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	<title>vittorio ligiardi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>natural born gay</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 08:33:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Silvia Bencivelli Io non ho niente contro i gay: ho persino un amico che lo è. Persino. Certo che potrebbe manifestarlo un po’ meno, eh. Perché un gay lo riconosci a occhio: come nei cinepanettoni, sculetta, si agita e lancia gridolini entusiasti. Se è femmina probabilmente ha la moto, ascolta Gianna Nannini e gioca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/simpsons-gay-marriage.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-38373" title="simpsons-gay-marriage" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/simpsons-gay-marriage.jpg" alt="" width="306" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/simpsons-gay-marriage.jpg 306w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/simpsons-gay-marriage-229x300.jpg 229w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://http://silviabencivelli.it/">Silvia Bencivelli</a></strong></p>
<p><em>Io non ho niente contro i gay: ho persino un amico che lo è. Persino. Certo che potrebbe manifestarlo un po’ meno, eh</em>. Perché un gay lo riconosci a occhio: come nei cinepanettoni, sculetta, si agita e lancia gridolini entusiasti. Se è femmina probabilmente ha la moto, ascolta Gianna Nannini e gioca a calcetto il sabato pomeriggio. Sempre che esista davvero, la lesbica, e non sia solo un’invenzione da palcoscenico dell’Ariston.</p>
<p><span id="more-38357"></span></p>
<p>Poi cambi aria, torni dai tuoi amici intellettuali, gente laureata che fa lavori importanti, e la questione cambia ma la pruderie no: ci si nasce o ci si diventa? Lo si sceglie, l’orientamento sessuale, o ci capita addosso? E perché di quei due fratelli, così simili per aspetto e per scelte di vita, uno è una checca persa e l’altro uno sciupafemmine? Se nel gruppo c’è poi uno scienziato, ecco che la faccenda assume la forma di una domanda da un milione di dollari: perché esiste l’omosessualità? Perché l’evoluzione non l’ha fatta fuori, in quanto atteggiamento che disperde energie e non aumenta la probabilità di avere figli?</p>
<p>Sul tema siamo curiosi tutti, quello che ha persino un amico gay e lo scienziato a cui non frega niente del politically correct. Per cominciare, potremmo però notare che non ci siamo mai chiesti quale sia l’orientamento sessuale della cernia che abbiamo nel piatto. E abbiamo fatto male.</p>
<p>In natura, comportamenti omosessuali sono diffusi e ben descritti da un pezzo. Noi umani occidentali del ventesimo secolo (la precisazione è doverosa, perché solo un paio di secoli fa non avevamo nemmeno la parola e quando eravamo antichi romani non facevamo neanche tante distinzioni) li vogliamo vedere strani, fuori dalla norma, a volte rivoltanti a volte terribilmente eccitanti. E le persone che li praticano in modo prevalente le etichettiamo a partire da lì, da quel che fanno a letto, a prescindere da tutto il resto. A prescindere, per esempio, dal fatto che quel che fanno a letto lo fanno quasi sempre in compagnia di qualcuno di cui sono innamorati, con cui desiderano costruire una coppia stabile e dare il proprio contributo alla società.</p>
<p>Ma lo scienziato dell’etichetta ha bisogno, come del confronto con la cernia che hai nel piatto. Marco del Giudice, psicologo evoluzionista dell’università di Torino, lo spiega così: “dal punto di vista biologico, l’omosessualità esclusiva è un vero rompicapo teorico: un tratto che riduce così tanto la probabilità di avere prole dovrebbe essere eliminato rapidamente dalla selezione naturale. La ricerca ha proprio questo obiettivo: capire l&#8217;omosessualità vuol dire capire meglio le forze che hanno dato forma all&#8217;evoluzione della nostra specie”.</p>
<p>Nessuna sorpresa, dunque, se si scopre che ci sono dei biologi canadesi che hanno filmato con stupore una coppia di focosi polpi maschi avvinghiati in un amplesso chiaramente privo di finalità riproduttive, a 2500 metri di profondità. Né se si trovano ricerche sugli esseri umani: sui due fratelli tanto diversi a letto quanto simili fuori e sulla tizia che va in moto a giocare a calcetto. Solo un po’ di delusione, quando ci si deve rassegnare al fatto che non si siano ancora trovate risposte precise.<br />
