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	<title>wehrmacht &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>I &#8220;monelli&#8221; del Dr. Tomuschat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 08:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Orsola Puecher</b><br /><br />
Chi sono e dove si trovavano i bambini con i vestitini sporchi e stracciati come il monello di Charlot, i <i>monelli</i> come con arguta dolcezza qui nelle Marche si chiamano comunemente i bambini?]]></description>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-71155-1" width="640" height="360" preload="auto" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://cdn.flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2017/10/29/409087/409087-video-rrtv-650-drtomuschat_hd1080_master_web.mp4?_=1" /><a href="http://cdn.flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2017/10/29/409087/409087-video-rrtv-650-drtomuschat_hd1080_master_web.mp4">http://cdn.flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2017/10/29/409087/409087-video-rrtv-650-drtomuschat_hd1080_master_web.mp4</a></video></div></div>
<p></center><br />
&nbsp;</p>
<p align="center">di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>Chi sono e dove si trovavano i bambini con i vestitini sporchi e stracciati come il monello di Charlot, i <em>monelli</em> come con arguta dolcezza qui nelle Marche si chiamano comunemente i bambini? <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/monello.png"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-71332" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/monello.png" alt="" width="361" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/monello.png 361w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/monello-300x152.png 300w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></a> E i soldati e ufficiali della <strong>Wehrmacht</strong> sorridenti che li prendono per mano, le donne in posa, i neonati in carrozzina, le suorine ammassate a sbirciare da un balcone, poi con gli ombrelli neri? Nelle riprese sfocate del <strong>Dr. Tomuschat</strong>, ufficiale medico della <strong>Wehrmacht</strong>, ⇨<a href="http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/10/29/news/archivio_aperto_home_movies_soldati_guerra_italia-179679855/" target="_blank" rel="noopener"><strong>giunte dopo molte traversie</strong></a> fino a noi nel terzo millennio dal secolo delle guerre, in un ordinato antico paesaggio rinascimentale di vigneti e fondi agricoli si riconosce la cinquecentesca <strong>Villa Selvatico Sartori</strong> di <strong>Battaglia Terme</strong>, <strong>Rovigo</strong>, sui <strong>Colli Euganei</strong>, con la sua lunga scalinata a terrazze, la quadrata sagoma massiccia, il belvedere tutto intorno, la cupola turrita. Edificata in cima al colle di Sant&#8217;Elena, detto fin dall&#8217;alto Medioevo “colle della Stufa” (o stupa) per la presenza di una famosa grotta sudorifera, la Grotta Radioattiva, per curare malattie e dolori articolari con il calore e le acque termali che sgorgavano dal sottosuolo, fu frequentata nel tempo da famosi personaggi: da Francesco Petrarca, al duca Francesco III di Modena, il filosofo Michel de Montaigne, lo scrittore francese Stendhal e il poeta tedesco Heinrich Heine. E li possiamo ancora immaginare, sudati e accaldati, seduti fra le rocce vulcaniche, avvolti in bianchi panni drappeggati come senatori romani, o dannati di un un qualche antro acherontico dantesco.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cartoline-da-Battaglia-Terme.gif"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-71356" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/cartoline-da-Battaglia-Terme.gif" alt="" width="500" height="355" /></a></p>
<p>Nel filmato appare anche un grande edificio &#8220;moderno&#8221;, in stile ventennio, che è lo <strong>Stabilimento Termale INPFS</strong>, <strong>Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale</strong>: un suo padiglione era stato adibito in quegli anni a ospitare i molti orfani di guerra della zona. Cosa che giustificherebbe la presenza dei &#8220;monelli&#8221;.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/stabilimento-termale.gif"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-71336" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/stabilimento-termale.gif" alt="" width="500" height="355" /></a></p>
