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		<title>BATTISTI, LE VITTIME, LO STATO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 13:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(riproponiamo questo pezzo su Cesare Battisti pubblicato il 10.01.2011, con il dibattito che ne è seguito nei commenti; certo andrebbero analizzati ora il retroterra e le ragioni della scomposta esultanza del mondo politico e giornalistico nei confronti dell&#8217;arresto di Battisti, a tanti anni dai fatti, così come il corrispettivo silenzio nei confronti dell&#8217;impunità della maggior [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(riproponiamo questo pezzo su Cesare Battisti pubblicato il 10.01.2011, con il dibattito che ne è seguito nei commenti; certo andrebbero analizzati ora il retroterra e le ragioni della scomposta esultanza del mondo politico e giornalistico nei confronti dell&#8217;arresto di Battisti, a tanti anni dai fatti, così come il corrispettivo silenzio nei confronti dell&#8217;impunità della maggior parte dei responsabili, e dei mandanti, delle sanguinose violenze di matrice fascista dello stesso periodo storico)</em></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ho conosciuto personalmente Cesare Battisti, intendo il Battisti di cui si parla tanto in questi giorni, non il mio eroico concittadino, quando ci hanno invitato entrambi a una fiera libraria di una cittadina dell’hinterland parigino. <span id="more-37707"></span>A quella manifestazione non c’era molta gente, e nessuno sembrava interessarsi ai due autori italiani non troppo conosciuti che eravamo: lui non era ancora la vedette dei media francesi (e italiani) che sarebbe diventata in seguito, e io ero al mio primo romanzo. Quindi ci siamo messi a parlare, bevendo uno scontroso vino rosso messo a disposizione dall’organizzazione. Confesso che all’epoca sapevo molto poco del suo passato, ma avevo letto e apprezzato un paio dei suoi libri. A distanza di tanto tempo non saprei dire con precisione di cosa, ma abbiamo conversato senza sosta per quattro ore. Quando passava di lì l’accigliata organizzatrice ci guardava un po’ strano, perché presi dalla foga della discussione, e forse un po’ anche dall’alcol, del quale Battisti sembrava particolarmente ghiotto, ci eravamo sistemati di spalle ai disattenti visitatori (non era previsto alcun compenso pecuniario, specifico). Siamo poi rientrati in città assieme con i mezzi pubblici, e ricordo molto bene la sua maniera di salutarmi alla stazione della metropolitana. Per un istante mi ha abbracciato con calore, ma irrigidendosi subito in una postura grave e vigile, come chiudendosi di nuovo in se stesso, come concentrandosi su quello che doveva fare. E’ così che salutano i latitanti, mi è venuto da pensare. Lo ho poi guardato sgusciare con passo ostinato tra la folla, senza voltarsi.</p>
<p>Racconto questo aneddoto per lo stesso motivo per il quale me lo sono ripassato infinite volte nella mia testa: per avere qualche indizio. La verità è che io non so se Battisti sia colpevole o meno. Certo, i processi lo hanno condannato in modo definitivo, e in questo momento quasi tutti danno per scontato che lo sia. Se però si leggono le argomentazioni di persone anche autorevoli che hanno commentato l’iter della giustizia, e io ho provato a farlo, si hanno devastanti dubbi su come la macchina giudiziaria ha proceduto. Non voglio addentrarmi qui nei dettagli delle incongruenze e delle zone torbide (e in primo luogo la pochissima attendibilità dei pentiti su cui si reggeva l’impianto dell’accusa e l’utilizzo della tortura): dico solo che come semplice cittadino io in coscienza non so se Battisti sia responsabile o meno di tutte le nefandezze che gli sono state imputate. Rispetto a altri fatti che hanno insanguinato l’Italia degli anni sessanta e settanta in questo caso la giustizia ha agito con una relativa velocità, ma restano le analoghe lancinanti ombre. Non sto criticando la giustizia italiana, nella quale credo fermamente (e proprio di questi tempi di crisi se ne hanno consolantissime conferme), intendiamoci bene: esprimo solo i miei dubbi su quel particolare episodio giudiziario, i miei dubbi di cittadino che riflette a quello che legge e che prima di essere convinto vuole vedere delle prove chiare e non contraddittorie.</p>
<p>Io capisco benissimo la reazione dei parenti delle vittime. Capisco il loro dolore, capisco il loro bisogno di giustizia, la loro volontà che chi ha fatto loro tanto male paghi. Lo capisco per una mia naturale empatia con le vittime, di qualunque natura e estrazione esse siano, testimoniata dal fatto che la maggior parte dei miei testi letterari narrano vicende di vittime (come ha sottolineato qualche critico). Credo che le vittime vadano rispettate e ascoltate, credo che sia giusto che le loro emozioni pesino. Però credo anche che le vittime vedono solo il particolare, quel particolare che le ha devastate, mentre le istituzioni e chi le rappresenta dovrebbe avere invece una visione più articolata e più generale, non influenzata dalle emozioni. Per il bene della nazione e della democrazia. Per rispettare le ragioni di tutte le parti, perché in futuro quei fattacci non si abbiano a riprodurre. Perché è solo prendendo le distanze con equanimità e senso storico (troppo bello se tutti i torti stessero da una parte sola!) da ciò che è avvenuto che si può voltare pagina e andare avanti, affrontando serenamente le nuove emergenze.</p>
