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	<title>Zadie Smith &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La parola alle armi è uguale all’arma della parola?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 May 2024 12:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giorgio Mascitelli</strong> <br /> In un articolo apparso sul New Yorker, nel quale prende le distanze dall’attuale movimento di occupazione delle università in solidarietà con Gaza...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-108256" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/Fragole_e_sangue-300x185.jpg" alt="" width="300" height="185" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/Fragole_e_sangue-300x185.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/Fragole_e_sangue-150x93.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/Fragole_e_sangue-356x220.jpg 356w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/Fragole_e_sangue.jpg 466w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>In un articolo apparso sul New Yorker, nel quale prende le distanze dall’attuale movimento di occupazione delle università in solidarietà con Gaza, la scrittrice Zadie Smith ha svolto la tesi che “nel conflitto israelopalestinese le parole e la retorica sono e sono sempre state armi di distruzione di massa”. L’unica prospettiva realista, secondo l’autrice anglocaraibica, è il cessate il fuoco subito per salvare più vite umane possibili perché il discorso politico fatalmente tende a cadere in slogan, prese di posizione ideologiche, espressioni retoricamente obbligate che chiama con la parola shibboleth, ossia quelle parole particolarmente difficili da pronunciare per ragioni fonetiche da chi non appartiene al gruppo linguistico che le usa abitualmente e che pertanto diventano simboli di appartenenza a quel gruppo, insomma qualcosa di simile a quelli che in linguistica si chiamano ideologemi. Nel finale dell’articolo rivendica che la sua prospettiva è puramente umanitaria e si dichiara indifferente a tutti gli epiteti con cui rischia di essere chiamata con un’elencazione che vagamente ricorda il finale di <em>Imagine.</em></p>
<p>Ora io penso che la tesi di Zadie Smith abbia alcune implicazioni politiche forse sgradite alla stessa scrittrice, ma assolutamente inevitabili da un punto di vista logico. La prima è che se le parole sono un’arma di distruzione di massa, significa che c’è una sostanziale continuità tra chi parla e chi bombarda, magari non con lo stesso livello di responsabilità, con un evidente alleggerimento della posizione morale e politica di chi bombarda. La seconda è che se le armi devono tacere, ne segue che anche le parole devono tacere, perlomeno tutte quelle parole che svolgono un ruolo di critica radicale, incendiano gli animi e generalizzano indebitamente delle accuse politiche. Ora, siccome è normale che durante delle proteste molti dicano cose sconsiderate, in questa prospettiva qualcuno potrebbe pensare che lo sgombero di un’università occupata e magari il licenziamento o la sospensione di qualche docente esagitato sia una forma di tutela della pace. Non so se Zadie Smith la pensi così, forse no, ma certo questa è la conseguenza di questo tipo di equiparazione.</p>
<p>L’aspetto paradossale delle sue tesi è che l’obiettivo da lei stessa dichiarato fondamentale del cessate il fuoco è raggiungibile solo con un’ondata di proteste che, come scrivevo sopra, sono sempre caratterizzate da quell’eccesso verbale che sarebbe l’equivalente di armi di distruzione di massa. Infatti tutto il bombardamento di Gaza si basa sul fatto che Israele gode della protezione statunitense qualunque tipo di violazione delle norme internazionali commetta e l’unico modo per incrinare questa protezione è quella di mettere in difficoltà politica l’amministrazione Biden. Naturalmente ciascuno è libero di credere che un movimento di lettori del New Yorker attento a calibrare attentamente le parole, soppesando le responsabilità, distinguendo, separando una legittima critica da un pregiudizio manifesto, senza intralciare la normale attività didattica e di ricerca metterebbe altrettanto in difficoltà l’amministrazione Biden, però non può rimproverare a uno scettico come me di credere che la cosa sia altamente improbabile. L’unico cosa che si può pretendere dallo scettico è di non mettere in dubbio la buona fede di questo ragionamento e mi guardo bene dal farlo.</p>