Per cominciare: non esiste un gene dell’omosessualità. Esistono (pochi) studi sulla familiarità dell’omosessualità che mostrano che due gemelli uguali hanno (molto) più spesso lo stesso orientamento sessuale, rispetto a due gemelli diversi e soprattutto rispetto a due fratelli adottivi. Ed esiste una ricerca del 1993 secondo la quale elevati tassi di omosessualità si presentano solo nella linea materna delle persone omosessuali di sesso maschile: cioè è più facile avere uno zio materno gay che uno zio paterno gay, se si è a nostra volta gay. Questo ha lasciato supporre che ci sia qualcosa sul cromosoma X, il cromosoma sessuale che è presente in doppia copia nelle femmine e in copia singola nei maschi: se un maschio ha un gene diverso su quell’unico X non c’è un altro gene su un altro X a compensarlo. E siccome quell’unico cromosoma X lo ha passato la mamma, è probabile che lei abbia fratelli e cugini con il gene incriminato. A lei e a tutte le donne della famiglia, d’altra parte, potrebbe aver garantito un maggior successo riproduttivo, cosa che spiegherebbe l’esistenza del gene nella popolazione. Peccato che ci si debba fermare qui.</p>
<p>Poi ci sono le ricerche sul cervello. “Le neuroscienze ci possono parlare dei meccanismi e degli interruttori cerebrali che danno forma alle preferenze sessuali, – spiega Del Giudice – anche se sull’omosessualità, come su molti altri fenomeni, non pretendono di esaurire l’argomento”. Per esempio, possono dirci se l’anatomia e il funzionamento del cervello omosessuale sono diversi da quelli degli eterosessuali. E anche qui “la maggior parte degli studi che hanno indicato queste differenze non è stata replicata o ha dato risultati ambigui”. Nel 1991 un neurologo americano puntò il dito su una parte precisa del cervello (per la precisione, il nucleo interstiziale dell&#8217;ipotalamo anteriore, INAH3): i maschi eterosessuali ce lo avrebbero più voluminoso, le femmine eterosessuali più piccolo e i maschi omosessuali si piazzerebbero a metà. Ma i dati sono ancora pochi e confusi e questa ricerca è stata più volte criticata. Per compensare, possiamo dire che c’è stata anche una ricerca (questa più recente) che ha indicato un’altra regione del cervello (sempre per la precisione, la corteccia peririnale del lobo temporale sinistro) in cui le femmine etero avrebbero più corteccia dei maschi etero e le femmine omo si posizionerebbero a metà. Infine, altri studi hanno trovato anomalie di connessione tra vari parti del cervello negli omosessuali, mentre altri ancora hanno evidenziato parametri per cui il cervello di un gay maschio assomiglia tutto a quello della sua eterosessualissima sorella.</p>
<p>L’idea è che queste differenze cerebrali possano essere in qualche modo spiegate con l’influenza degli ormoni che ci rendono (o avrebbero dovuto renderci) caratterialmente mascolini o femminili mentre eravamo nell’utero materno. Un po’ di ormoni maschili in fase precoce, ed ecco che il cervellino della neonata si predispone all’acquisto di una Honda 400: un po’ meno testosterone del normale ed ecco che il feto sviluppa una precocissima attrazione per Jake Gyllenhaal.</p>
<p>E gli ormoni assorbiti prima della nascita sono chiamati in causa da altre parti. Nel 1998 fu proposto di andarli a misurare, negli adulti, sulla punta delle dita: il rapporto tra lunghezza dell’indice e dell’anulare (digit ratio), infatti, è influenzato dall’esposizione al testosterone in utero. Se è piccolo (cioè se l’anulare è più lungo dell’indice) significa che si è stati abbondantemente annaffiati di ormoni maschili. Chi ha ricevuto (o ha prodotto) meno ormoni maschili durante la vita intrauterina, invece, tende ad avere un rapporto vicino a 1, cioè ad avere indice e anulare lunghi uguale. “Teniamo conto che si tratta di un effetto molto piccolo, indiretto, non del tutto chiaro e molto variabile tra diverse popolazioni – precisa Del Giudice &#8211; ma un po’ funziona. E a proposito dell’omosessualità ha dato risultati interessanti”. Le femmine omosessuali tendono ad avere un rapporto tra lunghezza di indice e medio un po’ più basso, tendente al maschile. I maschi gay hanno differenze meno significative. “Come se gli ormoni prenatali, o almeno quegli aspetti del funzionamento ormonale che il digit ratio è in grado di rilevare, avessero più effetto sull’orientamento sessuale delle femmine che in quello dei maschi”, conclude Del Giudice. Lasciando disperatamente aperta la questione.</p>
<p>Possiamo tenerci la nostra curiosità, insomma. Non saranno gli scienziati a risolverla. Tranne nel caso della cernia che avevate nel piatto. Su quella vi possono dire, con certezza, che se era giovane era femmina, mentre se era anziana era maschio, e se avesse potuto parlarvi vi avrebbe spiegato che stavate condannando le pescioline del suo harem a una triste vedovanza. Alla fine, avrebbe forse aggiunto una doverosa precisazione da abitante dei mari del ventunesimo secolo: Io non ho niente contro i polpi: ho persino un amico che lo è.</p>
