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	<title>volker braun &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un appunto. A proposito di Ramstein</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/un-appunto-a-proposito-di-ramstein/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Air Base di Ramstein]]></category>
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		<category><![CDATA[Germania]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Volker Braun</strong> <br /> a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong> <br /> Un intervento inedito in Italia dello scrittore Volker Braun sui nuovi orientamenti politici e militaristi della Germania attuale. "La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Volker Braun</strong></p>
<p>a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong></p>
<p><em>[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica,</em> Provokation für mich, <em>centrata &#8211; come in generale tutta l&#8217;opera, sia poetica che narrativa e teatrale &#8211; sull&#8217;analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo,</em> Luf-Passion <em>(2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l&#8217;attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.</p>
<p>Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”.<em> Deal</em>: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.</p>
<p>Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: <em>Perché si muore</em>, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun &#8211; e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare &#8211; e raddrizzar le cose!”.</p>
<p>Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio&#8230; Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: <em>Come invecchiare</em>, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.</p>
<p>Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. <em>Alloggia</em>, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.</p>
<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.</p>
<p>Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.</p>
<p>Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!</p>
<p>Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un&#8217;autentica esperienza di libertà.</p>
<p>Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.</p>
<p>Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell&#8217;aria già aleggia la famosa risposta: <em>Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.</em></p>
<p>Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.</p>
<p>*</p>
<p><em>L&#8217;intervento qui tradotto per &#8220;Nazione Indiana&#8221; è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla &#8220;Berliner Zeitung&#8221; e dalla &#8220;Ostdeutsche Zeitung&#8221;. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un&#8217;intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.</em></p>
<p><em>Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente. </em></p>
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		<title>Volker Braun: L&#8217;Africa più interna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 14:24:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[goethe]]></category>
		<category><![CDATA[Hölderlin]]></category>
		<category><![CDATA[massimo bonifazio]]></category>
		<category><![CDATA[Rimbaud]]></category>
		<category><![CDATA[volker braun]]></category>
		<category><![CDATA[Wolf Biermann]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Bonifazio L’Africa più interna, ma anche la più intima: è un’Africa come realtà organica, quasi corpo stesso dell’io, a fare da punto di partenza per questa lirica. Volker Braun l’ha scritta nel 1982, ma non ha perso smalto. Se allora si collocava perfettamente sulla scia del caso Wolf Biermann – il cantautore fedele [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Bonifazio</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/13/sei-poesie-di-volker-braun/" target="_blank"><em>L’Africa più interna</em></a>, ma anche la più intima: è un’Africa come realtà organica, quasi corpo stesso dell’io, a fare da punto di partenza per questa lirica. Volker Braun l’ha scritta nel 1982, ma non ha perso smalto. Se allora si collocava perfettamente sulla scia del caso Wolf Biermann – il cantautore fedele all’utopia socialista ma critico nei confronti dell’apparato, a cui il regime impedisce di tornare da una tournée in Germania Ovest – oggi colpisce per la sua forza profetica,  per il dettato quasi affannoso e pure chiarissimo, per la capacità di mettere in luce le tensioni in cui è invischiato l’io che vi parla: i sentimenti, assurdamente slegati dalla ‘politica’, le speranze ancora oggi frustrate. L’orizzonte esotico si risolve in un viaggio interiore intorno al concetto di confine, drammaticamente attuale in un mondo ancora costellato di muri e di confini: alcuni concreti, altri interiori, tutti ugualmente complicati da attraversare.<span id="more-28930"></span></p>
