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	<title>ZAMEL &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>DIFFERENZE ALLO SPECCHIO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 01:47:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di FRANCO BUFFONI Nel Maghreb “zamel” è il termine più volgare per definire l’omosessuale, naturalmente passivo (non esistendo il concetto di omosessuale attivo, ritenuto un maschio e basta). In arabo classico, invece, zamel (con accento sulla prima sillaba) significa “colui che sente freddo”. Il termine ricorre in alcuni versetti del Corano, in particolare quelli in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI<br />
Nel Maghreb “zamel” è il termine più volgare per definire l’omosessuale, naturalmente passivo (non esistendo il concetto di omosessuale attivo, ritenuto un maschio e basta). In arabo classico, invece, zamel (con accento sulla prima sillaba) significa “colui che sente freddo”. Il termine ricorre in alcuni versetti del Corano, in particolare quelli in cui Dio si rivolge a Maometto ordinandogli di destarsi e di procedere alla predicazione del suo messaggio. Nei primi giorni giorni della rivelazione &#8211; trasmessa dall’arcangelo Gabriele al Profeta &#8211; infatti, questi &#8211; sorpreso e impaurito &#8211; tornava a casa e ordinava alla moglie di avvolgerlo nelle coperte, perché si sentiva “freddo” a causa della copiosa sudorazione causatagli dal terrore. Pertanto, nel Maghreb, maestri coranici e insegnanti evitano accuratamente di leggere i versetti contenenti tale termine per non suscitare ilarità e sconcerto tra i giovani allievi.<br />
La mia non-fiction novel intitolata Zamel, apparsa presso Marcos y Marcos nel 2009, rispecchia il proposito non di inventare storie verosimili, ma di raccontare la realtà come se fosse una storia verosimile. Si incontrano sulla terrazza del Zephyr a La Marsa sulla costa tunisina, Aldo cinquantenne romano &#8211; ritiratosi a vita privata “in quest’angolo di paradiso” &#8211; e Edo, trentenne milanese, in vacanza per una settimana. Edo, impegnato nel movimento lgbt per i diritti civili, sta scrivendo un libro sulla cultura omosessuale, e &#8211; conversazione dopo conversazione &#8211; ne racconta all’amico il contenuto. Aldo pensa, sente, preferisce in modo tradizionale: si deve agire; non se ne deve parlare, se non svagatamente per ingelosire le “amiche”.<span id="more-38518"></span><br />
Aldo reagisce in modo scettico ma incuriosito ai racconti di Edo, col tono di chi le cose non le ha studiate, ma le ha vissute e le vive: i ragazzi qui preferiscono me, anche se sono più vecchio; con me si sentono sicuri sul ruolo da svolgere. Tu li destabilizzi.<br />
Aldo è troppo orgoglioso per dare ragione a Edo. Tuttavia, alla fine della settimana di permanenza del giovane scrittore, sembra consapevole di essere ancora nella fase due (1 Repressione sempre e comunque &#8211; 2 malattia da curare &#8211; 3 diritti da acquisire).<br />
Dopo la partenza di Edo, Aldo conosce il ventiduenne tunisino Nabil e intreccia con lui una vera e propria relazione. Racconta tutto a Edo in una serie di mail. Lentamente Aldo capisce che Nabil lo ama davvero, non lo disprezza. E’ molto dotato il ragazzo, ma quasi se ne vergogna. Si lascia accarezzare a fondo lì&#8230;<br />
Fino a quando Aldo pretende che Nabil ammetta di essere omosessuale, provocandone la reazione irrimediabilmente violenta. L’errore fatale di Aldo è lessicale. Conoscendo qualche parola di arabo, ricorre al termine “zamel”.<br />
In pratica la tragedia avviene perché entrambi i protagonisti non riescono ad affrancarsi dai loro fantasmi “culturali”. Aldo non riesce più a sentirsi attratto da Nabil, quando si accorge che Nabil lo sta amando perché è uomo. Nabil &#8211; che accetterebbe senza problemi di definirsi in francese homosexuel -, non può tollerare per sé l’epiteto “zamel”, per di più se proferito da uno “straniero”, uno che lo deve pigliare in culo, pagare e tacere.<br />
