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	<title>vito mancuso &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>ad aziendam</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[continua il dibattito iniziato con Pubblicare per Berlusconi di Helena Janeczek e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L&#8217;ultimo apparso su Nazione Indiana è Pubblicare per Mondadori? di Andrea Cortellessa.] di Stefano Petrocchi Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su Repubblica dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg" alt="" title="cornice_antica" width="380" height="299" class="alignnone size-full wp-image-36525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p>[<small><em>continua il dibattito iniziato con <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L&#8217;ultimo apparso su Nazione Indiana è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> di <strong>Andrea Cortellessa</strong>.</em></small>]</p>
<p>di <strong>Stefano Petrocchi</strong></p>
<p>Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su <em>Repubblica </em> dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 agosto) e dal corsivo del teologo Vito Mancuso (21 agosto) sulla cosiddetta legge “ad aziendam”, che ha consentito alla casa editrice Mondadori di estinguere, in modo piuttosto vantaggioso per le proprie casse, un contenzioso ventennale con il fisco. Mancuso solleva un dubbio etico: è giusto pubblicare per un editore che approfitta di leggi promosse da un governo il cui capo è l’editore stesso? Molte risposte a questa domanda, contenute sia in interviste estemporanee sia in interventi più meditati, lasciano emergere tra osservazioni non sempre pertinenti un tema di grande rilievo: come percepiscono il proprio ruolo gli scrittori, specie in relazione a chi oggi organizza la produzione e la diffusione della letteratura (cioè gli editori)?<br />
<span id="more-36522"></span><br />
Ci stavo riflettendo su quando un’amica mi ha invitato a guardare l’editoriale di Giovanni De Mauro sul numero 861 di <em>Internazionale</em>. Il modo in cui qui viene risolto il dilemma posto da Mancuso è in effetti limpido: «Questione di principio interessante, ma che obbligherebbe tutti gli autori di ogni casa editrice a indagare sul corretto comportamento del loro editore». Ineccepibile. Eppure mentre leggevo mi è tornato in mente un pezzo dello stesso De Mauro di alcuni (non molti) mesi fa. Ci tornerò al momento opportuno su questo primo editoriale, per ora registro che mi è stato più utile del secondo per individuare meglio i contorni della discussione in corso.</p>
<p>A me pare che la maggior parte degli interventi soffra di una visione doppiamente riduttiva del caso: si tratterebbe per un verso di una vicenda che attiene all’amministrazione – sia pure disinvolta – dell’azienda, di cui i funzionari editoriali con cui un autore si rapporta non possono che essere all’oscuro, e per l’altro dell’ennesimo caso di legislazione occhiuta, come per esempio la depenalizzazione del falso in bilancio, fatto che comporta un livello di allarme civile ben maggiore, ma da cui le responsabilità di quei funzionari sono, di nuovo, sideralmente lontane.</p>
<p>Le due affermazioni sono senz’altro vere, ma trascurano un punto su cui anche Mancuso, forse per carità di patria, è molto sfumato. Scrive infatti che la Mondadori avrebbe goduto di «favori parlamentari ed extra-parlamentari». Giannini ne fa invece uno dei focus della sua ricostruzione, ipotizzando due cose: che prima della soluzione legislativa si sarebbe tentato di venire a capo della vertenza attraverso pressioni indebite sulla Corte di Cassazione; che questa attività illecita non sarebbe stata efficace senza l’approvazione in Parlamento di una norma che, rinviandone il pensionamento, avrebbe consentito al presidente della Cassazione di dirottare la decisione verso una sezione più malleabile della Corte. Giulio Mozzi ha condotto su <em>Vibrisse</em> una scrupolosa decostruzione, o per dir meglio una demolizione, del testo di Giannini, ma su queste circostanze ammette che «il vicedirettore di Repubblica continua a dire cose che sembrano un po’ dubbie», il che non vuol dire palesemente infondate. In ogni caso, la magistratura sta indagando sulla presunta «rete criminale creata per condizionare i magistrati nell’interesse del premier» (ancora Giannini). Ora, a me sembra che l’intreccio di azioni criminose e iniziative parlamentari ci porti ben oltre l’annoso problema del conflitto di interessi. Mi sarei aspettato perciò che i risvolti più oscuri del caso ricevessero un’attenzione maggiore, magari dubitativa, oltre che dalla matita blu di Mozzi anche nel resto degli interventi che ho letto.</p>