<p>Se c’è una cosa che proprio non si può dire degli anni di piombo, mi sembra, è che le persone che sono state coinvolte nella lotta armata non abbiano pagato. Ricordo che moltissimi protagonisti all’epoca dei fatti erano molto giovani (sempre più giovani mano a mano che la diabolica parabola del terrorismo avanzava), moltissimi venivano da situazioni di subcultura (a questo proposito si veda per esempio l’illuminante <em>Storie di lotta armata</em> di Manconi). Si sono lanciati nella violenza anche perché (sottolineo: anche) nessuno ha spiegato loro in modo convincente le ragioni per non farlo, perché nessuno li aveva educati. La riprova: nei paesi dove quegli stessi giovani in rivolta respiravano un clima culturale che costituiva una potente barriera nei confronti delle grettissime e obsolete farneticazioni teoriche degli ideologici teorici della lotta armata, presenti ovunque, il terrorismo non ha attecchito. Questa naturalmente non può essere una giustificazione, ma è pur sempre una verità che non può essere ignorata. La chiusura e l’arretratezza culturali dell’Italia di quegli anni e della sua classe dirigente, e i retaggi legati alla fine del fascismo, sono stati il substrato sul quale il terrorismo ha prosperato. Ignorare questo mi sembra altrettanto grave che sminuire le ragioni delle vittime della violenza.</p>
<p>Ma lasciamo stare, non voglio addentrarmi in questo discorso che richiederebbe, per evitare fraintendimenti, ben altro spazio. Quello che voglio dire è invece che moltissimi di quei giovani terroristi, la stragrande maggioranza, sono stati in carcere, in condizioni molto dure, hanno poi intrapreso lunghi e umili percorsi di reinserimento. Le testimonianze scritte, più o meno valide sul piano letterario, sono molto numerose. Certo, come sempre succede qualcuno l’ha fatta franca, ma nel complesso i responsabili di fatti di sangue hanno pagato, c’è stata giustizia. E’ un dato di fatto molto importante, sia sul piano oggettivo (in particolare proprio nei confronti del dolore e delle rivendicazioni delle vittime) che sul piano simbolico, per la salute della nostra democrazia. Una democrazia non può permettersi che chi l’ha ferita non paghi.</p>
<p>Il fatto che sugli anni di piombo si sia fatta giustizia non è per niente scontato. Viviamo in un paese che ha vissuto recentemente una dittatura che è durata più di un ventennio, responsabile della morte, per non considerare solo il crimine più infame, di molte migliaia di ebrei. Questo episodio drammatico della nostra storia è stato archiviato prima ancora di cominciare a fare i conti, visto che un anno dopo la fine della guerra è stata fatta un’amnistia. Certo, qualche rara autorità fascista ha pagato con la vita o con la prigione, o con l’esilio, ma la maggior parte dei responsabili non ha affatto pagato. Decine di migliaia di persone che avrebbero dovuto rispondere dei loro atti (e qui non si trattava di ragazzi) sono usciti completamente indenni. Molti mali dell’Italia attuale, e della debolezza della nostra democrazia, possono essere a mio avviso legati proprio a questa mancata presa di distanza dal fascismo. E’ il caso opposto a quello della stagione della lotta armata. E anche qui, mi permetto di ricordare, ci sono vittime le cui piaghe sono ancora aperte. Io ne conosco personalmente più di una. Sono discendenti di oppositori del fascismo, o di ebrei, costretti a sorbirsi l’incredibile benevolenza con cui si tratta, a cominciare proprio da molti rappresentanti del governo e delle istituzioni, il fascismo.</p>
<p>Ammettiamo che Battisti &#8211; io in coscienza non lo so, l’ho già detto &#8211; sia responsabile di tutti i delitti per i quali è stato condannato, ammettiamo che sia il sordido e sinistro figuro che molti dipingono (a me non ha fatto quest’impressione). Perché queste dichiarazioni inconsulte e questa concitazione da periodo di emergenza, perché queste reazioni per molti versi isteriche? Il fatto che questa buia vicenda della nostra storia si sia conclusa, e che per una volta l’Italia abbia fatto le cose piuttosto bene, non dovrebbe spingere a impiegare toni più pacati, non dovrebbe incitare a parlare con il piglio di chi ha la coscienza a posto, di chi intende guardare con fiducia e con ponderatezza al futuro? Non parlo delle vittime, ripeto, che hanno pieno diritto di gridare la loro rabbia e il loro dolore, parlo dei rappresentanti del governo e delle istituzioni dello stato. Perché non protestare con composta fermezza, se non si ritengono legittime le decisioni delle autorità brasiliane? Perché non approfittare dell’occasione per ricordare che nella maggioranza degli altri casi la giustizia è stata fatta, invece di soffiare sulle braci? Perché non mostrare serenità e equilibrio e equanimità storica, che sarebbero molto salutari in questo momento nel quale alcuni sintomi ci dicono che purtroppo il terrorismo potrebbe risorgere dalle sue ceneri? Perché denigrare l’intellighenzia e i media esteri, che proprio in questo periodo sono così attenti alle vicissitudini della nostra democrazia? (senza contare l’oggettiva ridicolaggine delle avventate affermazioni, per chi conosca un minimo le realtà di cui si vaneggia).</p>
