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	<title>willard van orman quine &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il sistema. Per Willard Van Orman Quine (2000 ✝ &#8211; ?)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Paolo Filograna]]></category>
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		<category><![CDATA[willard van orman quine]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong><br />
Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.
Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fausto Paolo Filograna</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-119347 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg" alt="" width="314" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-283x420.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-150x223.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/quine-300x445.jpg 300w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" /></p>
<p style="text-align: right;">“Dio ha la faccia piena di latte”</p>
<p>Da quando mi hanno incaricato di scrivere la necrografia di Quine, non penso che a lui.</p>
<p>Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non lo so dire precisamente, ma di sicuro ha a che fare col fatto che l’illustre era mio fratello e che sono poeta. Se qualcuno mi chiedesse cos’è una necrografia, direi che non è che una biografia che parte dalla morte di un individuo.</p>
<p>Ho ricevuto l’incarico, e con la musica di Chopin in sottofondo, giù a lavorarci e a sopportare il dolore dell’infanzia comune. Con me, secondo la volontà dell’editore, ha iniziato a scrivere anche Randolph (Università di Houston, Texas), il quale è stato suo discepolo in senso stretto, come Pietro con Cristo. Randolph farebbe a meno di me se l’editore non l’avesse costretto a dividere l’onere di questa necrografia.</p>
<p>Ora posso solo stare seduto, e scrivere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>***</em></p>
<p>Il giorno di Natale dell’anno 2000, mentre stava contando i soldi depositati sul centrotavola all’ingresso per uscire a comprare delle tortine da dare ai suoi sei nipoti (due piccolini della figlia femmina e quattro del figlio maschio), il lume della filosofia Mr. Willard Van Orman Quine, detentore della cattedra “Edgar Pierce” di Harvard<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>, fu preso da un infarto terribile, e in meno di due ore, da quello che dissero i medici (riunitisi in sei attorno al suo eminente cadavere) morì, restituendo alla terra il movimento che gli era appartenuto per oltre novant’anni con tanta dignità. La terra, ora, lo ospitava steso, accanto alle chiavi di casa e a degli spiccioli, indistinguibile da questi perché le cose, si sa, non hanno volontà a questo mondo.</p>
<p>Era il giorno di Natale, ma se quando si svegliò fosse stato davvero, ancora, Natale, nessuno può più dirlo. Perché da quello che so Willard Van Orman Quine si era ritrovato nell’aldilà, dove <em>persino</em><em>lui</em> non si poteva nemmeno sapere se fosse davvero <em>ancora lui</em>, ovvero quello che per novant’anni abbiamo chiamato a gran voce sul pulpito dell’aula Pierce: <em>Willard Van Orman Quine, professore di logica</em>.</p>
<p>“Via, via, lo sapete, meno parole si usano e più si è accurati”, aveva detto in una sua intervista. Ma ora risvegliatosi in mezzo ai morti, non aveva detto proprio nessuna parola. E il perché va reso chiaro dall’inizio.</p>
<p>Bisogna dire apertamente che lui dagli studi di Harvard, dalle passeggiate a Mulholland Drive, dalle occhiate alle vetrine, dai panini che addentava con passione, dalle sciarpe che desiderava acquistare e impacchettare per la figlia e per i nipoti, dai nostri giochi infantili nella vecchia casa dove approfondì i suoi tic, da tutte queste delicatezze sperava, con spietata ma discreta, misurata amarezza, di liberarsi, quando fosse arrivato il suo momento, con la stessa velocità con cui era venuto al mondo.</p>
