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	<title>Wages for Housework &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>«Contropiano dalle cucine». Lotte pericolose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2015 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Wages for Housework]]></category>
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					<description><![CDATA[di Deborah Ardili [segue da qui] «Una lotta pericolosa», dunque, quella per il salario al lavoro domestico. Esattamente in questi termini si esprimevano, nel 1973, alcune donne del movimento femminista romano determinate a evidenziarne il carattere, a loro avviso, limitante e riduttivo. Pericolosa doveva apparire quella lotta agli occhi delle romane, in quanto essa «definisce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/strike_CK1.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-56767 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/strike_CK1.jpg" alt="strike_CK" width="225" height="302" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">di <strong>Deborah Ardili</strong></p>
<p align="JUSTIFY">[segue da <em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/09/05/contropiano-dalle-cucine-quarantanni-per-non-pensarci/" target="_blank">qui</a></em>]</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">«Una lotta pericolosa», dunque, quella per il salario al lavoro domestico. Esattamente in questi termini si esprimevano, nel 1973, alcune donne del movimento femminista romano determinate a evidenziarne il carattere, a loro avviso, limitante e riduttivo. Pericolosa doveva apparire quella lotta agli occhi delle romane, in quanto essa «definisce in termini di lavoro </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>un’attività che non può essere ritenuta tale</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">», non avendo limiti di orario, né modalità precise di svolgimento. E pericolosamente distante dalle acquisizioni ideologiche del movimento rischiava di essere quella battaglia perché ― sempre a detta delle critiche — la richiesta di salario al lavoro domestico «non mette in discussione l’attuale rapporto di potere dell’uomo sulla donna e tutta la </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>base ideologica</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> su cui tale rapporto si fonda, ma ne fa semplicemente una </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>questione di discriminazione economica e di lavoro non pagato</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">». Dopo aver sollevato pesanti dubbi sulle credenziali autonome della richiesta di salario al lavoro domestico, l’affondo proseguiva affermando la necessità di invertire la rotta della battaglia, riorientandola verso la conquista di una maggiore autonomia economica da conseguire tramite il lavoro fuori casa:</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Se si tratta di una mobilitazione fine a se stessa dobbiamo tenere presente che non sarebbe una lotta veramente autonoma in quanto avrebbe gli uomini come </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>intermediari </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">perché sono quelli direttamente a contatto con la produzione di valori di scambio, </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>sostenitori </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">possibili di questa lotta in quanto non mette in discussione il loro ruolo di </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>beneficiari di tutta una serie di privilegi ad esso connessi.</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> Noi riteniamo fondamentale per la liberazione delle donne e di tutta la società la </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>lotta contro l’ideologia patriarcale e borghese della famiglia affinché esse comincino a rifiutare il matrimonio e la conquista di una piena autonomia</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> [sic]. Una massiccia richiesta di posti di lavoro per tutte le donne che oggi rispondono al ruolo di casalinghe va contro il sistema che non può rinunciare al lavoro gratuito della casa [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Movimento Femminista Romano 1976</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">: 108-09].</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Alle spalle di questa convinzione operava un ragionamento che si potrebbe sintetizzare come segue. Una massiccia richiesta di posti di lavoro per tutte le donne avrebbe ― se soddisfatta — creato le condizioni per la conquista dell’indipendenza economica, costringendo contestualmente il «sistema» a ristrutturarsi per far fronte alla liberazione di tempo così ottenuta: in parte esternalizzando il lavoro gratuito della casa tramite l’erogazione di servizi sociali, in parte alleviando il peso della quota di lavoro casalingo non socializzabile attraverso una dotazione tecnologica più avanzata. È a questo genere di previsioni ― abbracciate anche da Lopate — che Cox e Federici rispondono, ricordando che nei paesi a capitalismo avanzato scuole, asili e televisioni non hanno liberato tempo per le donne, ma soltanto tempo per altro lavoro [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Federici</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1975: 51]. