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	<title>Yousef Elqedra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A quarantadue anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2025 19:20:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Mahdy Zourob]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Yousef Elqedra</strong><br />
<br />
A quarantadue anni,<br />
non si nasce più.<br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Yousef Elqedra</strong></p>
<p>A quarantadue anni,<br />
non si nasce più.<br />
Le ossa, logore<br />
il cuore, simile a un vaso riarso da una lunga estate.<br />
Il vento mi attraversa la testa,<br />
lasciandovi il lamento remoto<br />
di una colomba che mai trovò il suo nido.</p>
<p>A quarantadue anni,<br />
sono divenuto leggero come l&#8217;ombra<br />
di un ragazzo morto prima ancora di ricordare il proprio nome.<br />
Cammino su un marciapiede dimenticato,<br />
conto le crepe come si contano le disgrazie.</p>
<p>Gaza:<br />
una scalfittura nel cranio.<br />
Ogni volta che muoio, rinasco.<br />
E ogni volta che rinasco, perdo un frammento di me.</p>
<p>Le mie cerimonie<br />
sono fotografie di me che sorrido,<br />
con il vuoto sullo sfondo.</p>
<p>A quarantadue anni,<br />
so che l&#8217;uccello che un anno fa ha sfiorato la mia finestra<br />
ero io,<br />
e che le pareti volate in aria,<br />
nascondevano il sole.<br />
Perciò ho dimenticato la forma del letto,<br />
della finestra,<br />
e dello specchio che un tempo mi riconosceva.<br />
Ma ricordo con chiarezza di non essere un sopravvissuto.<br />
I sopravvissuti non dormono con i fantasmi.<br />
Io continuo a restare<br />
nell&#8217;aria,<br />
nella cenere,<br />
nel nodo in gola di una canzone spezzata all’improvviso.</p>
<p>__________________</p>
<p>Yousef Elqedra è un poeta palestinese di Gaza, oggi rifugiato a Marsiglia. Qui nella traduzione di Sana Darghmouni. Su Nazione Indiana sono apparsi diversi suoi testi, come la serie <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/30/memorie-da-gaza-5/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza </a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/03/lesodo-da-gaza-non-cercavamo-la-vita-quando-lasciammo-gaza/">L&#8217;esodo da Gaza</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/13/laltro-volto-della-resistenza/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;altro volto della resistenza</a>. Oggi è il suo compleanno.</p>
<p>La foto in copertina è del fotoreporter <a href="https://www.instagram.com/mahdy_zourob?igsh=MW40NjI5c3M2djJhcg==">Mahdy Zourob</a>, pubblicata nel suo profilo lo scorso gennaio, quando si confidava in un vero cessate il fuoco.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;unico palestinese buono è un palestinese morto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/09/lunico-palestinese-buono-e-un-palestinese-morto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 05:01:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[#ultimogiornodigaza]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[assedio di Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[autocensura]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[governo Netanyahu]]></category>
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		<category><![CDATA[impotenza politica]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[panico morale]]></category>
		<category><![CDATA[popolo palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Anche Nazione Indiana aderisce all’iniziativa: <strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio*</strong>. Si legge nel comunicato stampa: <em>Una giornata solo per Gaza, la prima di un percorso per “rompere il silenzio colpevole” su quello che da un anno e mezzo, senza sosta, sta succedendo sulla Striscia e anche sulla Cisgiordania. “Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora”. La data scelta dai promotori di una lettera pubblica per un’azione diffusa, dal basso e online, ha un preciso significato. È il 9 maggio, la giornata in cui tradizionalmente si celebra l’Europa e il suo processo di unificazione. Non è certo casuale. “Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani.”</em> Ci sembra importante aderire, tanto più che questo sito ha ospitato molto presto sia testimonianze provenienti da Gaza sia riflessioni intorno a quello che stava accadendo anche tra noi (occidente) e quella parte del mondo che, pur lontana, è intimamente e tragicamente legata alla nostra storia. a. i.]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong> L’inverno dell’anno 2024-2025 sarà ricordato da alcuni di noi, come l’inverno in cui abbiamo percepito la storia presente come un incubo da cui è impossibile risvegliarsi. Ci siamo cioè ritrovati in una condizione che conoscemmo alcuni anni fa, e precisamente durante la pandemia mondiale di Covid: una condizione d’<strong>inadeguatezza radicale</strong> nei confronti di ciò che accadeva nel mondo circostante. Questa inadeguatezza ha qualcosa di più destabilizzante dell’impotenza politica, ossia della percezione che la società a cui apparteniamo, nel suo insieme, stia imboccando una via pericolosa e distruttiva, e che forze ben più grandi delle nostre la spingono in tale direzione. L’inadeguatezza radicale non ci dice semplicemente che non abbiamo le forze necessarie per opporci a un’ingiustizia, a un avversario sleale ma più forte di noi; ci rende anche consapevoli di una nostra <em>debolezza costitutiva</em>, del fatto che <em>comunque sia</em> non siamo abbastanza forti come vorremmo. In una tale situazione, di sconfitta personale e collettiva, possiamo salvaguardare almeno qualcosa d’importante: ossia la responsabilità di dire che quel che vediamo, viviamo, ascoltiamo, <em>è un incubo</em>, e non una concatenazione normale di eventi. E inoltre dobbiamo anche riuscire a dire che questo incubo non è frutto di un fenomeno naturale, e al di sopra della nostra volontà, come la legge della gravitazione terrestre, ma un insieme di decisioni umane accompagnate da un insieme di discorsi, di frasi scritte o dette.</p>
<p><strong>2</strong>. Questo inverno sarà memorabile per una regressione generale delle politiche sul clima, perché è il terzo anno di una guerra alle porte dell’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina; perché ci siamo resi conto che, nel giubilo generale, i sistemi d’Intelligenza artificiale hanno iniziato a funzionare nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche, senza che i lavoratori o i cittadini abbiano avuto l’occasione di esprimersi su queste scelte; perché, con la nuova presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno radicalizzato la loro posizione di dominio mondiale senza egemonia, alimentando il caos a livello geopolitico. Infine questo è l’inverno in cui, anche i più recalcitranti di noi, i più scrupolosi nell’uso del linguaggio, si sono resi conto che il massacro della popolazione palestinese di Gaza esigeva di essere descritto attraverso l’uso del termine <strong>“genocidio”</strong>. E da due mesi questo genocidio si è fatto ancora più evidente, perché alla guerra delle bombe si è aggiunta la guerra della fame. Israele ha infatti imposto alla Striscia di Gaza un assedio totale (di terra, aria e mare), ossia <strong>il blocco di ogni possibile aiuto medico e umanitario</strong> destinato a sollevare la situazione di una popolazione di sfollati, stremata dalla fame e dalla sete, e sottoposta a massicci bombardamenti. Una popolazione che, secondo le stime più recenti, dall’8 ottobre 2023 conta <strong>52.418 morti</strong> e <strong>118.091 feriti</strong>.</p>
<p>La decisione del blocco completo è conseguenza della rottura unilaterale, voluta dal governo Netanyahu, degli accordi firmati tra Israele e Hamas il 15 gennaio, accordi che prevedevano l’uscita dal conflitto in tre fasi (<a href="https://www.geopop.it/cosa-prevede-laccordo-di-cessate-il-fuoco-tra-israele-e-hamas-a-gaza-quando-scatta-la-tregua/">Cosa prevede l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas a Gaza: quando scatta la tregua</a>). Dopo l’insediamento di Trump, tali accordi non erano più considerati vincolanti, dal momento che lo stesso presidente americano, ricevendo Netanyahu alla Casa Bianca in febbraio, annunciava un nuovo piano incentrato sullo “spostamento” in Egitto o in Giordania della popolazione palestinese e l’occupazione statunitense di Gaza per scopi turistici e commerciali.</p>
<p><strong>3</strong>. Nel 1868, durante le Guerre Indiane che conduceva spietatamente, il generale Philip Henry Sheridan, di fronte a un gruppo di capi delle tribù native, pronunciò una frase che divenne famosa: “Gli unici indiani buoni che abbia mai visto erano morti”. Oggi, l’azione del governo Netanyahu, dopo un anno e sette mesi di guerra praticamente ininterrotta contro Hamas, può essere letta attraverso un calco della macabra frase di Sheridan: “Ogni palestinese buono di Gaza è un palestinese morto”. Questa frase costituisce il nucleo ideologico e genocidario che sottende l’impresa di distruzione della Striscia (edifici e infrastrutture) e di uccisione, ferimento, denutrizione della sua popolazione. La guerra globale contro Gaza si è poi accompagnata all’annessione di sempre nuovi territori in Cisgiordania.</p>
<p>Dopo la strage del 7 ottobre, ogni volta che si parlava della sicurezza di Israele, si ometteva quasi sempre di dire che la sicurezza in questione non era quella di un paese con delle frontiere definite internazionalmente, ma quella di un <strong>paese occupante</strong>, minacciato di conseguenza da un popolo in lotta per l’autodeterminazione. Un circolo vizioso ha così giustificato per più di mezzo secolo il principio secondo il quale Israele, per poter esistere incolume, deve occupare dei territori palestinesi, anche se poi è innanzitutto questa occupazione che minaccia la sicurezza dei suoi cittadini. Dopo 57 anni di ciclica insicurezza, però, l’estrema destra e i sionisti religiosi al governo hanno deciso di affidarsi a un piano di pulizia etnica, che li metta per sempre al riparo da qualsiasi azione militare o terroristica perpetrata in nome della libertà del popolo palestinese. E l’equazione macabra che hanno stabilito non è un iperbole diffamante o antisemita, ma una formula che si situa nel cuore della propaganda governativa: 1) Hamas è un nemico assoluto da annichilire, in quanto ridotto esclusivamente alla sua componente terroristica e armata; 2) il popolo palestinese non annichilendo esso stesso Hamas, ne è complice; 3) il popolo complice di un gruppo terrorista è esso stesso terrorista. Durante i primi mesi di bombardamenti, quando ancora si poteva parlare in modo plausibile di obbiettivi militari, la propaganda israeliana presentava il popolo palestinese (i civili), come ostaggi e vittime di Hamas. E anche le istituzioni internazionali, entro certi limiti, concordavano con questa narrazione. Oggi, però, di fronte a montagne di detriti e montagne di cadaveri, appare chiaro che, per l’esercito israeliano, con il consenso di una maggioranza delle popolazione israeliana, ogni palestinese sulla Striscia di Gaza – che sia vecchio, donna o bambino – è considerato come puramente e semplicemente “annientabile” in quanto terrorista attivo o potenziale.</p>