<p>Un’ultima cosa. L’esilio. A mio modesto parere l’esilio è pur sempre una punizione. Una separazione dalle cose, dalle persone, dalla lingua madre. Che sia colpevole o meno (anche un assassino può scrivere dei buoni libri, si sa) per me Battisti è un autore non meno talentuoso di tanti giallisti nostrani di cui si parla tanto. Un autore che scriveva in italiano sempre più incerto, dal quale i suoi libri venivano poi tradotti in francese. E che adesso non scrive più. Certo l’esilio non può essere paragonato con la durezza della prigione, e soprattutto l’esilio non redime, tende piuttosto a fossilizzare, a “bloquer sur image”, a differenza dei percorsi di carcerazione e reinserimento di cui sopra. Probabilmente quello che è successo a Battisti, e che spiega molti suoi comportamenti è proprio questo: è restato agli anni settanta. Non dimentichiamo che l’Italia di quel periodo era piena di personaggi con il suo linguaggio e la sua boria. Dall’una come dall’altra parte. Ma Battisti ha pur sempre vissuto per tanti anni in esilio, e in condizioni difficili (chi afferma il contrario non conosce la realtà, o mente). E da qualche anno è in carcere. Qualcuno può ritenerlo un prezzo troppo basso, e può aver ragione (nel caso che i processi abbiano appurato la verità), ma non dimentichiamo che è anche questo un prezzo. E forse in questo momento non è poi così importante accanirsi su un singolo caso, perdendo l’occasione per dichiarare finalmente quel periodo concluso.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 05.01.11]</em><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Lo sguardo osceno</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Nov 2014 13:00:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Ho evitato questa storia finché ho potuto. Leggevo i titoli dei giornali e saltavo d’istinto le pagine. L’ho messa fuori dal mio sguardo, dai miei pensieri, reputandola oscena. Non sapevo nulla e non volevo sapere nulla di questa infermiera. Non mi interessava entrare nella sua mente, capirne le ragioni. Non voglio neppure [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/siringa.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-49946" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/siringa.jpg" alt="siringa" width="234" height="356" /></a>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Ho evitato questa storia finché ho potuto. Leggevo i titoli dei giornali e saltavo d’istinto le pagine. L’ho messa fuori dal mio sguardo, dai miei pensieri, reputandola oscena. Non sapevo nulla e non volevo sapere nulla di questa infermiera. Non mi interessava entrare nella sua mente, capirne le ragioni. Non voglio neppure ricordarmi il suo nome. Non so, ad oggi, se è davvero colpevole di quello che viene accusata. Non posso, non voglio, essere in grado di giudicarla. Ci deve pensare la legge a garantirmi una risposta, non faccio processi sommari.</p>
<p>Poi hanno pubblicato le fotografie: <em>on line</em>, a mezzo stampa… ovunque. Ciò che può fare un’immagine può essere devastante. Cercare di mascherare il volto della povera signora anziana derisa dalla sua infermiera, “pixelarle” il volto, m’ha persino irritato. Quanta pelosa ipocrisia. Certe storie vanno raccontate con i guanti. Una fotografia è sempre una narrazione senza mediazione, tocca il cervello rettile, quello più istintivo, tocca il ventre molle del nostro io.</p>
<p>Quelle immagini ho dovuto guardarle, mio malgrado. S’è parlato di <em>selfie</em> del mostro. A sproposito. Questo linguaggio <em>à la page</em> di un certo giornalismo d’accatto mi imbarazza. Tecnicamente non si può neppure parlare di <em>selfie</em>. Non è un autoscatto, non sono fotografie pensate per essere diffuse nei social network. So che la difesa cerca di dimostrare che la povera signora anziana &#8211; doppiamente vittima, vittima ogni volta che guardiamo quelle foto – non fosse morta. Probabilmente cerca di evitare per la sua assistita il vilipendio di cadavere, che è un reato penale. (Non voglio neppure pensare agli altri morti, all’idea che siano davvero collegati in una catena perversa di omicidi. Non riesco a reggerlo dal punto di vista emotivo).</p>
<p>Se la poveretta fosse stata viva come affermano sarebbe stato uno spettacolo altrettanto osceno. A me quelle foto che la stampa m’ha obbligato a guardare hanno ricordato, e qui è il cervello rettile che s’è attivato, le foto scattate dieci anni fa ad Abu Ghraib dai militari statunitensi accanto ai prigionieri torturati. Lo stesso atto d’arroganza di chi si sente impunito per il ruolo che copre. Fatto anche in questo caso da una donna, a dimostrazione che di fronte alla possibilità di esercitare un potere, qualunque esso sia, purtroppo non c’è differenza di genere.</p>
