<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>web &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/web/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Feb 2021 16:10:29 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Se il virtuale trabocca nel reale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/17/se-il-virtuale-trabocca-nel-reale/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/17/se-il-virtuale-trabocca-nel-reale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 05:30:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[allucinazione]]></category>
		<category><![CDATA[bannare]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[dettagli]]></category>
		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[fotogrammi]]></category>
		<category><![CDATA[Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[fruitori]]></category>
		<category><![CDATA[gabbia]]></category>
		<category><![CDATA[leggi]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[meccanismi]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[medium]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[oggettificazione]]></category>
		<category><![CDATA[parola]]></category>
		<category><![CDATA[retroscena]]></category>
		<category><![CDATA[riflessione]]></category>
		<category><![CDATA[sbordare]]></category>
		<category><![CDATA[scena]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[sociologia]]></category>
		<category><![CDATA[soggetto]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[tempo]]></category>
		<category><![CDATA[togliere la parola]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<category><![CDATA[web 2.0]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83102</guid>

					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Forse ai nostri giorni l&#8217;obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere. Foucault &#160; Dove prima stava una gabbia poggiata sul terreno – e la guardavamo, introducevamo piccoli granelli di parole, fotogrammi, pensieri che ritenevamo inutili alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-83103" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/ai-weiwei-good-fences-make-good-neighbors-ny-e1582538350885.jpeg" alt="" width="500" height="334" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Forse ai nostri giorni l&#8217;obiettivo non è quello di </em><em>scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. </em><em>Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere.</em></p>
<p style="text-align: right;">Foucault</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove prima stava una gabbia poggiata sul terreno – e la guardavamo, introducevamo piccoli granelli di parole, fotogrammi, pensieri che ritenevamo inutili alla carta, un giorno  nella gabbia siamo entrati.</p>
<p>Ora, le regole della gabbia sono schizzate fuori dalle grate, invadono le strade, ci gonfiano gli occhi al mattino, dispercepiscono le relazioni, modellano come creta una morte che non sarà più morte: perché tutto resta. Modellano la vita togliendo grammi di vita alla vita.</p>
<p><em>Le bocche spalancate, la pelle dei corpi senza pelle, la vendetta dei bisogni, la chiusa del peso specifico del sogno, avere fili al posto degli arti, avere arti al posto dei figli.  </em></p>
<p>Prima era l’oggetto guardato, usato. Poi l’oggetto ci “ha diventati” – e ora, la coincidenza tra l’io che fruisce del dispositivo e il dispositivo stesso ha oggettificato i fruitori e soggettivato l’oggetto.</p>
<p>Scorrendo la “propria” bacheca passano milioni di informazioni, e il tempo e lo spazio e l’attenzione dedicati ad ogni singolo elemento è pressoché identico: una foto di mare del compagno di scuola, un quadro di Schiele, una dichiarazione di guerra, la morte di un padre, uno schizzo di sangue, la nascita di un figlio, una riflessione a margine dell’esistenza, un lettino d’ospedale, un pianto, un grido, un lamento, una citazione, un verso, uno sputo.</p>
<p>L’indice scivola veloce sullo schermo, e la frequenza con cui lo si apre e si chiude e si riapre cresce esponenzialmente: eppure non è una schiavitù, piuttosto la scelta inconscia di essere scelti: perché rassicura, perché non richiede sforzo ma solo posizionamento.</p>
<p>Ma se prima i meccanismi perversi della rete restavano nel loro interno, ora sono usciti nel fuori: la gabbia in forma di animale impazzito si è gonfiata al punto da non poter più contenere i propri organi e le proprie leggi, e così organi e leggi che la governavano sono diventate le leggi che governano le intimità (mancate) del mondo esterno.</p>
<p><em>Un’allucinazione cenestesica che sborda i confini e si riversa nel reale. Il dato diventa un fatto assoluto: se sorride in foto è felice. Se non scrive più è venuto a mancare. Se è mancato, va dimenticato. </em></p>
<p>E in questo sbordare, in questo traboccare del retroscena nella scena del mondo, raccogliamo fotogrammi per le strade, brevi informazioni, poche parole, un singulto, il dettaglio minimale di un abito, qualche silenzio per farne narrazione arbitraria di un altro che non vogliamo più conoscere ma che vogliamo conoscere perché crediamo di aver già conosciuto, di saperlo già: il potere di un sapere vuoto che sorpassa e supera e ingoia il desiderio di una piena conoscenza.</p>
<p>Se il sapere non concede dubbi, la conoscenza (che è movimento) li apre: e se i dubbi sono buche nel mondo, riconcepirli significa disporsi al sommottamento. Significa: disfare l’io, smontarlo. Significa: togliere strati solidi all’esistenza: un’operazione intollerabile.</p>
<p>Come intollerabile diventa la minima crepa: imbattersi nel fuori in un dettaglio non corrispondente alla narrazione che abbiamo costruito ci permette il diritto di togliere la parola all’altro con la stessa velocità con cui con un tastino in rete lo si banna.</p>
<p>Oppure: l’opposto. Un accoppiamento tra simili che si accoppiano perché l’algoritmo dice: compatibilità.In una bulimia del raccolto non è possibile raccogliere nulla: tutto è perdita, tutto va in perdita in una compulsione al legame ridicolo, la progressiva perdita di lettura della realtà: guardare non è vedere. Il voyeurismo solitario si spinge al collettivo, gli argini sono caduti.</p>
<p><em>Migliaia di esserini come acini uno uguale all’altro, dove tutti diventano tutti, quando il noi scompare, quando il tu non serve, quando noi è  dire io, quando io è dire io, come acini uno uguale all’altro aggrappati a grappoli per non dirsi soli  &#8211;  ma quanto siamo soli.</em></p>
<p>In un’epoca in cui l’interno vacilla, lo slittamento delle dinamiche malate dei luoghi di scambio illusorio ha aperto la strada alla sua chiusa: il virtuale trabocca nel reale: andare sul sicuro, smetterla coi territori accidentati, vanificare la scoperta, la possibilità di delusione o di stupore, non contemplare la frana, lo scricchiolio, l’imperfezione, l’abbaglio – e la scelta slitta all’indietro, anticipa sé stessa in un cortocircuito che non ha tempo di perdere tempo.</p>
<p>La pancia della gabbia è piena, vomita nel fuori gli organi che ha concepito. Resta la resistenza degli spazi minimali, allargare gli interstizi, disinquinare lo sguardo dai codici con cui ci stiamo eliminando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Immagine: &#8220;Good fences make goood nieghbors&#8221; by Ai Weiwei per il Public Art Fund a New York. Courtesy Ai Weiwei Studio</p>