<p>Tra gli shibboleth che Zadie Smith cita vi sono da un lato ‘terrorista’ e dall’altro ‘sionista’ e ‘colonialista’ sono quelle parole con cui le due ali estremiste degli schieramenti etichettano le intere rispettive popolazioni incatenandole a identità immutabili. Purtroppo credo che lo shibboleth non stia nella parola in sé ma nella sua intenzione d’uso. Anche parole più rispettabili come ‘democrazia’ possono tranquillamente svolgere una funzione del genere: prendiamo per esempio questa dichiarazione del ministro dell’economia israeliano Nir Barkut, rilasciata in un’intervista al Corriere della sera il 9 maggio scorso, “Non possiamo contare su una democrazia palestinese. Con gli arabi questo sistema non funziona. C’è democrazia a Dubai o in Arabia? Da loro funzionano le tribù. Quindi perché non pensare a un futuro di comunità palestinesi”, naturalmente sotto controllo militare israeliano. Qui si vede come la parola ‘democrazia’ viene usata come discrimine per dividere coloro hanno diritto a un certo tipico di trattamento da coloro che ne sono indegni, legittimando nel contempo pratiche tipiche del colonialismo sudafricano e statunitense che democratiche non sono. La parola ‘democrazia’ diventa qui un meccanismo di giudizio razziale ed etnico, che distingue essere superiori dagli inferiori, e non un sistema politico storicamente dato, costruito per tentativi e mutevole nel tempo. Al contrario definire ‘colonialista’ un tale tipo di discorso è semplicemente un giudizio asetticamente tecnico che mette in luce le radici storiche e il collante ideologico di tale affermazione. E’ la guerra che fa lo shibboleth e non viceversa.</p>
<p>L’errore di prospettiva in cui incorre Zadie Smith è verosimilmente spiegabile con alcuni impostazioni culturali di fondo. Da un lato possiamo indicare l’ideale comunicativo del politicamente corretto che tende a considerare perfetta la comunicazione dalla quale nessuno si senta ferito, ma tale comunicazione finisce con il tendere all’anodino, quasi al grado zero del messaggio, per essere all’altezza del modello morale proposto; dall’altro l’idea di ascendenza liberale che l’origine della violenza nella storia, o quanto meno la sua causa più frequente, è nel fanatismo, nel quale solitamente la parola precede l’azione, particolarmente temuto perché respinge l’uomo nella superstizione e quasi nella ferinità della sua natura animale, trascurando la concezione di origine machiavellica che vede al contrario la violenza come espressione della razionalità strumentale del potere; senza dimenticare lo choc culturale (e il conseguente tentativo di ripristinare un ordine simbolico) di chi ha pensato di vivere con la globalizzazione nell’era più civile della storia e si trova di fronte all’orrore del massacro che proviene da parte di chi era dalla parte giusta della storia (perché si potrà dare tutta la responsabilità politica Nethanyau, ma il governo che sta agendo a Gaza è un governo di unità nazionale) e non da quella superata, per usare l’espressione con cui Obama redarguì Putin all’alba della guerra ucraina.</p>
<p>Le parole non sono mai un’arma di distruzione di massa, nemmeno le parole di coloro che hanno il potere sono armi in quanto tali, ma sono sempre dei sintomi di una decisione politica, con l’eccezione degli ordini, che però a loro volta sono dei performativi ossia parole che agiscono, atti linguistici a tutti gli effetti. Confondere la parola anche violenta con la violenza effettiva può essere il sintomo di una pericolosa confusione del mondo reale con quello mediatico, nel quale scompaiono tutte le differenze in un’unica notte spettacolare.</p>
<p>All’alba dei tempi, nel primo libro dell’<em>Iliade</em>, quando nel campo acheo scoppia la contesa tra Agamennone e Achille per Briseide, la dea Atena scende a fianco dell’eroe, che ha già posto la mano sull’elsa della spada per scagliarsi contro il capo supremo dei Greci, e gli dice di sfogare la sua rabbia con qualsiasi insulto, ma di non trascendere alla violenza. La distinzione è chiara ed è alla base della nostra civiltà, equiparare chi occupa un’università e protesta con chi bombarda significa ignorare l’avvertimento di Atena.</p>