<p>Lo stabilimento idro-termale, costruito ai piedi del colle per preservare la littoria salute dei lavoratori, venne inaugurato in pompa magna nel 1936, alla presenza di autorità regie e fasciste, Piccole Italiane e Balilla e folla festante.</p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width: 500px;"><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/j1JCbRizPMc?rel=0" width="500" height="410" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></div>
<p></center></p>
<p>Nel &#8217;43-&#8217;44 l&#8217;<strong>Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale</strong> fu requisito dal comando Tedesco per ospitare il <strong>Feld-Lazarett 95</strong>, ospedale da campo della <strong>5a Gebirgs-division</strong> della <strong>Wehrmacht</strong>, una divisione di montagna paragonabile agli alpini. La <strong>5a Gebirgs-Division</strong> dopo le vittoriose operazioni militari nell&#8217;isola di Creta nel &#8217;41, che si conclusero però con grandissime perdite di uomini, dopo l&#8217;impiego nel settore sud-ovest di Leningrado, dove fronteggiò l&#8217;Armata Rossa fino al novembre 1943, contribuendo tra l&#8217;altro all&#8217;accerchiamento del cosiddetto &#8220;fronte Volchov&#8221; ma subendo anche là grandi perdite, venne trasferita in Italia settentrionale per un periodo di riposo. Dal gennaio 1944 entrò in azione sulla linea Gustav, scontrandosi anche nella battaglia di Montecassino. A settembre era sulle Alpi Marittime, e il 2 maggio 1945 si arrese alla 5ª armata statunitense nei pressi di Torino.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-71349" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola.jpg" alt="" width="350" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/agfa-pellicola-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a><br />
Nel filmato del <strong>Dr. Tomuschat</strong> compaiono ufficiali, soldati, in divisa, in maniche di camicia, in esercitazioni militari che paiono scampagnate domenicali, mentre brandiscono fiaschi di vino e bottiglie di prosecco, con bambini per mano e tutti sempre sorridenti e benevoli. Anche il saluto nazista con il braccio alzato è veloce, appena accennato, simile a un normale gesto di commiato. La gente qui è in posa di fronte agli <em>shot</em> di cinematografia amatoriale, con cinepresa portatile <strong>Agfa Movex</strong> e pellicola <strong>Agfa 8 mm </strong>del <strong>Dr. Tomuschat</strong> e non esposta, almeno per una volta, agli <em>shot</em> letali delle armi da fuoco di diverso calibro dell&#8217;esercito tedesco, ormai sconfitto e per questo ancora più incattivito, in quella precipitosa ritirata attraverso il Veneto, via di fuga diretta verso la Germania, detta comunemente <em>marcia della morte</em> per il numero di vittime di stragi, una lunga scia di atti di pura rappresaglia e crudeltà perpetrati contro una popolazione civile inerme e provata da anni di guerra. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Agfa-Movex-1940.jpg"><img loading="lazy" class="alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/Agfa-Movex-1940.jpg" alt="" width="350" height="350" /></a> Il filmato ricevuto e fatto sviluppare da ⇨ <a href="http://homemovies.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Home Movies di Bologna</strong></a> e diffuso sui principali siti dei quotidiani per vedere se per caso qualcuno, ancora dopo tutti questi anni passati, vi si riconoscesse, è ora oggetto di analisi da parte di storici e studiosi. In vari articoli che ne parlano si cerca di identificare, un po&#8217; forzatamente, e forse inutilmente, al suo interno, fra la quotidianità pacifica della situazione tracce del Male Assoluto, che ha percorso l&#8217;Europa nella prima metà del secolo scorso. La quotidianità, l&#8217;esistenza di una quotidianità, fatta di gesti normali, insignificanti è quasi impensabile in periodi di guerra, eppure la vita andava avanti comunque, nonostante tutto, per tutti, vittime e oppressori. Ad