<p>Ho trovato invece, in quasi tutti, l’attestazione di come la struttura editoriale del gruppo Mondadori consenta a uno scrittore di sviluppare al meglio, e far conoscere a un pubblico vasto, le proprie capacità creative. Alcuni autori testimoniano il legittimo orgoglio di far parte di un catalogo prestigioso, per i nomi di ieri e per quelli di oggi, e la libertà intellettuale di cui godono all’interno delle diverse case editrici del gruppo. C’è chi elenca infine i rapporti di amicizia nati nell’<em>open space</em> di Segrate, e mentre snocciola nomi e cognomi si avverte il sapore stucchevole che in un dibattito pubblico assumono sempre le mozioni degli affetti.</p>
<p>Ciò che dà da pensare è anche qui un elemento di sottovalutazione. È come se lo scrittore (che ne sia consapevole o no) si autocollocasse a monte di una catena produttiva che prevede nelle fasi successive l’intervento paritetico di altri operatori (editor, redattori e così via). «Sono loro i miei compagni», dice Pennacchi con l’enfasi del sindacalista che è stato, ma anche quando Piccolo avverte «Come scrittore voglio essere giudicato per quello che scrivo e non per l’editore con cui pubblico», ho la sensazione di assistere a un paradossale tentativo di sottrarsi al rapporto fondante con i propri lettori in carne e ossa. Non più interlocutori privilegiati dell’autore per il tramite dell’editore, ma utilizzatori finali di un prodotto alla cui realizzazione collaborano diverse figure professionali tra cui l’autore (estremizzo ma non credo poi molto).</p>
<p>Dico paradossale perché si può leggere l’intervento di Piccolo sul giornale per cui scrive regolarmente (<em>L’Unità</em>, 26 agosto) e su cui negli scorsi mesi ha espresso preoccupazione, per esempio, per il lodo Alfano e per la legge bavaglio. Dunque si tratta di giudicare Piccolo non solo per i libri che pubblica con Einaudi, ma per ciò che dice su tutti gli argomenti sui quali accetta di intervenire. La separazione del maschio è un libro molto bello come i precedenti editi da Laterza, Feltrinelli, minimum fax, ma Francesco Piccolo rappresenta per i suoi lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) più dei libri che ha scritto.</p>
<p>Se Augias (<em>Repubblica</em>, 22 agosto) trasforma lo scrittore da auctor in audience, «Al Festival di Mantova, presentando il nuovo libro, solleverò pubblicamente la questione e ascolterò i lettori», siamo molto oltre l’epoca della scomparsa dei maître à penser. Del resto, si può immaginare Moravia che chiede ai suoi lettori cosa pensare? Antonio Moresco, dopo aver rivendicato su Il primo amore la necessità di elevarsi come scrittore al di sopra della contingenza (come se pubblicare per altri gli impedisse di pensare alle cose ultime), si chiede retoricamente quale responsabilità avesse Tiziano degli errori e orrori compiuti da Carlo V. Quel tipo di artista aveva però un nome preciso: era un cortigiano. È questo a cui ambisce Moresco? È questo che i suoi lettori gli chiedono?</p>
<p>Scrive Giovanni De Mauro sul n. 836 di <em>Internazionale</em>: «Tecnicamente si può già parlare di dittatura». È una questione di sostanza, specifica, non di forma. Seguono le coordinate esatte della situazione politica italiana a marzo 2010 – ma a settembre nulla è cambiato. Allora, tra le molte buone ragioni con cui autori come Ammaniti, Fois, Lucarelli, Moresco, Pennacchi, Piccolo motivano l’intenzione di non abbandonare (proprio adesso) il loro editore, ne manca una. Detta nel modo più semplice e diretto: perché l’opzione di pubblicare altrove deve restare aperta, almeno fin tanto che dura questo stato di cose. Aggiungerla sarebbe tutto quello di cui i loro lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) hanno bisogno. Sarebbe un modo per prendersi cura della sostanza del nostro vivere qui e ora.</p>
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		<title>Alzare i tacchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 14:35:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franco Cordelli</strong></p>