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		<title>Il racconto preferito di Zadie Smith l’ha scritto Giuseppe Pontiggia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Dec 2012 12:00:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img loading="lazy" class="wp-image-44483 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-767x1024.jpg" alt="" width="470" height="628" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-767x1024.jpg 767w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-71x96.jpg 71w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-28x38.jpg 28w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-161x215.jpg 161w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia-95x128.jpg 95w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/pontiggia.jpg 1289w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></p>
<p>Il prescelto di Zadie Smith è &#8220;Umberto Buti&#8221; (“Incontrarsi”) di Giuseppe Pontiggia (dalle “Vite di uomini non illustri”). Il <em>Guardian</em> ha chiesto alla scrittrice inglese (<strong><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2012/dec/21/authors-choose-favourite-short-stories" target="_blank">e ad altri autori</a></strong>) di indicare il suo racconto preferito e poi di leggerlo (si veda il <strong>podcast</strong> sotto).<span id="more-44482"></span></p>
<blockquote><p>“McSweeney’s, il magazine letterario americano &#8211; <strong><a href="http://www.guardian.co.uk/books/audio/2012/dec/21/zadie-smith-giuseppe-pontiggia-buti" target="_blank">spiega Smith</a></strong> &#8211; mi aveva affidato la traduzione del racconto. Non avevo mai letto Pontiggia prima di allora. Traducendolo mi sono scoperta ad ammirarne la sobrietà (<em>economy</em>) e l’ironia (<em>humour</em>), e il suo spirito anti italiano. Nella storia non c’è nulla di bello, e nessuna fantasticheria. È tutta uno spigolo acuminato, come un brano di Moravia ma più divertente. Credo sia interessante osservare uno scrittore all’opera contro il carattere (<em>grain</em>) della sua cultura.”</p></blockquote>
<p><strong><a href="http://audio.theguardian.tv/audio/kip/books/series/short-stories-podcast/1354897215451/2544/gdn.book.121215.tm.Zadie-Smith-short-story-Pontiggia.mp3" target="_blank">ZADIE SMITH LEGGE PONTIGGIA</a></strong></p>
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		<title>Oh, quanti libri non ti si spezza il cuore!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 07:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[simonetta bitasi]]></category>
		<category><![CDATA[Zadie Smith]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simonetta Bitasi Di lavoro leggo. Spesso faccio fatica a dirlo. Sento quasi di dovermi giustificare, a volte di dover scontare un privilegio unico o almeno di dover spiegare come da una lunga esperienza in una libreria e dall’affettuosa corrispondenza sin da piccola con le biblioteche io sia arrivata ad essere un lettore ambulante, a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-9013" title="m66" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/m66-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>di Simonetta Bitasi</strong></p>
<p>Di lavoro leggo. Spesso faccio fatica a dirlo.<br />
Sento quasi di dovermi giustificare, a volte di dover scontare un privilegio unico o almeno di dover spiegare come da una lunga esperienza in una libreria e dall’affettuosa corrispondenza sin da piccola con le biblioteche io sia arrivata ad essere un lettore ambulante, a leggere per poi girare a raccontare le mie letture. Sulla mia strana attività mi ha dato recentemente un po’ di conforto e coraggio un articolo della scrittrice Zadie Smith che su Internazionale dice: <em>Leggere, se fatto come si deve, è difficile tanto quanto scrivere… Chi equipara la lettura all’esperienza essenzialmente passiva di guardare la tv, vuole solo svilire la lettura e i lettori. La similitudine più calzante è con il musicista dilettante che sistema lo spartito sul leggio e si