<p>«Non credo che la scienza riuscirà mai a scoprire la causa dell’omosessualità. E poi è così importante?». Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore alla Sapienza di Roma, nonché autore di <em>Citizen gay. Famiglie, diritti negati, salute mentale </em>(Il Saggiatore, Milano 2007), ha un altro punto di vista sulla questione: «come analista, preferisco il come al perché. Non mi verrebbe mai in mente di chiedere a un o a una paziente: secondo lei, perché è omosessuale? La troverei una domanda violenta».</p>
<p><strong>Già, ma una risposta ci dovrà pur essere…</strong><br />
«Ogni orientamento sessuale è il risultato del dialogo tra fattori genetici, ambientali e culturali. Sono disposizioni, preferenze, fantasie, culture, affetti, ruoli sociali e comportamenti privati piuttosto variabili che non possiamo ridurre a un principio. Non sarebbe più sensato studiare le cause dell’omofobia, piuttosto che quelle dell’omosessualità?».</p>
<p><strong>Allora gli studi scientifici sull’omosessualità, per lei, che senso hanno? </strong><br />
«Interessantissimi, ma non bastano. Non oppongo certo la psicologia alla biologia, che anzi oggi hanno un dialogo fecondo. Alcuni hanno cercato nella genetica risposte semplici a quesiti complessi, forse anche contro l’atteggiamento patologizzante di certa psicoanalisi. Ma il vero problema sono i pregiudizi: chi discrimina gli omosessuali può utilizzare ogni modello al servizio della sua persecuzione».</p>
<p><strong>E la comunità omosessuale, su questo, che posizione ha? </strong><br />
«Non credo che la comunità omosessuale, qualunque cosa essa sia, abbia una posizione. E per fortuna! Va detto però che essere omosessuale può indurre una domanda stressante: perchè sono così? È quello che chiamo minority stress ezio(pato)logico. Abituiamoci al plurale: le omosessualità, le eterosessualità, le bisessualità. A ciascuno il suo mix di biologia, esperienza, ambiente».</p>
<p><strong>A proposito, come si dovrebbe dire: persona o comportamento omosessuale?</strong><br />
«Sono cose diverse. È un tema che affronto nella prefazione che ho scritto con Nicla Vassallo all’edizione italiana dell’ultimo saggio di Martha Nussbaum <em>Disgusto e umanità</em> (in libreria a fine aprile per Il Saggiatore). Quando usiamo persona non rimandiamo a particolari concetti filosofici o religiosi, né diciamo che tra persone e animali non umani si diano baratri ontologici. Le persone sviluppano capacità tali da assicurare loro la possibilità di essere e agire pienamente, vivendo un’esistenza degna. Quindi, direbbe Martha Nussbaum, occorre diventare persone. Ecco il nesso tra gli esseri umani, le loro libertà e i loro diritti. Qui vorrei ricordare l’articolo 3 della nostra Costituzione, che tutela la persona e la sua dignità stabilendo il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Che dire di una democrazia che impedisce alle persone omosessuali di sposarsi? È una democrazia?».</p>
<p><strong>Due parole chiave: omosessuale e eterosessuale. Sono parole nate a fine Ottocento. Perché oggi sono così necessarie?</strong><br />
«Perché pensare binario viene più facile. Atti e individui omosessuali sono sempre esistiti. Identità e definizioni cambiano. Ogni persona omosessuale fa i conti con una stratificazione psico-politica, come un inconscio collettivo, che lega la definizione di sé a religione, giustizia, scienza, psicoanalisi e, solo recentemente, politica dei diritti. Dalla seconda metà del secolo scorso molti omosessuali hanno iniziato a definirsi e dichiararsi gay e lesbiche, rivendicando uguaglianza di diritti, doveri, opportunità, esprimendo una combinazione unica tra orientamento sessuale e identità sociale, e costruendo soggettività inedite nella storia».</p>
<p><strong>Torniamo all’uso del plurale: le omosessualità, le eterosessualità, le bisessualità. Che cosa suggerirebbe di studiare, allora, agli scienziati che studiano la nostra sessualità?</strong><br />
«Suggerirei di studiare le relazioni tra individui cercando di capire come le sessualità creino e organizzino le nostre esperienze. E di leggere Walt Whitman: “Io canto l&#8217;individuo, la singola persona / Al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. L’organismo da capo a piedi, canto / … Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, / lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, / Canto l’Uomo moderno”».</p>
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