<p>Un giorno, riunitici nel suo studio prima di uscire a cena insieme, qualcuno dei suoi disse che voleva “passare” da questo o quel posto a ritirare dei libri. Lui non rispose altro che “sicuro, sicuro, Donald, che ci passiamo”. Poi fece una pausa, prima di riprendere a dire: “Tutti passiamo”, e mettendosi comodo su una poltrona aveva aggiunto: “Per me gli uomini, le donne sono corpi; finiti quelli, finita la festa, passiamo. Come taxi che vanno nel nulla, e vengono dal nulla”; poi, allegro come sembrava di carattere, cercò fumando di dimenticare quanto detto. Eppure io so che quando gli si diceva con leggerezza “passiamo di qua?”, le sue orecchie sacrificavano il punto interrogativo, e lui di colpo pensava alla morte.</p>
<p>E ora che la morte lo aveva preceduto c’è chi giura che si sia stretto la mano sulla bocca, per corrispondere con un gesto all’attività lussureggiante del suo cervello, che ancora raziocinava. C’è chi giura che lì, lì dentro all’aldilà, quel giorno che qui era Natale, lo si sentì bofonchiare qualcosa vedendo quelle pletore di morti a perdita d’occhio.</p>
<p>Ce n’erano infiniti e solenni, come erano stati i suoi pensieri da vivo. E ogni volta che vedeva uno qualunque di quei morti, bofonchiava &#8211; ma io so che erano lamenti. Quando gli appariva un’entità, lui subito emetteva un lamento.</p>
<p>Camminavano un po’ sospesi, a qualche centimetro da terra, camminavano spontanei, definiti, come le proposizioni di quando era vivo, sì, e forse proprio per questo – e per come si coprì la testa con le mani – c’è chi giura che tutto ciò gli sembrò intollerabile, ben più che marcire nella tomba.</p>
<p>Ma soprattutto gli alberi (che dovevano essere la cosa più innocua agli occhi di un intelletto meno che divino, dice Randolph). Erano sospesi, con le chiome altissime e il grande apparato radicale che ciondolava all’altezza dell’occhio di Willard. Gli alberi, io lo so, lo riportarono a pensare ai viali verdeggianti di Johnstone Gate, in mezzo ai quali si svolgeva il cenacolo delle nostre risse verbali, delle nostre guerre proposizionali su nostra madre. Ora anche quegli alberi sradicati e sospesi da terra (come i feti nelle pance delle madri quando queste passeggiano) gli sembrarono intollerabili.</p>
<p>Lo si vide, preso dalla smania, correre verso uno di quegli alberi e provare ad appendercisi per ripiantarlo nella terra a forza di salti. Ma poi, dato che non pesava più nulla, gli dovette sembrare di aver fatto qualcosa di stupido e smise. Io so che gli sembrò di appendersi a cordoni ombelicali al termine dei quali non c’era nessuna donna, nessuna rissa, nessun manicomio, nessuna vita.</p>
<p>Tutti quegli uomini, quelle donne, che assomigliavano tanto alle donne agli uomini dell’altro mondo, ma senza il corpo. Come chiamarli? Si chiedeva, sentendoli intollerabili. Con che parole pensarli? Le parole possono indicare ciò che non ha corpo? E se non si possono pensare, come possono esistere? Forse, rifletteva, non esiste niente di tutto ciò che vedo, dice Randolph, il quale si è soffermato maniacalmente su come la filosofia di Willard lo condizionò nell’aldilà – mentre io su qualcosa che Randolph dice di non aver capito, e che riguarda il fatto che io scrivo poesie, e questo è certo un segno di malattia mentale, dice lui, ben più grave della parentela.</p>
<p>Ma ecco il punto, che nelle mie note sul filosofo emerge come l’unico centro della faccenda, e mi scusi Randolph se non è il <em>suo</em> centro. Ma se l’editore vorrà tenerci entrambi, dovremo mettere <em>il mio</em> centro.</p>
<p>Quine non era certo un’aquila, un’aquila dai due occhi feroci, come afferma Randolph a chiunque gli parli, ma al massimo un ciclope, che di occhio non ne aveva che uno, e quell’unico occhio, seppur miope, aveva potuto vedere il suo <em>cosiddetto sistema</em>, il suo <em>cosiddetto sistema</em> perfetto a due varianti, <em>il sistema di Quine</em>, che io soltanto so come e da dove nacque. “Qualunque parte si attacchi, ecco che bisogna attaccare tutto il sistema: non la madre, non il figlio, non la moglie, ma tutta l’umanità” aveva detto in vita, e aveva poi aggiunto “Si dubiti di tutto, o si lasci tutto com’è”.</p>
<p>Ecco dunque il punto, che io ho <em>dovuto</em> aggiungere per amore di verità, nonostante Randolph lo ritenesse intollerabile: c’è chi giura di aver visto Quine tentare di strapparsi i capelli, quando in un angolo, nemmeno troppo tempo dopo essersi svegliato per così dire morto, in mezzo alla folla, vide nostra madre. Camminava distratto, lontano da tutti, e vide nostra madre. Qui sta il punto, io dico. Ecco l’occhio che intravide il <em>sistema</em>.</p>
