h1>
<address>Mirabar quid maesta deos, Amarylli, vocares,</address>
<address>cui pendere sua patereris in arbore poma.</address>
<address>Tityrus hinc aberat. ipsae te, Tityre, pinus,</address>
<address>ipsi te fontes, ipsa haec arbusta vocabant.</address>
<h1><span style="font-size: medium;">Tityrus</span></h1>
<address>Quid facerem? neque servitio me exire licebat</address>
<address>nec tam praesentis alibi cognoscere divos.</address>
<address>hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quot annis</address>
<address>bis senos cui nostra dies altaria fumant,</address>
<address>hic mihi responsum primus dedit ille petenti:</address>
<address>&#8216;pascite ut ante boves, pueri, submittite tauros.&#8217;</address>
<h1><span style="font-size: medium;">Meliboeus</span></h1>
<address>Fortunate senex, ergo tua rura manebunt</address>
<address>et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus</address>
<address>limosoque palus obducat pascua iunco.</address>
<address>non insueta gravis temptabunt pabula fetas</address>
<address>nec mala vicini pecoris contagia laedent.</address>
<address>fortunate senex, hic inter flumina nota</address>
<address>et fontis sacros frigus captabis opacum;</address>
<address>hinc tibi, quae semper, vicino ab limite saepes</address>
<address>Hyblaeis apibus florem depasta salicti</address>
<address>saepe levi somnum suadebit inire susurro;</address>
<address>hinc alta sub rupe canet frondator ad auras,</address>
<address>nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes</address>
<address>nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo.</address>
<h1><span style="font-size: medium;">Tityrus</span></h1>
<address>Ante leves ergo pascentur in aethere cervi</address>
<address>et freta destituent nudos in litore pisces,</address>
<address>ante pererratis amborum finibus exsul</address>
<address>aut Ararim Parthus bibet aut Germania Tigrim,</address>
<address>quam nostro illius labatur pectore voltus.</address>
<h1><span style="font-size: medium;">Meliboeus</span></h1>
<address>At nos hinc alii sitientis ibimus Afros,</address>
<address>pars Scythiam et rapidum cretae veniemus Oaxen</address>
<address>et penitus toto divisos orbe Britannos.</address>
<address>en umquam patrios longo post tempore finis</address>
<address>pauperis et tuguri congestum caespite culmen,</address>
<address>post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas?</address>
<address>impius haec tam culta novalia miles habebit,</address>
<address>barbarus has segetes. en quo discordia civis</address>
<address>produxit miseros; his nos consevimus agros!</address>
<address>insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites.</address>
<address>ite meae, felix quondam pecus, ite capellae.</address>
<address>non ego vos posthac viridi proiectus in antro</address>
<address>dumosa pendere procul de rupe videbo;</address>
<address>carmina nulla canam; non me pascente, capellae,</address>
<address>florentem cytisum et salices carpetis amaras.</address>
<h1><span style="font-size: medium;">Tityrus</span></h1>
<address>Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem</address>
<address>fronde super viridi. sunt nobis mitia poma,</address>
<address>castaneae molles et pressi copia lactis,</address>
<address>et iam summa procul villarum culmina fumant</address>
<address>maioresque cadunt altis de montibus umbrae.</address>
<address> </address>
<p>MELIBEO<br />
Titiro, tu riposando al fresco d’un faggio frondoso,<br />
alla tua musa silvestre dài voce sul flauto sottile;<br />
noi della patria lasciamo le terre e le dolci campagne,<br />
noi dalla patria fuggiamo; tu, Titiro, quieto nell&#8217;ombra,<br />
a riecheggiare Amarilli graziosa ammaestri le selve.</p>
<p>TITIRO<br />
Ah, Melibeo, questa pace un dio l&#8217;ha creata per noi:<br />
Sì, per me egli sarà sempre un dio e spesso un agnello<br />
tenero uscito dai nostri ovili imberrà la sua ara.<br />
Egli, lo vedi, ha permesso alle mie giovenche di errare<br />
e a me suonare sul flauto agreste le note che voglio.</p>
<p>MELIBEO<br />