<p>*a <strong>Sergio</strong>, alle sacche di resistenza</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/17/se-il-virtuale-trabocca-nel-reale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Metamorfosi del ricordo ai tempi dei social</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/02/appunti-fenomenologia-del-ricordo-ai-tempi-dei-social/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/02/appunti-fenomenologia-del-ricordo-ai-tempi-dei-social/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jan 2018 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[accadde oggi]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Kitsch]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Ferraris]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[mobilitazione totale]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[registrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=71602</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Ornella Tajani Scopro oggi che non esiste più il rinnovo del passaporto: dopo dieci anni lo si cestina e bisogna farne uno nuovo. Sorvolo sulle prevedibili ragioni che nel 2003, due anni dopo l’11 settembre, hanno portato a questa ulteriore «misura di sicurezza». Cerco invece di richiamare alla mente, dato che non ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"></div>
<div align="justify">
<figure id="attachment_71603" aria-describedby="caption-attachment-71603" style="width: 900px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-71603 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/La-survivance-des-ombres.jpg" alt="" width="900" height="689" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/La-survivance-des-ombres.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/La-survivance-des-ombres-300x230.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/La-survivance-des-ombres-768x588.jpg 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /><figcaption id="caption-attachment-71603" class="wp-caption-text">La survivance des ombres &#8211; Lola Hakimian</figcaption></figure>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div align="justify">di <strong>Ornella Tajani</strong></div>
<p></p>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">Scopro oggi che non esiste più il rinnovo del passaporto: dopo dieci anni lo si cestina e bisogna farne uno nuovo. Sorvolo sulle prevedibili ragioni che nel 2003, due anni dopo l’11 settembre, hanno portato a questa ulteriore «misura di sicurezza». Cerco invece di richiamare alla mente, dato che non ho il documento sottomano, quali visti ho accumulato nel tempo. Del passaporto il visto è la cosa più bella, il timbro-ricordo di un viaggio. Quando l&#8217;ho richiesto per la prima volta, dieci anni fa, ed ero convinta che il viaggio fosse il valore esperienziale massimo, pensavo con piacere al momento in cui tutte le pagine sarebbero state piene di visti rigorosamente l’uno diverso dall’altro, e io avrei potuto sfogliarle come un singolare album dei ricordi. In Messico mi sono innervosita perché il timbro non è venuto bene, in Etiopia ho scoperto che l’addetto al visto non usava necessariamente la prima pagina libera, ma apriva il libretto in un punto a caso, in maniera sfacciatamente sciatta, alterando in modo irreversibile quell’ordine di viaggi che io avrei voluto rigorosamente cronologico.</span></div>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">Mi dispiace apprendere adesso che il vecchio passaporto, con sopra una foto bruttina capace di ridestare subito svariati ricordi, e con una serie di visti forse più numerosa di quella che abiterà nel secondo passaporto, non mi apparterrà più, perché dovrò restituirlo al momento della richiesta del nuovo: in quanto forma di archiviazione coatta, per me somiglia al furto di una porzione di passato.</span></div>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">Nell’ultimo anno ho trovato in più di un libro l’idea, espressa con parole diverse, che la memoria sia in fondo una forma di fiction, e il passato un prodotto in buona parte inventato. Forse per molti è un assunto banale; per me è stata una scoperta sensazionale. Così ho iniziato a prestare attenzione, da un lato, ai supporti materiali del ricordo (e ai modi in cui vengono meno, come per il passaporto, mentre proliferano gli strumenti di registrazione); dall’altro, ai procedimenti che provano a regolamentare i flussi della memoria. Il più evidente è fornito da Facebook: parlo naturalmente della funzione «Accadde oggi». Esiste ormai da più di due anni e mi sembra che si sia definitivamente affermata: ogni giorno dell’anno, Facebook ti consente di decidere di rievocare un ricordo, un po’ come si rievoca un’anima in una seduta spiritica, mostrandoti cosa scrivevi in bacheca nella stessa data ma un anno prima, tre anni prima, cinque anni prima. È l’ennesima mossa di Facebook per dare valore alla tua attività sul social, e dunque indirettamente a se stesso: la memoria, naturalmente, comincia al momento dell&#8217;iscrizione.</span></div>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">Il ricordo viene acceso a richiesta, assecondando un bisogno nuovo di zecca: «Voglio </span><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"><i>un</i></span><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"> ricordo», uno a caso, il che è ben diverso dall’aprire l’album di foto perché si ha nostalgia di quella particolare vacanza in Grecia; voglio un ricordo come posso volere una birra, e accedo a un dispositivo che me ne seleziona uno sulla base di un criterio affatto gratuito come quello della medesima data (per chi non lo sapesse, Facebook, che è sempre molto attento a non urtare la nostra sensibilità, e molto contento di lasciarci giocare per finta al gioco cui il sistema gioca per davvero, consente all&#8217;utente di bandire dai propri ricordi una selezione di contatti, in modo da non visualizzare momenti vissuti con l’ex o con l’amico indesiderato). Il tutto è perfettamente kitsch: non richiamo più un ricordo in maniera volontaria, né ritorno a un evento perché la vista di un oggetto o un profumo improvviso mi ci riportano con il pensiero, ma stabilisco di essere in vena di ricordi e ne scelgo uno da quelli in bella mostra sul banco del supermercato.</span></div>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">L’eventuale poesia dell’atto è definitivamente distrutta dalla formula con cui si conclude la quotidiana rassegna «Accadde oggi»: «Grazie di aver </span><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"><i>controllato</i></span><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"> i tuoi ricordi!». Di nuovo Facebook gioca a convincere l’utente che sia lui a controllare qualcosa, suggerendo inoltre che il ricordo richieda una sorveglianza speciale: forse per paura di perderlo?</span></div>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">Nel web, ormai, nulla si perde. Nel suo saggio </span><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;"><i>Mobilitazione totale </i></span><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">(Laterza, 2015), Maurizio Ferraris scriveva che il web è diventato uno strumento di registrazione prima che di comunicazione, provando a dimostrare come tale registrazione sia alla base della microfisica del potere attualmente dominante. Per Ferraris addirittura «molto più della crescita demografica, il tratto caratteristico degli ultimi due secoli, che ha subito una impressionante accelerazione negli ultimi decenni, è stata la crescita degli apparati di registrazione, e di conseguenza della iterabilità di fatti, oggetti, eventi, atti». La registrazione, come è ormai chiaro, è diventata propedeutica a ogni esperienza e fruizione: non ci si telefona più, ma si lascia un messaggio registrato su Whatsapp; non si guarda più il Van Gogh al Musée d’Orsay, ma se ne archivia una copia fotografica nello smartphone, e questo per limitarmi a due esempi minimi e immediati sulla larga scala disegnata da Ferraris, per il quale</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">la registrazione è il trascendentale (ossia la condizione di possibilità) dell’emersione [che è a sua volta la «linea continua che porta dal mondo naturale al mondo sociale», n.d.r.], in quanto, attraverso la sua funzione fondamentale, che è di tener traccia di una impressione, consente il crearsi di strutture articolate.