essere oggettivi, cosa molto difficile in casi come questi, non ci si può sbilanciare nè sul versante della celebrazione degli alcuni, rari, <em>nazisti buoni</em>, oppure di quella certa vulgata in cui si distingue <strong>Wehrmacht</strong> <em>buona</em> e <strong>SS</strong> <em>cattive</em>, cosa che farebbe solo il gioco di un certo strisciante e mai morto negazionismo, ma neppure è possibile virare le immagini riprese di indizi di terrore imminente, come un po&#8217; fa intendere il pur bel accompagnamento musicale di sottofondo. Il terrore è interiorizzato dentro noi che guardiamo il passato con il futuro alla spalle, nel nostro occhio che non riesce ad essere innocente di fronte alla storia e alla sue bufere. Come l&#8217;<em>Angelus Novus</em> di <strong>Klee-Benjamin</strong>:</p>
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #16214f; background-color: #bbbfcf; padding: 15px 25px 15px 25px;"><p>IX.<br />
<em>C&#8217;è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L&#8217;angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un&#8217;unica catastrofe, che ammassa incessantemente ma­cerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che l&#8217;angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera</em>. </p></blockquote>
<p>Il nostro occhio, il nostro ricordo è sempre nell&#8217;<em>attimo di pericolo</em> e forse è giusto che sia così, perché il ricordare, la memoria, non sia un mero esercizio di nostalgia, di conformismo, ma la <em>scintilla di speranza</em> per i cui morti, le vittime, non muoiano due volte nell&#8217;oblio e nel ritorno della stessa violenza, sempre pronta a rinascere, a ritornare a vincere, e che mai <em>non ha smesso di vincere</em>.</p>
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #16214f; background-color: #bbbfcf; padding: 15px 25px 15px 25px;"><p>VI.<br />
<em>Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «proprio come è stato davvero». Vuole dire impossessarsi di un ricordo così come balena in un attimo di pericolo. Per il materialismo storico l&#8217;importante è trattenere un&#8217;immagine del passato nel modo in cui s&#8217;impone imprevista nell&#8217;attimo del pericolo, che minaccia tanto l&#8217;esistenza stessa della tradizione quanto i suoi destinatari. Per entrambi il pericolo è uno solo: prestarsi ad essere strumento della classe dominante. In ogni epoca bisogna tentare di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla. Il messia infatti viene non solo come il redentore, ma anche come colui che sconfigge l&#8217;Anticristo. Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall&#8217;idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.</em> </p></blockquote>
<p>Un dottore nazista con dei bambini con faciloneria evoca subito un qualche Mengele, eventuali terribili esperimenti su di essi, le donne le vedi come possibili deportate, rasate, nude, messe al muro, stuprate, i bambini ostaggi di rappresaglie, episodi realmente e iteratamente avvenuti, ma forse questo <strong>Dr. Tomuschat</strong>, era solo un medico militare che curava i feriti di guerra nazisti nel <strong>Feld-Lazarett 95</strong> situato nello stabilimento termale. La cinepresa è amatoriale e quindi pare improbaibile che proprio in quel drammatico 1944 di ritirata, il film fosse girato per propaganda, ma bensì forse era solo <em>per uso personale</em>, per ricordo. Per raccontare a casa di un bel ricordo, da <em>viaggio in Italia</em>, che lavasse la coscienza dalla stragi di quel periodo, in quasi ognuno dei piccoli paesi vicini dei Colli Euganei. Il comando della <strong>Wehrmacht</strong> della zona, posto nel <strong>Collegio Vescovile </strong>della vicinissima <strong>Este</strong>, era in mano a un certo <strong>Willy Lembcke</strong>, protagonista di atti indegni. Qualcuno dei soldati sorridenti in <em>pausa terrore</em> del filmato vi aveva partecipato, vi parteciperà?<br />
Nel suo romanzo <em>La vita eterna</em> [1972] ⇨ <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Camon" target="_blank" rel="noopener"><strong>Ferdinando Camon</strong></a>, scrittore un po&#8217; dimenticato ma che molto ha dedicato alla Storia del Veneto martoriato dai nazifascisti, descrive la crudeltà di <strong>Lembcke</strong>.</p>