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Quanto al problema dell’autonomia politica, vedremo più avanti quale concreto tipo di «sostegno» da parte maschile la richiesta di salario si stesse conquistando nel momento in cui queste critiche venivano sollevate. E verificheremo pure se quello di casalinga sia da intendere come un ruolo a cui alcune donne (quelle «di casa») rispondono e altre (le «emancipate») no, o non invece come un flusso di lavoro</span><i> </i><span style="font-family: Palatino, serif;">nascosto che crea e reitera nel tempo un’aspettativa di genere rivolta a tutte</span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Per ora preme sottolineare come la replica di Cox e Federici, avviata da un chiarimento circa la differenza concettuale tra «paga» (espressione monetaria) e «salario» (espressione di un rapporto di potere), ricapitoli per l’essenziale l’analisi del lavoro riproduttivo non retribuito articolata nel contesto del femminismo autonomo degli anni Settanta. Intanto, una scossa al </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>common sense</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">: centrale, ai fini dell’analisi e della proposta politica delle femministe del salario, è la circostanza per cui il lavoro domestico non si riduce a una lista di attività noiose ma ineludibili, per lo più iniquamente ripartite tra i membri del nucleo familiare, confinate dentro le mura di casa. Una sommatoria di questo tipo affiderebbe la chiave di comprensione del lavoro domestico al carattere privato e, per così dire, alla lega vile delle mansioni che lo compongono, senza riuscire a spiegare per quale motivo il carico si distribuisca sulle donne in maniera tanto schiacciante. Peggio ancora, in questo modo si porebbe arrivare a invocare la qualità intrinseca di tali mansioni per spiegare la ricorrenza dell’associazione che le assegna al femminile. Occorre pertanto rendersi conto ― scrivono Cox e Federici ― che il lavoro domestico «è molto più che pulire la casa». Il lavoro domestico è </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>servire </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">i lavoratori salariati fisicamente, emotivamente, sessualmente, fare in modo che giorno dopo giorno siano pronti per il lavoro. È </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>prendersi cura</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> dei nostri bambini — i futuri lavoratori ― assistendoli dalla nascita per tutti gli anni della scuola, assicurandoci che si comportino come ci si aspetta che si comportino nella società capitalistica. Questo significa che </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>dietro </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">ogni fabbrica, scuola, ufficio, miniera c’è il </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>lavoro nascosto</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> di milioni di donne che hanno consumato la propria vita e il proprio lavoro per produrre la forza lavoro occupata in queste fabbriche, scuole, uffici o miniere [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Federici</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> 1975: 50]. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Che cosa aggiungono queste righe alla definizione “ingenua” di lavoro domestico? In primo luogo, precisano che «lavoro domestico» non è il nome da dare all’attività svolta da ogni essere umano per il fatto stesso di vivere, di avere dei bisogni e di dover far fronte alla vulnerabilità della propria condizione. Sbaglieremmo cioè a credere di poter esaurire la definizione di lavoro domestico collegandola genericamente, con le parole di Hannah Arendt, «all’interminabile lotta contro i processi di sviluppo e deperimento attraverso i quali la natura invade sempre il mondo artificiale dall’uomo, minacciando la durevolezza del mondo e la sua disponibilità per l’uso umano» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Arendt</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1958: 71]. Se l’analisi dovesse arrestarsi a questo livello di astrazione, parlare di «lavoro» piuttosto che di «ricambio organico», di «attività vitale» o di «riproduzione» pura e semplice sarebbe sostanzialmente indifferente. Quale che sia il sinonimo prescelto, ci si riferirebbe pur sempre a un’attività che vede una soggettività sessualmente indifferenziata impegnata a ricostituire se stessa reagendo all’inevitabile usura del tempo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Diversamente stanno le cose una volta registrato che la caratteristica saliente della prestazione domestica consiste nel «servire» i lavoratori salariati, nel «prendersi cura» dei figli, nel rimettere in moto ogni giorno il ciclo economico e sociale assicurando il reintegro della forza-lavoro: nel non potere insomma essere riferita al soggetto che la effettua senza passare attraverso la mediazione di chi, direttamente e indirettamente, ne trae profitto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/capit.jpeg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-56769 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/capit.jpeg" alt="capit" width="450" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/capit.jpeg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/capit-300x201.