<p><strong>4</strong>. Forse noi, qui, nella zona di pace occidentale, siamo riusciti tutto sommato a dormire. I bombardamenti, gli incendi, i parenti sepolti sotto le macerie, erano cosa lontana, più intravista che vista. Ma non abbiamo dormito bene. Io non ho dormito bene. Gli stessi incubi notturni assumevano le fattezze di quello che il telegiornale non mi diceva del tutto, ma che la parte inconscia di me, inconscia e forse “sociale”, assorbiva con grande precisione. Passeggiate a Milano, in mezzo a palazzi che iniziano a crollare come castelli di carte e senza apparente motivo. Prigionieri che sbucano fuori da scale ripide e buie che portano in seminterrati; prigionieri con ancora le tracce addosso delle sevizie e dei giorni di fame.</p>
<p>La nostra inadeguatezza non ha smesso di seguirci come un’ombra cupa, e ha inevitabilmente avuto un tremendo effetto demistificante: ma a che servono, di fronte a tutto questo, i rituali di pace, i giorni della memoria, le nostre credenze su una giustizia possibile, su delle istituzioni almeno in parte affidabili, il rispetto per gli innocenti, l’amore per le opere d’arte o le opere letterarie? Ha qualche senso il vivere insieme? L’umanità è qualcosa d’altro che cecità, sonnolenza e furore?</p>
<p>Di fronte all’orrore della distruzione del popolo palestinese non ho potuto che toccare con mano la mia estrema impotenza. Ma chi può qualcosa di fronte a un esercito che non fa entrare a Gaza né i giornalisti né gli aiuti umanitari e che minaccia la vita delle ONG neutrali e disarmate o degli stessi impiegati delle Nazioni Unite?</p>
<p>Ma all’impotenza <em>politica</em>, in quanto cittadino isolato e insignificante, si è poi affiancata la <em>vergogna</em> di non poter dire, e quindi di non poter pensare quello che stava accadendo. Quello che <strong>Ilan Pappé</strong>, in un <a href="https://savageminds.substack.com/p/on-moral-panic-and-the-courage-to?fbclid=IwY2xjawKJ_RJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFKaHlEY0duRDNhdDdYT01tAR6x76oPE7q6XSvrgNhQpkICV-qxgkip0RrM0nBKzAiJ6KIJmkksIyp7uMAXsg_aem_EfVzV7hTqbZOFLiUl0vseQ">articolo del 24 aprile,</a> definisce “L’Occidente ufficiale” ha cominciato a bloccare il discorso, a creare un sentimento d’incertezza diffusa e ingiustificabile, capace di minare anche le constatazioni, le reazioni emotive, i ragionamenti più evidenti. Pappé parla molto bene di questa cosa, introducendo il concetto di “panico morale”. Scrive Pappé:</p>
<p style="padding-left: 40px;">“Questo fenomeno è noto nella ricerca recente come Panico Morale, molto caratteristico delle fasce più coscienziose delle società occidentali: intellettuali, giornalisti e artisti.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Il Panico Morale è una situazione in cui una persona ha paura di aderire alle proprie convinzioni morali perché ciò richiederebbe un certo coraggio che potrebbe avere conseguenze.”</p>
<p>Comunque sia, io ho sentito che almeno su questo piano qualcosa andava fatto. Sul piano del linguaggio, del discorso. Bisognava trovare un modo di entrare nel campo che l’Occidente ufficiale aveva “minato”, camminarci dentro, anche senza avere né arte né parte. È quello che hanno fatto anche gli studenti un po’ dappertutto nel mondo. Coloro che “mancano di sapere” e frequentano le istituzioni educative (scuole, università) per acquisirlo dai “detentori ufficiali” del sapere. Di fronte all’urgenza della situazione si sono detti che in quel campo minato avrebbero dovuto camminarci, a rischio di fare errori, di sbagliare parole, di concatenare male qualche argomento, di dimenticare qualche fatto importante.</p>
<p>Così, con la scrittura, ho cercato di fare anch’io, come un certo numero di altri individui che come me subivano l’impotenza politica, ma non volevano vergognarsi di non riuscire a pensare per eccesso di prudenza. Ognuno ha trovato un modo per fare esistere la popolazione palestinese e le sue sofferenze al di fuori del quadro troppo ristretto, troppo deformato, che l’Occidente ufficiale aveva reso disponibile.</p>
<p>Oggi anche Nazione Indiana partecipa a questo invito per fare esistere la sofferenza del popolo palestinese e per denunciare il genocidio in atto a Gaza.</p>
<p>Linko quindi di seguito interventi diversi già pubblicati. Abbiamo anche delle testimonianze dirette, come quella di <strong>Yousef Elqedra</strong>, poeta palestinese che ha vissuto a Gaza dall’inizio della guerra fino a poche settimane fa. I suoi testi sono stati tradotti da <strong>Sana Darghmouni</strong> e proposti da <strong>Renata Morresi</strong>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/10/17/la-tentazione-di-decontestualizzare-e-il-dovere-della-narrazione-sul-conflitto-tra-israele-e-hamas/">La tentazione di decontestualizzare e il dovere della narrazione. Sul conflitto tra Israele e Hamas | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/">Memorie da Gaza #1 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/08/la-trappola-e-il-diniego-riflessioni-a-margine-della-guerra/">La trappola e il diniego. Riflessioni a margine della guerra | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/">Memorie da Gaza #2 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/17/memorie-da-gaza-3-2/">Memorie da Gaza #3 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/23/memorie-da-gaza-3/">Memorie da Gaza #4 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/30/memorie-da-gaza-5/">Memorie da Gaza #5 | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/05/01/la-sineddoche-israeliana-e-la-contestazione-studentesca/">La sineddoche israeliana e la contestazione studentesca | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/12/17/voci-della-diaspora-anna-foa-e-judith-butler/">Voci della diaspora: Anna Foa e Judith Butler | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/13/laltro-volto-della-resistenza/">L’altro volto della resistenza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/05/03/lesodo-da-gaza-non-cercavamo-la-vita-quando-lasciammo-gaza/">L’esodo da Gaza – non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza | NAZIONE INDIANA</a></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Dal comunicato stampa di <strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA 9 maggio – L’Europa contro il genocidio.</strong></p>
<p>A promuovere la vera e propria ‘chiamata a raccolta’ sono, in ordine alfabetico, <strong>Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo</strong>. E a sostenere la lettera pubblica sono oltre centocinquanta persone che appartengono a diversi mondi professionali e culturali. Tutte accomunate dall’urgenza, dal tempo che sta finendo.<br />Chi vorrà partecipare a #UltimogiornodiGaza può inviare comunicazioni sulle iniziative a una e-mail<br />dedicata: 9maggioxgaza@gmail.com</p>
<p>Di seguito, la lettera pubblica.</p>
<p><strong>L’ULTIMO GIORNO DI GAZA </strong><br /><strong>9 maggio – L’Europa contro il genocidio</strong> <br />#ultimogiornodigaza #gazalastday <br />Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa: ma è anche l’ultimo giorno di Gaza. Perché il tempo sta <br />finendo, per questa terra nostra. Questa terra del Mediterraneo, il mare che ci unisce. <br />Per questo, in quella giornata in cui ci chiediamo chi siamo, vi chiediamo di parlare di Gaza, <br />di farlo ovunque vorrete. E di farlo, tutte e tutti, sulla rete: su siti, canali video, social. E <br />sempre con l’hashtag #GazaLastDay, #UltimogiornodiGaza. <br />Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, <br />italiani, europei, umani. <br />Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui <br />possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e <br />tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua <br />condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna <br />autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultino la violenza: <br />quella fatta a Gaza. <br />Sulla rete, e non solo. Per chi vuole mettere in rete ciò che succede nelle piazze e nelle <br />comunità che si interrogano, assieme, su come fermare la strage. <br />Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei &#8211; verrà chiesto <br />conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare <br />l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un <br />conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia <br />internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo. <br />Umani. <br />Aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare all’hashtag #ultimogiornodigaza <br />#gazalastday. <br />Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il <br />loro nome. <br />Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il <br />9 maggio è la prima tappa di una strada assieme. <br />Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora. <br /><em>Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, </em><br /><em>Francesco Pallante, Evelina Santangelo </em></p>

<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;esodo da Gaza &#8211; non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/05/03/lesodo-da-gaza-non-cercavamo-la-vita-quando-lasciammo-gaza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 May 2025 13:26:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Yousef Elqedra</strong><strong></strong><br />
<br />
Moheeb,<br />
<br />
non ti chiedo di rispondere.<br />
Va’, fuma il tuo narghilè e maledici il mondo.