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #16214f; background-color: #bbbfcf; padding: 15px 25px 15px 25px;"><p><em>Sul far della sera arrivò nel paese una moltitudine di ragazzini tedeschi sui sedici anni, con cappotti più lunghi di loro che spazzavano la terra e le facce spaventate e perciò spaventevoli, e disponendosi metà a destra della strada e metà a sinistra, in totale silenzio come per una cerimonia sacra, cominciarono la loro processione. Dietro di loro venivano i tedeschi anziani che sopraggiungevano continuamente in camion e lasciavano i camion al crocevia incolonnandosi a piedi per la processione che andava a benedire le Sette Albare. In mezzo alla processione come una reliquia santa portata a spalle sul baldacchino veniva la faccia di pugnale del colonnello Lembcke sulla gip silenziosa che pareva procedesse a motore spento, e ai quattro lati della gip c’erano quattro ufficiali tedeschi che con la coda dell’occhio tenevano continuamente sbirciato il colonnello. Come arrivarono in zona, il colonnello ad ogni casa che incontrava pareva che si svegliasse da un sogno, perché illuminandosi di una luce sporca trasformava il pugnale in una faccia e con lo sguardo annoiato e sofferente toccava qualcuno dei quattro ufficiali, a destra o a sinistra del suo tronetto a seconda che la casa fosse a destra o a sinistra, e l’ufficiale così toccato si trasformava in bestia e schizzava via come un cane rabbioso e mordeva le file della processione che in un grande urlìo si scompigliava di qua e di là tutt’attorno alla casa come vesponi inveleniti, e poi saltavano dentro la casa per le finestre e per le porte, e per scoprire se c’era gente piantavano la baionetta sui letti trapassando i materassi e sugli armadi sforacchiando le porte e sulle madie e attraverso le tende dei sottoscala, sempre di corsa per le camere e saltando i gradini e nella fretta più volte scontrandosi tra loro con fragore di elmetti e ruotare delle occhiaie bianche senza pupilla, poi saltavano fuori per le finestre e mentre quattro si disponevano agli angoli della casa gli altri tornavano di corsa a riprendere il loro posto nella processione. </em></p></blockquote>
<p>Sono casi questi in cui la colpevolezza collettiva di un intero popolo, cozza con l&#8217;innocenza individuale, effettiva magari in qualche caso, o pretesa, sempre. A tutti i processi di criminali nazisti, la scusa più usata per giustificare ogni tipo e grado di crudeltà e autoassolversi individualmente, non è sempre quella di <em>aver ubbidito a ordini superiori</em>?<br />
Dando uno sguardo alla mappa dell&#8217;⇨ <a href="http://www.straginazifasciste.it/?page_id=281" target="_blank" rel="noopener"><strong>Atlante delle Stragi Nazifasciste in Italia</strong></a>, colpisce questa nuvola cosi densa di segni rossi delle <em>etichette luogo</em> di Google Maps, tale da non lasciare quasi intravedere l&#8217;orografia del territorio, e ingrandendo con lo zoom, ecco che si evidenzia come quasi ogni piccolo paese ne fu colpito in misura maggiore o minore.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mappa-stragi.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-71246" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mappa-stragi.jpg" alt="" width="499" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mappa-stragi.jpg 499w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/mappa-stragi-258x300.jpg 258w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
<p>Nel libro <strong>Soldaten</strong>, Garzanti [2012], lo storico <strong>Sonke Neitzel</strong> e lo psicologo sociale <strong>Harald Welzer</strong> analizzano i comportamenti brutali e la psiche dei soldati nazisti studiando i verbali degli archivi inglesi e americani, che trascrivono le intercettazioni delle conversazioni tra i soldati tedeschi rinchiusi nei campi di prigionia di Trent Park e Wilton Park, nel Regno Unito, e di Fort Hunt, in Virginia, Stati Uniti, e da cui emerge che quella violenza così incomprensibile era una violenza talmente profonda e ideologicamete radicata da essere davvero <em>normale</em>.</p>