Entrambi giunti alle soglie dell’acquisizione di una nuova dignità, si ritraggono impauriti, ripiombando nei più triti cliché in cui si sono formati e dannandosi a vicenda: Aldo, continuando a sentirsi “donna” e come tale incapace di amare un uomo che non desideri le donne; Nabil, con la sua ira “giusta” in difesa del suo onore.<br />
Nella prima parte del libro, Edo scende in Tunisia, nella casa di Aldo, per assistere al processo a Nabil. Ricostruisce. Quasi si sente colpevole. L’assassinio è stato brutale. Aldo è morto dissanguato nella vasca da bagno, più volte colpito con un frammento del vetro della porta del bagno andata in frantumi. Il referto della visita medica a cui Nabil viene sottoposto (“orifizio anale imbutiforme, tipico dell’omosessuale passivo”) riporta Edo al secolo scorso, all’epoca delle visite pre-confino agli “arrusi”. Ma proprio quel referto impedisce alla difesa d’ufficio di Nabil di chiedere la consueta attenuante: giovane etero in funzione di marchetta attiva, improvvisamente insidiato da inaccettabile richiesta del “cliente”. Nabil è costretto a confessare che l’offesa è stata “verbale”. Ad uccidere è stata la parola, sostenuta dai pregiudizi culturali di entrambi. Il tribunale non può cogliere tali sottigliezze. Condanna Nabil a vent’anni: assassinio per rapina (ha rubato il cellulare).<br />
La seconda parte del libro riporta le conversazioni e lo scambio di mail avvenuti quattro mesi prima tra Edo e Aldo: ne fuoriesce una breve storia dell’omosessualità, culminante nello scontro tra le idee tradizionaliste di Aldo (due gay tra loro sono come due lesbiche) e quelle moderne basate sui diritti &#8211; dignità parità laicità &#8211; di Edo.</p>
<p>(Come anticipato nel post “Omosessualità e letteratura” del 20 marzo scorso, nei giorni 17 e 18 si è tenne a Firenze il convegno “L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza”, organizzato dall’Istituto di Scienze Umane e dalla Provincia di Firenze, e presieduto da Nadia Fusini, Valeria Gennero e Gian Pietro Leonardi. In quella occasione presentai una relazione dal titolo “I diritti civili come scelta di vita e di scrittura” articolata in cinque parti: 1 L’aggettivazione tematica, 2 Genealogie, 3 Scelte di libertà, 4 Differenze allo specchio, 5 Eredità culturali.<br />
Presento oggi la quarta parte. Le prime tre sono apparse nelle scorse tre domeniche. A seguire, domenica prossima, l&#8217;ultima parte.)</p>
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		<title>UN VESCOVO IN TURCHIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 18:26:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Giovedì della scorsa settimana, Murat Altun ha attraversato con l&#8217;automobile del vescovo il viale tappezzato di bandiere rosse con la falce e la stella a cinque punte e poi ha raggiunto monsignor Padovese al numero 17 di Sultankoy site: una villetta bianca avvolta nella vite e affacciata sul mare dove il vescovo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Giovedì della scorsa settimana, Murat Altun ha attraversato con l&#8217;automobile del vescovo il viale tappezzato di bandiere rosse con la falce e la stella a cinque punte e poi ha raggiunto monsignor Padovese al numero 17 di Sultankoy site: una villetta bianca avvolta nella vite e affacciata sul mare dove il vescovo si ritirava a godersi la propria privacy. Un angolo incantevole distante solo venti minuti dalla frenetica vita cittadina, fitta di appuntamenti pastorali, di incontri interreligiosi, di contatti col Vaticano.<br />
«Li ho visti insieme per tre anni, erano come padre e figlio. Murat preparava il caffè turco e lo bevevano dopo aver fatto una nuotata insieme», borbotta incredulo il vicino Mehmet Kolksal, piantando fiori rosa nel suo giardino.<span id="more-35533"></span><br />