</span></div>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">La registrazione conserva la traccia dell’impressione; dunque, recuperando quella traccia, io posso, in teoria, ricevere nuovamente la medesima impressione: che ne è allora della funzione mentale del ricordo? Con «Accadde oggi» Facebook prova a convincerci di aver registrato anche i nostri ricordi, che sono invece solo la traccia parziale dell’attività compiuta sul social in quel determinato giorno.</span></div>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">Di fatto, – prosegue Ferraris &#8211; la caratteristica essenziale del web non è la trasparenza ma l’asimmetria tra ciò che sa l’utente e ciò che sanno le compagnie di gestione. La registrazione assicura un sapere su tutte le operazioni compiute in rete, di qui la situazione asimmetrica: l’utente sa molto poco, l’apparato sa tantissimo.</span></div>
</blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<div align="justify"><span style="font-family: Calibri; font-size: medium;">L’apparato sa tantissimo, e può decidere in questo caso cosa farci ricordare. L’utente sa molto poco, e sempre di meno, perché i dati forniti sono sempre maggiori e non lasciano traccia, le memorie un tempo archiviate nel pc diventano esterne fino a trasformarsi in cloud fluttuanti nell’etere, e le registrazioni disegnano quella «iterabilità di fatti» così fitta da farsi ingestibile per il singolo. Da un certo punto di vista, sembra quasi che la registrazione si opponga al ricordo, esonerandoci dal dovere di ricordare, perché tanto in una penna usb resterà una copia di quell&#8217;esperienza che nel frattempo sparisce dalla memoria: il ricordo, in un certo senso, diventa innecessario, finendo con l’apparire una funzione mentale desueta. La memoria si fa archivio, un archivio a portata di click, consultabile senza sforzi neuronali, senza il bisogno di attivare una qualsiasi connessione cerebrale; se è vero che essa è una forma di fiction, la sua lenta trasformazione in archivio digitale consente di selezionare agevolmente le scene da montare per ricostruire il film di una vita.</span></div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/01/02/appunti-fenomenologia-del-ricordo-ai-tempi-dei-social/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Virtuale e Reale, virtuale è reale.  Intervista a Giuliana Altamura</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/10/virtuale-reale-virtuale-reale-intervista-giuliana-altamura/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/10/virtuale-reale-virtuale-reale-intervista-giuliana-altamura/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Mar 2017 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliana Altamura]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[L’orizzonte della scomparsa]]></category>
		<category><![CDATA[Marsilio]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67395</guid>

					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Da poco edito da Marsilio, “L’orizzonte della scomparsa” è l’ultimo romanzo di Giuliana Altamura, che affronta un tema spinoso e quanto mai attuale: le derive del mondo del web. Ho fatto qualche domanda all’autrice. F: Giuliana, i protagonisti del libro gravitano tutti attorno a delle tremende ossessioni: c’è Lana, che non riesce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67399" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/copertina-OdS-200x300.jpg" alt="copertina OdS" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/copertina-OdS-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/copertina-OdS.jpg 457w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>Da poco edito da Marsilio, “L’orizzonte della scomparsa” è l’ultimo romanzo di Giuliana Altamura, che affronta un tema spinoso e quanto mai attuale: le derive del mondo del web.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto qualche domanda all’autrice.<span id="more-67395"></span></p>
<p style="text-align: justify;">F: Giuliana, i protagonisti del libro gravitano tutti attorno a delle tremende ossessioni: c’è Lana, che non riesce a liberarsi del peso del suo corpo, brutalmente violato in vari modi, c’è Christian, un pianista di grande talento ma che sembra non riuscire più a suonare, e poi c’è Blaxon, una sorta di entità virtuale, che di queste ossessioni diventa inevitabilmente il perno.<br />
Ecco, prima di tutto ti chiedo: qual è, se c’è, l’ossessione che ti ha spinto a scrivere un romanzo del genere?</p>
<p style="text-align: justify;">G: La mia ossessione personale, diventata in modo inevitabile il tema centrale del romanzo, è quella del desiderio di controllo – un’ossessione che credo caratterizzi in maniera determinante il mondo che viviamo. Christian e Lana rappresentano i due cardini complementari della dinamica ordine/disordine, forma/caos, che solo il personaggio di Blaxon – agendo nel virtuale, al di fuori di ogni determinazione spazio-temporale – può ricomporre in unità. Blaxon risponde alla necessità profonda in ciascuno di noi di dare voce al rimosso, a tutte quelle pulsioni che siamo costretti a sacrificare per il funzionamento sociale, ma che – perché possano realmente essere tenute sotto controllo – andrebbero ascoltate e accettate, non semplicemente soffocate. Siamo fatti in buona parte di disordine, d’incomprensibile, e più cerchiamo di negarlo a noi stessi, più quell’energia caotica andrà ad accumularsi da un’altra parte. In questo caso, nel web.</p>
<p style="text-align: justify;">F: C’è un momento topico, nel testo, in cui Christian ha un attacco di panico, e riesce a sedarlo aprendo sul suo cellulare le varie piattaforme dei social network. Ultimamente si tratta spesso questo tema, la vita “sempre connessa”, l’eterna “condivisione”, al cinema come nella musica, e pian piano anche in letteratura. Il tuo mi è sembrato però uno sguardo diverso: innanzi tutto non è giudicante, ma soprattutto mi pare che tu punti l’attenzione più su una sorta di potere lenitivo del mezzo, come contraltare della tanto tipizzata accelerazione e sovrabbondanza di cui la rete si nutre (e ci nutre). Ecco, emerge molto più il vuoto che pieno, c’è molta più stasi e volontà di approfondimento, di appropriazione di sé attraverso l’altro da sé. Ci parli di questa doppia prospettiva?