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/capit-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Decisivo allora, ai fini della concettualizzazione del lavoro domestico, non è il carattere intrinseco delle attività in cui esso si esplica, siano queste fisiche, emotive o sessuali. Decisivo è semmai il fatto che tali attività abbiano luogo sullo sfondo di un rapporto sociale, in relazione </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>asimmetrica </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">con un’altra soggettività. E da dove deriva l’asimmetria sociale di cui «lavoro domestico» è il nome? Di più: da dove proviene l’incapacità stessa di riconoscerla e nominarla in maniera appropriata? </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">È alla gratuità del lavoro domestico che occorre guardare per capire quale mistificazione faccia sì che una funzione sociale tanto irrinunciabile per i suoi beneficiari venga puntualmente riferita dagli stessi all’ambito dell’improduttivo, rimessa alla gratuità della sfera privata, ridotta al novero delle disposizioni soggettive, negoziata sulla base falsamente oggettiva della disponibilità di tempo. Di qui la strategia del «salario al lavoro domestico», finalizzata a restituire visibilità al margine esterno a cui il ciclo mercantile della produzione sociale deve continuamente attingere, e che al tempo stesso deve continuamente rinnegare, per procedere indisturbata. Di qui la possibilità di rendere visibile la femminilità come effetto di un lavoro misconosciuto, anziché come destino biologico. E sempre di qui la risposta delle femministe del salario alle certezze delle emancipazioniste determinate a puntare tutto su una maggiore integrazione economica e sociale delle donne, senza attaccare le radici del ruolo: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">La mancanza di salario per il lavoro che facciamo in casa è stata anche la principale causa della nostra debolezza sul mercato del lavoro salariato. I datori di lavoro sanno che siamo abituate a lavorare per niente e che abbiamo un tale bisogno di avere soldi nostri che possono assumerci a un prezzo molto basso. E siccome donna è diventato sinonimo di casalinga, dovunque andiamo ci portiamo dietro questa identità e le “attitudini domestiche” che abbiamo acquisito fin dalla nascita. È per questo che l’occupazione femminile è spesso un’estensione del lavoro domestico, e la nostra via al salario ci conduce spesso ad altro lavoro di cura. Il fatto che il lavoro domestico non sia retribuito dà a questa condizione, che è imposta socialmente, un’apparenza di naturalezza (la femminilità) che ci influenza dovunque andiamo [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Federici</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> 1975: 54]. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">In riferimento alla rivendicazione salariale, viene ribadita la crucialità di un punto connesso alla necessità di denunciare l’assegnazione femminile al lavoro domestico, anziché di intestarsela come principio di autovalorizzazione da premiare con una gratifica alla produttività: </span></p>
<p align="JUSTIFY">‘<span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Salario al lavoro domestico’ significa che il capitale dovrà pagare per l’enorme quantità di servizi sociali che attualmente ricadono sulle nostre spalle. Ma </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>la cosa più importante</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> è che chiedere salario per il lavoro domestico significa rifiutare di accettare questo lavoro come destino biologico. E questa è una condizione indispensabile per la nostra lotta. Niente, infatti, è stato tanto efficace nell’istituzionalizzare il nostro lavoro gratuito, la famiglia, e la nostra dipendenza dagli uomini, quanto il fatto che il nostro lavoro è sempre stato pagato non con un salario ma con l’ “amore” [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Federici</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> 1975: 58]. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Qui sta il nodo: la precedenza del politico sull’economico, il primato dell’agire sul beneficiare di risultati concepiti indipendentemente dai movimenti che potrebbero produrli. In altri termini: se l’aspetto più importante della richiesta di salario consiste nel prendersi a forza il tempo per la battaglia finalizzata a garantirselo; se ad essere decisivo è il gesto collettivo che interrompe il ciclo, mandando in frantumi la parvenza di naturalezza che impone di misconoscere la prestazione domestica come lavoro subordinato per riaffermarla come disposizione interiore preesistente alla norma sociale che la istituisce; se tutto questo è vero, ne discende che i rilievi avanzati a partire dal punto di vista della «paga» versata per continuare a svolgere i compiti di sempre mancano clamorosamente il bersaglio. Lo mancano, perché muovono dal presupposto che sia possibile strappare quei soldi allo Stato senza mettere in crisi i rapporti familiari e sessuali che istituzionalizzano, disciplinano e «naturalizzano» l’erogazione di lavoro gratuito. E lo mancano perché, tramite il riferimento a una battaglia ideologica di cui non colgono appieno il versante materiale, finiscono ― nonostante i migliori propositi dichiarati ― per abbracciare il paradosso di una politica femminista orientata a governare i propri effetti in modo che nulla di essenziale nella vita e nel modo di organizzarla cambi. È invece a quest’altezza, secondo le femministe del salario, che va individuato e aggredito quel nesso profondamente </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>normante </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">tra lavoro non retribuito, istituzionalizzazione del ruolo e sopravvivenza simbolica che una battaglia tutta centrata sul piano delle coscienze rischia invece di smarrire. Come sciogliere quel nodo, senza creare contestualmente le condizioni per una dimostrazione </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>vivente </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">della possibilità di sovvertire la norma?