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #ff0000; background-color: #ffffff; padding: 15px 25px 15px 25px;"><p><em>In Italia, in ogni luogo dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre &#8220;cominciate ad ammazzarne un po&#8217; &#8220;. Io parlavo italiano, avevo compiti speciali. </em><br />
[Dice un caporalmaggiore della Wehrmacht e un suo compagno di prigionia.]</p></blockquote>
<blockquote style="color: #000000; border-left: 4px solid #ff0000; background-color: #ffffff; padding: 15px 25px 15px 25px;"><p><em>Il tenente ci diceva, ammazzatene venti, così avremo un po&#8217; di pace, alla minima loro sciocchezza via altri cinquanta. Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava, &#8220;crepate, maiali&#8221;, odiava gli italiani con rabbia.</em></p></blockquote>
<p>I sorrisi dei militari della Wehrmacht non ci ingannano nemmeno per quei pochi minuti del filmato, ma forse queste immagini ci dicono molto di più dell&#8217;Italia del &#8217;44-&#8217;45, di ville antiche e storiche, luoghi sacri o profani requisiti dai tedeschi e che spesso furono teatro di saccheggi, di torture, e di violenze di ogni tipo. E questi <em>monelli</em> ci raccontano la condizione di un paese ridotto a una miseria profonda da anni di guerra. Si fanno riprendere con maggiore o minore ritrosia, gli viene detto di certo <em>Sorridi&#8230; sorridi&#8230;</em>, si avvicinano agli uomini in divisa, ai loro mezzi con la confidenza e la curiosità che solo i bambini possono avere. Si fanno prendere per mano. Ma i visi già quasi adulti, già provati da mille privazioni, da una vita dura, anche oltre la guerra, che forse abbiamo troppo presto rimosso, con un cagnolino al guinzaglio, una canna da pesca in mano, i piedi nudi, le gambine un po&#8217; rachitiche e sporche, i fiocchi nei capelli, nonostante, e le treccine ben strette intorno alla testa da mani sapienti, guardano diritto in camera, ci guardano e noi con commozione li guardiamo. Come ci guardano, e anche noi li possiamo guardare negli occhi, i soldati, a volte un po&#8217; pingui, lo sguardo da padri di famiglia, spesso con un certo imbarazzo. La sagoma del <strong>Dr. Tomuschat</strong> curvo nel riprendere si sovrappone sotto forma di ombra per ben due volte. Ci siamo tutti sulla scena in questa pausa sospesa fra le violenze. Ed è forse per questo che l&#8217;emozione di questi quasi sette minuti che paiono apparire come per miracolo dalle code della pellicola con i loro disturbi di linee e di erosioni, non ci abbandona facilmente.</p>
<p><center><img loading="lazy" src="http://www.suave-est-nus.org/small-bambini-muro.gif" width="500" height="" /></center>Nel rapido passaggio di inquadratura fra un soldato che spara con il fucile durante le esercitazioni e i tre bambini adossati a un muro in fila, corre un brivido lungo la schiena. Ma loro poi un poco sorridono. Senza troppa convinzione, ma sorridono, parlottano fra loro. Non è il caso questo di fucilazioni di massa e rastrellamenti di donne e bambini di tanti altri luoghi. Ma il pensiero non può non andare subito a questi episodi, a terrore negli occhi, nessun sorriso, attesa dell&#8217;esecuzione. Più si guardano questi sorrisi, questa confidenza apparentemente gentile dei superuomini ariani conquistatori con il popolo conquistato e sottomesso duramente, più non si riesce ad esserne tranquillizzati. Per contrapposizione. E qualche attimo di studiata e costruita serenità, non riesce e non può cancellare tutto il resto.</p>
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		<title>I &#8220;miracoli&#8221; di Spike Lee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 07:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
		<category><![CDATA[Gaetano Liguori]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Spike Lee]]></category>
		<category><![CDATA[wehrmacht]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gaetano Liguori [oltre a essere uno dei jazzisti più bravi della scena nazionale (e non solo), Gaetano Liguori è da anni recensore cinematografico. Mi ha girato questa sua sul film Miracolo a Sant&#8217;Anna che io volentieri pubblico. G.B.] Estate del ’44, i tedeschi e i fascisti (non dimentichiamolo) sono attestati sulla linea Gotica, un’impressionante [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/miracle_at_st_anna.jpg" alt="" title="_CRT0213.jpg" width="454" height="198" class="alignnone size-full wp-image-9625" /></a><br />