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Il mezzo in sé non ha una valenza positiva o negativa. In esergo al romanzo ho posto una citazione di Baudrillard: “Il mondo cerca il mezzo più spirituale possibile per sfuggire alla realtà. Cerca, attraverso il pensiero, ciò che può condurlo alla propria perdita”. Baudrillard si esprimeva in questi termini negli anni Novanta, ben prima dell’epoca dei social e facendo riferimento alla televisione. La tecnologia inventa mezzi sempre più potenti per rispondere a un’esigenza tutta umana che resta sempre la stessa, proprio perché il problema che ci attanaglia rimane invariato: convivere con l’impossibilità di rispondere a una domanda fondamentale di senso. Da questa prospettiva, vuoto e pieno vengono a coincidere: riempire la propria vita virtuale di relazioni, parole e immagini, non è che il contraltare di una forma estrema di solitudine e di alienazione che cerca quel senso che la realtà ci nega in una dimensione altra, regalando l’illusione di avere il più completo controllo su noi stessi e sul nostro mondo. Se per Christian il web ha un potere lenitivo, se per lui il sesso – e non solo quello – può essere unicamente virtuale, è perché crede di poterlo gestire attraverso una codifica, un lavoro di spostamento e di sostituzione. In questo modo gli fa meno paura, ma capirà a sue spese che non si tratta di una soluzione definitiva, è semplicemente la cura di un sintomo di una ricerca identitaria che trascende il web. Quello stesso mezzo, nel romanzo, finisce per rivoltarglisi contro e portare alla luce i fantasmi che credeva di scacciare. Familiarizzare con l’idea che il web si comporta come una sorta di enorme specchio ingranditore che ci siamo puntati addosso, potrebbe aiutare a utilizzarlo con più consapevolezza, trasformandolo in uno strumento importante per la comprensione del se’ e, come dici tu, dell’altro da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">F: Il personaggio di Lana incarna perfettamente una delle più grandi paure del nostro tempo, io credo: essere “solo” un simulacro. Secondo te, oggi, che rapporto c’è fra linguaggio e immagine? E fra immagine e, sostanzialmente, essenza?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Lana non è semplicemente bella, la sua bellezza ha qualcosa di mobile, d’indeterminato che accresce se stessa in modo esponenziale nel momento in cui la si esibisce su di un o schermo, da quello televisivo a quello di uno smartphone. Il suo farsi immagine aumenta il desiderio. L’occhio di chi la osserva si nutre della distanza che lo separa da essa. Lana non esaurisce mai la sua capacità di significare e risignificare se stessa, esattamente come l’immagine, rispetto al linguaggio, non smette mai di accogliere nella sua configurazione spaziale tutto ciò che il discorso non può incorporare. L’immagine possiede un’opacità che eccede il linguaggio e in quell’opacità si nasconde tutto ciò che, per dirla con Lyotard, non è «significazione». L’inafferrabilità di Lana sta esattamente in questo, nell’impossibilità di comprendere con il discorso ciò che vediamo, di dirlo senza che una profondità irriducibile non venga istantaneamente persa, che è poi il gioco stesso dell’arte. Per quanto riguarda l’essenza, è necessario cambiare il punto di vista: l’immagine presuppone sempre lo sguardo di qualcun altro, ed è lì l’essere, la coscienza che smonta e rimette insieme. Lo scollamento fra ciò che siamo (o pensiamo di essere) e l’immagine che costruiamo di noi stessi diventa un problema nel momento in cui lasciamo che sia l’occhio di qualcun altro a determinarci, come avviene per Lana.</p>
<p style="text-align: justify;">F: Un altro tema tristemente caldo degli ultimi mesi, o forse anni, è quello del bullismo, specialmente nella deriva ovvia del cosiddetto cyber-bullismo: proliferano le persecuzioni virtuali, lo stalking, la diffusione di immagini o filmati privati, più spesso hard o comunque in qualche modo lesivi proprio dell’immagine che tutti c’impegniamo, quotidianamente, a restituire al mondo, e quindi anche a noi stessi. Come credi che tutto ciò stia contribuendo a cambiare la nostra rete di rapporti sociali?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Il cyber-bullismo non è che uno dei tanti fenomeni della nostra contemporaneità che contribuisce a incrementare quel costante senso d’insicurezza che purtroppo tutti noi conosciamo e che caratterizza questi tempi. Il principio non è diverso da quello del bullismo tradizionale, ma ciò che lo amplifica e lo rende più pericoloso è il (non) luogo in cui si svolge, lo spazio de-localizzato del web dove non ci sono distanze e tutto sembra coesistere senza distinzione. È uno spazio al di là dello spazio dove possiamo essere colpiti senza preavviso, dappertutto e in qualsiasi momento. Questo ci rende più vulnerabili e, d’altra parte, non fa che riflettere uno stato esistenziale che – anche in questo caso – il web porta semplicemente all’esasperazione: è il concetto stesso di “male” oggi a essere legato all’assenza di una ragione che ce lo spieghi. L’ansia di spiritualità che si avverte in certi meandri del web che ho voluto raccontare nel romanzo non fa che riflettere questa sorta di nostalgia di un Dio punitore che premi o condanni. È l’invocazione di un sistema di riferimento che giustifichi il nostro essere vittime, quando dovremmo cominciare a renderci conto che spesso siamo anche i primi se non a compiere in prima persona, a godere della carneficina.</p>
<p style="text-align: justify;">F: Infine, una domanda ovvia: la letteratura e la rete. Cos’ha significato, per te, concepire un libro che ha come macro protagonista, fondamentalmente, il web? E come si pone la tua ricerca letteraria, nei confronti della rete? Per intenderci, cosa pensi del sempre crescente mondo della cosiddetta “Lit-Web”?</p>
<p style="text-align: justify;">G: Ne L’orizzonte della scomparsa il web assume le fattezze di una sorta di “buco nero”, inteso sia nel senso astrofisico di dark star dal cui interno nulla può sfuggire, sia come la fossa del coniglio di Alice, una caduta a precipizio all’interno delle proprie ossessioni. Il romanzo si svolge proprio su quella linea di confine – l’orizzonte, appunto – che distingue il reale dal virtuale, la rappresentazione del se’ dal proprio lato oscuro. Credo che un racconto del contemporaneo oggi non possa prescindere dal confronto col mondo del web che è entrato prepotentemente a far parte della nostra quotidianità e del nostro immaginario. Quello che ho tentato di fare è stato liberare questo tipo di narrazione dal contingente e cercare di comprenderne e approfondirne il senso all’interno di una riflessione su tematiche universali, perché credo la letteratura debba procedere a un’analisi e a una risignificazione della realtà che viviamo per avvicinarci il più possibile a una comprensione di noi stessi. Della Lit-Web, intesa come letteratura che nasce sul web, ho avuto poca esperienza diretta, ma sono convinta che l’internet migliore sia proprio quello che si occupa di portare avanti riflessioni e approfondimenti di qualità su tematiche attuali e culturali, permettendo un confronto inedito e diretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie mille.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/10/virtuale-reale-virtuale-reale-intervista-giuliana-altamura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Note sul Conflitto di Interessi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/03/05/note-sul-conflitto-di-interessi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/03/05/note-sul-conflitto-di-interessi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mattia paganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 11:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto di interessi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Paganelli]]></category>
		<category><![CDATA[MS5]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=45026</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Mattia Paganelli Vorrei sollevare un problema. Il bell’articolo di Andrea Inglese di qualche giorno fa si chiede se ci sia davvero qualcosa di rivoluzionario nel fenomeno M5S. Forse. Certamente tra le cose che con queste elezioni sono cambiate, la legge sul conflitto di interessi sembrerebbe non essere più necessaria, in quanto, paradossalmente, è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Untitled-1.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-45027" alt="Untitled-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Untitled-1-300x281.jpg" width="300" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Untitled-1-300x281.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Untitled-1.jpg 1014w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Mattia Paganelli</strong></p>