</span><i> </i></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Ma perché milioni di casalinghe non riescono a rifiutare o non vogliono rifiutare il lavoro domestico? Nostro compito è cercare di capire </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>il perché di questo comportamento tenendo ben presente che le donne hanno sempre fatto bene i conti </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">per la loro sopravvivenza. A questo proposito è opportuno demistificare un’opinione corrente presso alcune donne del Movimento: cioè che le donne in generale si sposano, fanno il lavoro domestico, fanno i figli, perché non hanno ancora preso coscienza del ruolo che è stato loro imposto, del loro sfruttamento e della loro oppressione. Queste donne del Movimento ne deducono che compito del Movimento è dare battaglia su questa ideologia e far prendere coscienza anche alle altre donne del loro ruolo. Da qui a costruire un «contro-ruolo», e poi cercare di imporlo alle altre donne, il passo è breve. Solo che questa sarebbe </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>un’ennesima violenza </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">contro le donne stesse. Ma il problema, dal nostro punto di vista, non è quello di combattere un’ideologia e costruirne un’altra. Il problema è quello di costruire un’</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>alternativa materiale </i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">in base alla quale le donne possano fare «altri conti». […] Non esiste lavoro più istituzionalizzato di quello domestico e conseguentemente non esiste ruolo più istituzionalizzato di quello femminile. Proprio perché il lavoro domestico non è mai stato scambiato con un salario, le lotte su tutte le condizioni del lavoro domestico, private della base materiale indispensabile, la lotta sulla retribuzione, sono state più deboli. Conseguentemente noi donne siamo state </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>straordinariamente congelate</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">, istituzionalizzate, nella condizione di lavoratrici domestiche. Quante volte abbiamo detto, noi come tutte le femministe, che l’ideologia corrente vorrebbe far passare la donna non come una persona, ma solo come un ruolo, come un’istituzione? E quante volte però abbiamo ribadito che i padroni, per costruire questa ideologia, hanno dovuto negare anzitutto il lavoro domestico come lavoro contrabbandandolo come missione o espressione d’amore? [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Collettivo Internazionale Femminista</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> 1975: 25-27].</span></span><i> </i></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Si arriva in questo modo alla questione delle credenziali antipatriarcali di una posizione spesso giudicata troppo sbilanciata sul versante dell’anticapitalismo per potersi fare realmente carico dell’istanza femminista. Per quanto oggi si tenda a passare questo aspetto in cavalleria, sembra difficile negare l’effetto dirompente della riduzione dell’amore a rapporto sociale ― come si legge in un altro documento dell’epoca ― «tra uno che ha potere e una che non ce l’ha» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Lotta Femminista</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1973: 27]. Frontalmente opposta all’immagine pacificante ― suggerita molti anni più tardi da Pierre Bourdieu</span><i> </i><span style="font-family: Palatino, serif;">ne </span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>Il dominio maschile</i></span><span style="font-family: Palatino, serif;"> — di «tregua miracolosa in cui il dominio sembra dominato, o meglio annullato» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Bourdieu</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1998: 127], la cognizione dell’amore messa in campo dalle donne del salario era di quelle fatte per spiazzare l’</span><span style="font-family: Palatino, serif;"><i>endorsement </i></span><span style="font-family: Palatino, serif;">di femministi maldestri e forare la superficie delle apparenze a prima vista più indubitabili.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Se già le femministe radicali statunitensi e Carla Lonzi avevano scandagliato in lungo e in largo il terreno della soggezione sessuale trainata dall’invito all’amore, screditando senza riserve «il mito della bontà arcaica della coppia e dei relativi ruoli» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Lonzi 1971; Firestone 1970</span><span style="font-family: Palatino, serif;">], qui si arrivava a reinscrivere l’intero arco dell’addestramento all’amore eterosessuale nella prosa gelida del lavoro e, parallelamente, a interpretare l’omosessualità come «il più grosso tentativo a livello di massa di svincolare sessualità e potere» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Dalla Costa</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1972: 47]. Più che demolire l’alone ideologico associato all’amore eterosessuale a partire dalla rivendicazione di un piacere