<p>L’Africa del titolo è colta in principio come luogo dell’idillio ‘naturale’, una terra «più calda» perché la menzogna non vi è necessaria. Gli uomini lì sono «privi di travestimenti»; sono compagni perché uomini, non perché iscritti al Partito. Ad allargare l’orizzonte si inserisce un verso <em>– </em>«<em>laggiù, laggiù&#8230;</em>» – del <em>Canto di Mignon </em>dal <em>Wilhelm Meister</em>, prototipo di ogni nostalgia per un Sud idealizzato a spazio di possibile libertà e autorealizzazione, nel quale è coinvolto anche un tu amoroso. Nelle tre righe che seguono l’andamento si fa prosastico, anche se la scansione con le barre oblique tradisce una residua tensione poetica, passando bruscamente dal tono dell’idillio sognato a quello della realtà concreta. È la «neve perenne» del socialismo reale, del «buco» in cui tutto viene regolato, perfino il tempo, che è segnato dalla pianificazione. La burocrazia (le «formule», gli «aridi protocolli») sottrae agli individui il tempo vitale; l’aggettivo-avverbio «lebenslänglich», «a vita», rimanda poi sinistramente alla sfera carceraria. Nel ‘verso’ successivo compare una metafora ferroviaria; il rimando ‘naturale’ al movimento e alla partenza viene negato dall’equiparazione del «buco» a una sala d’aspetto, dove la storia è «rancida», roba vecchia come un orario ingiallito, che non porta da nessuna parte. È la sensazione di essere in scacco che opprime gli intellettuali, l’impossibilità di poter preparare il cambiamento. Il terzo ‘verso’ richiama la tragedia di Antigone: in una terra militarizzata lo stato è più importante dei legami umani. Si allude qui all’irrigidirsi del regime col pretesto dell’accerchiamento capitalistico, il cedere alle ragioni militari senza tenere conto delle persone.</p>
<p>I versi successivi riportano all’idillio, ad un «aperto» hölderliniano ripreso poi più avanti; e si riprende anche il <em>Canto di Mignon </em>(«laggiù la nostra strada porta!»), solo con esiti rovesciati: «laggiù nessuna strada porta». Ma non è una constatazione pessimistica: il tempo negato dalla burocrazia «si solleva» quando la strada viene intrapresa dentro di sé, quando sono i confini interiori a venire oltrepassati. Allora, «piff paff!», si arriva subito «dove fioriscono i limoni», celeberrima formulazione della Mignon goethiana.</p>
<p>Una nuova scheggia introduce un’Africa che compie il percorso inverso, inseguendo l’illusione di un’Europa-Eldorado dove riscattare la propria fame. Braun profila una situazione attualissima, un assedio al contrario: sono gli affamati a voler superare i muri, per avere parte alla festa. Le grida sono incomprensibili non solo perché sono urlate in altre lingue, ma soprattutto perché gli assediati non vogliono sentire le ragioni dei disperati che premono. Un’immagine di forza straordinaria, quella del sangue che filtra dalle «cuciture» delle sconfitte: l’Europa è un «SACKBAHNHOF», una stazione di testa che non può che rimandare a una <em>Sackgasse</em>, un vicolo cieco in cui si trova incastrato «le touriste naïf». La prosa di questa scheggia, nuovamente ritmata da barre oblique, apre alla visione apocalittica di un quarto mondo sanguinosamente sconfitto e rinchiuso dietro al «muro del tempo». La formula «grandine di futuro» getta un’ombra di dubbio sulla fiducia nel «radioso avvenire» sbandierato dall’ideologia (non solo da quella socialista!) e sottolinea l’ansia di giustizia universale di Braun: il progresso deve raggiungere tutti i popoli, altrimenti non è tale.</p>
<p>«E quasi mi sembra / d’essere in un’età del piombo»: senza che vengano segnalati graficamente, si inseriscono qui due versi della <em>Camminata in campagna </em>di Hölderlin. Lì la cappa plumbea è quella di un cielo senza sole; qui è la prospettiva di un futuro di violenza. Le lotte contro il colonialismo hanno già mostrato tutti i loro limiti, non si sono risolte in una liberazione dei popoli oppressi.  Il dettato si scioglie nuovamente in versi: le violenze che arrivano dal quarto mondo possono colpire ciascuno di noi, ma può anche darsi che si riesca a sfuggire. Si resta sì «liberi» (di non morire di fame), e tuttavia «indeterminati», non trasformati interiormente. L’esortazione di Hölderlin che apre la <em>Camminata in campagna</em>,<em> </em>in corsivo,  è nuovamente rivolta a un tu affettuosamente determinato. L’«aperto» viene poi collocato in una dimensione molto precisa: non si trova all’estero o al sud, «poiché» – nuovamente versi di Hölderlin, anche se privi di segnali grafici – «non è  potere, ma appartiene alla vita / ciò che vogliamo», straordinaria formulazione che dallo scenario idillico della <em>Camminata </em>si muove verso il nostro tempo e le sue tragedie. Il «paese straniero» è la «terra più interna», un luogo che sta dentro al singolo, ed è connaturato alle sue aspirazioni personali,  ai suoi affetti e alle sue potenzialità vitali; il «volto valido» è più importante del visto burocratico, per attraversare i confini e raggiungere le terre del sogno «prima della pensione» (evidente allusione al fatto che, nella Repubblica Democratica, solo ai pensionati venivano concessi con una certa facilità i visti per l’espatrio).</p>