Io non t&#8217;invidio perciò, più stupisco: ovunque a tal punto<br />
è lo scompiglio per tutti i campi. Ecco, anch&#8217;io le caprette<br />
spingo via afflitto: e trascino anche questa, Titiro, a stento:<br />
già, poiché qui due gemelli ha lasciato ai folti noccioli,<br />
su nuda selce se n&#8217;è sgravata -ahi speranza del gregge!<br />
Spesso per noi questo male (ah, non fosse cieca la mente)<br />
l&#8217;hanno predetto, ricordo, le querce toccate dal lampo.<br />
Ma tuttavia quel tuo dio chi sarebbe, Titiro? Dimmi.</p>
<p>TITIRO<br />
O Melibeo, la città che chiamano Roma io, da stolto,<br />
la credei simile a questa, alla nostra, a cui noi pastori<br />
spesso soliamo condurre i teneri nati del gregge.<br />
Sì, così simili cagne e cuccioli, madri e capretti<br />
mi figurai, così usai comparare il piccolo e il grande.<br />
Quella però sopra ogni altra città levò tanto la cima,<br />
quanto di solito in mezzo ai molli viburni i cipressi.</p>
<p>MELIBEO<br />
E quale grave ragione a vedere Roma ti spinse?</p>
<p>TITIRO<br />
La libertà, che pur tardi ha guardato a me inoperoso,<br />
da che man mano più bianca la barba, al tagliarla, cadeva.<br />
E tuttavia m&#8217;ha guardato e dopo gran tempo è venuta,<br />
da che Amarilli ha potere su me, Galatea m&#8217;ha lasciato.<br />
Già, te lo confesserò, finché Galatea mi prendeva,<br />
di libertà non avevo speranza, o attenzione al risparmio.<br />
Anche se dalle mie stalle ne uscivano vittime, e molte,<br />
e per l&#8217;ingrata città preparavo grasso formaggio,<br />
mai ritornava il mio pugno a casa ricolmo di bronzo.</p>
<p>MELIBEO<br />
Mi domandavo perché gli dèi tu, Amarilli, invocassi,<br />
mesta, e per chi tu lasciassi dagli alberi pendere i pomi:<br />
Titiro non era qui. Sì, perfino i pini e le fonti<br />
Titiro, e questi cespugli parevano come invocarti.</p>
<p>TITIRO<br />
Che fare allora? Né avrei mai potuto altrove fuggire<br />
la schiavitù, né conoscere un dio altrettanto propizio.<br />
Là, Melibeo, ho incontrato quel giovane a cui d&#8217;anno in anno<br />
fumo si leva dai nostri altari per dodici giorni,<br />
là da lui ebbi alle mie preghiere la prima risposta:<br />
&#8220;Uomini, i buoi come un tempo pascete, aggiogateli i tori&#8221;.</p>
<p>MELIBEO<br />
Ah, fortunato te, vecchio, così rimarranno tuoi i campi,<br />
grandi abbastanza per te, benché nuda pietra dovunque,<br />
e l&#8217;acquitrino diffonda fra i pascoli il giunco fangoso.<br />
Non nuoceranno inconsuete pasture alle gravide madri,<br />
non colpiranno i maligni contagi d&#8217;un gregge vicino.<br />
Ah, fortunato te, vecchio, qui in mezzo ai ruscelli a te noti,<br />
presso le sacre sorgenti godrai dell&#8217;opaca frescura:<br />
qui come sempre la siepe per te dal vicino confine,<br />
dove si pascono l&#8217;api iblee con i salici in fiore,<br />
spesso ti persuaderà al sonno col lieve sussurro,<br />
qui canterà sotto il sasso scosceso alle brezze la merla,<br />
né smetteranno frattanto le roche colombe a te care,<br />
né dalla cima dell&#8217;olmo la tortora, il loro lamento.</p>
<p>TITIRO<br />
Dunque nell&#8217;etere andranno a pascersi i cervi leggeri<br />
e sulla riva i marosi esporranno i pesci indifesi,<br />
dunque fuggendo in esilio entrambi dai loro confini<br />
l&#8217;acqua dell&#8217;Arar i Parti berranno e i Germani dal Tigri,<br />
prima che dalla mia mente il suo volto scivoli via.</p>
<p>MELIBEO<br />
Noi nel frattempo da qui finiremo agli Afri assetati,<br />
altri alla Scizia, all&#8217;Oasse che argille trascina verranno,<br />
o fra i Britanni, del tutto divisi dal resto del mondo.<br />
Ah, ritrovando le terre dei padri anche dopo gran tempo,<br />
o del mio magro tugurio il tetto impastato di fango,<br />
rivedrò mai questo regno ch&#8217;è mio, dopo tante stagioni?<br />
Empio un soldato li avrà questi ben tenuti maggesi,<br />
queste mie messi avrà un barbaro: a tanto discordia condusse<br />
i cittadini infelici. Per chi seminammo i poderi!<br />
Su, Melibeo, pianta i peri, disponi in filari le viti.<br />
Gregge che fosti felice, andate, su andate, caprette.<br />