sessuale non complementare (tutto sommato riconquistabile senza grossi sconquassi dell’istituto familiare), se ne evidenziava la funzione a un tempo occultante e produttiva. Scrive un’altra militante del salario al lavoro domestico, nel testo che affronta più diffusamente la questione: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Abbiamo detto che tale necessità di soddisfare i bisogni altrui per arrivare a soddisfare i propri è stata mistificata agli occhi della donna come “amore”, perché è una specifica ideologia dell’amore che il capitale ha fondato e sostiene per giustificare il lavoro gratuito. E per quanto qui ci interessa, potremmo sinteticamente definirla come l’ideologia del lavoro domestico quale “lavoro d’amore”. È l’ “amore” prima di tutto e non il lavoro che dichiaratamente la donna con il contratto matrimoniale si impegna a dare all’uomo. Le cure assistenziali che vengono menzionate nella formula stessa del contratto matrimoniale – molto simile in tutti i paesi a capitalismo avanzato dalla seconda metà dell’ottocento in poi – appaiono così come corollario conseguente dell’amore, una conseguente espressione amorosa, anziché un obbligo di lavoro preciso quale oggetto primario del contratto. La mistificazione giunge al punto che si parla anche di uno scambio “vicendevole” di amore, nascondendo dietro l’immagine di uno scambio paritario il fatto che l’uomo acquista la forza-lavoro della donna come sua operaia [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Dalla Costa</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> 1978: 18-19].</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">E precisa:</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Il lavoro domestico in quanto “lavoro d’amore” non potrà essere nelle sue mansioni che infinito, un </span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"><i>continuum</i></span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> di lavoro. Da questo per la donna deriva che, a differenza dello schiavo e del lavoratore libero, non c’è separazione tra “tempo di lavoro” e “tempo libero” […] e conseguentemente ogni luogo per una donna è luogo di lavoro [</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;">Dalla Costa</span></span><span style="font-family: Palatino, serif;"><span style="font-size: small;"> 1978: 24].</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Palatino, serif;">Occorre tenere presenti queste formulazioni per rendersi di quali resistenze sottaciute potessero celarsi dietro a considerazioni “contabili” relative alla praticabilità dell’obiettivo. Non per nulla la risposta di Cox e Federici alle osservazioni di un’interlocutrice ansiosa di riportare l’analisi verso zone più rassicuranti e di ricordare a tutte che «la cosa essenziale è che siamo un sesso» dotato di qualità specifiche «necessariamente inerenti a questa caratteristica», suona così: «Chi può dire chi siamo? Tutto quello che oggi possiamo dire è che cosa non siamo, nella misura in cui con la nostra lotta conquistiamo il potere di spezzare l’identità sociale che ci è stata imposta» [</span><span style="font-family: Palatino, serif;">Federici</span><span style="font-family: Palatino, serif;"> 1975: 54].</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-56770 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end-1024x704.jpg" alt="end" width="700" height="481" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end-1024x704.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end-300x206.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end-900x619.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/end.jpg 1080w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">[continua]</p>
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		<title>Per soldi, non per amore. Contropiano dalle cucine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2015 22:47:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Lotta Femminista]]></category>
		<category><![CDATA[Salario al lavoro domestico]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Federici]]></category>
		<category><![CDATA[Wages for Housework]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Jamila Mascat &#8220;Lo chiamano amore. Noi lo chiamiamo lavoro non pagato. La chiamano frigidità. Noi la chiamiamo assenteismo. Ogni volta che restiamo incinte contro la nostra volontà è un incidente sul lavoro. Omosessualità ed eterosessualità sono entrambe condizioni di lavoro. Ma l&#8217;omosessualità è il controllo degli operai sulla produzione, non la fine del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-55944 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning-209x300.png" alt="cover_counterplanning" width="209" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning-209x300.png 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png 460w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning.png"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-55947 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning-212x300.png" alt="Cover2_Counterplanning" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning-212x300.png 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/Cover2_Counterplanning.png 461w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a><img loading="lazy" class=" size-medium wp-image-55983 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck7-227x300.png" alt="ck7" width="227" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck7-227x300.png 