<p>Impossibile che fosse lei, pensò, eppure so che provò un desiderio insopprimibile di parlarci. Non è d’altronde normale avere fame quando si ha lo stomaco vuoto, anche se non si crede nell’esistenza del cibo?</p>
<p>Nei miei appunti c’è scritto: “si alzò e la seguì, ma lei non si girava mai, non si girò mai a guardarlo”. Ed è lì che Willard tentò di chiamarla per nome, ma niente, tentò altri nomi, mentre i capelli si staccavano nelle sue dita che li tiravano smaniosamente. Elencò aggettivi, verbi, li articolò in proposizioni, in ordine alfabetico ma nessuno si girava, e nemmeno lei, la madre del professore di logica analitica, <em>nostra</em> madre.</p>
<p>Allora Quine cominciò a girarle attorno, come aveva sempre fatto, come fanno gli animali che studiano le prede. C’è chi giura che cominciò a dire suoni animaleschi, i quali qui bisogna trovare un modo per trascrivere: “gicola” “ruxonatis”, “uahuar”, “ararararar”.</p>
<p>Infine, stremato nell’anima (non aveva che quella) le si avvicinò e le si sedette a fianco, muto, come un bocciolo spuntato sullo stelo di un fiore, non sapendo nemmeno se fosse ancora sua madre (si è ancora madri e figli quando si è morti?).</p>
<p>I nomi, nell’aldilà, devono essere come cordoni ombelicali senza ombelichi. Si rassegnò al silenzio, e seduto accanto a lei (o a quel che era ora) la ripensò da viva, e pensò alle sue parole, poiché nient’altro che parole vecchie, parole di quando era viva potevano restargli nell’aldilà.</p>
<p>“Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard” gli aveva detto dal suo letto bianco di un ospedale di Los Angeles nostra madre, “non vedi come ormai passiamo solo e soltanto dal reparto di maternità a quello di psichiatria? Da quello di maternità a quello di psichiatria. Al punto che uno, quello di psichiatria, sembra a tutti gli effetti essere diventato la prosecuzione dell’altro, quello di maternità. C’è in effetti un solo corridoio tra i due reparti. Vorrei alzarmi, Willard”, gli disse, e lui aveva pensato che nemmeno la sua enorme intelligenza avrebbe avuto tanta forza da sollevare un corpo da un letto. “Stiamo sempre e solo stesi nel nostro letto, e qualcuno, quando ancora siamo lunghi poco più di qualche centimetro, come un sedano, come un ramoscello, ci porta dal reparto di maternità a quello di psichiatria. E poi, di nuovo, qualcuno ci porta al reparto di maternità, come quando mi ci portarono per metterti al mondo, per poi andare in psichiatria in due. Perché passiamo da un reparto all’altro, Willard, eh? Te lo dico io: perché il mondo è un ospedale. E perché il mondo è un ospedale, eh, Willard? Be’, perché siamo corpi. E siamo tutti malati, Willard. Vorrei alzarmi, ma per andare dove? Questa casa, Willard, è solo un ospedale. L’Europa, l’America, il mondo è ormai solo un ospedale, e chi guarisce non sa dove andare. Gli uomini non sono più che malati di orfanezza o di testa, orfani o matti. Si può solo, camminando, cambiare reparto, andare in camera da letto o in cucina, o in bagno. So che hai cambiato il bagno per me, che lo hai ridipinto, e che sopra gli ci hai fatto scrivere “Toilette”, perché dicevi che era impossibile che fosse “così vecchio e così ostile”, e hai rifatto la cucina che era “feroce e assurda”. Hai cambiato i nomi delle stanze per confondermi e solo per confondermi, ma io so che ovunque vada non sono che dentro un ospedale, sì, e che la verità non è la verità, ma l’abitudine, la natura non è la natura, ormai essa è inquinata fino al midollo, la natura è solo abitudine, sì, e ormai non ci sono in America e in Europa che orfani e matti, e tutto ora è un ospedale. Oh ma io vorrei alzarmi. Non per cambiare i nomi delle stanze, ma per far saltare in aria tutto l’ospedale, vorrei alzarmi” gli aveva detto, mentre lui guardava fuori dalla finestra gli spazzini che svuotavano i bidoni stracolmi di spazzatura, e masticava per l’ennesima volta, fino a portarla al compimento, la parola sistema, e io sedevo lì accanto a rileggere le mie scialbe poesie.</p>
<p>La ripensò così, in quel giorno lontano. C’è chi giura che da allora lo si è sentito dire suoni per formare parole, “givova” “ruxonatis”, “uahuar”, e simili burle, aspettando che qualcuno di quella pletora di morti si girasse a guardarlo mentre vagava.</p>