di <strong>Gaetano Liguori</strong></p>
<p>[<em>oltre a essere uno dei jazzisti più bravi della scena nazionale (e non solo), Gaetano Liguori è da anni recensore cinematografico. Mi ha girato questa sua sul film </em>Miracolo a Sant&#8217;Anna <em>che io volentieri pubblico. G.B.</em>]</p>
<p>Estate del ’44, i tedeschi e i fascisti (non dimentichiamolo) sono attestati sulla linea Gotica, un’impressionante serie di difese naturali date dall’Appennino tosco-emiliano, bunker, fortificazioni che per circa trecento chilometri tra Massa Carrara fino a Pesaro, divideva l’Italia. Lo sfondamento di questa linea era essenziale per gli Americani, che combattevano in Italia dal Settembre del ’43, e che già avevano provato la determinazione della Wehrmacht in battaglie come Montecassino o Anzio. <span id="more-9624"></span><br />
Nella parte toscana ai primi di Agosto del ’44 l’esercito tedesco si trovava a nord dell’Arno tra Pisa e Firenze, fece saltare i ponti e si attestava nella valle del fiume Serchio tra le Alpi Apuane e Massa. Il compito di cercare di sfondare in quell’area venne affidato da parte del comando Americano alla 92° divisione <em>Buffalo</em>. Tutto chiaro per un antefatto storico ad un film di guerra, se non fosse che il battaglione era formato da uomini di colore e che il regista del film è il grande Spike Lee, cantore cinematografico negli ultimi 20 anni dei diritti degli Afroamericani.<br />
Per i primi 30 minuti siamo in pieno film di guerra genere classico, un Sam Fuller un po’ più ricco; si evidenziano i primi caratteri all’interno dalla “pattuglia sperduta”, caratteri virili classici da “Sporca Dozzina” o “Soldato Ryan”. Si  assiste poi ai primi episodi di razzismo, quando un graduato bianco (dopo caporale, tutti i sottufficiali ed ufficiali dovevano essere bianchi) non dà  l’appoggio dell’artiglieria ad un piccolo gruppo di soldati che nel Dicembre del ’44 si trova a combattere al di là della linea del fronte. Questi sono i primi due film, quello di guerra e quello sull’integrazione  razziale, qui entra il terzo film quello “esoterico” tipo “Codice Da Vinci” che con continui rimandi  tra presente e passato aggiunge un tocco magico alla storia. L’entrata di un ragazzino, che ricorda il pinocchio di Comencini, ci potrebbe far sorridere se non fosse che nasconde un terribile segreto, perché è l’unico sopravvissuto alla tremenda strage di S. Anna di Stazzema: ora la storia si fa seria ed anche un po’ irritante. Dialoghi prolissi e di maniera rallentano l’azione, la caratterizzazione dei soldati di colore risulta banale, ma il clou si raggiunge con l’entrata in scena degli italiani, prima gli abitanti di un paesino, e poi i partigiani tutti rappresentati in maniera folkloristica e senza una minima verosimiglianza psicologica.<br />
 Abbiamo impiegato 60 anni perché la verità saltasse fuori dal famoso e tristemente noto “armadio della vergogna” dove lo Stato ha nascosto per anni i fatti e che ancora adesso si fa fatica a ricostruirli, troppi erano gli interessi in ballo: far passare il massacro come una reazione emotiva dei tedeschi alla resistenza di alcuni sparuti partigiani mi sembra un po’ troppo. Esisteva l’ordine da parte del generale Kesserling che per ogni soldato tedesco morto venissero uccisi 10 inermi civili, ma questo ordine fu superato dalla furia delle truppe tedesche, formate non solo dalle “SS assetate di sangue”, ma anche dalla Wermacht  di cui facevano parte fanteria, truppe corazzate, alpini di montagna, reduci dal fronte russo, truppe non tedesche formate da Ucraini, Rumeni ecc&#8230; I numeri parlano chiaro sulla linea gotica la Wehrmacht perse circa 75000 uomini, gli alleati 65.000, ma ci furono anche all’incirca 10.000 persone fra vecchi, donne e bambini che furono trucidati tra S. Anna, Marzabotto, Fossoli e centinaia di altri piccoli paesini di nessun importanza strategica, al di fuori di trovarsi sulla linea di ritirata dell’esercito tedesco. Ancora da stabilire le responsabilità dei repubblichini di Salò, che nel nostro paese, paese dalla memoria corta ora vengono equiparati ai partigiani.<br />