<p>Vorrei sollevare un problema. Il bell’<a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/02/27/qualcosa-di-rivoluzionario/">articolo di Andrea Inglese</a> di qualche giorno fa si chiede se ci sia davvero qualcosa di rivoluzionario nel fenomeno M5S. Forse. Certamente tra le cose che con queste elezioni sono cambiate, la legge sul conflitto di interessi sembrerebbe non essere più necessaria, in quanto, paradossalmente, è invecchiata pur senza essere mai stata scritta. <span id="more-45026"></span>È, infatti, ovvio che non sia più necessario avere il controllo dei mezzi di informazione per vincere le elezioni. Le possibilità di comunicazione trasversali offerte dalle varie sfaccettature del web hanno svuotato il problema del conflitto di interessi così come è stato concepito fino ad ora; cioè come limitare il monopolio e rendere equo l’accesso ai media, separando politici e mezzi di comunicazione. Il problema è, però, molto più complesso in quanto è il concetto stesso di mezzo di informazione ad essere mutato. Una legge che regoli il rapporto tra politica e comunicazione deve impostare il problema su basi nuove. Quello che abbiamo sino ad ora conosciuto come conflitto di interessi riguardava il controllo dei media, ma oggi non si tratta più solo di monopolio della comunicazione. Durante la campagna elettorale il problema va esteso alla trasparenza del messaggio, del programma, delle persone.</p>
<p>Trattenersi dal comparire in televisione da parte dei militanti di M5S non è stato semplicemente un gesto di rifiuto di comportamenti politici corrotti, rappresenta invece un fraintendimento profondo del rapporto tra politica e comunicazione, una distorsione che deve essere corretta prima che si radichi anche nel mondo digitale. Sottrarsi ai canali di informazione istituzionali indica che tv e giornali sono stati concepiti solo come mezzi per raccogliere voti, alla stregua dello stesso uso che M5S rimprovera agli altri partiti. Fin qui nulla di nuovo, le critiche a M5S di sfuggire al confronto non sono certo mancate durante la campagna elettorale. La vera conseguenza è stata che la campagna elettorale di M5S, escludendo i canali di comunicazione istituzionali (belli o brutti che siano), si è rivolta solo ai sostenitori di Grillo, non al paese; ha cioè escluso dal dibattito chi non aveva già scelto di votarlo.</p>
<p>Il problema non è se l’Italia sia una democrazia 2.0, totalmente collegata oppure no, ma il contrario. Proprio in una società dispersa su un network multiforme, frammentata in una molteplicità di pieghe e piattaforme non necessariamente collegate fra loro è più facile perdere di vista il discorso che riguarda l’intero paese. L’ipotesi paradossale di trovarsi al risultato delle elezioni un gruppo mai sentito nominare prima, non è poi tanto fantascientifica. La bellezza del web-network sta nelle sue infinite possibilità; il suo rischio invece, nella facilità di perdere una visione di insieme del discorso.</p>
<p>Dunque più che limitare l’accesso ai media per candidati che ne possano avere troppo, cioè operare un processo di parziale esclusione, una nuova legge sul rapporto comunicazione politica deve fare un’operazione di inclusione universale, cioè garantire l’accesso all’informazione per tutti gli elettori.</p>
<p>Le richieste di democrazia diretta di M5S, in principio condivisibili, possono avverarsi solo in un ambiente regolato da una legislazione che assicuri la trasparenza e l’universalità dell’informazione elettorale. Troppo facile è che altrimenti qualcosa sfugga nella molteplicità del network.</p>
<p>Una legge che regoli il rapporto comunicazione-democrazia nell’era digitale <i>deve assolutamente garantire il dibattito elettorale in pubblico</i> <i>e imporre a chi si candida al governo del paese di rendersi accessibile a tutti gli elettori per permetterci di scegliere</i>. Quello che è apparso come un atto di auto esclusione da parte di M5S, è stato in realtà l’esclusione di quella parte di elettorato che non vuole, non può, o semplicemente non ha pensato di cercare informazioni tra youtube, facebook e le altre varie presenze online; luoghi non privati, ma a tutti gli effetti esclusivi (tra l’altro il rifiuto di ogni forma di comunicazione e discussione con i media nazionali anche ora che le elezioni sono avvenute non fa che confermare questo punto). Di là da ogni critica a M5S, è necessario evidenziare la stortura intrinseca alla formula di comunicazione messa in atto: separare la nazione in due gruppi i paladini della pulizia democratica da una parte e i corrotti da punire dall’altra, tralasciando che c’è il resto del paese in mezzo.</p>
<p>Dunque se qualcosa è stato rivoluzionato, queste sono le dimensioni del rapporto tra informazione/comunicazione e processo democratico (anche se si tratta più di evoluzione tecnologica che dell’intervento di M5S), e una legge che si preoccupi di regolare questo rapporto oggi non può non tenerne conto. L’era del network ha generato un ambiente in cui le possibilità prolificano più rapidamente di quanto le si possa contare, il problema è dunque molto più delicato e sofisticato del grossolano entusiasmo per il social network più recente (come Grillo predica); scegliere dove e come intervenire, dove limitare o incanalare un proliferare altrimenti cieco delle possibilità tecnologiche, è una fondamentale dimensione politica del nostro presente.</p>
<p>La base della democrazia è che tutto è uguale per tutti. Richiudersi in ambienti di comunicazione non universali, come invece è il suffragio, non porta alla democrazia, ma rischia di condurre a un potere inverificabile. E questo forse neanche Grillo lo ha capito fino in fondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Postilla: tra l’altro non si affronta il problema che non esiste un sistema pubblico di accesso, ricerca, trasmissione e conservazione delle informazioni online e la censura può essere messa in atto in qualunque momento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/03/05/note-sul-conflitto-di-interessi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>15</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vu-Lu-Su</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/11/vu-lu-su/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/11/vu-lu-su/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 May 2012 07:23:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[apple]]></category>
		<category><![CDATA[documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[google]]></category>
		<category><![CDATA[Jean-Michel Salaün]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42386</guid>

					<description><![CDATA[Une approche documentaire du Web / Jean-Michel Salaün. 2011 [segnalatomi da: λ Ԃ ґ i a n а]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Une approche documentaire du Web / Jean-Michel Salaün. 2011</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Une approche documentaire du Web / Jean-Michel Salaün. 2011" src="http://www.youtube.com/embed/5ICyFJouHv4" frameborder="0" width="425" height="344"></iframe></p>