<p>Oggi, dunque, 23 Ottobre 2025, dopo più di vent’anni dall’inizio della necrografia e contrariamente a quanto pattuito con Randolph, che mi ha escluso dal mio lavoro, assieme al consenso dell’editore, segno solo:</p>
<p>Parla Willard. Dì cose che assomigliano ai tuoi “schiacciante…”, “ora tentiamo”, “la similarità”. Ma di tutto quello che dici laggiù, qui non arriva che il grandioso atroce pianto di un bambino.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Per il suo studio sulle proposizioni analitiche e sintetiche.</p>
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		<title>«Ceci n&#8217;est pas une traduction» (1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jun 2006 04:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Éric Suchère]]></category>
		<category><![CDATA[eric houser]]></category>
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		<category><![CDATA[jacques derrida]]></category>
		<category><![CDATA[Nathalie Quintane]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Éric Houser Chaque nouvelle traduction (d&#8217;ampleur) amène à se reposer, en grandes largeurs, la question de la traduction. Pourquoi ? Parce qu&#8217;il est bien évident qu&#8217;une telle question dépasse de loin le problème technique de la traduction en particulier, de tel texte A de langue A&#8217; (langue-source) en tel texte B de langue B&#8217; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="quine2.jpg" class="imagelink" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/quine2.jpg"><img align="left" title="quine2.jpg" alt="quine2.jpg" id="image2170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/quine2.thumbnail.jpg" /></a>di <strong>Éric Houser</strong></p>
<p>Chaque nouvelle traduction (d&#8217;ampleur) amène à se reposer, en grandes largeurs, la question de la traduction. Pourquoi ? Parce qu&#8217;il est bien évident qu&#8217;une telle question dépasse de loin le problème technique de la traduction en particulier, de tel texte A de langue A&#8217; (langue-source) en tel texte B de langue B&#8217; (langue-cible). Problème technique au demeurant passionnant, qui n&#8217;a pas fini de faire écrire. Des tombereaux de thèses sur le sujet, chaque époque produisant sa propre axiomatique. C&#8217;est qu&#8217;on touche, là, à quelque chose de tellement vertigineux&#8230; <span id="more-2136"></span>Inutile de faire un dessin. La thèse dite de «l&#8217;indétermination de la traduction», développée par Willard Van Orman Quine (2), tombe à pic pour étayer une intuition simple, à savoir qu&#8217;il y a peu de sens à dire que ceci est une bonne et ceci une mauvaise traduction. Que dit cette thèse ? <em>«Des manuels pour traduire une langue dans une autre peuvent être élaborés selon des principes divergents, tous compatibles avec la totalité des dispositions à parler et cependant incompatibles entre eux. Dans un nombre incalculables d&#8217;endroits, ces manuels divergeront. Les traductions qu&#8217;ils donneront respectivement d&#8217;une phrase d&#8217;une langue seront des phrases de l&#8217;autre langue ne se trouvant les unes envers les autres en aucune sorte de relation d&#8217;équivalence plausible, pour lâche qu&#8217;elle soit. Bien entendu, plus ferme est le lien qui unit directement une phrase à sa stimulation non verbale, moins radicalement ses diverses traductions pourront-elles diverger de manuel à manuel.»</em> La réception de la thèse a été (demeure) problématique. Tant dans le champ proprement philosophique que dans celui de la littérature, la traduction-en-littérature pouvant être considérée comme une région de la traduction-tout-court, comme l&#8217;ontique est une région de l&#8217;ontologie. Problématique, peut-être déjà en raison des aléas de la réception de la philosophie analytique (pour dire très vite, sans rentrer dans le détail), dont elle émane. Réception dont on sait qu&#8217;elle est, sur le continent, affectée d&#8217;un indice de soupçon qu&#8217;il est encore difficile (mais non impossible ; certains, dont Jacques Bouveresse en France notamment, s&#8217;y emploient depuis fort longtemps) de ne pas confondre avec un simple préjugé idéologique. Au