<p>Il primo libro da me consegnato a Einaudi è del 1990, dunque fuori gioco. Ne ho pubblicati altri due, uno nel 1996 e uno nel 1999. In quegli anni al governo c’era il centro-sinistra. Credevo che Berlusconi fosse spacciato. Credevo che si sarebbe fatta una legge sul conflitto d’interessi. Più in generale, non avevo percepito la questione dell’opportunità di “lavorare” o meno per una casa editrice di un industriale – sceso in politica e già, fugacemente, primo ministro (nel 1994).  Per me Einaudi e Mondadori erano ancora aziende simili alle altre, d’ogni natura (non credo che le aziende editoriali siano uguali alle aziende ortofrutticole: i libri non sono, come è stato detto, uguali ai pomodori). Presi coscienza del problema quando Berlusconi vinse le elezioni del 2001. Fu in quel momento, o poco dopo, che cominciai a pensare al libro che poi divenne <em>Il duca di Mantova</em>. Più quel libro prendeva forma, più si faceva strada nelle mie intenzioni l’idea che sarebbe stato anche un banco di prova. A quale editore migliore di Einaudi consegnare un romanzo in cui l’antagonista morale del narratore è lo stesso Berlusconi?<span id="more-36467"></span></p>
<p>            Nella prima settimana di luglio del 2003 consegnai il manoscritto a Ernesto Franco. Mi disse che mi avrebbe richiamato entro una settimana. Alla fine di luglio, essendo i nostri rapporti amichevoli ma non avendolo ancora sentito, incaricai il mio agente di offrirlo a un altro editore. Il libro uscì nel 2004 da Rizzoli. Ancora oggi i redattori della Einaudi che conosco mi dicono che il romanzo fu rifiutato perché non piacque. Non ne dubito, anche se mi riesce difficile credere che altri autori della stessa casa editrice, tra quelli che pubblicano con più frequenza di quanto accada a me, scrivano libri che sempre piacciono. Se il motivo del rifiuto non era il “che cosa”, come lo chiama Jacob Burckhardt, ma il “come”, è una mera coincidenza la querela per diffamazione che mi fu intentata, poco dopo l’uscita del libro, da Cesare Previti. La vicenda giudiziaria è tuttora in corso:  il primo grado di giudizio respinse le accuse del querelante, e ora si sta istruendo l’appello. <strong></strong></p>
<p>Il silenzio del direttore editoriale mi dispiacque ma nello stesso tempo ne fui felice. Adesso le cose mi erano chiare. Quel romanzo era nato non per caso. Giudicare le scelte degli altri scrittori mi annoia ma non posso fare a meno di invidiare Sandro Veronesi che, come ha dichiarato in questi giorni, già nel 1994 ruppe un contratto con la Mondadori indipendentemente, lo sottolineo, dall’argomento del suo romanzo. Come non ammirarlo?</p>
<p>            Al di là del caso personale, di fronte alle obiezioni che Vito Mancuso ha sollevato avanzerei due osservazioni. La prima riguarda la differenza tra Mondadori e Einaudi. La Mondadori è una casa editrice priva di qualunque connotato ideologico-culturale. È come un supermercato ed è suo preciso obiettivo commerciale pubblicare tutti i tipi di libro, anche quelli di chi non abbia in particolare stima il suo proprietario, persino quelli dei suoi più esposti nemici (Benché non me ne venga in mente nessuno: D’Alema fino a che punto era un avversario politico di Berlusconi?). Al contrario l’Einaudi vanta un persistente prestigio culturale, un alone immarcescibile: pubblicare per Einaudi appare significativo in un modo tutto speciale. Quale vanità vi rinuncerà mai? Non è più la casa editrice della sinistra culturale egemonica? Ciò non ha alcuna importanza.</p>
<p>            Ma dopo un fatto clamoroso come quello che ha destato la coscienza di Mancuso, un fatto che mette a nudo l’iniquità giuridico-morale in cui viviamo, l’abnormità del conflitto di interessi, ci si pone una domanda. Ci si chiede come sia possibile che coloro che conducono una battaglia quotidiana contro il presidente del Consiglio e proprietario di aziende cui collaborano, ci si chiede come costoro possano rinunciare a una coerenza minima: non viviamo forse in una democrazia, opinabile quanto si vuole, ma pur sempre ricca di opportunità perfino editoriali?</p>