<p>[<em>segnalatomi da: <a title="on twitter" href="http://twitter.com/mots_et_choses" target="_blank">λ Ԃ ґ i a n а</a></em>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/05/11/vu-lu-su/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>SATANISMO SUL WEB</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/satanismo-sul-web/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/satanismo-sul-web/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 21:08:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[catechismo di stato]]></category>
		<category><![CDATA[etica laica]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[gabriele nanni]]></category>
		<category><![CDATA[negative capability]]></category>
		<category><![CDATA[ora di religione]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[satanismo]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39506</guid>

					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Leggo su Repubblica di ieri, che il diavolo dilaga via Internet. Definito “un fenomeno sempre più in voga, quello dei gruppi e delle discussioni via Internet su tematiche a sfondo diabolico”, sta prendendo sempre più piede tra i giovanissimi. &#8220;In effetti &#8211; spiega don Gabriele Nanni, sacerdote che ha praticato esorcismi per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Leggo su Repubblica di ieri, che il diavolo dilaga via Internet. Definito “un fenomeno sempre più in voga, quello dei gruppi e delle discussioni via Internet su tematiche a sfondo diabolico”, sta prendendo sempre più piede tra i giovanissimi.<br />
&#8220;In effetti &#8211; spiega don Gabriele Nanni, sacerdote che ha praticato esorcismi per molti anni e in varie parti del mondo &#8211; fino a non molto tempo fa questo era un fenomeno di nicchia. Con l&#8217;avvento di Internet e soprattutto dei social network, il fenomeno si è diffuso tra gli adolescenti e ormai il diavolo viene evocato anche attraverso il web&#8221;.<br />
Chi sono, mi domando, questi adolescenti italiani? Non sono forse stati educati con l’ora di catechismo di stato dalla prima elementare alla terza media, e magari anche con un supplemento annuale di due ore settimanali di “dottrina”, a dieci anni di età, in preparazione alla cresima e alla prima comunione? Ore durante le quali è stato loro insegnato che:<br />
&#8211; si può nascere da una vergine<br />
&#8211; si può essere figli di un dio<br />
&#8211; si può risorgere dopo la morte<span id="more-39506"></span></p>
<p>E’ stata pertanto decisa, continua l’articolo di Repubblica, l&#8217;istituzione di più corsi, presso l&#8217;Ateneo Pontificio romano Regina Apostolorum, per i sacerdoti esorcisti con l&#8217;obiettivo di sconfiggere le &#8216;demoniache presenze&#8217;. Il diavolo, rivela don Gabriele Nanni, ha una diffusione che varia a seconda della geografia, nel senso che ci sono paesi più colpiti di altri da Satana. &#8220;Ci sono paesi &#8211; spiega don Gabriele &#8211; dove il contatto satanico è più diffuso per antica tradizione o per una nuova stagione di contatti&#8221;. I più colpiti &#8220;sono quelli che lottano contro il maligno perché chi vive nella fede è anche il maggior antagonista del diavolo&#8221;.<br />
&#8220;C&#8217;è un&#8217;alta percentuale di chiamate che arrivano in vicariato a Roma in cui si chiede l&#8217;intervento dell&#8217;esorcista&#8221;, dice padre Cesare Truqui, veterano tra gli organizzatori dei corsi per esorcisti. L&#8217;argomento è talmente sentito che la diocesi di Frascati ha stilato addirittura un vademecum per difendersi da Satana. In esso, si spiega che ci sono preghiere da recitare &#8220;in casi di minore influsso del demonio&#8221;. Si tratta, spiegano, di &#8220;una raccolta di preghiere da recitarsi privatamente da parte dei fedeli, quando essi sospettano con fondatezza di essere soggetti ad influssi diabolici&#8221;.<br />
La diocesi ragguaglia anche sulle modalità di azione del diavolo. Di solito, spiegano, “sul web opera attraverso la tentazione e l&#8217;inganno; è mentitore. Può ingannare, indurre all&#8217;errore, illudere. Come Gesù è la Verità, così il diavolo è il bugiardo per eccellenza&#8221;. Nel dubbio sulla presenza di un influsso diabolico, &#8220;è necessario rivolgersi prima di tutto al discernimento dei sacerdoti esorcisti e ai sostegni di grazia offerti dalla Chiesa soprattutto nei Sacramenti&#8221;.</p>
<p>Se penso a questi adolescenti che si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.<br />
Invece dell’ora di catechismo di stato &#8211; promulgato da insegnanti scelti dai vescovi e pagati dal contribuente italiano, aventi anche la possibilità, su semplice richiesta, di “passare” ad insegnare storia e filosofia &#8211;  sono favorevole all’insegnamento di un’ora di etica, basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze,  dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura &#8211; intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna &#8211; e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.<br />
Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche, satanismo e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.<br />
Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica. Laica.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/10/satanismo-sul-web/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>77</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La fantasmagoria dell&#8217;amore in rete</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/10/24/la-fantasmagoria-dellamore-in-rete/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/10/24/la-fantasmagoria-dellamore-in-rete/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Oct 2010 08:59:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[allucinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[daniel glattauer]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36986</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Rovelli La virtualità non è irrealtà, ma solo un&#8217;altra forma di realtà. Per un caso qualsiasi, un qualsiasi snodo nella rete, accade di incrociare un&#8217;altra persona. Ma “un&#8217;altra persona” significa, in rete, essenzialmente “un&#8217;altra scrittura”. E quella scrittura ci coglie, ci accoglie, ci chiama. Allora si comincia a camminare per una strada costellata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>La virtualità non è irrealtà, ma solo un&#8217;altra forma di realtà. Per un caso qualsiasi, un qualsiasi snodo nella rete, accade di incrociare un&#8217;altra persona. Ma “un&#8217;altra persona” significa, in rete, essenzialmente “un&#8217;altra scrittura”. E quella scrittura ci coglie, ci accoglie, ci chiama. Allora si comincia a camminare per una strada costellata di segni, e si entra nella vita di uno sconosciuto, trascinati solo dalle parole, da un riconoscimento compiuto parola per parola, brano a brano. All&#8217;apice della mente (sic), pare di sentire una musica nelle parole dell&#8217;altro che fa riconoscere il suono prima che il senso, una musica che si accorda con la forma del vivere, che mostra il ritmo che ognuno ha nel camminare. Ci si legge e si sente la stessa metrica. E allora, accade, ci si sente e ci si desidera. Senza pensare, come invece si dovrebbe, che quel “si” non è reciproco, ma riflessivo. Che nella persona immaginata è proiettata la nostra fantasmagoria di desideri. E allora, sempreché &#8211; miracolo su miracolo &#8211; non avvenga l&#8217;Incarnazione, quei desideri, al contatto con il piano di realtà della quotidianità, implodono e si afflosciano, ripiegandosi sul vuoto che li costituisce. Oppure, ancora peggio, non hanno il coraggio di manifestarsi, mantenendo lo “scrittore” preda perenne delle proprie fantasmagorie. Come capita, ad esempio, in un lieve ma acuto romanzo, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00630Z99I/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00630Z99I&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Le ho mai raccontato del vento del Nord </em></a>(Feltrinelli) di Daniel Glattauer, quasi 800mila copie vendute in Germania. Un romanzo epistolare fatto di mail scambiate tra una donna e un uomo, scambio nato da un errore di persona e che è andato a costruire un&#8217;intimità soffocante che non può che rivelarsi un vicolo cieco. Glattauer è riuscito a costruire una ragnatela fatta di richiami, avvicinamenti e prese di distanza, la ragnatela paradossale della virtualità, e questa ragnatela scrittoria riesce a prenderti e portarti, in un paio d&#8217;ore, alla fine del libro. E ognuno che abbia creduto di riconoscersi in un&#8217;altra persona virtuale si riconosce inevitabilmente in questa <em>féerie</em>.