<p>Quelle foto sono un trofeo. Un feticcio a portata di smartphone. Mi chiedo se c’era davvero il bisogno di pubblicarle. Tema antico che tocca il nervo scoperto del diritto di cronaca: quali sono i limiti per esercitarlo? Eppure io continuo a chiedermi cosa ipoteticamente ci abbia dato in più, dal punto di vista dell’informazione, la visione di quelle immagini, se non la consapevolezza che avrebbe di certo scatenato i nostri bassi istinti voyeristici. Quando il gruppo terroristico di Isis mette <em>on line</em> le sue macabre decapitazioni, mi chiedo, dobbiamo sottostare al gioco dei terroristi, replicandole, moltiplicandone la visione? O dobbiamo avere il coraggio di dire di no, di non cadere nella rete, nell’inganno propagandistico?</p>
<p>Sto esagerando? Quanto siamo capaci di cadere nel morboso, a colpi di click sulla tastiera, smarrendo quasi senza accorgercene il rispetto per la vita perduta o per le angosce dei parenti della vittima? Perché mettere in mostra questi trofei laidi? Per quale bieco interesse spiccio? E quanto siamo complici noi, guardandole? Quanto stiamo gonfiando l’ego di chi le ha volute? Non credo sia un caso che in rete siano già presenti pagine sui social network dedicate a questa donna, dove i più bassi istinti trovano terreno di coltura per commenti violenti, abominevoli, turpi. A chi fa bene la gogna?</p>
<p>La donna che s’è fatta fotografare imitando il volto emaciato della povera vittima, ha agito con arroganza, con sfrontatezza. Un gesto di supremo narcisismo. Io c’ero, io posso tutto. Voglio guardarmi e riguardarmi tutte le volte che credo. “La vita e la morte” ha scritto come commento su WhatsApp. Ma i miti bisogna saperli gestire. Ciò che Narciso vedeva riflesso nell’acqua era se stesso. Mentre si riguardava imitare la paziente forse quell’infermiera non si rendeva conto di riconoscersi già morta, più ancora delle umili spoglie che sbeffeggiava. Corpo vivo d’umanità, quello, che muove istintivamente alla <em>pietas</em>.</p>
<p>Ho evitato questa storia finché ho potuto, dicevo, perché avevo paura di guardarmi allo specchio. Quell’infermiera, quella donna in teoria votata alla cura dei nostri cari &#8211; i più deboli, i più indifesi – non ha le sembianze luciferine del mostro. Quanto sono rassicuranti le streghe delle fiabe, gli orchi delle leggende: deformi, diversi, altro da noi. No! Questa infermiera &#8211; sulla quale insisto ad esercitare una mia privata <em>damnatio memoriae</em> &#8211; questa donna dal sorriso sbarazzino, il corpo tonico, le sopracciglia ben curate, è una di noi. Il mostro, se è un mostro, ci somiglia.</p>
<p>(<em>pubblicato su</em> Grazia <em>del 3 dicembre 2014</em>)</p>
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		<title>Più armi, per essere felici</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2012 07:30:03 +0000</pubDate>
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<p>Seguo il telegiornale con gli occhi sbarrati. Mia figlia Sara, otto anni, mi chiede cosa sia successo. Le parlo, con tutto il tatto possibile, di una scuola in America, di bambini più piccoli di lei uccisi da un ragazzo di vent’anni. “Non ho capito” mi ripete, “Cos’è successo?” Ed è giusto che non capisca, perché questa strage non significa nulla, non ha senso, è un paesaggio assurdo che sovverte le leggi del quotidiano. È qualcosa che mina la ragionevolezza, che frustra la mia capacità di spiegarle il mondo, di renderglielo domestico, assennato, socievole.</p>
<p>Dovrei parlarle dell’ossessione tutta statunitense per la ricerca della felicità, vero e proprio diritto costituzionale. Costi quel che costi. E del suo naturale corollario, quello all’autodifesa, al diritto (il più inviolabile di quelli della carta costituzionale) a girare armato. Cercare la felicità restando vivi, difendendosi. Ma anche cercare la felicità a costo della vita degli altri. Già nelle ore successive alla strage la soluzione della lobby delle armi era chiara: la colpa è di una legislazione che proibisce agli insegnanti di essere armati. Ci vogliono più armi, non meno armi. Per difendersi. Per essere felici.</p>
<p>Psicologi d’accatto, che tempesteranno gli show televisivi nei mesi a venire – in America come qui da noi – già giustificano l’assurdo: il killer era autistico, malato, psicopatico. Certamente il rapporto con la madre era irrisolto. E poi, diciamocelo, che ci faceva la madre con quelle armi in casa? Cercare un senso a questa strage, con malcelate giustificazioni misogine che nauseano, è parte della cortina di fumo che nasconde l’evidenza: di ragazzi fragili, di psicopatici, di repressi o di chi diavolo volete voi, ne è pieno il mondo. Ma fingere di dimenticare che la psicologia di un uomo armato di un coltello è assai differente da quella di un uomo armato di un fucile mitragliatore è connivenza. Gli oggetti non sono innocenti, un’arma meno che mai. Se c’è una pistola, prima o poi sparerà. È stata creata per quello, non ha altre funzioni.</p>