Mi sento intitolato a parlare (nell’agghiacciante silenzio calato sull’episodio da parte dei media italiani) perché l’anno scorso ho pubblicato ZAMEL, un romanzo che racconta proprio questa storia. Da tre anni il ventiseienne Murat frequentava il vescovo e da due era stato assunto in pianta stabile come autista stipendiato da monsignore (con famiglia consenziente, anzi entusiasta dell’entrata certa, della “grande fortuna”). Da qualche mese – si dice &#8211; Murat soffriva di crisi depressive.<br />
State tranquilli, burocrati vaticani (che riuscite a realizzare la più alta concentrazione al mondo di collegamenti ai siti porno gay): non si tratta di “cristianofobia”. Capisco bene perché lo dite, ma &#8211; con i paesi mediterranei – sbagliate proprio bersaglio. Il mondo delle famiglie, delle persone, è molto più avanti rispetto agli odi religiosi: ha solo bisogno di essere lasciato in pace dalle lingue e dalle interferenze culturali (gli esperti le definiscono “culture-clash”).<br />
A Murat, ciò che ha fatto male, è stata quella parola estranea e straniera: coppia gay. Estranea alla sua cultura (che gli permette da secoli, da millenni, di “scopare” anche i maschi traendone godimento e – se possibile – vantaggi). Murat è entrato in crisi di identità perché monsignore voleva fare troppo sul serio. Ma non a letto, figurarsi! Il letto era andato benissimo fin dalla prima volta, e continuava ad andare bene. Era nell’intimità, nei termini, nel lessico di coppia&#8230; che monsignore eccedeva. Monsignore aveva finalmente trovato ciò che bramava fin dai tempi del seminario; monsignore aveva il fidanzato fisso: qualcuno che gli voleva davvero anche bene. Si è sbagliato, ovviamente. Col denaro e il posto di lavoro si possono comprare un corpo e dei servigi, ma non l’anima, la cultura di una persona. Sono state le carezze e le moine dopo, è stato il lessico da “fidanzato” a uccidere monsignore.</p>
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		<title>ZAMEL III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 04:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Casa di Aldo, terza notte: sentenza Questa è l’ultima notte nella casa di Aldo. Non mi esce dalla mente il tono di voce del giudice mentre legge la sentenza. Vent’anni gli ha dato per l’efferatezza del crimine &#8211; malgrado l’attenuante della giovane età &#8211; “rubricato” come omicidio per rapina. Anche se Nabil [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/zamel.jpg" alt="zamel" title="zamel" width="154" height="240" class="alignleft size-full wp-image-16821" /><br />
 di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Casa di Aldo, terza notte: sentenza</em><br />
Questa è l’ultima notte nella casa di Aldo. Non mi esce dalla mente il tono di voce del giudice mentre legge la sentenza. Vent’anni gli ha dato per l’efferatezza del crimine &#8211; malgrado l’attenuante della giovane età &#8211; “rubricato” come omicidio per rapina. Anche se Nabil la verità l’ha detta, l’ha dovuta dire: ha ucciso per una parola, per <em>quella</em> parola “infamante”, zamel. Ma l’accusa lo ha messo nella condizione di non poter dichiarare di essere stato insidiato. C’era il referto della visita medica “intima” e la corte non ha concesso quest’altra attenuante. Mi fa quasi più pena lui. Cresciuto &#8211; come ha tentato di dire la difesa &#8211; in una cultura che concepisce l’ira “giusta” come strumento di difesa del proprio onore. Ho l’aereo prenotato per domani alle undici, alle nove devo essere in aereoporto. Taxi alle otto. Sveglia alle sette. Gli ha tagliato la gola con un frammento della porta a vetri del bagno, dove Aldo si era rifugiato. Aldo è stato trovato nudo, dissanguato nella vasca da bagno. Con numerose altre ferite da taglio in tutto il corpo e “ulteriori lesioni nella regione prefrontale ventromediale”. Anche Nabil si era ferito