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità il 23/10/2010)</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/10/24/la-fantasmagoria-dellamore-in-rete/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Blog, commenti e lettori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/blog-commenti-e-lettori/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/blog-commenti-e-lettori/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 15:17:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[commentarium]]></category>
		<category><![CDATA[commenti]]></category>
		<category><![CDATA[statistiche]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<category><![CDATA[web analytics]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36562</guid>

					<description><![CDATA[di Jan Reister mi viene spesso chiesto se il numero dei commenti ad un articolo di un blog sia un segno di qualità, se costituisca un indicatore del numero dei lettori ed in definitiva un indice del successo di uno scritto. La mia risposta è che il numero dei commenti non c&#8217;entra nulla, indica solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister/">Jan Reister</a></p>
<p>mi viene spesso chiesto se il numero dei commenti ad un articolo di un blog sia un segno di qualità, se costituisca un indicatore del numero dei lettori ed in definitiva un indice del successo di uno scritto. La mia risposta è che il numero dei commenti non c&#8217;entra nulla, indica solo quanti commenti ci sono. Ma non è proprio così semplice<span id="more-36562"></span></p>
<p>I commenti su Nazione Indiana non dicono nulla della bontà di un pezzo, ma sono un sintomo di altro, di discussione viva appunto che potrebbe però riguardare numericamente poche persone. La discussione è un indicatore della lettura, ma solo in un modo indiretto in cui intervengono fattori deformanti, frutto delle dinamiche sociali e tecniche della conversazione in rete.</p>
<p>Provo a spiegarmi con un esempio mettendo a confronto due articoli assai diversi usciti da pochi giorni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/">La liberazione di Andromeda</a>, presi a caso tra i primi che ho trovato .</p>
<h3>Una discussione affollata: &#8220;Pubblicare per Mondadori?&#8221;</h3>
<p>Il primo è commentato intensamente da un gruppo di 40 persone che causa ripetute visualizzazioni di pagina a testa: per postare il commento e per leggere i nuovi commenti via via che compaiono. Dato che i commenti si svolgono nell&#8217;arco di vari giorni, ogni commentatore causa anche ripetute <a href="http://www.google.com/support/analytics/bin/answer.py?hl=it&amp;answer=57164">visualizzazioni uniche</a> (cioé pagine visualizzate all&#8217;interno di una stessa sessione di visita), diciamo in  media due al giorno se il commentatore si collega la mattina ed al pomeriggio.</p>
<p>I dati di <a href="http://www.google.com/support/analytics">Google Analytics</a> per Nazione Indiana, nell&#8217; intervallo di tempo 07/ago/2010 &#8211; 06/set/2010 sono:</p>
<blockquote><p>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/<br />
3.385      Visualizzazioni di pagina<br />
2.015      Visualizzazioni uniche</p></blockquote>
<p>Ci sono al momento in cui scrivo 205 commenti scritti da 40 commentatori, se ipotizzo che ogni commentatore faccia 2 visite al giorno, nei 5 giorni passati dalla pubblicazione ad ora avremmo:</p>
<blockquote><p>205 commenti<br />
40 commentatori<br />
10 visualizzazioni uniche per commentatore (ipotesi)<br />
400 visualizzazioni uniche causate dai commentatori (ipotesi)<br />
1.615 visualizzazioni uniche senza i commentatori (ipotesi)</p></blockquote>
<p>Con queste ipotesi quindi le visualizzazioni uniche dell&#8217;articolo sono 4 volte più numerose di quelle causate dai commentatori, segno che l&#8217;articolo è popolare, è stato segnalato in rete, eccetera. Certamente una parte di queste visualizzazioni uniche dipende dai lettori silenziosi che seguono da spettatori, nei giorni, l&#8217;evoluzione dei commenti: non sappiamo quanti siano, ma azzardiamo che non siano più dei commentatori (e probabilmente sono molti meno).</p>
<p>In questo esempio, se ipotizziamo che il lettore medio (interessato all&#8217;articolo, che ignora i commenti) legga la pagina in una sola sessione, avremmo:</p>
<blockquote><p>1.215  visualizzazioni uniche senza commentatori e spettatori silenziosi (ipotesi)</p></blockquote>
<p>e quindi riassumendo abbiamo:</p>
<blockquote><p>1215 lettori silenziosi<br />
40 lettori-commentatori<br />
40 lettori-spettatori<br />
&#8212;-<br />
1.295 lettori totali</p></blockquote>
<h3>Una discussione tranquilla: &#8220;La liberazione di Andromeda&#8221;</h3>
<p>Nel caso del secondo articolo&#8221;La liberazione di Andromeda&#8221; le visualizzazioni di pagina totali sono molto minori e così pure i commenti, che sono una manciata:</p>
<blockquote><p>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/<br />
413      Visualizzazioni di pagina<br />
320      Visualizzazioni uniche</p></blockquote>
<p>L&#8217;articolo ha per ora 10 commenti di 9 persone,  un numero troppo basso per scatenare le dinamiche osservabili nelle discussioni affollate (polemiche,voyeurismo, aggiornamento della discussione, interventi ripetuti e articolati). Probabilmente ogni commentatore causa due visualizzazioni uniche (due sessioni) in totale, avremmo quindi:</p>
<blockquote><p>10 commenti<br />
9 commentatori<br />
2 visualizzazioni uniche per commentatore (ipotesi)<br />
18 visualizzazioni uniche causate dai commentatori (ipotesi)<br />
302 visualizzazioni uniche senza i commentatori (ipotesi)<br />
284  visualizzazioni uniche senza commentatori e spettatori silenziosi (ipotesi)</p></blockquote>
<p>Abbiamo quindi un articolo letto relativamente da pochi, poco commentato, ma con un rapporto commenti/visualizzazioni uniche molto alto: 1/30, mentre nel caso del primo articolo erano 1/10. Potremmo riassumere così:</p>
<blockquote><p>284 lettori silenziosi<br />
9 lettori-commentatori<br />
9 lettori-spettatori<br />
&#8212;-<br />
302 lettori totali</p></blockquote>
<p>E&#8217; evidente che ho usato pesi diversi nella misurazione dei due articoli, e che i risultati numerici delle ipotesi sono semplicemente frutto di una ricognizione speditiva priva di scientificità. Del resto dovremmo analizzare un campione più vasto di articoli, pubblicati da almeno 30 giorni, e bisognerebbe considerare l&#8217;effetto cumulativo del traffico da link e citazioni, che negli articoli degli archivi di Nazione Indiana è rilevante.</p>