No, d&#8217;ora in poi non più io, in un antro erboso giacendo,<br />
vi guarderò che pendete lontano a una rupe di cespi.<br />
Canti non più canterò: non con me per guida, caprette<br />
vi pascerete del citiso in fiore e dei salici amari.</p>
<p>TITIRO<br />
E tuttavia qui da me potevi fermarti stanotte,<br />
sopra un erboso giaciglio. ho con me dei pomi maturi,<br />
molli castagne, nonché riserve di latte cagliato.<br />
Già di lontano dai tetti di ville si levano fumi,<br />
mentre dall&#8217;alto dei monti più lunghe ricadono l&#8217;ombre.</p>
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		<item>
		<title>RICORDO DI ALLEN MANDELBAUM</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 18:08:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926. A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>E’ scomparso due giorni fa a New York Allen Mandelbaum, uno dei più grandi traduttori in lingua inglese del Novecento. Era nato ad Albany NY nel 1926.<br />
A noi italiani raramente accade di pensare al mondo letterario mediterraneo &#8211; ebraico, greco, latino e italiano &#8211; come ad un&#8217;ideale globalità. Per Mandelbaum fu quanto di più naturale. Già giovanile traduttore di poeti italiani di lingua ebraica quali Refael da Faenza, Agnelo Dato, Immanuel Romano, i fratelli Frances, negli anni Cinquanta egli si volse con naturalezza all&#8217;apprendistato a Dante, a Virgilio, a Omero, a Ovidio. Da gloss a comment, da comment a interpret, da interpret a expound, da expound a translate.<br />
Come da un&#8217;ideale cassaforte (Mandelbaum adorava Roberto Murolo) fuoriescono oggi gli impressionanti tomi della traduzione integrale dell&#8217;Eneide (con testo a fronte, California U.P., 1972), delle tre Cantiche della Commedia: l&#8217;Inferno nel 1980, il Purgatorio nell&#8217;82, il Paradiso nell&#8217;84 (dapprima presso California, poi con Bantam Books); e ancora l&#8217;Odissea integrale nel 1990, e nel &#8217;93 Le Metamorfosi.<br />
Per illustrare l&#8217;influenza che tali opere ebbero sul pubblico colto di lingua inglese, credo sia sufficiente ricordare la motivazione con cui venne conferito a Mandelbaum nel 1973 il National Book Award per la traduzione dell&#8217;Eneide: &#8220;Magistrale la prosodia di Mandelbaum al servizio di un verso inglese energico ed estremamente duttile, adatto al nostro tempo per l&#8217;implicita consapevolezza dell&#8217;impatto che Virgilio ebbe sulla storia della lingua e della poesia inglese&#8221;.<span id="more-40492"></span><br />
Il modo in cui il poeta riesce a penetrare nella fucina di Dante, di Virgilio e di Omero e a riforgiarne il verso nel novecentesco linguaggio poetico anglo-americano ha del &#8220;miracoloso&#8221;. Lo ha scritto un poeta tra i maggiori della generazione successiva a quella di Mandelbaum, Charles Simic, con specifico riferimento alla traduzione dell&#8217;Odissea: &#8220;A miracle. A lesson in the art of translation and a model (an encyclopedia) for poets. The full range and richness of American English is displayed as never before&#8221;.<br />
Ma leggiamo almeno qualche verso dal IX Libro:</p>
<p>I am Odysseus, Laértës’ son.<br />
Men know me for many stratagems.<br />
My fame has reached the heavens. And my home<br />
Is Ithaca, an island bright with sun.</p>
<p>Esempio più esplicito di ciò che teoricamente si intende per approccio intertestuale all&#8217;atto traduttivo non potrebbe darsi. L&#8217;Omero e il Dante di Mandelbaum sono diventati modello di linguaggio e palestra per chi scrive poesia in ambito nord-americano. Perché versioni come queste sono fatalmente destinate a lasciare l&#8217;impronta nella lingua letteraria, e quindi tout court nella civiltà culturale a cui sono volte. Mandelbaum non considera i classici come monumenti immobili nel tempo: marmorei testi di partenza ai quali contrapporre una moderna versione nella cosiddetta lingua d&#8217;arrivo. (E colgo l&#8217;occasione per proporre che le espressioni &#8220;lingua di partenza&#8221; e &#8220;lingua di arrivo&#8221; vengano definitivamente abolite dal lessico di ogni gentiluomo). Egli vede in un continuo fluire nel tempo Dante, Virgilio e Omero, e in quel costante movimento del linguaggio inserisce il proprio processo traduttivo.<br />