<p>Quei bambini morti stanno sulla coscienza di una nazione che non vuole superare il suo mito fondativo, che non vuole riconoscere quanto sia necessario perdere qualche diritto individuale per difendere quello collettivo. Fa specie che queste stragi – esaltazioni della individualità – vengano perpetrate proprio in luoghi che celebrano la collettività: scuole, asili, centri commerciali, cinema. Queste vittime, questi inespressi postini, barbieri, operai, parrucchieri, premi nobel, sportivi, questi talenti che non conosceranno mai la felicità, sono un tributo all’egoismo e, peggio, la più cinica campagna pubblicitaria per l’acquisto di nuove armi. Per difendersi, ovviamente. Per essere felici, nel nome della paura.</p>
<p>Da noi questo non succederà mai, mi viene detto. Se non è ancora accaduto, però, è perché esiste un sistema sanitario nazionale che cerca di aiutare i ragazzi fragili, quello che molti vorrebbero smantellare. Se non è accaduto ancora è perché Cesare Beccaria ci ha spiegato l’insensatezza della pena di morte, quella che molti vorrebbero ripristinare. Se ancora non accade è perché resiste ancora una cultura della solidarietà che è sempre più compressa sotto i colpi di un individualismo egoista e becero. E su tutto, inutile girarci attorno, perché resiste una legislazione che difende prima di tutto la collettività dal singolo.</p>
<p>Ma, sia ben chiaro, i nostri figli sappiamo ucciderli lo stesso. Tagliando gli investimenti sulla manutenzione ordinaria delle nostre scuole elementari o costruendo licei e studentati universitari irrispettosi delle norme antisismiche. Poi, al primo terremoto, alla prima strage di innocenti, possiamo sempre prendercela col destino. Felici di non essere americani.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>ieri</em>]</p>
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		<title>L&#8217;albatros</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:00:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Venerdì pomeriggio osservavo dagli spalti della piscina comunale mia figlia nuotare, avanti e indietro, vasche su vasche, dorso, libero, delfino. Pensavo, sorridendo, che se si fosse trovata naufraga al largo, a riva ci sarebbe arrivata salva. Non sapevo ancora nulla della Concordia. Vedere alla sera in televisione la nave spiaggiata, come un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/nave-costa-concordia.jpg" alt="" title="nave-costa-concordia" width="240" height="214" class="alignleft size-full wp-image-41379" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Venerdì pomeriggio osservavo dagli spalti della piscina comunale mia figlia nuotare, avanti e indietro, vasche su vasche, dorso, libero, delfino. Pensavo, sorridendo, che se si fosse trovata naufraga al largo, a riva ci sarebbe arrivata salva. Non sapevo ancora nulla della Concordia. Vedere alla sera in televisione la nave spiaggiata, come un cetaceo che aveva perso la sua rotta naturale, lì, a poco più di cento metri dalla costa, mi aveva fatto vergognare del mio pensiero così futile, per quanto innocente.<br />
Sono un architetto di formazione. Leggevo da ragazzo le pagine di Le Corbusier che esaltava la vita nei piroscafi, città galleggianti, logiche, macchine da abitare, dove la vita associativa, la comunità, trovava la sua libertà nella convivenza. Un mito macchinistico che nascondeva il risvolto della medaglia: la potenza della modernità, il suo sguardo verso il futuro, assomigliava troppo alle ali dell’albatros della poesia di Baudeleaire: al largo, in volo, tutto pare poesia. Ma è partire, è attraccare, è lì l’impedimento, la gravità del corpo, la difficoltà dell’esistenza.<br />
Prima ancora di Le Corbusier è un altro il mito che ci portiamo dentro, che ha segnato il nostro immaginario collettivo: “Sembrava di essere sul Titanic” ha detto una sopravissuta. Esattamente cento anni fa, prima delle certezze positiviste del razionalismo francese. E cento anni dopo ancora dobbiamo fare i conti con questa dolorosa allegoria.  C’è qualcosa di illogico, di innaturale, nella enorme dimensione della Concordia a pochi metri dagli scogli. Sembra quasi un modellino abbandonato, un giocattolo smarrito. La conta delle vittime e dei dispersi, ancora in divenire, ci riporta alla realtà delle cose.<br />
“Quando abbiamo fatto le simulazioni di evacuazione della scuola” mi ha detto mia figlia, di fronte alle immagini della tragedia del Giglio, “il vigile ci ha spiegato che più dell’incendio, può fare il panico.” Le indagini della magistratura ci racconteranno come sono andate davvero le cose. Ma a sentire i superstiti sembra evidente una inadeguatezza, da parte del personale di bordo, a gestire l’emergenza. A gestire il panico. Inadeguatezza dovuta a mille ragioni, ma sembra soprattutto causata da una impreparazione di base: marinai che neppure parlavano l’italiano, incapaci di assistere i passeggeri, cavi che si spezzavano, giubbotti salvagente insufficienti. Tanto non affonda. (Penso a tutte le volte che ho snobbato il personale di volo mentre mi spiegava come comportarmi in caso di emergenza: tanto non cade). La fiducia che riponiamo nella tecnologia, di questi pachidermi dei quali nulla sappiamo &#8211; come volino nel cielo, come attraversino i mari &#8211; è al limite dell’incoscienza.<br />