<br />
A me basta che tu sappia che ci sono,
che esisto nonostante tutto,<br />
<br />
porto Gaza nel cuore come una ferita bella,<br />
e Marsiglia sulle spalle come una croce leggera.<br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong><b> Yousef Elqedra</b></strong></p>
<p>All’amico Moheeb Barghouty,<br />
là dove ti trovi,<br />
là dove le anime continuano a dimorare tra le rovine del tempo, fra queste la tua.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><b>La salvezza, un&#8217;altra ferita</b></strong></p>
<p>Caro Moheeb,</p>
<p>ti scrivo non per annunciarti una salvezza, ma per raccontarti come la salvezza stessa possa essere un’altra ferita: una ferita antica che si rinnova.</p>
<p>Sì, abbiamo lasciato Gaza. Ma Gaza non ci ha lasciati. Tutto ciò che è accaduto è che ora la portiamo in noi, sotto forma di strati invisibili, come la linfa di un albero che conserva memoria di ogni tempesta, carestia e morte.</p>
<p>Abbiamo valicato il nostro carnefice, armato fino ai denti. Abbiamo valicato ma senza gli amici rimasti intrappolati. E quando abbiamo attraversato il mare, credevamo che l’acqua potesse lavare la memoria, tuttavia ho realizzato che la memoria non dimora nella pelle, per staccarsi da essa col sale, bensì vive nell’osso, nel suo midollo più segreto, laddove né le onde né il perdono possono raggiungerla.</p>
<p>Qui, a Marsiglia, il mare è diverso.</p>
<p>Il suo azzurro non somiglia all’azzurro del mare di Gaza.</p>
<p>Qui, il mare è quieto, adagiato come un’anziana stanca di raccontare storie.</p>
<p>Il nostro, invece, era un giovane mare impetuoso e tumultuoso, che scalciava la riva come chi tenta di evadere da una prigione.</p>
<p>Ogni cosa, qui, sussurra alle schegge del mio cuore: <em><i>la vita è possibile</i></em>.</p>
<p>La gente cammina con calma, parla con dolcezza, persino il dolore qui è sommesso.</p>
<p>Ma noi, venuti dal fuoco, portiamo nei nostri passi l’eco di un’antica esplosione.</p>
<p>Ora siedo al caffè accanto alla finestra, fumo come atto di rivalsa contro la privazione,<br />
e fisso l’azzurro di questo mare estraneo, chiedendomi:</p>
<p>chi di noi si è davvero salvato?</p>
<p>Chi è rimasto laggiù sotto le macerie?</p>
<p>E chi di noi è sopravvissuto per morire lentamente qui, nel grembo di un esilio preso in prestito?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><b>Una morte lenta, ma meno crudele stavolta</b></strong></p>
<p>Moheeb,</p>
<p>non cercavamo la vita quando lasciammo Gaza.</p>
<p>Cercavamo un altro tipo di morte:<br />
una morte lenta, meno crudele.</p>
<p>Una morte che non ti sorprenda sotto le macerie,<br />
ma ti raggiunga sotto un albero,<br />
su un marciapiede,<br />
o tra amici che ridono ignari del fatto<br />
che tu stai agonizzando da tempo<br />
per la delusione, i silenzi inquietanti, le complicità.</p>
<p>Qui, l’assenza è più grande di ogni cosa.</p>
<p>Né i volti dei passanti colmano il vuoto,<br />
né le risate dei bambini nei vicoli restituiscono all’anima la sua gioia.</p>
<p>L’esilio non è il luogo. È il tempo.<br />
L’ho compreso da prima.</p>
<p>E qui, il tempo scorre in modo diverso,<br />
come se fossimo stati tagliati fuori dalla linea originaria della nostra esistenza.</p>
<p>Siamo diventati parassiti di un tempo<br />
che non riconosce il nostro dolore<br />
né ci chiede conto delle nostre perdite.</p>
<p>Sai, amico mio, qual è la cosa più crudele?</p>
<p>Scoprire che la patria ti ha lasciato prima ancora che fossi tu a lasciarla.</p>
<p>Renderti conto che le case che amavi sono divenute polvere,<br />
che le strade che conservavano l’eco dei tuoi passi<br />
sono state rase al suolo.</p>
<p>E che, se mai tornerai,<br />
tornerai al vuoto,<br />
alle tue rovine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><b>Il fantasma di mia madre</b></strong></p>
<p>Caro Moheeb,</p>
<p>non scrivo per lamentarmi.</p>
<p>Scrivo perché la scrittura è l’unico modo per convincermi di non essere morto del tutto.</p>
<p>Che una piccola parte di me ancora respira, soffre e scrive.</p>
<p>Nelle ultime notti, il fantasma di mia madre mi fa visita.</p>
<p>Non parla.</p>
<p>Si siede soltanto sul bordo del letto<br />
e posa la mano sul mio capo,<br />
come faceva quando ero bambino e tremavo per gli incubi.</p>
<p>Apro gli occhi,<br />
scorgo solo tenebre<br />
e capisco che il vero incubo<br />
non è sognare,<br />
ma svegliarsi.</p>
<p>A volte mi chiedo:</p>
<p>cosa significa essere umani dopo la devastazione?</p>
<p>Come si può piantare speranza in un pianeta avvelenato dalla disperazione?</p>
<p>Come si può sorridere,<br />
quando i ricordi ti riempiono la bocca di cenere?</p>
<p>Qui, a Marsiglia, tra amici e sconosciuti, ho capito che l’uomo non sopravvive perché è il più forte,<br />
ma perché è il più abile a fingere.</p>
<p>Finge di stare bene, per poter credere alla propria menzogna.<br />
Finge di dimenticare, per reggersi in piedi.<br />
Finge di amare il mare, per non piangere davanti ad esso come un bambino smarrito.</p>
<p>È forse questa la salvezza?<br />
Una bugia ben recitata?</p>
<p>O forse la vera salvezza -come diceva un vecchio mistico, di cui non ricordo il nome-<br />
è sapere di essere già morto,<br />
e continuare a vivere comunque,<br />
con un sorriso beffardo sulle labbra?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><b> </b></strong></p>
<p><strong><b>la terra che mi ha rigurgitato</b></strong></p>
<p>Caro Moheeb,</p>
<p>So che è greve questa lettera,<br />
ma tu, tra tutti, sei l’unico a sapere<br />
che le parole, quando ti spezzano, diventano più vere.</p>
<p>E che il silenzio, quando si prolunga,<br />
non è pace, ma perdita.</p>
<p>Tu lo sai, come lo so io:<br />
il dolore non guarisce mai davvero,</p>
<p>le ferite più profonde non si rimarginano,<br />
ma diventano galassie che ruotano dentro di noi,<br />
tracciando l’orbita delle nostre anime intorno alla loro assenza.</p>
<p>Cerco la patria nei volti degli amici che mi somigliano nell’esilio,<br />
nello sguardo dell’amato Moneim Adwan,<br />
che intuisce senza bisogno di parlare,<br />
in una triste canzone yemenita che fugge da una finestra aperta dell’amico Jamil Sabea.</p>
<p>Capisco che la patria non è una geografia,</p>
<p>è una memoria condivisa di dolore.</p>
<p>Sto imparando a essere figlio dell’esilio,<br />
senza dimenticare di essere figlio della terra che mi ha rigurgitato.</p>
<p>Ti scrivo queste parole perché sento il bisogno di lasciare un’altra traccia,<br />
non solo i miei passi tremanti sui marciapiedi di Marsiglia<br />
ma un’impronta familiare ad un amico,<br />
un amico che sa che dietro i grafemi infranti<br />
si nasconde un desiderio folle di riconciliarsi con la perdita.</p>
<p>Moheeb,</p>
<p>non ti chiedo di rispondere.<br />
Va’, fuma il tuo narghilè e maledici il mondo.</p>
<p>A me basta che tu sappia che ci sono,<br />
che esisto nonostante tutto,</p>
<p>porto Gaza nel cuore come una ferita bella,<br />
e Marsiglia sulle spalle come una croce leggera.</p>
<p>Resta laggiù, o vieni un giorno a vagabondare con me per le strade. È lo stesso.</p>
<p>Alla fine, siamo tutti intrappolati nel medesimo viaggio:</p>
<p>un viaggio alla ricerca di una piccola luce<br />
in fondo ad un lungo tunnel.</p>
<p>Il tuo compagno tra due inferni,</p>
<p><strong><b>Yousef</b></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-113301" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra.jpg" alt="" width="2048" height="1152" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-1536x864.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-150x84.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-696x392.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-1068x601.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-1920x1080.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/05/marsiglia-elqedra-747x420.jpg 747w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>_______________</p>