prepara a suonare. Deve usare le competenze acquisite con fatica per suonare quel brano musicale. Quanto maggiori sono le sue competenze, tanto più grande è il dono che fa al compositore e quello che il compositore fa a lui. E’ una “nozione” di lettura che ormai sentiamo proporre di rado. Eppure quando fai esercizio di lettura, quando passi del tempo con un libro, la vecchia morale dello sforzo e del compenso è innegabile. Leggere è un’abilità e un’arte. I lettori dovrebbero andare fieri delle loro competenze e non vergognarsi di coltivarle, non fosse altro perché gli scrittori hanno bisogno di loro… Anche il lettore deve avere talento</em>. Confortante, vero?<br />
<span id="more-9014"></span><br />
Riguardo al leggere vi segnalo una cosa curiosa: in un paese in cui si legge sempre meno e i lettori sono pochi e anche maltrattati il panorama editoriale ci sommerge ultimamente di titoli sulla lettura e i lettori. Non mi soffermerò sui peggiori, la maggior parte, ma su un piccolo gioiello che dice con poche precise parole cosa vuol dire leggere e perché noi lettori cerchiamo di contagiare tutti quelli che incontriamo: <em>Non c’è dubbio che quando leggiamo le parole di un testo le riempiamo della nostra esperienza. Nel momento in cui leggo, è vero, sono come sospeso in un altrove tessuto di ombre e di fantasmi. Leggendo, calati nella logosfera del testo, ci si può persino sentire, a occhi aperti, immersi in un sogno più vero e più vivo della realtà circostante. E tuttavia questo spazio sono io a costruirlo, per animarlo lo reinvento di continuo partecipando del suo movimento nello specchio attivo dell’immaginazione, come invece non può avvenire con le immagini dello schermo televisivo, implacabilmente imposte a un occhio passivo</em>. [Ezio Raimondi, <em>Un’etica del lettore</em>]. Questo per definire il concetto di lettura e anche per darci un minimo di importanza. Leggere certo non ci rende migliori, ma con un gesto apparentemente semplice mette in moto meccanismi ricchi e complessi. Ma una volta che si è entrati, come dire, nella magia della lettura non siamo ancora al traguardo. Perché il problema spesso è cosa leggere e come scegliere tra una produzione sterminata e spesso ingannevolmente pubblicizzata. Per chi si occupa di promozione o meglio contagio della lettura il problema è : <em>come faccio a sapere che c’è un libro che vale la pena di leggere e poi di far leggere?</em> I lettori sono esseri fiduciosi e invece cercano di scoraggiarli su tutti i fronti. Ed è ancora peggio quando le logiche puramente commerciali colpiscono la narrativa per l’infanzia. Vediamo come la strada della scelta sia sempre più un percorso faticoso, che spesso induce il lettore meno convinto ad abbandonarla:</p>
<p>1. le librerie indipendente con librai e libraie informati, appassionati, competenti stanno ormai scomparendo a favore dei supermercati del libro, dove oltre alla mancanza di consigli, manca anche un’onesta e completa scelta tra la produzione libraria, che penalizza in particolare medi e piccoli editori.</p>
<p>2. anche nelle biblioteche, oltre a una scelta ampia e completa, spesso è anche difficile trovare indicazioni e informazioni perché ai bibliotecari è praticamente impedito di leggere. Troppo oberati di impegni burocratici e di gestione e sempre gravati da sott’organico, non riescono certo, se non alla sera prima di addormentarsi, a leggere qualche pagina. Nelle biblioteche spagnole (alcune registrano un tesseramento del 70% della popolazione), sono distinti i vari ruoli e ci sono bibliotecari incaricati di leggere.</p>
<p>3. L’informazione dei giornali sui libri è fortemente non attendibile, spesso vittima di giochi di potere e favori reciproci tra operatori editoriali. E comunque molte recensioni non sono frutto, come sarebbe naturale, di una lettura.</p>
<p>4. A un livello superiore, parlando cioè di critica letteraria, non si trova molto di meglio. Totale indifferenza o parole altisonanti e illeggibili non aiutano a orientarsi nella narrativa contemporanea. Più che morta, come dicono molti, la critica letteraria italiana mi sembra in un eterno letargo.</p>