227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck7.png 540w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Lo chiamano amore. Noi lo chiamiamo lavoro non pagato. La chiamano frigidità. Noi la chiamiamo assenteismo. Ogni volta che restiamo incinte contro la nostra volontà è un incidente sul lavoro. Omosessualità ed eterosessualità sono entrambe condizioni di lavoro. Ma l&#8217;omosessualità è il controllo degli operai sulla produzione, non la fine del lavoro. Più sorrisi? Più soldi. Niente sarà più efficace per distruggere le virtù di un sorriso. Nevrosi, suicidi, desessualizzazione: malattie professionali della casalinga&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="wp-image-55944 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png" alt="cover_counterplanning" width="279" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning.png 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/cover_counterplanning-209x300.png 209w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" /><img loading="lazy" class=" wp-image-55989 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turch-e1439392889808.jpg" alt="turch" width="279" height="372" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turch-e1439392889808.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turch-e1439392889808-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" /></p>
<p style="text-align: left;">Nel 1975 il <strong>New York Wages for Housework Committee</strong> pubblica un opuscolo rosso intitolato <em>Counterplanning from the Kitchen*</em>, a cura di Silvia Federici e Nicole Cox.  Si tratta di due articoli  brevi (in tutto meno di trenta pagine):  il primo, che dà il titolo al fascicolo omonimo, e l&#8217;altro intitolato &#8220;Capital and the Left&#8221;. Il libretto viene tradotto in italiano tre anni dopo, nel 1978. Stesso titolo, ma copertina turchese, edito da Marsilio e curato dal Collettivo Internazionale Femminista, contiene in più il testo-manifesto di Federici &#8220;Salario contro il lavoro domestico&#8221;**.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55990" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB.jpg" alt="turchB" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/turchB-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Molto spesso le difficoltà e le ambiguità che le donne esprimono rispetto al <em>salario per il lavoro domestico</em> derivano dal fatto che lo riducono a una cosa, a un po&#8217; di denaro, invece di considerarlo come una <em>prospettiva politica</em>. La differenza tra questi due punti di vista è enorme. Vedere il salario al lavoro domestico come una cosa invece che come una prospettiva politica significa scindere il risultato della nostra lotta dalla lotta stessa e quindi non coglierne l&#8217;azione di demistificazione e sovversione del ruolo a cui le donne sono state relegate nella società capitalistica.&#8221;  Al contrario, la richiesta di un salario esprime <strong>il rifiuto del lavoro domestico</strong> e la volontà di disintegrare il &#8220;ruolo femminile&#8221; costruito ad hoc per incarnare le virtù della cura. &#8220;In realtà, quanto poco naturale sia essere una casalinga è dimostrato dal fatto che ci vogliono almeno venti anni di socializzazione, un tirocinio giornaliero diretto da una madre senza salario, per preparare una donna a questo ruolo, e per convincerla che figli e marito sono il meglio che può aspettarsi dalla vita.&#8221;<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png"><br />
</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55952" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5.png" alt="CK5" width="300" height="468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5.png 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK5-192x300.png 192w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>[<em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>,  Collettivo Editoriale Femminista, 1975]<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png"><br />
</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/strike_CK.jpg"><br />
</a> Per le femministe protagoniste della campagna <em>Wages for Housework</em>, la battaglia per il salario è rivoluzionaria, nella misura in cui rivela<strong> i costi occultati della riproduzione sociale</strong> e rifiuta la divisione sessuale del lavoro (l&#8217;uomo in officina/la donna in cucina). &#8220;È importante riconoscere che quando parliamo di lavoro domestico non parliamo di un lavoro come gli altri, ma <em>della più grossa manipolazione, della più sottile e mistificata violenza che il capitale abbia mai perpetrato contro un settore della classe operaia</em>. Certo, nel capitalismo ogni lavoratore e ogni lavoratrice è manipolato e sfruttato e il suo rapporto con il capitale è completamente mistificato. Il salario crea l&#8217;impressione di un scambio equo: tu lavori e vieni pagato. Quindi tu e il tuo padrone siete uguali, mentre in realtà il salario piuttosto che pagare il lavoro che fai, nasconde tutto il lavoro non pagato che si traduce in profitto. Ma almeno, il salario riconosce che sei un lavoratore e puoi contrattare le condizioni del lavoro e l&#8217;ammontare del tuo salario, e puoi lottare contro le condizioni e la durata di questo lavoro. Avere un salario significa essere parte di un contratto sociale e non ci sono dubbi circa il suo significato: tu lavori non perché ti piace o ti viene naturale, ma perché è l&#8217;unica condizione a cui ti è permesso di vivere. Ma per quanto tu possa essere sfruttato, tu non sei quel lavoro. Oggi sei un postino, domani un camionista. L&#8217;unica cosa che conta è quanto lavoro devi fare e quanti soldi riesci a prendere.&#8221;</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61.png" alt="ck6" width="470" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61.png 559w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/ck61-300x268.png 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>,  Collettivo Editoriale Femminista, 1975]</p>