<p>Testi di <strong>Yousef Elqedra</strong>, con una sua foto del porto di Marsiglia, dove si trova oggi il poeta palestinese. &#8220;L&#8217;esodo da Gaza&#8221; è apparso su <em>raseef22,</em> questa traduzione è di <strong>Sana Darghmouni</strong>. Di Elqedra <em>Nazione Indiana</em> ha già pubblicato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/04/13/laltro-volto-della-resistenza/" target="_blank" rel="noopener">L&#8217;altro volto della resistenza</a> e la serie <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/memorie-da-gaza/" target="_blank" rel="noopener">“Memorie da Gaza”</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;altro volto della resistenza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/13/laltro-volto-della-resistenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Apr 2025 09:14:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[Di <strong>Yousef Elqedra</strong><strong></strong><br />
<br />
La tenda non è casa,<br />
è promessa d’attesa<br />
e ogni refolo di vento<br />
ti rammenta che non sei che un passante<br />
su una terra che non porta il tuo nome.<br />]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Yousef Elqedra&nbsp;</strong></p>
<p>È qui<br />
e ovunque.<br />
Nelle pieghe della via,<br />
nel passo fiacco,<br />
e nello sguardo che precede una domanda mai posta:<br />
questa è la fame.</p>
<p>La fame non è una belva<br />
ma uno sconosciuto che bussa alla tua porta,<br />
siede al tuo desco,<br />
e imparziale divide con te l’aria.<br />
La scorgo negli occhi delle pietre in agguato<br />
nel fatuo garrire degli uccelli<br />
e nel riflesso della mia ombra sul muro spoglio<br />
come fossi uno spettro<br />
che scava una via di fuga sotto la pelle.</p>
<p>Canto senza melodia è la fame,<br />
danza in un vuoto finale,<br />
poesia scritta da un corpo<br />
con la lingua legata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La tenda, corpo fragile,<br />
di tela logora, sua pelle,<br />
esili le costole<br />
oscillano con ogni soffio di vento.<br />
Il vento non chiede,<br />
ma penetra ovunque,<br />
spalanca le porte su un vuoto infinito,<br />
carpisce il tepore dell’attimo<br />
lasciando alle spalle un silenzio che trema.<br />
La tenda non è casa,<br />
è promessa d’attesa<br />
e ogni refolo di vento<br />
ti rammenta che non sei che un passante<br />
su una terra che non porta il tuo nome.<br />
Poi arriva la pioggia<br />
greve come un’antica malinconia<br />
batte sul tetto della tenda<br />
come a provarne la resistenza.<br />
Si insinua all’interno,<br />
disegna una mappa di macchie d’acqua<br />
su un suolo che mai si prosciuga.<br />
Il vento scuote la tenda,<br />
la tenda culla la pioggia<br />
e la pioggia tutto lava,<br />
tranne la memoria di chi ci vive dentro.<br />
Così resta in piedi la tenda,<br />
a testimoniare che la fragilità<br />
non è che l’altro volto della resistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-112967" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza.jpg" alt="" width="1884" height="1840" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza.jpg 1884w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-300x293.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-1024x1000.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-768x750.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-1536x1500.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-150x146.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-696x680.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-1068x1043.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/cucina_gaza-430x420.jpg 430w" sizes="(max-width: 1884px) 100vw, 1884px" /> <img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-112968" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza.jpg" alt="" width="2048" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-1536x1536.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-1920x1920.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/mare_gaza-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-112970" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza.jpg" alt="" width="945" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza.jpg 945w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-138x300.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-473x1024.jpg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-768x1664.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-709x1536.jpg 709w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-150x325.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-300x650.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-696x1508.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/tramonto_gaza-194x420.jpg 194w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-112969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza.jpg" alt="" width="944" height="2048" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza.jpg 944w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-138x300.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-472x1024.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-768x1666.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-708x1536.jpg 708w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-150x325.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-300x651.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-696x1510.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/04/notte_gaza-194x420.jpg 194w" sizes="(max-width: 944px) 100vw, 944px" /></p>
<p>*</p>
<p>Poesie e foto di <strong>Yousef Elqedra</strong>, poeta palestinese residente a Gaza, nella traduzione di <strong>Sana Darghmouni</strong>. Su Nazione Indiana sono già apparsi testi di Elqedra nella serie <a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/23/memorie-da-gaza-3/" target="_blank" rel="noopener">&#8220;Memorie da Gaza&#8221;</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Memorie da Gaza #5</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/30/memorie-da-gaza-5/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Dec 2023 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Yousef Elqedra</strong><br /> Due scatole di fagioli, una di carne in scatola, due bottiglie di acqua, due vasetti di miele nero e due confezioni piccole di formaggio: questa è la razione che spetta a una famiglia con un numero medio di almeno sette persone. Viene portata alla famiglia da un padre sfollato che ha perso la casa, ed è felice di averla ricevuta. "Finalmente berrò un sorso di acqua dolce", dice, come se avesse raggiunto il paradiso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Yousef Elqedra</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><b>“Quattro sotto le macerie&#8230;</b></strong><strong><em><b><i> yàmma</i></b></em></strong><strong><b> quanto sono belli”. </b></strong></p>
<p><strong><b> </b></strong></p>
<p><strong><b>Nido e Pampers </b></strong></p>
<p>“Ho ritirato il Nido e i Pampers”, racconta un padre con immensa gioia mentre torna dalla moglie portando una scatola di Nido e una confezione di Pampers per i bambini.</p>
<p>Ti chiederai forse “Com’è che questa cosa merita così tanta gioia”? La risposta è che sì, Nido, il latte in polvere, significa vita per un neonato nei giorni che vengono, e i Pampers vogliono dire la salute di quel bimbo. Le mamme sono state costrette a sostituire i pannolini con un qualsiasi pezzo di stoffa a disposizione, e questo ha provocato strane malattie della pelle; non ci sono i medici per occuparsene nelle condizioni di una “guerra maledetta” che non produce se non ferite gravi e martiri, quindi le madri hanno dovuto affrontare la situazione arrangiandosi con un latte in polvere qualunque oe qualsiasi cosa tornasse utile.</p>
<p><strong><b>Una cesta alimentare per una settimana </b></strong></p>
<p>Due scatole di fagioli, una di carne in scatola, due bottiglie di acqua, due vasetti di miele nero e due confezioni piccole di formaggio: questa è la razione che spetta a una famiglia con un numero medio di almeno sette persone. Viene portata alla famiglia da un padre sfollato che ha perso la casa, ed è felice di averla ricevuta. &#8220;Finalmente berrò un sorso di acqua dolce&#8221;, dice, come se avesse raggiunto il paradiso. &#8220;Bontà e benedizioni&#8221;, così descrive lo scatolame contenuto nel cartone arrivato come parte degli aiuti passati dal valico di Rafah alla Mezzaluna Rossa Palestinese a Khan Yunis. Sulla parte anteriore del cartone si legge il mittente: Banca alimentare egiziana. “Il cibo si può dividere e può bastare per tutta la prossima settimana”, dice l&#8217;uomo, aggiungendo: “Il problema resta il pane”.</p>