Lo sceneggiatore e autore del romanzo da cui è tratto il film, James McBride, è stato più prudente del regista e ha invocato la “fiction”, ma spiegarlo ai parenti delle vittime è un po’ complicato. Tornando al film, in una toscana da cartolina risultano imbarazzanti le caratterizzazioni dei personaggi italiani che se non parlassero con forte accento toscano sembrerebbero usciti dalla pubblicità di una marca di olio d’oliva: la spregiudicata “signorina” che si concede all’esotico, il fascista rincoglionito con ritratto del duce in camera da letto, zie, zitelle petulanti, festa sull’aia con balli e fisarmoniche (meno male che i mandolini li hanno lasciati a Corelli in quel di Cefalonia). I partigiani sono quel “casual tanto basta” e si dividono in buoni e idealisti, traditori e cinici, con un finale in stile paradiso quanto meno incomprensibile con Lo Cascio in abito bianco alle Barbados.<br />
Per chi ama il cinema e pensa a capolavori come “Lola Darling”, “Fa la cosa giusta” oppure “La 25 ora” non può non dispiacersi di vedere questa caduta da parte di  Spike Lee, che se invece di “Miracoli” avesse affrontato il problema del razzismo non solo da parte degli americani, ma anche degli italiani, che sono sempre meno “brava gente”, allora forse ci potrebbe dare un film più interessante ed anche meno noioso. </p>
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		<title>Notti lontane che tornano per sempre</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 11:55:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar Marino Magliani torna sulla scena letteraria con un romanzo, Quella notte a Dolcedo, Longanesi, pagg.262 euro 16.00 che, rispetto ai precedenti, soprattutto a Il collezionista di tempo uscito l’anno passato per Sironi, abbandona certe sperimentazioni (nel libro appena citato si registrava il connubio forma e contenuto tra una scrittura di frontiera con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="soldaten.bmp" href="http://www.amazon.it/gp/product/8830425109/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8830425109&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft" style="width: 177px; height: 245px;" alt="soldaten.bmp" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/soldaten.bmp" width="321" height="414" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p>Marino Magliani torna sulla scena letteraria con un romanzo, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8830425109/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8830425109&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Quella notte a Dolcedo</em></a>, Longanesi, pagg.262 euro 16.00 che, rispetto ai precedenti, soprattutto a <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006B87BRA/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B006B87BRA&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Il collezionista di tempo</em></a> uscito l’anno passato per Sironi, abbandona certe sperimentazioni (nel libro appena citato si registrava il connubio forma e contenuto tra una scrittura di frontiera con risvolti biamontiani e la fantascienza, come se il <em>Fransé</em> si fosse unito in sodalizio artistico con un autore di science-fiction).<span id="more-5864"></span></p>
<p>Ora il Magliani, ligure cittadino del mondo (vive da anni in Olanda e ha peregrinato per mezzo globo) confeziona un romanzo che non si può dire “lineare” (non sarebbe da lui) ma certamente con uno sviluppo più tradizionale rispetto ai precedenti.</p>
<p>Il romanzo narra la storia di Hans Lotle, uno di quei personaggi tedeschi di una generazione ormai in via di estinzione che ha combattuto la sua guerra, generale e personale, e l’ha perduta.</p>
<p>Lotle nel 44 era in Liguria, precisamente a Dolcedo, paese natale dell’autore: soldato semplice della Wehrmacht, in un plotone di soldati colpevoli di una strage nel paese. Un’intera famiglia, i Droneri, panificatori, venne uccisa. Una bambina era stata testimone, Hans l’aveva vista. Ma era passato oltre. O indietro. La bambina era stata risparmiata.</p>