<p>Le &#8220;operaie della casa&#8221; osservano che &#8220;nel caso del lavoro domestico, la situazione è qualitativamente diversa. La differenza consiste nel fatto che il lavoro domestico non solo è stato imposto alle donne, ma anche trasformato in un attributo naturale del nostro corpo e della nostra personalità femminile, un&#8217;esigenza interiore, un&#8217;aspirazione, che si suppone derivi dal profondo della nostra natura. Il lavoro domestico è stato trasformato in un attributo naturale e non riconosciuto come contratto sociale, perché era destinato a non essere retribuito. Il capitale ha dovuto convincerci che si tratta di un&#8217;attività naturale, inevitabile e persino gratificante per farci accettare di lavorare senza salario. A sua volta, il fatto che il lavoro domestico non fosse retribuito, è stato il mezzo più potente per rafforzare l&#8217;opinione comune secondo la quale esso non è lavoro, impedendo alle donne di lottare contro di esso, se non durante le liti familiari che l&#8217;intera società è concorde nel ridicolizzare, svilendo così ancora di più le protagoniste di queste lotte. Siamo viste come bisbetiche, non come lavoratrici in lotta&#8221;. Esigere un salario dallo Stato è la maniera più efficace di <em>denaturalizzare e desessualizzare il lavoro domestico</em> e ricondurlo alle sue origini: <strong>non un gesto d&#8217;amore</strong>, bensì un mestiere imposto e ingiustamente non retribuito. Rivendicare il salario al lavoro domestico significa perciò &#8220;riconoscere che la forza-lavoro non è una cosa naturale, ma deve esser prodotta&#8230; e che <em>ogni famiglia e relazione tra i sessi diventa un rapporto di produzione</em>. In altre parole – conclude Federici in <a href="https://viewpointmag.com/2015/04/15/witchtales-an-interview-with-silvia-federici/" target="_blank">un&#8217;intervista </a>recente su <em>Viewpoint</em> <em>Magazine –</em> il capitalismo non si sviluppa solo in fabbrica ma piuttosto nella società&#8221;***.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png" alt="CK4" width="353" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4.png 545w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK4-212x300.png 212w" sizes="(max-width: 353px) 100vw, 353px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">[<em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>,  Collettivo Editoriale Femminista, 1975]</p>
<p style="text-align: left;">Al 1975 risale anche l&#8217;uscita di un opuscolo cartaceo tratto dall&#8217;audiovisivo <em>Siamo Tante, Siamo Donne, Siamo Stufe!</em>, realizzato da Chiara Gamba, Franca Geri, Adriana Monti, Grazia Zerman del Gruppo femminista milanese per il Salario al lavoro domestico***. Il documento viene pubblicato dal Collettivo Editoriale Femminista, che nasce a Padova nel 1974. L&#8217;<strong>audiovisivo</strong>, composto da varie diapositive che vengono proiettate e sincronizzate con un nastro su cui sono incisi il parlato e le musiche, viene pensato come uno strumento di intervento più efficace dei volantini e dei giornali cartacei per discutere tra donne della propria condizione di sfruttamento (domestico e non). Viene ideato dal gruppo milanese di Lotta Femminista. Quando LF si scioglie nell&#8217;ottobre del 1974, la campagna per il Salario al lavoro domestico viene portata avanti dai Comitati di Padova, Venezia, Trieste e Trento, e dai Gruppi femministi di Ferrara, Milano, Modena, Firenze e Napoli.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png" alt="CK3" width="574" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3.png 604w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/CK3-100x70.png 100w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, siamo ancora nel 1975, viene pubblicato a cura del Collettivo Internazionale Femminista di Padova, <i>Le operaie della casa</i> (Marsilio, 78 pagine). La copertina questa volta è rosa. Il salario è sempre al centro delle rivendicazioni. Si tratta di farne “una leva di potere per cui le donne riescano in una posizione di forza a contrattare le condizioni del lavoro domestico stesso, le condizioni del lavoro esterno, le condizioni dei servizi, le condizioni della procreazione e della sessualità.” Come spiega Mariarosa Dalla Costa in un <a href="http://medea.noblogs.org/files/2011/07/Mariarosa-Dalla-Costa-autonomia-della-donna-e-retribuzione.pdf" target="_blank">intervento</a> del 2006 (&#8220;Autonomia della donna e retribuzione del lavoro di cura nelle nuove emergenze&#8221;), &#8220;la <strong>maternità</strong> divenne un punto cardine del nostro discorso: se la produttività della famiglia capitalistica e del corpo femminile passava per la produzione di figli, la liberazione della donna passava anche attraverso il rompere con questa imposizione, con questa unicità di funzione ascritta, con la fissità di questo ruolo. Da cui lo slogan <em>Donne, partoriamo idee non solo figli</em>!, un grido di liberazione dal comandamento biologico, un invito a una creazione diversa, partorire idee che riuscissero a generare un altro mondo dove il ruolo di moglie-madre non costituisse l’unica identità possibile né fosse pagata a tale prezzo di fatica, isolamento, subordinazione, mancanza di autonomia economica&#8221;.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/operaie-casa_pink.jpg"><br />