<p><strong><b>Una pagnotta intera </b></strong></p>
<p>&#8220;Solo le donne ce la possono fare!&#8221; esulta una donna appena tornata dalla fila davanti al panificio, portando con sé diversi filoncini di pane raccolti in un fascio. È una grande vittoria, come potete immaginare. Con questo fascio di pane, la donna ha provveduto al cibo della famiglia per l&#8217;intera giornata, e forse ne rimangono avanzi per la colazione del giorno dopo, fosse fatta anche solo di “pane nudo”, poiché l’economia nel cibo è una necessità assoluta; “<em><i>wallah</i></em> sono uscita all&#8217;alba, perché i piccoli sono andati a letto senza cena”, dice la donna per spiegare la sua gioia.</p>
<p>Sì, queste piccole vittorie e conquiste sono significative nella vita collettiva, e questo è un popolo che, all&#8217;ombra della morte, ama la vita con tutte le sue forze.</p>
<p><strong><b>Si può lasciare il proprio cuore in un posto? </b></strong></p>
<p>&#8220;Siamo usciti dall&#8217;inferno dei missili, del fuoco e della devastazione per arrivare all&#8217;inferno della vita. Si entra in bagno in fila, si prende il pane in fila, il cibo scarseggia, si dorme a turni a causa dello spazio ristretto e della scarsità di letti, persino bere acqua potabile richiede un miracolo&#8221;, dice una donna di cinquant&#8217;anni sfollata da Gaza in un rifugio a Khan Yunis. E aggiunge: &#8220;Spero nella <em><i>shahada</i></em> da Dio&#8221;.</p>
<p>Mentre tenti di consolarla con due parole gentili, scopri che dal suo cuore a porte spalancate è uscito un inferno, al punto di sentirla dire: &#8220;I miei nipoti sono sotto le macerie. Non sappiamo se sono vivi o morti, e non sappiamo se li hanno trovati e sepolti, o se sono rimasti là sotto.&#8221; Tace per un momento poi riprende, mentre due lacrime le brillano negli occhi ma si rifiutano di scendere: &#8220;Quattro&#8230; <em><i>yàmma</i></em> quanto sono belli, sono ancora piccoli, mi si spezza il cuore, non volevo lasciarli soli e andare via. Mi hanno portata via con la forza. Si può lasciare il proprio cuore in un posto e tuttavia dover continuare a fuggire?&#8221;</p>
<p>Sono 1250 i bambini dispersi sotto le macerie, secondo il Ministero della Salute. Sono 1250 le storie di dolore e sofferenza, e la sensazione è che il mondo sia in via di estinzione con la morte brutale di bambini innocenti, che lascia nella desolazione più totale i cuori dei loro familiari sopravvissuti.</p>
<p>&#8220;<em><i>wallah yàmma</i></em> solo coloro che sono andati dal loro Signore, si sono salvati. Il loro Signore è più misericordioso con loro che questo mondo ingiusto. Noi che viviamo moriamo mille volte al giorno. Moriamo mille volte <em><i>yàmma.</i></em>&#8221;</p>
<p><strong><b>Abbiamo bisogno di farina </b></strong></p>
<p>“Hanno polverizzato il paese, distruggendo il verde e il deserto”, racconta un ventenne tornato deluso dal suo errare alla ricerca di un panificio ancora aperto, per portare almeno una pagnotta alla famiglia. Qui tutti i panifici della zona hanno smesso di funzionare come forni, non c&#8217;è gas, distribuiscono la farina alla gente che fa quel che può, cioè impasta e cuoce il pane, si gestisce da sola,” aggiunge esasperato. Un altro replica che c&#8217;è una panetteria ancora attiva nel centro della città, ma la gente si accalca raggruppandosi come in un&#8217;immagine in miniatura del Giorno della Resurrezione.</p>
<p>&#8220;Dai, andiamo. Dove esattamente? Daremo dei biscotti ai bambini. Sono due giorni che non mangiano pane.&#8221;</p>
<p>Si sono diretti verso una panetteria che si diceva fosse ancora in funzione, sapendo che li aspettava la lunga attesa, dalla quale non vi è scampo.</p>
<p>Le memorie di Gaza sono la vita sospesa rimasta dopo tutta questa morte, dopo lo sfollamento e la malinconia, o ciò che resta della vita che tenta di continuare in condizioni che ad essa non sono adeguate: sono più adatte alla morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Yousef Elqedra</strong> è un poeta palestinese residente a Gaza. Su Nazione Indiana appare nella traduzione di Sana Darghmouni e Pina Piccolo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #1</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #2</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/17/memorie-da-gaza-3-2/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #3</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/23/memorie-da-gaza-3/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #4 </a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Memorie da Gaza #4</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/23/memorie-da-gaza-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2023 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Yousef Elqedra</strong><br /> 
Viviamo di alternative finché queste non finiscono o non finiamo noi. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Yousef Elqedra</strong></p>
<p><b>Viviamo di alternative finché queste non finiscono o non finiamo noi.</b></p>
<p><b>I carretti, un’alternativa alle auto</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando si passa per una qualunque strada, in un qualsiasi quartiere della Striscia di Gaza, prima ancora di notare le case ammassate su loro stesse, si notano soprattutto auto di ogni tipo, da quelle di lusso a quelle più economiche, parcheggiate in fila, a destra e a sinistra di ogni via. Per via della carenza di carburante si è perso proprio il senso dell’esistenza di queste auto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma il genio </span><i><span style="font-weight: 400;">gazawi</span></i><span style="font-weight: 400;"> è molto abile nel trovare alternative: si vedranno dunque carretti trainati da animali, carichi di passeggeri, donne e uomini, che vanno al mercato, in ospedale, o che si spostano da un luogo a un altro, oppure talvolta carichi di feriti e di martiri, quando le ambulanze tardano per la scarsa comunicazione o per le strade interrotte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I carretti sono diventati un&#8217;alternativa alle automobili, nessuno sembra esserne seccato né irritato, qui le persone affrontano le occasioni in modo naturale e piuttosto intuitivo, come se il carretto trainato da un asino o da un cavallo fosse stato da sempre l’unico mezzo.</span></p>
<p><b>La legna, un&#8217;alternativa al gas</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così è anche per la vecchia legna da ardere, alternativa che ha prontamente sostituito il gas.  Quando si esaurisce una bombola a gas, le persone finiscono per utilizzare la legna o addirittura il cartone. L’importante è cuocere con il fuoco tutte le pietanze disponibili e sfamare la bocca dei bambini affamati. È così che gli abitanti di ogni quartiere sono riusciti a fornire un forno di terracotta a chi ha della farina e vuole cuocere qualche pagnotta per la giornata.</span><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">Si vedono perciò bambini che corrono per strada alla ricerca di carta, cartone o qualsiasi cosa che bruci per cuocere </span><i><span style="font-weight: 400;">galayat</span></i><span style="font-weight: 400;"> </span><i><span style="font-weight: 400;">bandura</span></i><span style="font-weight: 400;"> (pomodori in padella) o un barattolo di fave, mentre chi ha olio e </span><i><span style="font-weight: 400;">zaatar</span></i><span style="font-weight: 400;"> è fortunato perché si risparmia tali fatiche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi ha abbastanza soldi, invece, trova bancarelle che vendono la legna di vecchi aranci e di limoni e quindi non dovrà mandare i suoi figli in giro a cercare legna e carta. Ma alla bisogna si possono usare pure fogli di quaderni e di libri.</span></p>