con quel vetro. Le sue impronte insanguinate sono state trovate dappertutto nella casa. Andandosene si era portato via il cellulare di Aldo. Grazie a quello dopo due giorni lo hanno preso. Questo giustifica la condanna di omicidio per rapina e il tono di voce del giudice mentre legge l’ipocrita sentenza. Orifizio anale imbutiforme, come gli arrusi di un secolo fa. Non tornerò più in questa casa. Ho creduto di fare il coraggioso e il razionale, ma non la reggo. Anche il rumore che ho appena sentito&#8230; Veniva dall’esterno: un gatto forse contro la finestrella di questo bagno maledetto. Non tornerò più in questa casa e nemmeno in Tunisia. L’omosessualità in Tunisia è ufficialmente perseguita in base all’articolo 330 del codice penale, che riguarda i “rapporti contro natura”, in arabo <em>lavat</em>: sodomia. Non era proprio il caso di infangare la memoria di Aldo con questo reato, mi ha spiegato l’avvocato italiano, istruito dal suo potente fratello. <span id="more-16814"></span><br />
Caro Aldo, né tuo fratello né tua sorella hanno voluto assistere al processo, certamente più spaventati dallo scandalo che addolorati per la tua scomparsa. È stata divulgata la versione dell’omicidio durante un tentativo di rapina. L’importante è che non si facciano domande, che non si chiedano chiarimenti. Don’t ask, don’t tell. C’è un buon nome da preservare. Meno se ne parla meglio è. Tu hai solo finto per qualche giorno di non essere frocio, di essere diventato gay. E mentre morivi dissanguato, la preziosa registrazione diffondeva il canto di Callas alla Scala nella Traviata. Un canto da bestia ferita. Anfibio, avrebbero scritto di te negli anni cinquanta. Come di Visconti. E non hai gridato, nessuno ha udito nulla: era troppo alto il canto in quel momento? Non sei corso fuori nudo, sarebbe stato disdicevole per i vicini. Nella vasca da bagno ti sei infilato per non sporcare il pavimento? O ti ci ha spinto l’angelo sterminatore? Il referto dice che nessuna ferita in sé sarebbe stata mortale, nemmeno il taglio alla gola.<br />
La madre di Nabil c’era solo il primo giorno quando lui è entrato, ma se ne è andata subito, prima che riuscissi a parlarle. Avvolta nell’haïk. Era con una ragazza giovane, tenevano entrambe gli occhi bassi.<br />
Mi viene in mente quanto mi raccontasti di tua madre che si ritrovò sola coi tre bambini e ti mise in collegio dai preti. Tu a San Pietro allievo interno nella scuola dei chierichetti del papa. E la mamma che qualche volta riusciva a venirti a vedere mentre servivi messa. E poi la tua adolescenza segnata dai dialoghi con il topolino: a tredici anni lavoravi dal tipografo e nella pausa pranzo restavi da solo, mangiavi il panino, lui appariva e tu lo nutrivi. Aldo, a modo tuo, forse hai voluto provare a darmi ragione, ma lo hai fatto in modo perverso, alla ricerca di un carnefice che ti desse quella lezione che la zona più buia di te pensava di meritare. Tu che conoscevi solo due modi di rapportarti agli altri: o servo-schiavo o psicologicamente dominatore. Mai alla pari. È questo che ti ha fregato. Se tu l’avessi preso in un altro modo, Nabil ti sarebbe stato fedele per sempre. Nelle società in cui vige il codice dell’onore, vige anche il codice dell’amicizia. L’amico non si tradisce. Ma tu all’affettività tra due uomini hai preferito l’antica sessualità di stupro. E adesso, ci pensi a Nabil? A come vivrà nei prossimi anni? All’inizio se lo scoperanno in tanti, in galera. Insultato, deriso e abusato dalle stesse guardie. Me lo vedo, seduto sullo sgabello con le mani grandi appoggiate sulle cosce, le dita distese all’interno. In attesa. Altri – completamente depilati – restano virili. Lui no. Nella foto che mi avevi mandato, il viso era di tre quarti, una spalla leggermente sollevata. Era molto bruno e molto bello. Adesso ciondola il suo bananone, lo zob che ti ha ingannato. Lo nasconde. Accavalla le gambe. È fatta. Genet sputato. Degno delle tue sottolineature. Anche i peli publici gli hanno tagliato, tranne una sottile striscia verticale. Si distende, spinge ancora più innanzi il bacino, riaccavalla le gambe mostrandosi oscenamente a tre guardie che si avvicinano.<br />