</a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55979" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb.png" alt="bbbb" width="287" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb.png 509w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/bbbb-192x300.png 192w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">Sul retro del libro si legge:<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/operaie-casa-back.jpg"><br />
</a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp.png"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-55980" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp.png" alt="pppp" width="286" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp.png 509w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/pppp-190x300.png 190w" sizes="(max-width: 286px) 100vw, 286px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Commenta Adriana Perrotta qui sotto: &#8220;Suonano datati lo stile sloganistico, siamo nel pieno degli anni Settanta (così si parlava e si scriveva per smuovere le coscienze e invitare alla lotta), il rubricare tutto a lavoro domestico (mentre il concetto di cura è ben più ampio e complesso, come hanno messo in luce le ricerche e gli studi degli ultimi 40 anni); sbrigativo non considerare l’interiorizzazione di un modello di codificazione dei ruoli sessuali (derivato dalla divisione dalla del lavoro operata dal patriarcato) con tutte le conseguenze psichiche indotte, sia per gli uomini che le donne (le interiorizzazioni di fantasie, attese paure, immagini di genere…., la naturalizzazione di un ruolo che costituisce comunque uno straccio di identità al quale aggrapparsi, per spremerne ogni goccia di contropotere). Non a caso l’iniziativa dello “sciopero” del lavoro domestico lanciata allora fallì, perché molte dicevano che non volevano andare contro le esigenze di figli,…e quanti/e dipendevano dalle loro cure quotidiane. Sembrava che il “nemico” diventassero i “familiari” e non il sistema. Infatti allora si era in pieno “separatismo” di analisi, teorie e pratiche; il non aver coinvolto gli uomini, ugualmente dimidiati nella loro potenzialità dalla divisione patriarcale del lavoro, e l’aver completamente sottovalutato il terreno delle relazioni tra donne e uomini, tra donne e donne, tra uomini e uomini, l’ambito dell’affettività della sessualità, della creatività, cioè la dimensione dell&#8217;”autocoscienza”, fieramente avversata da alcune come terreno “borghese( su questo si era separato in due spezzoni il collettivo di Lotta Femminista di Milano), ha determinato il fallimento di questo filone del femminismo che sarebbe stato allora molto importante e “rivoluzionario”.<br />
Ma la prospettiva politica: il discorso della cura come effettivo e efficace motore di cambiamento radicale del modo di produzione e consumo capitalistico-patriarcale, è quello sempre più urgente oggi.&#8221;*****</p>
<p>La <em>cura</em> introduce una variante nel discorso inaugurato negli anni Settanta dalla campagna per il Salario al Lavoro Domestico. Per molti versi, le compagne d&#8217;allora contestavano un sistema patriarcale che imponesse loro la propensione alla cura, quintessenza del femminile naturalizzato. Ripensare la cura contro quello stesso sistema e pensarla addirittura come un&#8217;arma per scalfirlo è una scommessa non scontata, a fronte degli esercizi di valorizzazione della cura e dell&#8217;affettività in cui il capitalismo contemporaneo si dimostra  estremamente abile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* <a href="https://caringlabor.files.wordpress.com/2010/10/counter-planning_from_the_kitchen.pdf" target="_blank">Qui</a> il pdf del fascicolo in inglese.</p>
<p>** Questi scritti (e altri più recenti di Federici) sono stati pubblicati da <a href="http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=383&amp;tipo=novita" target="_blank">Ombre Corte</a> in:  S. Federici, <em>Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista</em> (trad. it. e cura di Anna Curcio, Verona, Ombre corte, 2014, pp. 150).</p>
<p>*** Sempre su <em>Viewpoint</em> segnalo un approfondimento/dibattito sul rapporto tra patriarcato e capitalismo: <em><a href="https://viewpointmag.com/2015/05/04/gender-and-capitalism-debating-cinzia-arruzzas-remarks-on-gender/" target="_blank">Gender and Capitalism: Debating Cinzia Arruzza&#8217;s &#8220;Remarks on Gender&#8221;.</a></em></p>
<p>**** <a href="http://www.femminismoruggente.it/femminismo/pdf/libri/siamo_stufe.pdf" target="_blank">Qui</a> il pdf dell&#8217;audiovisivo.</p>
<p>***** Se ne è discusso e scritto nel numero 9 della rivista in rete Overleft. Rivista di culture a sinistra, tutto dedicato a questo argomento, <a href="http://www.overleft.it/" rel="nofollow">http://www.overleft.it</a></p>
<p>Molti dei documenti relativi alle lotte femministe per il Salario al lavoro domestico &#8211; opuscoli, libri, volantini, manifesti stampati tra il 1971 e il 1978, insieme a foto di quello stesso periodo– si trovano <a href="http://www.femminismoruggente.it/femminismo/salario_ld.html" target="_blank">qui</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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