<p><b>Alternative all’elettricità</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se disponi di energia solare sei fortunato: sei in grado di ricaricare i telefoni e i modem per internet, quando questa è disponibile. Puoi illuminare la tua casa in mezzo alle tenebre assolute in cui sono avvolte le zone della Striscia di Gaza ogni giorno dopo il tramonto. E forse &#8211; dico forse – puoi tenere un po’ di cibo in frigo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Senza energia solare invece sei indigente, tutti i tuoi elettrodomestici sono fuori servizio e inutili, e sei costretto a fare la fila davanti a chi ha un generatore elettrico per caricare metà della tua ricarica. Questo finisce per costarti un’attesa di almeno due ore, o significa recarti in posti che dispongono di generatori ad alta potenza per caricare soltanto una batteria o un telefono cellulare, anche qui dopo lunghe file.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Puoi ricaricare il tuo cellulare o una piccola batteria anche tramite il caricabatteria di un’auto se ne possiedi una e se la sua batteria è ancora funzionante.</span></p>
<p><b>Crisi dell’acqua</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All’acqua non c’è altra alternativa se non l’acqua stessa, quindi se non si riesce a far arrivare l’acqua in casa pompandola attraverso delle botti collocate sui tetti, tutta la famiglia è costretta a collaborare, portando secchi, pentole e qualunque recipiente dal basso verso gli appartamenti in alto.</span><span style="font-weight: 400;"> </span><span style="font-weight: 400;">Se l&#8217;acqua non viene pompata nelle case a causa della mancanza del carburante necessario, bisogna uscire e cercare qualcuno che possa trasportarla su un carretto per il doppio del prezzo, altrimenti aspetti in una lunga fila per riempire di acqua potabile un recipiente da quasi quattro litri, che in realtà non lo è mai, ma che tu bevi lo stesso ringraziando il tuo Signore per la benedizione del bottiglione; tutti sono complici nel sostenere che contenga acqua potabile.</span></p>
<p><b>Crisi correlate</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La crisi del carburante a sua volta ha prodotto la crisi dell’elettricità, e la crisi dell’elettricità ha portato alla crisi dell’acqua e la crisi dell’acqua ha causato malattie di cui non conosciamo la natura. Allo stesso modo, la mancanza del carburante di cui hanno bisogno i veicoli comunali ha prodotto la crisi della spazzatura ammucchiata in mezzo alle strade e sui lati, che emette un odore nauseante. I carretti passano due volte alla settimana per raccogliere i rifiuti, quando è possibile.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Crisi correlate fra loro che la popolazione di Gaza vive nella vita quotidiana, accanto alla morte quotidiana, finché le alternative non finiscono o non finiamo noi.</span></p>
<p>*</p>
<p><strong>Yousef Elqedra</strong> è un poeta palestinese residente a Gaza. Su Nazione Indiana appare nella traduzione di Sana Darghmouni e Pina Piccolo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #1</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #2</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/17/memorie-da-gaza-3-2/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #3</a></p>
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		<title>Memorie da Gaza #3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/17/memorie-da-gaza-3-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Dec 2023 15:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[di Yousef Elqedra “Pronto yà ba , stiamo bene”  “Siamo usciti sotto una pioggia di missili e bombe al fosforo bianco che ci piovevano addosso dagli aerei israeliani, correvamo senza portarci dietro nulla, passando sopra cadaveri e resti di corpi, mentre le fiamme oscuravano il cielo con masse enormi di fumo.&#8221; Così, con la mente distratta, Abu Bilal si è seduto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Yousef Elqedra</strong></p>
<p><strong><b>“</b></strong><strong><b>Pronto</b></strong><strong><b> </b></strong><strong><em><b><i>yà ba</i></b></em></strong><strong><b> , stiamo bene” </b></strong></p>
<p>“Siamo usciti sotto una pioggia di missili e bombe al fosforo bianco che ci piovevano addosso dagli aerei israeliani, correvamo senza portarci dietro nulla, passando sopra cadaveri e resti di corpi, mentre le fiamme oscuravano il cielo con masse enormi di fumo.&#8221;</p>
<p>Così, con la mente distratta, Abu Bilal si è seduto a raccontare la storia del suo esodo dalle torri di al Karama, a nord di Gaza, fino al suo ricongiungimento con la famiglia, dopo aver perso la casa e due nipoti ed essersi stabilito in un rifugio a Khan Yunis.</p>
<p><strong><b>Dove sono le ragazze? </b></strong></p>
<p>Il sessantenne prosegue il racconto del giorno della fuga: “Abbiamo lasciato le nostre case così, senza la minima capacità di orientamento persino in zone che conosciamo a memoria, figli sulle spalle e donne in corsa al nostro fianco. Siamo andati avanti più che potevamo in tutte le direzioni, e ogni volta che avanzavamo di qualche metro e ci guardavamo alle spalle, scorgevamo la follia e l&#8217;isteria inseguirci.&#8221;</p>
<p>Solo una volta arrivati a circa un chilometro di distanza, i membri della famiglia hanno iniziato ad accertarsi se c’erano tutti e, dopo essersi riuniti, si sono accorti che all’appello mancavano la figlia e il figlio maggiore: una perdita durissima.</p>
<p>Abu Bilal continua: &#8220;Dopo mezz&#8217;ora è apparso mio figlio. Gli ho chiesto notizie sulle sue due ragazze: quando è scoppiato in lacrime ho capito qual era la risposta. Per cui ho suggerito a mio figlio di mezzo di andare avanti con la famiglia, di portare tutti il più lontano possibile, nei rifugi a sud di <em><i>Wadi </i></em>Gaza, mentre io e mio figlio maggiore siamo tornati a casa, metà della quale era crollata e l&#8217;altra rimasta sospesa in aria. Lì abbiamo cercato le mie due nipoti, sul posto c’erano molti cadaveri e molti feriti sanguinanti e le ambulanze non erano ancora arrivate”.</p>
<p>Questa è una tra le migliaia di storie e non è solo la storia della famiglia Abu Bilal. Cambiano i nomi, ma gli eventi e le storie del giorno dell’esodo da Gaza sono simili. Non c&#8217;è famiglia che non abbia perso alcuni dei suoi membri dall&#8217;inizio della guerra, e diverse famiglie sono scomparse del tutto senza un testimone che racconti la loro storia.</p>
<p><strong><b>Abbiamo sep</b></strong><strong><b>olto</b></strong><strong><b> le due ragazze e abbiamo continuato la nostra fuga </b></strong></p>
<p>L’uomo prosegue: &#8220;Abbiamo trovato le due ragazze, annegate nel loro stesso sangue. Io ho sollevato la prima, e il padre la seconda, poi abbiamo camminato tra i feriti sanguinanti e le case in macerie, ammucchiate su sé stesse e sui propri abitanti. Abbiamo camminato circa due chilometri prima di trovare un&#8217;auto che ci portasse all&#8217;ospedale. Lì la situazione non era migliore: era affollato di persone in fuga dalla morte, vittime e feriti. Finalmente siamo arrivati ​​al pronto soccorso, ma era troppo tardi.&#8221;</p>
<p>La vicenda, così come la descriveva l&#8217;uomo, può sembrare assurda. I medici hanno confermato che le due ragazze erano morte e hanno ordinato di trasportare i cadaveri all&#8217;obitorio; lì hanno annotato i loro dati e poi le hanno avvolte in sudari. Aggiunge: &#8220;Abbiamo pregato per le due ragazze con le persone presenti in ospedale, poi le abbiamo trasportate con il carro funebre al cimitero vicino, dove le abbiamo sepolte.”</p>
<p>Di come fermarsi per un attimo sul proprio dolore sia considerato un pericolo e un ostacolo alla fuga, l’uomo dice: “Così in un lampo, senza il tempo di versare neppure una lacrima né di emettere un sospiro abbiamo sepolto le due ragazze. Tutto questo è avvenuto sotto il rombo dei droni di sorveglianza e tra i continui bombardamenti qui, là e ovunque.”</p>
<p><strong><b>Stiamo bene, </b></strong><strong><em><b><i>yà ba</i></b></em></strong><strong><b> </b></strong><strong><em><b><i>(papà)</i></b></em></strong><strong><b> </b></strong></p>
<p>Le lacrime brillano negli occhi di Abu Bilal, che ha più di sessant&#8217;anni e bellissimi capelli grigi che gli coprono la testa, esaltandone l’autorevolezza; emette un sospiro che già mi scuote, prima di continuare il suo racconto.</p>
<p>Dice: &#8220;In quel momento non sapevo dove fosse la mia famiglia, chi fosse rimasto di loro, né sapevo dove andare. Mi aggrappavo a mio figlio, che aveva bisogno a sua volta di qualcuno a cui appoggiarsi: aveva appena sepolto le sue due figlie.&#8221;</p>