<p>Che vi sia la possibilità di pubblicare con altri editori, rispetto a quello che fu il proprio, appare fonte di squilibrio psichico, di marasma, perfino di sconforto. Ne sono una prova tutte le voci raccolte dai quotidiani in seguito all’intervento di Vito Mancuso. Poiché l’insulto è divenuto dominante nella vita politica, era inevitabile che si trasferisse nella sfera culturale. Culturale? La questione riguarda il mondo dei libri ma suo perno è proprio la politica, il nostro modo di vivere in società e non già nella eremitica grotta in cui il teologo è stato invitato a traslocare. Bisogna comunque dire che se si tratta di insulti gli intellettuali italiani si rivelano ferratissimi e non indegni dei loro rappresentanti in Parlamento e al Senato. C’è chi ha accusato Mancuso di aver offeso, con il suo caso di coscienza, non Berlusconi ma proprio lui, lo scrittore intervistato che, voglio farne il nome, è Antonio Pennacchi, il fasciocomunista. E c’è chi (sono i più) ha fantasiosamente lavorato di metafora su Mancuso. Le ipotesi sono state due: ingenuo o ipocrita? L’ipocrisia batteva la lievemente meno riprovevole ingenuità. Poi i mille distinguo, le sofisticazioni giustificatorie («allora bisognerebbe non comprare o non recensire i libri Mondadori»). Inutile ripeta quanto tutto ciò mi sembri farsesco. Se si è d’accordo con Berlusconi, non vi sono problemi. Se non si è d’accordo, dal momento che non siamo nel campo delle mere opinioni, sarebbe decisamente opportuno smetterla con le chiacchiere e passare ai fatti, cioè alzare i tacchi da Segrate e da Via Biancamano.</p>
<p><strong>Questo testo amplia e aggiorna quello uscito, col titolo <em>A questo punto un po’ di coerenza</em>, sul «Corriere  della Sera» del 23 agosto 2010. La memoria difensiva di Cordelli, contro la querela intentata da Previti, si legge alle pp. 51-62 dell’«Almanacco Guanda 2008», a cura di Ranieri Polese, su <em>Il romanzo della politica La politica del romanzo</em>.</strong></p>
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		<title>Io, autore Mondadori e lo scandalo &#8220;ad aziendam&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 11:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vito Mancuso [il dibattito iniziato all’inizio di quest’anno con questo articolo di Helena Janeczek e proseguito in rete con numerosi contributi, fa ora un altro salto in avanti con l’articolo che qui riprendiamo di Vito Mancuso, apparso su Repubblica di due giorni fa e motivato dall’acuirsi del conflitto di interessi che coinvolge il nostro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/mondadori2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/mondadori2.jpg" alt="" title="mondadori2" width="300" height="142" class="aligncenter size-full wp-image-36461" /></a></p>
<p>[<em>il dibattito iniziato all’inizio di quest’anno con <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">questo articolo</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito in rete con numerosi contributi, fa ora un altro salto in avanti con l’articolo che qui riprendiamo di <strong>Vito Mancuso</strong>, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/21/news/io_autore_mondadori_e_lo_scandalo_ad_aziendam-6407472/?ref=HREC1-5">apparso su Repubblica</a> di due giorni fa e motivato dall’acuirsi del conflitto di interessi che coinvolge il nostro presidente del consiglio. La redazione di Nazione Indiana</em>]</p>
<p>Da quando ho letto l&#8217;<a href="http://www.repubblica.it/politica/2010/08/19/news/mondadori_salvata_dal_fisco_scandalo_ad_aziendam_nell_interesse_del_cavaliere-6365174/">articolo di Massimo Giannini</a> giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un&#8217;azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell&#8217;etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un&#8217;azienda che non solo dell&#8217;etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?<br />
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l&#8217;onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull&#8217;handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.<br />
<span id="more-36460"></span></p>
<p>Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici&#8230;), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l&#8217;auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un&#8217;editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.</p>