Di veri e propri incontri &#8220;poietici&#8221;, con costruttive intersecazioni tra poetica del tradotto e poetica del traduttore, si può a pieno titolo ancora parlare per le versioni di Mandelbaum che hanno permesso al pubblico di lingua inglese di conoscere l&#8217;opera di Ungaretti (a partire da Vita di un uomo &#8211; Life of a Man &#8211; apparsa nel 1958 presso New Directions), di Quasimodo, di Montale, e ancora di Cardarelli, Giudici, Zanzotto. E sempre attentissimo Mandelbaum a rifuggire da quello che egli stesso in un memorabile saggio definisce il sublime &#8220;clandestino&#8221;. Esemplificandolo magari in una parola breve ma insidiosissima: &#8220;tutto&#8221;/&#8221;all&#8221;. E andandolo a scovare anche in autori grandissimi, da Montale (&#8220;perché tutta la vita e il suo travaglio&#8221;) a Wordsworth: &#8220;And all that mighty heart is lying still&#8221;.<br />
Da un lato quindi &#8211; per Mandelbaum &#8211; il valore della memoria e della storia &#8211; consegnato alle generazioni future per permettere loro di riflettere su ciò che è stato; dall&#8217;altro i dettami di una ferrea disciplina etica e lavorativa, di una &#8220;regola&#8221; capace di insegnare come canalizzare l&#8217;energia creativa, perché il savantasse non oscuri con il dito la luna e il sapiente possa continuare a penetrare l&#8217;universo &#8220;nel ciel che più de la sua luce prende&#8221;.<br />
Ad Allen Mandelbaum ero legato da profonda amicizia fin dal 1988, quando egli partecipò in qualità di guest-speaker al convegno “La traduzione del testo poetico” che organizzai presso l’Università di Bergamo, dove all’epoca ero professore associato. L’incontro con Allen fu determinante per le mie successive scelte di ricerca e accademiche, con la fondazione della rivista Testo a fronte, e Allen nel Comitato Direttivo sin dalla fondazione. E i suoi preziosi consigli che negli anni sono continuati a giungere, anche se ultimamente solo da Oltreoceano.<br />
Emblematico di quei primi anni di vita della rivista fu l’invito che insieme a Emilio Mattioli ricevemmo da Gianfranco Folena a Monselice nel 1992 per presentare Testo a fronte e illustrarne i primi numeri. Siedevamo noi quattro dietro quell’imponente tavolo in una domenica mattina di primavera e io – lo ricordo bene – per qualche istante fui perfettamente felice. Folena, al termine delle relazioni, ci confessò: “Ormai resisto solo cogli analgesici”. E fu il primo ad abbandonare la partita. Seguito da Mattioli. E ora da Mandelbaum.<br />
Potete dunque immaginare la mia commozione, oggi. Ricordo che, quando nel 2003, a Santo Stefano Belbo, mi venne attribuito il Premio Cesare Pavese per il volume Del maestro in bottega, il pensiero che in quelle stanze, con quelle stesse persone, due anni prima lo stesso Allen era stato, mi accompagnò per tutta la giornata. Quella era stata la sua ultima volta in Italia. Poi il cuore non gli permise più di varcare l’oceano in aereo.<br />
E proprio con un testo poetico di Allen che porta un’epigrafe da Cesare Pavese, desidero concludere questo mio ricordo.</p>
<p>SLOWLY</p>
<p>“Nail Drives Out Nail, but Four Nails Make a Cross”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Slowly,<br />
he amassed<br />
his poverty:<br />
of faith and hope, of courage and<br />
of caritas,<br />
wrote I.<br />
O. U.’s to<br />
everyone;<br />
of his own<br />
substantial<br />
capital,<br />
uncertain:<br />
where it<br />
lay hid,<br />
or whether<br />
it existed</p>
<p>LENTAMENTE</p>
<p>“Chiodo schiaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce”<br />
Cesare Pavese</p>
<p>Lentamente<br />
Accumulò<br />
La sua povertà<br />
Di fede speranza coraggio e carità,<br />
Firmando<br />
A tutti<br />
Cambiali<br />
E pagherò.<br />
Del suo<br />
Sostanzioso<br />
Capitale,<br />
Incerto:<br />
Dove stesse<br />
Nascosto<br />
O tanto meno<br />
Se esistesse.</p>
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