Ma gli si guasteranno presto i denti, diventerà precocemente vecchio, convinto che amare gli uomini sia una brutta cosa, una specie di malattia che capita a qualcuno. Lui col suo culo imbutiforme e a verbale “la mancanza delle pieghe anali perché limate dal frequente attrito col pene”. Osservazioni “scientifiche” forse ereditate dalle celebri <em>Quaestiones medico-legales</em> di Paolo Zacchia. Roba del milleseicento. Suo fratello continuerà a vendere sigarette di contrabbando e suo zio a negare &#8211; come ha fatto con me fuori dal tribunale &#8211; di averlo mai avuto come nipote.<br />
Entrambi giunti alle soglie della acquisizione di una nuova dignità, da tale soglia vi siete ritratti, ripiombando nei più triti cliché delle vostre tradizioni culturali e dannandovi a vicenda: tu Aldo, continuando a sentirti “donna” e come tale incapace di amare un uomo che non desideri le donne; e tu Nabil, con la tua ira “giusta” in difesa del tuo onore, a ricacciare indietro la tua omosessualità trasformando lui nella “bestia ferita”. Siete stati un perfetto esempio di <em>culture-clash</em>. Roba da manuale.<br />
Come sempre le parole vanno dette ad alta voce, più volte, e riferite a se stessi, come è stato per <em>frocio</em> in Italia, o <em>queer</em> negli Stati Uniti o <em>camp</em> in Inghilterra, finché divengono ragione di orgoglio. Ecco che cosa avverrà di questa parola &#8211; <em>zamel</em> &#8211; tra qualche decennio in Maghreb. Ne sono più che certo. Gli abramitici saranno sconfitti. Anche qui. Ma tanti dovranno soffrire.<br />
Raccolgo ancora un libro. La data mi rivela che è stato tra gli ultimi comprati da Aldo in Italia. Si intitola <em>Omocidi</em>, autore Andrea Pini, edito da Stampa Alternativa nel 2002. Il sottotitolo lapidariamente recita: <em>Gli omosessuali uccisi in Italia</em>. Leggo dalla IV: “In Italia i delitti contro i gay sono molto più numerosi di quanto si creda. Questo libro fornisce la prima ricostruzione completa del fenomeno, dai casi celebri alle innumerevoli vittime sconosciute spesso dimenticate nell’indifferenza. Un’indifferenza che ostacola le indagini impedendo spesso l’identificazione dei colpevoli”. Agghiacciante l’elenco dei 111 casi di omicidio-omocidio attentamente analizzati e riportati in sintesi al termine del volume, con professione, età della vittima, stato di ritrovamento del cadavere. Comune a tutti questi omocidi il cosiddetto <em>overkilling</em>: l’assassino infierisce ben più di quanto sia necessario a uccidere, poi ruba qualcosa e fugge. Alcuni vennero da Aldo segnati a lato con un asterisco a forma di cippo:<br />
Sergio Iori, 53 anni, impiegato di banca, sposato, una figlia, accoltellato e lasciato seminudo il 3 novembre 1991 a Marino (Roma). L’assassino fugge con l’auto dello Iori e non viene mai scoperto.<br />
Emilio Mastino del Rio, 64 anni, costruttore edile in pensione, separato con una figlia, strangolato e legato mani e piedi con filo elettrico in casa propria a Roma il 3 ottobre 1992.<br />
Mario Giaccone, 63 anni, ricco finanziere-imprenditore, accoltellato nel suo studio a Torino il 20 febbraio 1993, nudo.<br />
Don Francesco Valgimigli, 60 anni, cappellano d’ospedale, ucciso con un corpo contundente a Vecchiazzano (Forlì) il 28 aprile 1994 probabilmente da un giovane prostituto che da tempo lo frequentava.<br />
Renato Lena, 48 anni, infermiere, ucciso in casa, nudo, con una coltellata al cuore, a Cassino il 29 settembre 1995.<br />
Luciano Petrini, 37 anni, ingegnere, ucciso in casa a Roma il 9 maggio 1996 con corpo contundente, cranio sfondato. Frequentava giovani prostituti.<br />