<p>Per questo il mio dubbio, dopo l&#8217;articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l&#8217;azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l&#8217;editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l&#8217;editrice in quanto tale non c&#8217;entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l&#8217;editrice c&#8217;entra, eccome se c&#8217;entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent&#8217;anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.</p>
<p>Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall&#8217;altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l&#8217;editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall&#8217;altro il dovere civico di contrastare un&#8217;inedita legge <em>ad aziendam</em> che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l&#8217;attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall&#8217;articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico &#8220;ad aziendam&#8221;, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?</p>
<p>Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c&#8217;è che non va nell&#8217;articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano&#8230; Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all&#8217;Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi&#8230; Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.</p>
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		<title>La Chiesa e la bioetica</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 20:28:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Vito Mancuso Le gerarchie cattoliche sottolineano spesso che i loro interventi sui temi bioetica sono condotti sulla base della ragione e riguardano temi di pertinenza della ragione, legati alla vita di ognuno, non dei soli cristiani. Per questo, aggiungono, tali interventi non costituiscono un`ingerenza negli affari dello stato laico. Scrive per esempio il recente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Vito Mancuso</strong> </p>
<p>Le gerarchie cattoliche sottolineano  spesso che i loro interventi sui temi  bioetica sono  condotti sulla base della ragione e  riguardano temi di pertinenza della ragione,  legati alla vita di ognuno,  non dei soli cristiani. Per questo,  aggiungono, tali interventi non costituiscono  un`ingerenza negli affari  dello stato laico. Scrive per  esempio il recente documento Dignitas  persone che la sua affermazione  a proposito dello statuto dell`embrione  è «riconoscibile come  vera e conforme alla legge morale  naturale dalla stessa ragione» e che quindi, in quanto tale, «dovrebbe  essere alla base di ogni ordinamento giuridico».  Allo stesso modo molti politici cattolici rimarcano nei loro  interventi sulle questioni bioetiche  che parlano non in quanto cattolici ma in quanto cittadini.<span id="more-15778"></span> Va  quindi preso atto che le posizioni  cattoliche sulla bioetica, sia nel metodo  sia nel contenuto, si propongono  all`insegna della razionalità. Se questo è vero, se si tratta davvero di argomenti di ragione per i  quali «mestier non era parturir Maria»  (Purgatorio III,39), allora le posizioni della Chiesa gerarchica sulla  bioetica sono perfettamente criticabili da ogni credente. L`esercizio  della ragione è per definizione laico, non ha a che fare con l`obbedienza della fede e il principio di autorità.  Chi ragiona, convince o non convince per la forza delle argomentazioni, non per altro. Per questo  vi sono non-credenti che approvano  gli argomenti razionali delle gerarchie convinti dalla coerenza  del ragionamento, per esempio  gli atei devoti.  </p>
<p>Ma sempre per questo vi  sono credenti che, non  convinti dal ragionamento,  non approvano  tutti gli argomenti razionali delle gerarchie  in materia di bioetica. Deve  essere chiaro quindi (se davvero la   base dell`argomentazione magistrale  è la ragione) che la posizione  critica di alcuni credenti verso il magistero  bioetico è del tutto legittima.  Se la gerarchia gradisce la convergenza  degli atei devoti in base alla  sola ragione, allo stesso modo, sempre  in base alla sola ragione, deve accettare  (se non proprio gradire) la divergenza di  alcuni credenti, peraltro  non così pochi e privi di autorevolezza.  Sempre che, ovviamente, le  gerarchie non pensino che la razionalità  valga solo &#8220;fuori&#8221; dalla Chiesa  e non anche al suo interno, dove vale  invece solo l`autorità, istituendo  una specie di disciplina della doppia  verità. E sempre che le medesime gerarchie  amino davvero la razionalità  e che il richiamarsi ad essa non sia invece  un trucco tattico (come io credo  non sia).  In realtà nessuno può chiedere  obbedienza sugli argomenti di ragione  perché l`obbedienza viene da  sé, come di fronte a un risultato di  aritmetica o a una norma morale  fondamentale. </p>