<p>Quanto scritto fin qui però permette di valutare nella giusta prospettiva quantità e qualità nelle conversazioni: anche quando sono centinaia e partono per la tangente i commenti dei  lettori sono spesso interessanti, intelligenti e innovativi, sono una  conversazione che si svolge attorno al testo originale; il loro  interesse è principalmente qualitativo e non nel numero. Vi si leggono a volte cose interessanti, sono un posto dove le persone si incontrano.</p>
<p>In conclusione:</p>
<ul>
<li>Il numero di commenti di un articoli su Nazione Indiana riflette l&#8217;interesse a commentare quell&#8217;articolo. Bella scoperta!</li>
<li>Il numero di lettori reali di un articolo è 10-30 volte (e più) quello dei commenti;</li>
<li>I commenti sono pubblici, le statistiche sul traffico web no (ma chi vuole può chiedermele);</li>
<li>Al crescere dei commenti a un articolo si creano distorsioni nei dati. I caso limite sono l&#8217;articolo senza commenti e quello con oltre 500 commenti.</li>
</ul>
<p>E soprattutto: <strong>Articoli diversi su Nazione Indiana sono letti di più o di meno, in modo diverso,</strong> perché<strong>:</strong></p>
<ul>
<li>sono scritti diversamente;</li>
<li>vengono letti da tipi, fasce, strati e famiglie di lettori differenti;</li>
<li>sono stati pubblicati in momenti dell&#8217;anno e della settimana diversi, più o meno favorevoli alla lettura;</li>
<li>quando sono usciti, l&#8217;attenzione della rete era spostata altrove.</li>
</ul>
<p>&#8212; fine</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 432px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">
<pre>205 commenti</pre>
<pre>40 commentatori</pre>
<pre>12 visualizzazioni uniche per commentatore (ipotesi 2*5 giorni)</pre>
<pre>400 visualizzazioni uniche causate dai commentatori (ipotesi)</pre>
<pre>3.385      Visualizzazioni di pagina</pre>
<pre>2.015      Visualizzazioni uniche</pre>
<pre>1.615 visualizzazioni uniche senza i commentatori (ipotesi)</pre>
<pre>1.215  visualizzazioni uniche senza commentatori e spettatori silenziosi</pre>
<pre>(ipotesi)</pre>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/07/blog-commenti-e-lettori/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Presi nella rete &#8211; Il Capo, il web, la libertà</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/presi-nella-rete-il-capo-il-web-la-liberta/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/presi-nella-rete-il-capo-il-web-la-liberta/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 16:21:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[stato di eccezione]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=27553</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Rovelli     Non stupisce che la pluralità delle voci del web diventino issue dell&#8217;agenda politica solo quando attentano al Capo. &#8220;Attentano&#8221;, ovviamente, in senso esclusivamente etimologico, ovvero nella misura in cui lo &#8220;riguardano&#8221;. Ma dal guardare il Capo, di farne oggetto di &#8220;mira&#8221;, al mirare effettivo come quello di un attentatore non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div><span>di <strong>Marco Rovelli</strong></span></div>
<div><span> </span></div>
<p><span> </p>
<p></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/berlusconi.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-27554" title="berlusconi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/berlusconi-150x150.jpg" alt="berlusconi" width="150" height="150" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foto-di-berlusconi-joker.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-27555" title="foto-di-berlusconi-joker" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/foto-di-berlusconi-joker-150x150.jpg" alt="foto-di-berlusconi-joker" width="150" height="150" /></a>Non stupisce che la pluralità delle voci del web diventino <em>issue</em> dell&#8217;agenda politica solo quando attentano al Capo. &#8220;Attentano&#8221;, ovviamente, in senso esclusivamente etimologico, ovvero nella misura in cui lo &#8220;riguardano&#8221;. Ma dal guardare il Capo, di farne oggetto di &#8220;mira&#8221;, al mirare effettivo come quello di un attentatore non c&#8217;è che un passo. E a decidere se il passo varca la soglia sono, oggi, i vari Maroni e Carfagna, che chiedono di far tacere quelle voci, di sedare quel &#8220;canaio&#8221;. A far la differenza è un&#8217;intenzione (che è, appunto, ciò che muove un&#8217;attenzione). Se il Capo lo guardi male, storto, in tralice, allora quel &#8220;guardare&#8221; non è più la lecita (e financo doverosa) contemplazione, ma un&#8217;illecita, e violenta, malevolenza. E&#8217; il Capo il catalizzatore di ogni discrimine tra lecito e illecito. E dalle sue vicende corporee (reali/virtuali) può nascere un disegno di legge.<span id="more-27553"></span></p>
<p>Fino ad ora, la molteplicità di gruppi razzisti su Internet non aveva mai rilevato ai fini di un discorso pubblico, nessuno si era mai sognato di mettere all&#8217;ordine del giorno di un Consiglio dei ministri una qualche misura restrittiva nei confronti del web. Eppure basta scorrere i gruppi di Facebook per vedere quante vomitate d&#8217;odio razziste, sessiste, omofobe, fasciste. E&#8217; a portata di click, lo può fare chiunque, anche un Maroni. Eppure, niente.</p>
<p>Ma non è solo questo: è il linguaggio sul web che non ha la stessa valenza che altrove. Vi è un surplus finzionale, cartoonico, che è specifico del discorso dei social network. Il parlante, ridotto a scrivente &#8220;senza volto&#8221;, percorre liberamente tutta la superficie del linguaggio, non più costretto da vincoli reali. L&#8217;iperbole, in un social network, è la normalità. Giudicare quanto avviene in un social network con i parametri della &#8220;realtà&#8221; significa proprio non cogliere la loro specificità. Non è il &#8220;ti spacco la faccia&#8221; del bar a cui poi segue un pugno. Alle alabarde spaziali del social network non seguono che alabarde spaziali.</p>
<p>Ma le misure restrittive ipotizzate da Maroni non arrivano a questo a livello del discorso, si fermano prima. A Maroni infatti interessa altro. Parla di regole non solo per il web ma anche per i cortei. Si parte dal web per arrivare a colpire il reale. Il web è ancora una volta, secondo una tendenza in atto, il laboratorio dell&#8217;anti-democrazia.</p>
<p>In questa vicenda ci sono tutti, ma proprio tutti, gli elementi di un regime autoritario: l&#8217;identificazione Capo/gente, il corpo sacrale del Capo (se doppio o triplo sarebbe da vedersi), la sovranità che sgorga dal Capo (e dunque dal suo corpo virtuale/reale) e azzera qualsiasi divisione e pluralità dei poteri, il <em>vulnus</em> ad esso inferto come <em>vulnus</em> alla stessa democrazia (ormai convertita in plebiscitarismo permanente) – e, come in necessaria successione logica, il binomio sicurezza/libertà, dove i due termini sono inversamente proporzionali. Lo stato d&#8217;eccezione, del resto, si fonda su questo. Per la vostra sicurezza, vi togliamo la libertà. Sta nella trama stessa della sovranità moderna, del resto: non pensava forse Hobbes che gli individui, in nome della propria sicurezza, devono rinunciare ai propri diritti e delegarli al Leviatano, al sovrano/dio in terra? E così funziona ancora, in nome della sicurezza è necessario che rinunciate ai vostri diritti. Ci stanno provando. Sta a noi che ci riescano o meno.</p>
<p>(scritto per <a href="www.peacereporter.net">Peacereporter</a>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/16/presi-nella-rete-il-capo-il-web-la-liberta/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>21</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 20:52:41 by W3 Total Cache
-->