Colpisce, fra le tante, l’immagine di un capitano che abbandona la nave prima che tutti vengano messi in salvo. Non poteva accadere, non doveva. Ci sono regole che non possono essere infrante, doveri che non possono essere elusi. Ne va della nostra civile convivenza. Non basta aver simulato in qualche corso d’aggiornamento una emergenza, bisogna dimostrarsi degni del ruolo. Non sopporto l’idea che questa tragedia si dimostri la facile metafora di una società, quella italiana, capace di creare una meraviglia cantieristica come la Concordia ma che allo stesso tempo permetta poi venga governata da addetti manchevoli, inadeguati. So di storie di eroismo, su quella nave, e di egoismi spiccioli. Per ora contiamo le vittime, ma non dimentichiamo troppo in fretta questa lezione.<br />
“In caso di incendio” ha proseguito mia figlia “il vigile mi ha assegnato il compito di capo fila. Porterò io l’intera classe nel punto di raccolta.” So che farai bene il tuo compito. Ho fiducia nelle nuove generazioni. Mi fido di te, capitano. Oh, mio capitano. </p>
<p>[<em>pubblicato ieri su </em>L&#8217;Unità]</p>
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		<title>Democrazia e verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2009 07:54:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[processo]]></category>
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		<category><![CDATA[strage Piazza Loggia]]></category>
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					<description><![CDATA[(intervista all’Avv. Silvia Guarneri di Brescia – uno degli avvocati di parte civile delle vittime della strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974) Maria Luisa Venuta (MLV) Trentacinque anni sono trascorsi dalla strage di Piazza della Loggia. Quale è stata l’evoluzione del processo e delle inchieste fino ad oggi? Silvia Guarneri (SG) L’attuale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-18077" title="piazza_loggia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/piazza_loggia-300x228.jpg" alt="piazza_loggia" width="300" height="228" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/piazza_loggia-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/piazza_loggia.jpg 512w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></strong></p>
<p><strong>(intervista all’Avv. Silvia Guarneri di Brescia – uno degli avvocati di parte civile delle vittime della strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974)</strong></p>
<p><strong>Maria Luisa Venuta (MLV) </strong><em>Trentacinque anni sono trascorsi dalla strage di Piazza della Loggia. Quale è stata l’evoluzione del processo e delle inchieste fino ad oggi?</em><br />
<strong>Silvia Guarneri (SG)</strong> L’attuale processo sulla strage di Piazza della Loggia nasce da uno spunto investigativo nel 1993, quando si è chiusa la seconda istruttoria. Il giudice istruttore di allora, Giampaolo Zorzi di Brescia, ebbe dai magistrati di Milano, che stavano indagando sui fatti di Piazza Fontana le dichiarazioni rilasciate dalla cosiddetta fonte Tritone, al secolo Maurizio Tramonte, che negli anni Settanta, ventenne, trasmetteva al SID (ora SISMI), al maresciallo dei carabinieri Fulvio Felli, nome in codice Luca, le attività a cui partecipava nell’estrema destra extraparlamentare veneta. Il giudice istruttore, proprio in virtù del ricoprire un ruolo ibrido, tra Pubblico Ministero che investiga e GIP che decide, come previsto nel vecchio codice di procedura penale, assolse per insufficienza di prove i soggetti che aveva nella sua inchiesta, ma indicò contemporaneamente l’opportunità della riapertura delle indagini vista la portata del materiale,  nel quale si parla di riunioni preparatorie, di “grossi botti” e di strategia della tensione nel periodo in cui avviene la strage di Piazza Loggia, citando  Ordine Nuovo nel Veneto. Nel senso che il Movimento Politico Ordine Nuovo era stato messo fuori legge nel novembre del 1973 dal ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani.<br />
<span id="more-18076"></span>Nel 1969 il CSON (Centro Studi Ordine Nuovo) entrò nel MSI, mentre alcuni fondarono il MPON (Movimento Politico Ordine Nuovo), di cui l’ideologo principale era Clemente Graziani. Nel 1993 sono state riaperte le indagini da parte dei sostituti procuratori Francesco Piantoni e Roberto Di Martino che svolgono per quattordici anni attività investigativa fino al 2007 quando è stato chiesto il rinvio a giudizio per Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte stesso (gli ordinovisti veneti) e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino, Pino Rauti e Giovanni Maifredi, elemento collegato a Delfino. C’era anche rinvio a giudizio per Fausto Miniaci, Gaetano Pecorella, Martino Siciliano. I primi due erano rispettivamente avvocati di Siciliano e di Delfo Zorzi e avrebbero svolto un ruolo come intermediari per la transazione di denaro dal secondo al primo per tacere. Questa parte del processo però è stata trasferita da subito alla competenza del Tribunale di Milano.<br />