<p>Questo è il cardine del romanzo. Attorno, sempre Hans: che non dimentica mai, che vive a Berlino Est facendo il cameriere per decenni – siamo alla fine degli 80, poco prima della caduta del muro- che ha rapporti con la Stasi, che da questa è interrogato per varie faccende, che conserva un forte ricordo della madre, con la quale ha vissuto fino alla morte, e sul loro rapporto nasconde un brutto segreto; e il ritorno a Dolcedo dopo tutti quegli anni, per trovare una vera risposta su quella strage, e su altro.</p>
<p>Magliani conserva il suo passo narrativo lento, circospetto, ma allo stesso modo deciso: il passo di un uomo, di uno scrittore, che vuole spingersi a fondo. Racconta per gradi, poi si ferma, poi si sofferma sui radi ma affilati pensieri di questo reduce tedesco di quasi settant’anni, un uomo per certi versi impenetrabile. L’abilità dello scrittore sta anche nel non fare merce di scambio con il lettore del vissuto interiore del suo protagonista: scegliendo la terza persona, l’autore lascia il timone soprattutto alla storia, su e giù per la montagna ligure, insomma alla vita nuova di quest’uomo straniero non più giovane che cerca una verità, mantenendosi per vivere come manovale e giardiniere per i proprietari tedeschi della zona; e si stagliano, ma senza abbagliare, i ricordi di guerra, di quel tempo, di quella terribile notte del titolo.</p>
<p>E’ un giovane monacense, Manfred, incontrato in quella valle, che gli procura il lavoro e lui, Hans, per mesi e mesi fa e briga, lavora, tra rovi e giardini e impalcature, e per dormire si arrangia. E intanto indaga. Questa è la “musica”, l’”aria” del “film”: che non è certo di sottofondo.</p>
<p>Magliani anche questa volta ci consegna un vero romanzo di vera letteratura. Rispetto al libro precedente, e in qualche modo anche a <em>Quattro giorni per non morire</em>, che anticipa di un anno <em>Il collezionista di tempo</em>, qui abbiamo una costruzione compatta, non posso dire serrata – non sarebbe una cosa di Magliani, altrimenti – ma senza dubbio abbiamo un oggetto pensato che può anche contundere. Che può fare male senza ferire. Sembra un paradosso, questo, ma ogni autore vero ha il suo modo di procedere, con tutto. E anche col genere giallo, ovviamente, che qui si può cogliere qua e là nelle trame del tessuto narrativo fissate dallo scrittore, non nella trama vera e propria. Il colore giallo non è mai pervasivo, non potrebbe esserlo.</p>
<p><em>Quella notte a Dolcedo</em> (la notte della strage) è un romanzo che, tra il passato remoto della guerra e il passato prossimo della caduta del muro, in sostanza, andando ancora più a fondo nell’analisi, racconta la storia di un uomo che va e che torna attraverso la sua vita e la Storia; una caratteristica di Magliani è questo migrare dei suoi protagonisti ( che gli assomigliano) per il mondo, ma con la testa attaccata alle proprie radici. Sì, come fossero impiantati a testa in giù, con la testa e la mente nel corpo gravido della terra madre. Ma Hans Lotle? Lui è tedesco, certo, fuori Berlino ha pure un appezzamento di terra, ma il suo contatto con la terra, quello vero, fatto di camminate e poi pause nel silenzio di una natura aspra che è soprattutto rifugio e ricerca e indagine, lo fa nella Liguria dei suoi vent’anni di soldato usurpatore.</p>
<p>A questo proposito, non c’è un discorso strettamente politico, nel libro: nazismo e comunismo della DDR – con i dovuti distinguo- sono state sciagure che Hans Lotle ha vissuto come tanti tedeschi della sua generazione: ma il libro non si accanisce sulla Storia, non cerca di rappresentare altro che la migrazione di un uomo nel suo passato remoto, e in questo le vicende storiche hanno un peso per forza di cose fondamentale. Il ritorno ai vent’anni qui è fatto nel luogo di una strage, non nel come eravamo dei belli e dannati. Tenera, certamente, non era la notte, a Dolcedo.<br />
Un romanzo che ha bisogno di concentrazione e di ascolto, come sempre in questo autore: e il protagonista è un personaggio difficile da dimenticare; come certi ricordi di certi momenti lo sono in modo impossibile. Certe notti lontane tornano per sempre.</p>
<p><em>(Pubblicato su Il domenicale)</em></p>
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