Alvise di Robilant, conte 72enne, esperto d’arte, divorziato, tre figli. Ucciso in casa a Firenze il 17 gennaio 1997, cranio fracassato con corpo contundente, nessun furto.<br />
Piero Nottiani, 50 anni, separato con un figlio di 8 anni, restauratore della Soprintendenza ai beni culturali, ucciso in casa a Perugia il 1 aprile 1998, il capo chiuso in una busta di plastica, il corpo avvolto in un tappeto.<br />
Vittorio Crociani, 52 anni, commesso, trovato morto in casa nella vasca da bagno, a La Spezia il 27 giugno 1999.<br />
Fabio Portalupi, 38 anni, medico di base a Novara, viveva con i genitori. Accoltellato e abbandonato nella campagna. L’assassino fugge con la Nissan Micra del medico e viene casualmente fermato dai carabinieri la stessa notte del 1 marzo 2000.<br />
Roberto Baronti, 45 anni, medico nefrologo a Pisa, ucciso in casa, cadavere nudo, con la gola squarciata, segni di legature ai polsi, il 13 marzo 2001.</p>
<p>Commento di Aldo in biro rossa alla fine di p. 229: e qualcuno ancora si chiede perché io abbia deciso di trasferirmi in questo paradiso.</p>
<p>*</p>
<p><small><em>(fine)</em></small></p>
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		<title>ZAMEL II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 05:25:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[bibliografia gay]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
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		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Casa di Aldo, seconda notte: processo Devo cercare di togliermi dalla mente gli occhi di Nabil. Mentre ripete quella parola ZAMEL. ZAMEL ZAMEL la parola che ha condannato Aldo. Quando riesce finalmente a pronunciarla, però li tiene chiusi. E riesce a pronunciarla solo dopo che l’accusa esplicitamente dichiara che alla visita medica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://farm4.static.flickr.com/3605/3430571399_5395e3dc58_m.jpg" alt="null" /></p>
<p><strong>di </strong><strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Casa di Aldo, seconda notte: processo</em></p>
<p>Devo cercare di togliermi dalla mente gli occhi di Nabil. Mentre ripete quella parola ZAMEL. ZAMEL ZAMEL la parola che ha condannato Aldo. Quando riesce finalmente a pronunciarla, però li tiene chiusi. E riesce a pronunciarla solo dopo che l’accusa esplicitamente dichiara che alla visita medica il suo ano è risultato “infundibolare, tipico dell’omosessuale passivo”, e che non vi sono dubbi sul fatto che “l’imputato abbia lungamente esercitato l’omosessualità passiva”. A me sono subito venuti in mente i processi agli “arrusi” della Città e l’isola di Giartosio e Goretti. Dove vengono trascritti dai verbali di polizia i resoconti delle visite mediche intime subite dai condannati al confino. Anche in quel libro, ambientato a Catania nel 1938, si parla di un assassinio. <span id="more-16667"></span><br />
Perché qui, in questa casa, è avvenuto un assassinio &#8211; e poche settimane fa, in una quieta sera, mentre Aldo e Nabil conversavano dopo aver fatto all’amore, e Aldo era ancora nudo, pur se in febbraio, grazie al riscaldamento “europeo” che si era fatto installare. Ha voluto farglielo ammettere, Aldo, nella sua sciocca presunzione. E ammettere che cosa, poi? Di essere un uomo giovane che amava e sapeva amare gli uomini? Eppure oggi in tribunale sembrava che proprio quella fosse la colpa. La colpa. Piuttosto, mi terrorizzava il suo sguardo mentre l’accusa parlava. Fisso, penetrante, senza incertezze. Mostruoso e disumano. Come quello dei serpenti, senza battito di ciglia né scansioni temporali. Fuori della storia e della pietas. Il suo sguardo è sempre stato così? Era così anche quando aveva i capelli? Dalla foto che Aldo mi mandò al computer non pareva, mi avevano colpito la bianchezza dei denti, la robustezza degli incisivi, il lobo dell’orecchio destro legato alla guancia. Così a cranio nudo, da prigioniero, oggi mi è sembrato proprio uscito da Genet. Soprattutto alla fine dell’udienza, quando ha reclinato la testa rasata sul braccio destro.<br />