<!--more-->Il rinvio a giudizio di Delfino, Rauti e Maifredi ha come capo di imputazione il <em>“reato di strage commesso in concorso tra loro e con altre persone tra cui Digilio Carlo (deceduto), nonché Maggi Carlo Maria, Zorzi Delfo e Tramonte Maurizio allo scopo di attentare alla sicurezza interna dello Stato in particolare Rauti Giuseppe Umberto, promuovendo l’attentato nell’ambito della pianificazione di una serie di azioni terroristiche, Delfino Francesco partecipando a riunioni nelle quali l’attentato veniva organizzato e comunque non impedendo, quale ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, che lo stesso venisse portato a compimento e Maifredi Giovanni, custodendo, nei giorni immediatamente antecedenti l’esecuzione dell’atto terroristico, l’ordigno destinato all’attentato, cagionavano una strage in Piazza della Loggia, a Brescia, nel corso di una manifestazione indetta dal Comitato Permanente Antifascista e dalle Segreterie Provinciali della CGIL, CISL e UIL, collocando un ordigno esplosivo in un cestino metallico porta rifiuti aderente ad una colonna dei portici delimitanti la piazza e provocandone l’esplosione […]”.</em></p>
<p><strong>MLV</strong>:<em><strong> </strong>Come avete impostato le vostre attività in un processo di tale portata? </em><br />
<strong>SG</strong>: L’ammissione delle prove ha assorbito totalmente questi primi mesi di lavoro, nel senso che i pubblici ministeri hanno presentato una lista di circa duemila testi ed in più hanno  chiesto l’acquisizione in toto delle due inchieste passate. La prima, il processo Buzzi e la seconda il processo Ferri. Tra l’altro, Cesare Ferri è stato assolto ed è stato  risarcito dallo Stato italiano con cento milioni.<br />
I giudici hanno richiesto tutti i documenti e gli atti dei processi precedenti e buona parte dei documenti del processo di Piazza Fontana perché qui era presente Carlo Digilio, detto Zio Otto, che ha raccontato molto delle stragi in generale: Digilio era sostanzialmente l’armiere del Veneto, perché veronese, espertissimo di armi e lavorava in un poligono. L’acquisizione di queste parti dei processi precedenti era fondamentale in quanto Carlo Digilio ora deceduto, ma aveva relazioni con la CIA ed il suo narrato a Brescia è stato cristalizzato in incidente probatorio, anche se non era stato ritenuto credibile per piazza Fontana. Di fatto le stragi sono collegate, quindi è necessaria l’acquisizione documentale sia degli atti che dei documenti, cioè sia di quanto si è formato nel corso dei processo, gli atti, sia di tutti i documenti acquisiti, ad esempio i libri storici che hanno ricostruito determinate azioni.<br />
Dopo l’udienza preliminare del 2007 sfociata nel rinvio a giudizio degli imputati il 15 maggio 2008, nell’autunno scorso, il 25 novembre 2008 è iniziato ufficialmente il processo. La Corte ha fatto un’ordinanza che descrive i criteri generali per l’ammissione delle prove. Questa parte del processo forse non è molto mediatica, ma è fondamentale. L’ammissione al processo di un testimone, vivo o morto esso sia, è importante: significa poter utilizzare quanto questo ha espresso precedentemente in altri processi o nel corso delle indagini davanti al Pubblico Ministero o alla Polizia Giudiziaria. Così le parti civili hanno presentato tre liste testi: la principale in cui abbiamo circa trecento testi ammessi prevalentemente sovrapponibili a quello del pubblico ministero. I testimoni sono stati divisi per temi e capitoli di prove e non in ordine alfabetico; una lista compilata dagli avvocati che hanno seguito i processi precedenti, in quanto riguardano testimoni che vanno risentiti; infine ne abbiamo fatta una in cui abbiamo inserito tutti i ministri degli interni, tutti i capi dei servizi segreti da quegli anni ad oggi. Quest’ultima è stata cassata integralmente.<br />
In dibattimento abbiamo iniziato con i testimoni, ascoltando prima tutte le persone offese vive, le persone offese che non si sono costituite parte civile, che erano in piazza e poi i testimoni veri e propri. Fino ad oggi abbiamo ascoltato circa cento testimonianze su duemila complessive ammesse al processo.<br />
Quest’ultima indagine presenta come novità rispetto alle inchieste precedenti l’ammissione della pista veneta per Piazza Loggia, dopo Freda e Ventura per Piazza Fontana, ma soprattutto l’inserimento nel processo della copertura istituzionale degli stragisti. E’ la prima volta in Italia che è imputato per strage un ex carabiniere, Delfino, che ha gestito tutta la prima inchiesta: il processo Buzzi è una creazione sua. E’ stato il primo processo dopo la strage, in cui Francesco Delfino ricopre il ruolo di investigatore, svolgendo le indagini e facendo inquisire soggetti che poi sono stati assolti, attraverso una continua opera di  depistaggio e altre azioni fuorvianti per creare false piste.<br />
In aula molti testimoni dichiarano le coperture da parte dell’Arma dei Carabinieri in favore dell’estrema destra, e quindi è la prima volta in cui giudiziariamente e non più solo nelle ricostruzioni storiche, risulta come questi ragazzi, implicati nelle stragi, avessero agganci e coperture da parte dei servizi segreti, dei carabinieri e, si ipotizza, di militari delle basi NATO venete, e della CIA. E’ la prima volta che sul banco degli imputati ci sono le forze dell’ordine.<br />