<p>Abu Bilal aveva cercato ripetutamente di contattare il figlio di mezzo, che aveva lasciato con la famiglia, per sapere dove erano arrivati ​​e come raggiungerli, dato che non avevano parenti né conoscenti nel sud. L’uomo prosegue: “Non sapevo in quel momento se si fossero effettivamente spostati a sud o se avessero scelto un&#8217;altra destinazione, così mi sono seduto sul marciapiede, aspettando una chiamata o una risposta. Infine, dopo due ore è arrivata la telefonata, che mi ha rincuorato:</p>
<p>&#8211; pronto <em><i>yà ba</i></em>, stiamo bene, siamo al rifugio della Mezzaluna Rossa Palestinese a Khan Yunis.</p>
<p>&#8211; Grazie a Dio, yà ba&#8230; vi raggiungiamo.</p>
<p>Abu Bilal continua a raccontare: &#8220;Ho riagganciato il telefono senza lasciare spazio per parlare delle due ragazze. L’arduo compito che dovevamo affrontare in quel momento era trovare un&#8217;auto che ci portasse da Gaza a Khan Yunis in mezzo ai bombardamenti e tra le strade interrotte. Ho provato con ogni macchina che passava, avanzavamo e chiedevamo un passaggio, avanzavamo e speravamo, avanzavamo e offrivamo somme di denaro raddoppiate, finché non è arrivato finalmente un automobilista che ha accettato”.</p>
<p><strong><b>Un aut</b></strong><strong><b>omobil</b></strong><strong><b>ista pazzo ci ha portati a sud </b></strong></p>
<p>Il tragitto non era facile, come lo descriveva Abu Bilal: molte strade sono state interrotte e distrutte dai bombardamenti. Un&#8217;ora dopo aver lasciato Gaza, l&#8217;uomo e suo figlio sono arrivati ​​in via Salah al-Din direzione sud.</p>
<p>Tutto ciò di cui la famiglia aveva bisogno in quei momenti era un luogo sicuro, che consentisse alla tristezza di uscire allo scoperto, lasciasse lo spazio al pianto, che bastasse per contare i membri della famiglia e sapere chi fosse rimasto in vita e chi no.</p>
<p>L&#8217;uomo conclude: &#8220;L&#8217;automobilista era allo stesso tempo prudente e spericolato fino alla pazzia e noi stavamo uscendo dalla stessa follia, volevamo arrivare in qualunque luogo, cercavamo un po&#8217; di sicurezza e conforto e tentavamo di comprendere che cosa fosse successo. Tutto quel che ricordo è che eravamo al sicuro a casa, a prepararci per la colazione, prima che iniziasse tutta questa follia.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Yousef Elqedra</strong> è un poeta palestinese residente a Gaza. Su Nazione Indiana appare nella traduzione di <strong>Sana Darghmouni</strong> e <strong>Pina Piccolo</strong>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #1</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #2</a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Memorie da Gaza #2</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/09/memorie-da-gaza-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Dec 2023 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Yousef Elqedra</strong>
Mi sono fermato per guardarmi attorno e mi sono reso conto che metà della casa era ammonticchiata a pezzi sulla strada, mentre l'altra metà era appoggiata sulla moglie e sulle figlie del mio amico Ali Al-Shanna.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Yousef Elqedra</strong></p>
<p><strong>&#8220;Un segno di vita sotto le macerie&#8221;</strong></p>
<p><strong>Bombardamento del negozio del barbiere</strong></p>
<p>Mentre vengo esiliato dal mio dolore personale verso la sofferenza altrui, le mie stesse lacrime trattenute, annego in un mare molto più grande di pianto e dolore che si estende attraverso Gaza, dal sanguinoso nord al sanguinante sud, dall’est in fiamme al mare della desolazione a ovest.</p>
<p>L&#8217;altro giorno ero seduto lì, impotente e distrutto. La casa dei nostri vicini era stata bombardata ed era crollata, travolgendo i suoi occupanti, così come i venti giovani lì davanti in attesa che aprisse il negozio del barbiere e alcuni altri all&#8217;interno del negozio di telefoni cellulari al piano di sotto.</p>
<p> </p>
<p><strong>Seppelliamo rapidamente le vittime e torniamo alla ricerca di sopravvissuti per soccorrerli</strong></p>
<p>In un solo istante, l&#8217;edificio di quattro piani è crollato su se stesso e su tutti coloro che si trovavano all&#8217;interno, creando un&#8217;enorme nuvola di polvere e fumo che ha inghiottito il quartiere. Nei primi minuti sono riusciti a tirare fuori Ahmed Ali al-Shanna, ma era già morto, quindi l’hanno portato all&#8217;ospedale Nasser, dove il suo corpo è stato preparato per la sepoltura e la preghiera. Poi è stato rapidamente trasportato al cimitero e sepolto sotto il ronzio incessante dei droni di sorveglianza.</p>
<p>Ma la storia non finisce qui: la madre e le due sorelle di Ahmed erano ancora sepolte sotto le macerie. Sono iniziati tutti gli sforzi per tirare fuori quelli che si trovavano davanti all’edificio in attesa del barbiere; Abu Mahmoud e Mahmoud Al-Tabash (il barbiere e suo figlio) martiri, Ali Amer martire, il piccolo Ahmad martire – un martire dopo l’altro. Alcuni sono stati estratti vivi, ma avevano riportato gravi ferite.</p>
<p> </p>
<p><strong>Aspettando Al-Baqir</strong></p>
<p>Era scesa la notte e il lavoro si era fermato. Il mio amico e vicino Ali al-Shanna era ancora sotto le macerie, così come i suoi figli. Poi, più tardi quella notte, altre due incursioni israeliane e conseguenti massacri hanno colpito la stessa zona, lasciando distrutti due edifici residenziali e mietendo decine di vittime tra famiglie diverse. Dico questo per sottolineare che con il numero molto limitato di macchinari in grado di rimuovere le macerie, ora l&#8217;attesa per Al-Baqir, l&#8217;unico macchinario pesante in grado di rimuovere completamente le macerie, ora sarà ancora più lunga.</p>
<p>Erano passate trenta ore dal bombardamento ed erano svanite le speranze di trovare sopravvissuti. Il nostro obiettivo prioritario ormai era quello di onorare i defunti e seppellirli. Quando è finalmente arrivata una ruspa, non è stata in grado di spostare in modo efficiente né di rimuovere le macerie, ma è riuscita solo a estrarre i corpi di due bambini, altre due vittime di questa terribile guerra.</p>
<p>Mi sono fermato per guardarmi attorno e mi sono reso conto che metà della casa era ammonticchiata a pezzi sulla strada, mentre l&#8217;altra metà era appoggiata sulla moglie e sulle figlie del mio amico Ali Al-Shanna.</p>
<p> </p>
<p><strong>La voce di Afnan emerge da sotto le macerie</strong></p>
<p>Mentre vagava tra le macerie, un uomo ha urlato che c&#8217;era un rumore proveniente da sotto le macerie. Suo zio ha confermato che era la voce di Afnan. Si è trattato di un miracolo. Dopo più di trentasei ore, da sotto le macerie si sentiva ancora un segno di vita.</p>
<p>I soccorritori hanno portato il macchinario Al-Baqir per scavare un tunnel nella zona da cui provenivano le urla di Afnan. La ragazza è stata recuperata, tutto bene, cosciente, con qualche piccolo graffio sul viso e alcune fratture alle costole. Il salvataggio ha ravvivato la speranza e abbiamo visto la vita ritornare sui volti di suo padre, suo fratello e suo zio. Che atto misericordioso di Dio! Abbiamo tirato fuori Afnan e sembrava che da sotto le macerie stessimo salvando la vita stessa.</p>
<p>Calava la notte riprendendo il suo regno e ancora una volta la nostra missione di salvataggio ha dovuto attendere. Nonostante che la moglie di Ali e l&#8217;altra figlia fossero ancora intrappolate sotto le macerie, è stato necessario interrompere gli scavi. Tuttavia, grazie alle insistenze, gli sforzi di soccorso sono continuati fino a tarda ora, senza però alcun risultato.</p>
<p> </p>
<p><strong>&#8220;Mia sorella stava giocando proprio davanti a me&#8221;</strong></p>
<p>La mattina del terzo giorno sono ripresi gli scavi per recuperare la madre e la sorella di Afnan. Questa aveva raccontato che sua sorella stava giocando proprio di fronte a lei, e sua madre era lì vicino sul divano, a leggere il Corano. Gli uomini hanno iniziato a rimuovere le macerie, con l&#8217;obiettivo di raggiungere il luogo descritto. Scavavano a mani nude, alimentati solo dalla speranza e dalle preghiere.</p>