<p>Per questo io penso  che agli argomenti di ragione occorrerebbe  lasciare maggiore duttilità,  visto che la ragione, da che mondo è  mondo, esercita il dubbio, soppesa i  pro e i contro, e per questo vede grigio  laddove invece altri (che non  amano la calma della ragione ma  forme più nervose di autorità) vedono  solo bianco o solo nero. Intendo  dire che proprio il richiamo alla ragione  da parte delle gerarchie cattoliche  dovrebbe indurre a una maggiore  relatività del proprio punto di  vista di fronte alla complessità dell`inizio  e della fine della vita alle prese  con le possibilità aperte dal progresso  scientifico.  La cautela è tanto più auspicabile  se si prende atto della storia. La Chiesa  dei secoli scorsi infatti non è stata  in grado di interpretare sapientemente  l`evoluzione sociale e politica  dell`occidente, finendo per condannare  pressoché tutte quelle libertà  democratiche che ora, invece, essa stessa riconosce: libertà di stampa,  libertà dì coscienza, libertà religiosa  e in genere i diritti delle democrazie liberali. Allo stesso modo, a mio avviso, le odierne posizioni della gerarchia  corrono il rischio di non capire la rivoluzione in atto a livello biologico, respinta con una serie di intransigenti  no, pericolosamente simili a quelli pronunciati in epoca preconciliare  contro le libertà democratiche. Ora io mi chiedo se tra cento anni i principi bioetici affermati oggi  con granitica sicurezza dalla Chiesa  saranno i medesimi, o se invece finiranno per essere rivisti come lo sono  stati i principi della morale sociale. Siamo sicuri che la fecondazione assistita (grazie alla quale sono venuti   al mondo fino ad oggi più di 3 milioni di bambini,  di cui centomila in ltalia) sia contraria al volere di Dio? </p>
<p>Siamo sicuri che l`uso del preservativo  (grazie al quale ci si protegge dalle malattie infettive e si evitano aborti) sia contrario al volere di Dio? Siamo sicuri che il voler morire in modo naturale senza prolungate dipendenze da macchinari, compresi sondini nasogastrici, sia contrario al volere  di Dio? E per fare due esempi concreti legati a precise persone: siamo sicuri che si sia interpretato bene il  volere di Dio negando i funerali religiosi a Piergiorgio Welby perché rifiutatosi di continuare a vivere dopo anni legato a una macchina? E siamo sicuri che si sia interpretato il volere di Dio chiamando &#8220;boia&#8221; e &#8220;assassino&#8221; il signor Englaro, salvo poi aggiungere, non so con quale dignità, di pregare per lui?  Mi chiedo se tra cento anni (e spero  anche prima) i papi difenderanno il principio di autodeterminazione  del singolo sulla propria vita biologica,  così come oggi difendono il principio di autodeterminazione del singolo  sulla propria vita di fede (la quale  peraltro per la dottrina cattolica è sempre stata più importante della vita biologica). Se si riconosce alla persona la libertà di autodeterminarsi  nel rapporto con Dio, come fa  la Chiesa cattolica a partire dal Vaticano  II, quale altro ambito si sottrae  legittimamente al principio di autodeterminazione?  </p>
<p>Non ci possono essere dubbi a mio avviso che questo principio vada esteso anche al rapporto del singolo con la sua biologia. I cattolici intransigenti che oggi parlano della libertà di autodeterminazione definendola &#8220;relativismo  cristiano&#8221; dovrebbero estendere l&#8217;accusa al Vaticano II il quale afferma  che «l`uomo può volgersi al bene  soltanto nella libertà» (Gaudium et  spes 17). La realtà è che non è possibile  nessuna adesione alla verità se  non passando per la libertà. È del tutto  chiaro per ogni credente che la libertà  non è fine a se stessa, ma all&#8217;adesione al bene e al vero; ma è altrettanto chiaro che non si può dare adesione  umana se non libera. Dalla libertà che decide non è possibile esimersi, e questo non è relativismo, ma è il cuore del giudizio morale. </p>
<p><em>pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 9.3.2009</em></p>
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