niveau lexical, Quine avait, déjà avant l&#8217;exposé de sa thèse, formulé nettement quelque chose qui va dans le même sens. Je cite Paul Gochet : «Quine imagine un lexicographe au travail dans un pays lointain, aux prises avec les données de son informateur et essayant, à l&#8217;aide d&#8217;hypothèses, d&#8217;établir des corrélations sémantiques entre les deux idiomes. &#8220;Le lexique achevé, écrit Quine, est un cas de <em>ex pede Herculem</em>. Mais il y a une différence. En reconstituant Hercule par projection à partir de son pied, nous risquons de commettre des erreurs, mais nous pouvons au moins nous consoler en pensant qu&#8217;il y avait tout de même quelque chose à propos de quoi nous pouvons être dans l&#8217;erreur. Dans le cas du lexique, en l&#8217;absence d&#8217;une définition de la synonymie, nous ne pouvons même pas poser la question ; il n&#8217;existe rien à propos de quoi le lexicographe puisse être dans le vrai ou dans l&#8217;erreur&#8221;.» (<em>Meaning in linguistics</em>, dans <em>From a logical point of view</em>, Harper Torchbooks 1953). Certes, il en va différemment en présence d&#8217;une définition de la synonymie (autrement dit, en présence d&#8217;hypothèses analytiques, corrige le commentateur), mais cette nuance posée la signification ne peut plus être isolée de ces hypothèses, exactement «comme une lettre de son enveloppe» (Gochet). Autrement dit, il existe des significations, mais elles ne sont pas en soi. À l&#8217;opposé, complètement, d&#8217;une proposition de Jacques Derrida (dans <em>L&#8217;écriture et la différence</em>, donc à une époque proche de la publication des thèses de Quine, sept années plus tard pour être précis) selon laquelle «il n&#8217;y a de traduction que si un code permanent permet de substituer ou de transformer les signifiants en gardant le même signifié». À tout le moins (bénéfice secondaire), les idées du philosophe américain offrent un solide rempart à la fois contre la croyance au mythe de la traduction définitive, unique (inique), et contre un juridisme ou exclusivisme de la propriété (ceci, tel domaine de traduction &#8211; les américains, les russes&#8230; &#8211; est ma propriété, ma chasse gardée). Ce qui n&#8217;empêche bien évidemment pas de préférer, pour son usage personnel, telle ou telle traduction à telle ou telle autre. Pour la récente traduction des 12 livres de Jack Spicer (3), évoquée ici même tout récemment, je ne puis que recommander de s&#8217;y plonger corps et âme. D&#8217;abord parce que c&#8217;est la première traduction intégrale de cet écrivain. Ensuite parce que le parti pris d&#8217;Éric Suchère est d&#8217;une grande cohérence et que son travail a l&#8217;insigne mérite de ressembler à une traduction (Quine : «plus la traduction sera littérale, plus elle semblera être littéralement une traduction»), c&#8217;est-à-dire, veuillez m&#8217;excuser, de nous aider à ne pas prendre des vessies pour des lanternes. Enfin (corrélat du point précédent), parce qu&#8217;il nous incite, nous invite fermement veux-je dire, à la lecture en V.O. et&#8230; à la traduction. Une pièce, de poids, à verser au dossier.</p>
<p>(1) Ce texte constitue une version remaniée d&#8217;une chronique à paraître en septembre 2006 dans la revue <em>Action poétique</em></p>
<p>(2) W.V.O. Quine, <em>Le mot et la chose</em>, Flammarion 1978, traduction par Joseph Dopp et Paul Gochet de <em>Word and object</em>, The Mit Press 1960 : probablement, soit dit en passant, un des grands livres de la philosophie américaine du siècle XXème. Pour une présentation condensée, voir <em>La poursuite de la vérité</em>, Seuil 1993, traduction par Maurice Clavelin de <em>Pursuit of truth</em>, Harvard University Press 1990. Pour une vue d&#8217;ensemble de la philosophie de Quine, y inclus un chapitre sur l&#8217;indétermination de la traduction, voir <em>Quine en perspective &#8211; essai de philosophie comparée</em>, par Paul Gochet, Flammarion 1978</p>
<p>(3) <em>C&#8217;est mon vocabulaire qui m&#8217;a fait ça &#8211; les livres de Jack Spicer</em>, traduction d&#8217;Éric Suchère, préface de Nathalie Quintane, Le bleu du ciel, Bordeaux, 2006</p>
<p>[Foto dell&#8217;Autore.]</p>
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