<p>Durante quei tre giorni, il mio amico Ali è rimasto forte, risoluto, grato e composto, solo di tanto tanto lasciava scivolare una lacrima, frutto della furia che gli infuocava il petto. La sua forza ci dava forza, ma nonostante la pazienza e la perseveranza i suoi occhi non riuscivano a nascondere il dolore.</p>
<p>Le operazioni di scavo sono andate avanti a mani nude, sgretolando lentamente quella schiacciante impotenza. Ma la caratteristica della speranza è che non dà garanzie. Dopo tre giorni, la madre di Ahmad è stata estratta dalle macerie, martire, insieme alla figlia Ikhlas, anch&#8217;essa martire. Si erano unite ad Ahmad, vivi alla presenza del<span style="font-weight: 400;"> loro Signore ( أحياء عند ربهم يرزقون ).</span></p>
<p>*</p>
<p><strong>Yousef Elqedra</strong> è un poeta palestinese residente a Gaza. Questo testo è stato pubblicato per la prima volta in arabo su Raseef22; <a href="https://raseef22.net/english/author/1075511-yousef-alqedra?fbclid=IwAR2hPRQfzepo3nyayu3vFSPLAmdIe4F2M12iE3Wd3yP42rXcV2MsXUoKVQY" target="_blank" rel="noopener">qui</a> la versione inglese. Su Nazione Indiana appare nella traduzione di <strong>Sana Darghmouni</strong> e <strong>Pina Piccolo</strong>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/" target="_blank" rel="noopener">Memorie da Gaza #1</a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>


<p></p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Memorie da Gaza #1</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/12/02/memorie-da-gaza-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie da Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Pina Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Sana Darghmouni]]></category>
		<category><![CDATA[Yousef Elqedra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=105734</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Yousef Elqedra</strong><br />Yousef Elqedra è un poeta palestinese oggi residente a Gaza. Pubblica queste pagine in arabo su Raseef22 e appare qui in italiano nella traduzione di Sana Darghmouni e Pina Piccolo . Il primo episodio del suo diario porta il titolo “Quella è mia sorella minore che riposa in una fossa comune”. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><strong>&#8220;Quella è mia sorella minore che riposa in una fossa comune&#8221;</strong></p>
<p>di <strong>Yousef Elqedra</strong></p>
<p> </p>
<p><strong><em><b><i>03:00&#8230; il bombardamento</i></b></em></strong></p>
<p>Dormivano, tutto qui, quando alle tre del mattino, gli aerei dell&#8217;occupazione israeliana hanno fatto crollare la casa sopra le loro teste, riducendo in un solo attimo tre piani in macerie.</p>
<p>In pochi istanti abbiamo perso ogni singola persona che abitava nella casa, proprio nel centro della città. Sono morti tutti coloro che si trovavano all&#8217;interno, per un totale di ventisei martiri, per lo più donne e bambini. Tra le vittime c’erano mia sorella Shaima, sua figlia Marwa e suo marito, tutti uccisi nel brutale bombardamento israeliano.</p>
<p><strong><em><b><i>06:00</i></b></em></strong></p>
<p>A causa delle difficoltà di comunicazione, abbiamo ricevuto la notizia alle sei. Mio fratello ed io ci siamo precipitati sul posto, impotenti di fronte alle macerie che sembravano necessitare di un potere divino per essere rimosse. Fin dal primo momento, sapevo che non c&#8217;era speranza, che nessuno sarebbe potuto sopravvivere. L’esplosione aveva schiacciato i vari piani l&#8217;uno sopra l&#8217;altro. Le squadre della Protezione civile hanno fatto attenzione a qualsiasi rumore, cercato ogni corpo, ogni segno di speranza tra le rovine. Ma lì non c&#8217;era altro che un&#8217;opprimente impotenza e l&#8217;odore della morte.</p>
<p><strong><em><b><i>09:00</i></b></em></strong></p>
<p>Abbiamo aspettato fino alle nove del mattino quando è arrivata una ruspa che ha tentato di rimuovere le macerie. Dopo ore di lavoro attento ed estenuante, sono stati rimossi i corpi di cinque bambini e trasportati all&#8217;ospedale Nasser. La ruspa ha continuato a lavorare fino a quando non ha potuto più andare avanti. Purtroppo le macerie potevano essere rimosse solo attraverso macchinari specializzati.</p>
<p><strong><em><b><i>11:00</i></b></em></strong></p>
<p>Alle undici di quella mattina sono arrivati sul posto le ambulanze e gli uomini della protezione civile. Tutti aspettavano con ansia l&#8217;arrivo del macchinario &#8220;al-Baqir&#8221; specializzato nella rimozione di macerie, che aveva impiegato molto tempo per accedere al luogo.  Manovrando Al-Baqir hanno iniziato a rimuovere con perizia i soffitti e i muri crollati, in un processo che ha richiesto quattro ore.</p>
<p><strong><em><b><i>15:00&#8230;verso la fossa comune</i></b></em></strong></p>
<p>Alle tre del pomeriggio ventisei corpi sono stati estratti da sotto le rovine. Nessuno era sopravvissuto. Le ambulanze hanno trasportato i corpi all&#8217;ospedale, dove sono stati controllati, identificati, documentati, avvolti in sudari. Dopo l’ultimo addio, è stata recitata una preghiera per loro nel cortile dell&#8217;ospedale. Poi sono stati caricati sul retro di un camion, portati al cimitero e infine sepolti in una fossa comune.</p>
<p><strong><em><b><i>Mia madre&#8230; la nonna con il cuore spezzato</i></b></em></strong></p>
<p>La verità è che erano tutti addormentati nei loro letti ed è così che sono rimasti. Mia sorella Shaima era la figlia più piccola, quindi quella più amata e più viziata da mia madre. Essendo l’ultima, era la più vicina a lei negli ultimi 21 anni. Una vita breve, come quella della nipote Marwa, che non aveva ancora compiuto due anni. La notizia della perdita ha spezzato il cuore di mia madre, eppure di fronte a chiunque la guardi, lei è orgogliosa, più forte di una montagna, resistente, paziente, composta, sempre in preghiera e colma di gratitudine. Conserva le sue lacrime per il prossimo inverno, quando nessuno sarà in grado di distinguerle dalla pioggia.</p>
<p><strong><em><b><i>Mio padre&#8230; “Ciao Sido”</i></b></em></strong></p>
<p>Per quanto riguarda mio padre, è stata la prima volta che l&#8217;ho visto piangere, in ospedale, vedendo Shaima e sua figlia, con i loro corpi spezzati che giacevano lì. Piangeva, piangeva come un bambino. Aveva vegliato insieme a loro fino a tardi quella notte e mentre usciva di casa, sua nipote Marwa si è aggrappata a lui, dicendogli: &#8220;Ciao, <em><i>Sido</i></em>! (nonno)&#8221;. Mio padre continuava a ripetere questa frase più e più volte all&#8217;ospedale, al cimitero e al ritorno. Era in uno stato di shock, inorridito. Ho temuto che perdesse la testa, rendendomi conto di quanto fosse profondamente legato a loro e di come fossero il fulcro della sua vita, che aveva dedicato a loro.</p>
<p><strong><em><b><i>Esiliato dalla mia storia a quelle degli altri</i></b></em></strong></p>
<p>Quanto a me, ho lasciato Shaima undici anni fa, quando aveva dieci anni. Al mio ritorno a Gaza, ho scoperto che si era sposata e aveva una figlia che le somigliava incredibilmente sia nell&#8217;aspetto che nello spirito. Lei è stata la gioia che mi ha accolto al mio ritorno in patria, e ci ha reso felici, una felicità di breve durata culminata in una lunga giornata in spiaggia il venerdì precedente &#8220;la guerra&#8221;. La guerra che ha divorato quel poco di vita rimasta in questo piccolo lembo di terra assediato da diciassette anni.</p>
<p>Non ho ancora pianto mia sorella, sua figlia o suo marito. Non ho ancora sparso una sola lacrima per loro. Subito dopo la sepoltura, mi sono preoccupato di raccontare le storie delle persone sfollate dal nord di Gaza al sud, mentre la mia storia è stata dimenticata nel mezzo, come se non ne avessi una mia, come se fossi stato esiliato dalla mia storia verso quelle degli altri.</p>
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<p><strong>Yousef Elqedra</strong> è un poeta palestinese residente a Gaza. Questo testo è stato pubblicato per la prima volta in arabo su Raseef22; <a href="https://raseef22.net/english/author/1075511-yousef-alqedra?fbclid=IwAR2hPRQfzepo3nyayu3vFSPLAmdIe4F2M12iE3Wd3yP42rXcV2MsXUoKVQY" target="_blank" rel="noopener">qui</a> la versione inglese. Su Nazione Indiana appare nella traduzione di <strong>Sana Darghmouni</strong> e <strong>Pina Piccolo</strong>.</p>
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