Per fare un esempio, Biagio Pittarresi, sanbabilino di quegli anni, ha dichiarato rispetto alla domanda “ci può fare i nomi dei carabinieri che vi offrivano delle coperture?” che “si fa più in fretta a dichiarare quali carabinieri non offrivano coperture in quegli anni.”</p>
<p><strong>MLV</strong>: <em>C’è un rapporto tra contesto storico e il fatto? Tra lettura giudiziale del fatto e il contesto storico in cui la strage è stata maturata e preparata?</em><br />
<strong>SG</strong>: Tra i molti testimoni ammessi c’è chi racconta il contesto e il crescendo degli eventi. A Brescia il PCI era molto forte e nello stesso tempo era presente un’imprenditoria altrettanto forte. La città presentava estremi evidenti, fabbriche ricche e imprenditori che assoldavano picchiatori fascisti che facessero azioni antisciopero. I testimoni raccontano il crescendo degli atti di violenza che accadono a Brescia: nel 1973 avevano fatto saltare la sede del PSI, poi la COOP di Viale Venezia. E’ anche vero che il contesto di allora è molto diverso da quello di oggi, non ci sono più i grandi partiti che riempivano la piazza, si fa politica ad altro livello, e in quell’aprile del 1974 era stato votato il referendum sul divorzio, Dunque era anche un periodo di forti cambiamenti sociali. Il senso di questo processo è banalmente oggi quello di non lasciare una strage impunita, una strage che ha provocato otto morti e cento feriti. Poi possiamo aggiungere che quel contesto ha prodotto anche istituzioni dinamiche, che sono vive tutt’ora. Delfino, se non fosse stato per il caso Soffiantini, a quest’ora era ancora generale dell’Arma dei Carabinieri. In altre parole, quelli che allora erano molto giovani, anche se l’attuale contesto è molto cambiato, di fatto sono nella generazione che sta governando. A Brescia, a livello locale abbiamo due assessori del Comune di Brescia chiamati in aula: l’assessore Labolani, testimone al processo ed Arcai, che è stato inquisito ed ora testimonierà.<br />
Non è così scollegato dunque il contesto di quegli anni rispetto a quello attuale.<br />
Inoltre, ci sono otto famiglie, che attendono di sapere chi ha ucciso materialmente i loro cari, bambini che sono rimasti orfani che non hanno ancora capito chi ha ucciso il papà o la mamma, cento feriti che hanno avuto menomazioni, chi ha perso il naso, chi ha perso l’udito o chi è rimasto semplicemente traumatizzato.</p>
<p><strong>MLV</strong> <em>Quale è l’impegno fisico e di tempo richiesto dal processo?</em><br />
<strong>SG</strong> Due giorni di udienze ogni settimana, di solito il martedì e il giovedì, dalle 9 alle 18, seguite in diretta da Radio Radicale.<br />
Noi siamo in sedici avvocati di parte civile, cioè rappresentiamo i morti, i feriti, il Comune di Brescia e i tre sindacati. E’ un impegno continuo, diretto che ci coinvolge in modo appassionato. Di fatto, seguiamo duemila testimoni ammessi al processo, che magari hanno rilasciato già dichiarazioni composte da  pagine su pagine.<br />
Quello che però ci tocca maggiormente è l’assenza del processo sui media. Il giorno in cui si è aperto il processo, il 25 novembre 2008, avevamo in aula telecamere della RAI e giornalisti. La sera al telegiornale nazionale è passato la notizia del processo di Olindo e Rosa, ma non quello di Piazza Loggia, quasi che un fatto ormai scontato, neanche curioso, una tragedia privata sia quello che la gente vuole vedere. Forse il pubblico, la gente che si appassiona al Grande Fratello è molto più interessata al lato processuale tipo CSI, al lato morboso di dissidi di sangue familiari. I media non sono interessati a Piazza Loggia non ne percepiscono la forza e questo mi sembra allucinante per i giovani. Si ricreano i contesti e gli scontri studenteschi, come quelli dell’anno scorso a Roma, ma senza avere memoria di quello che avveniva trentacinque anni fa.<br />
L’evoluzione prossima del processo è che i pezzi grossissimi, Vinciguerra che si è autoaccusato di Peteano, ad esempio, ed è stato il primo a fare il nome di Delfino e poi Freda, Tuti, Concutelli, Fioravanti stanno arrivando per essere ascoltati.<br />
Da una parte siamo avviliti per il silenzio dei media, ma nello stesso tempo in aula, di fronte a testimoni reticenti, che non si presentano o che siedono in aula con molta tensione o che devono essere rintracciati dalla forza pubblica, abbiamo la sensazione di stare toccando ancora nervi scoperti e che in realtà dopo trentacinque anni i testimoni si bloccano ancora per paura di qualcosa.<br />
Vorrei sottolineare infine una differenza fondamentale tra le testimonianze che abbiamo fino ad ora sentito. Le donne, di là dell’orientamento politico e del ceto dimostrano impegno a raccontare tutta la verità. Sono addolorate, stanche, provate, perplesse e confuse, ma non si sottraggono a partecipare alla ricostruzione precisa dei fatti, narrando anche reati spesso compiuti da mariti, figli e fratelli.</p>
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