<p>Il successivo brano in prosa è tutto giocato sulla figura dell’«uomo di Itzehoe», ossia il collega Günter Kunert, che passa ad ovest nel 1979, sull’onda lunga del caso Biermann. È una critica implicita a chi lascia il paese, abbandonando così anche la speranza nelle residue possibilità del socialismo. Nella scelta di lasciare il paese si rispecchia la convinzione che la decadenza della Repubblica Democratica sia inevitabile – proprio come su un piano inclinato, sul quale i pesi scivolano necessariamente verso il basso. La «spaventosa notizia» (le difficoltà dell’utopia socialista?) è un’eco brechtiana, dalla lirica <em>Ai posteri</em>; «l’uomo» l’ha recepita ma non ha «nulla da aggiungere», non considera più la possibilità di riuscire a cambiare le cose. Il gesto di «scivolare dietro la finestra» prende i tratti di un’azione compiuta di nascosto, di un tradimento; l’uomo è certamente autorizzato, ma è il suo «volto» a non essere valido nel senso che auspica Braun.</p>
<p>Le due righe che si aprono con «Non!» sono riprese dalle <em>Illuminazioni</em> di Rimbaud, significativamente da un testo intitolato <em>Operai. </em>Si applicano beffardamente alla situazione della Germania Est: una «terra avara» che impedisce ai suoi cittadini di crescere ed esprimersi liberamente, lasciandoli «orfani» (in chiaro contrasto con il «Padre, lasciaci andare!» che conclude il <em>Canto di Mignon</em>). Le esortazioni che chiudono la poesia stanno di nuovo sotto un segno ‘carcerario’: anche il corpo è una prigione, che dura «a vita». Questa constatazione è quasi liberante: non è la chiusura delle frontiere il vero problema, ma l’atteggiamento del singolo, il suo sforzo di lavorare ancora intorno all’utopia di una società di uomini «non travestiti», dove la giustizia e la libertà sono questioni che riguardano tutti e muovono tutti all’azione.</p>
<p>Braun spezza il dettato del testo in scaglie pressoché autonome, la cui giustapposizione restituisce il senso di una realtà che vive di tensioni e contraddizioni insanabili e non si lascia ingabbiare nelle comode, sclerotizzate verità dell’ideologia, socialista o di mercato che sia, nei suoi <em>aut-aut </em>e nelle sue semplificazioni. L’ampio utilizzo di reminiscenze letterarie ha qui un intento molto preciso: la Repubblica Democratica considera sé stessa la vera depositaria della cultura tedesca ‘pura’, non inficiata dal nazismo; allo stesso tempo il regime stabilisce il canone di questa tradizione, e il ‘decadente’ Rimbaud ne è escluso. (Quanti autori esclude la ‘mano invisibile’ del mercato, cioè le strategie di marketing delle case editrici?). Frammischiare Goethe e Hölderlin al <em>maudit</em> francese significa rimescolare le carte, far dialogare momenti culturali differenti ma necessari, ognuno a suo modo, a preparare il cambiamento. Certo un tentativo oggi ancora più interessante, in tempi in cui la tendenza è quella di mescolare elementi nel vuoto ideale più spinto.</p>
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		<title>Sei poesie di Volker Braun</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 21:22:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Il testo è disponibile anche in <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/01/pdf.pdf">pdf</a>.]</em></p>
<p><object style="width: 420px; height: 297px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="100" height="100" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="menu" value="false" /><param name="src" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fdark%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=100113204955-b8741631f9594cc1be6ce52eee193aef&amp;docName=6_poesie_di_braun_per_ni__5_&amp;username=nazioneindiana&amp;loadingInfoText=sei%20poesie%20di%20volker%20braun&amp;et=1263417552358&amp;er=94" /><param name="flashvars" value="mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Fdark%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=100113204955-b8741631f9594cc1be6ce52eee193aef&amp;docName=6_poesie_di_braun_per_ni__5_&amp;username=nazioneindiana&amp;loadingInfoText=sei%20poesie%20di%20volker%20braun&amp;et=1263417552358&amp;er=94" /></object></p>
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