<p>5. Per i cosiddetti operatori poi un utile strumento potrebbe essere quello degli uffici stampa delle case editrici, che naturalmente devono vendere il loro prodotto, che spesso però non conoscono. Perché non leggono. Così anche le campagne stampa sono ingannevoli e tendono a rendere la diffusione dell’informazione libraria stereotipata.</p>
<p>6. La mancanza o la poca qualità della scelta, in particolare nelle biblioteche, è causata da improvvide scelte amministrative, che preferiscono spendere magari su un grande e unico evento che sull’acquisto dei libri. O che pongono come unico criterio di scelta del fornitore lo sconto praticato. In questo modo si offende l’intelligenza dei lettori o dei futuri lettori, facendo loro mancare la materia prima. Ma si sa una biblioteca che funziona grazie a un buona e costante fornitura di libri e al lavoro e alla competenza di personale qualificato non è una vetrina sufficientemente eclatante per la campagna politica.</p>
<p>Cosa rimane? Incontrarsi tra lettori, condividere le letture. Frequentare e far conoscere ai bambini librerie e biblioteche. Per i lettori adulti poi uno strumento di incontro e scambio ancora abbastanza attendibile è internet. Per ora blog, forum, siti sulla passione per leggere ribaltano i punti precedenti e sono un’oasi per chi ama leggere e far leggere.</p>
<p>Un modo molto più limitato, ma che si sta diffondendo sempre più è il fenomeno dei gruppi di lettura. Per molti la lettura è un’attività solitaria e anch’io non nego che la partita vera si gioca tra il lettore e il libro. Questo rimane il nucleo essenziale e indispensabile della magia del leggere. Quando ho letto un bel libro il cerchio idealmente si chiude e sia io che ho letto, in qualche modo riscrivendo il libro, sia lo scrittore abbiamo svolto appieno il nostro ruolo. Però è innegabile che quando sono rimasto colpito da un libro mi viene voglia di comunicarlo senza forse arrivare all’affermazione estrema di Peter Bichsel: <em>E so cosa mi porterei dietro su un’isola completamente deserta, dove si è totalmente soli e senza nessuna possibilità di tornare indietro…in realtà non mi porterei dietro nessun libro, perché senza una comunicazione quotidiana cesserebbe sia la lettura che la scrittura. Ho bisogno degli altri almeno per far sapere che ho letto</em>. [Il lettore, il narrare]. Allo scrittore svizzero i gruppi di lettura sarebbero probabilmente piaciuti. Lo loro funzione è quella di condividere una passione ma anche di scambiarsi informazioni e far girare sempre più libri. Un paio di anni fa ho partecipato al primo raduno italiano dei gruppi di lettura ad Arco di Trento dove erano ospiti anche alcuni bibliotecari spagnoli (sempre la Spagna…). Sono venuta così a conoscenza di gruppi per bambini e ragazzi e così ho proposto anche a Mantova di provare a crearne uno in biblioteca. Capitan Uncino esiste da due anni e si è clonato: i ragazzi infatti si sono divisi in junior (11-13 anni) e senior (13-16). Lavorano come consulenti agli acquisti della biblioteca, hanno compilato una bibliografia con le loro letture preferite, stanno realizzando un giornalino per meglio consigliare i loro coetanei. Come gruppo sono entusiasti, autonomi, curiosi e più facilmente gestibili degli adulti. Non assomigliano al ritratto che si fa degli adolescenti allergici alla lettura e ai libri. E sono sicura che non sono un caso a parte, tutt’altro.</p>
<p>Per estendere il contagio della lettura quindi …basta leggere. Però devono lasciarcelo fare predisponendo luoghi della lettura piacevoli e invitanti, dove trovare magari professionisti che ci possono consigliare; con informazioni attendibili per trovare i <em>nostri</em> libri; creando una diffusa cultura del libro come oggetto quotidiano e “naturale” e non come materia di studio e mezzo di punizione. Nasciamo potenziali lettori. Se lo diventeremo sarà grazie all’incontro con il libro giusto. Ecco, io voglio fare questo: favorire l’incontro tra i libri e i loro lettori che li stanno, magari inconsciamente, cercando.<br />
<a href="http://www.biblioteche.mn.it/LibriLettori.jsp">anche qui!</a></p>
<p>[da <strong>La lettura, nonostante</strong>. Libri e ragazzi, tra promozione e rimozione, Idest, 2009, pp. 96 p.,Euro 11,00]</p>
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