Basta, meglio tornare agli scaffali dei libri. Ne voglio sfogliare qualche altro, per distrarmi mentre mangio qualcosa, visto che stasera nemmeno il telegiornale del primo si riesce a prendere.<br />
Tra i romanzi italiani &#8211; non molti in verità &#8211; trovo La ragazza di nome Giulio di Milena Milani nella ristampa Longanesi del 1968, in edizione rilegata, come nuovo; Fabrizio Lupo di Carlo Coccioli nella traduzione francese del 1960 con le pagine ancora da tagliare; Altri libertini e Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli in prima edizione Feltrinelli, letti e segnati con vari punti esclamativi: ne rileggo qualche frase e rabbrividisco pensando allo scempio filologico che i ciellini stanno compiendo della sua memoria. Gli altri narratori che trovo qui sono decisamente più commerciali, ma registrarono il costume: negli anni sessanta, Umberto Simonetta a Milano, ossessionato dal concetto di “marchetta” (Lo sbarbato, Non tanto regolari, Il giovane normale); nel decennio successivo Antonio Amurri (Dimmi di zi, Più bello di così si muore) e Giuseppe Patroni Griffi (Scende giù per Toledo)  a Roma e a Napoli, quando l’ossessione era ormai diventata quella del travestito. Niente Pasolini? Niente Pasolini. Lasciato tutto in Italia, col suo cristianesimo e col suo marxismo, ma sicuramente letto. Niente Arbasino, che Aldo tuttavia citava nelle serali conversazioni, disamato da Super-Eliogabalo in poi, apprezzato per Fratelli d’Italia, Piccole vacanze e soprattutto per L’anonimo lombardo. Curiosamente, Super-Eliogabalo nel 1969 fu il testo letterario che introdusse in Italia il termine “gay”.<br />
Poi vedo solo saggistica. La serie completa dedicata all’Arcano uscita in edizione economica da Longanesi tra il 1974 e il 1975. I diversi volumi hanno titoli quali: L’insolito il bizzarro il decadente, L’erotica antica fino al 1799, L’erotica moderna dal 1799, L’immorale il perverso il proibito ecc. I libri non portano sottolineature né paiono essere stati molto consultati.<br />
Tra i libri di saggistica mi colpisce l’assenza di testi usciti dopo il 1984. Il più recente è Omosessualità edito da Feltrinelli proprio in quell’anno e consistente nella traduzione di un numero unico della rivista americana Salmagundi. Ben sottolineato &#8211; nella prefazione di Guido Almansi &#8211; il passaggio: “Essere esclusivamente eterosessuale sta diventando sospetto e fra breve diventerà riprovevole. Sedurre gli eterosessuali sta diventando un atto politico&#8230;”. Mi accascio sul divano -sede di tante “seduzioni” di “eterosessuali” &#8211; con due pensieri fissi nella mente. L’Aids proprio da quell’anno cominciò ad essere avvertita minacciosamente anche in Italia. La frase di Almansi mette in rilievo una situazione-limite. Poi iniziò il disastro che bloccò per almeno un decennio l’evoluzione del movimento. Con un colpo di bacchetta magica, fosse possibile tornare a quel momento&#8230; Aldo era rimasto lì, fermo nel tempo. L’Aids non esisteva, l’aveva lasciata in Europa con i quadri e i tappeti.<br />
Lo scaffale, conoscendo Aldo, non mi riserva sorprese. Mi viene incontro Diario di un omosessuale dello psichiatra Giacomo Dacquino, edito da Feltrinelli nel 1970: allora forse un libro coraggioso e d’avanguardia (la collana è I franchi narratori, figurarsi), oggi paradossalmente residuale; ma allora&#8230; come aveva ragione Mario Mieli, con le sue lungimiranti battaglie contro gli psiconazisti! Già la IV di copertina recita: “Il diario registra le fasi decisive della terapia analitica di un omosessuale, la sua presa di coscienza di un’educazione sbagliata, i fattori ambientali che hanno rallentato e bloccato la sua evoluzione affettivo-sessuale&#8230;”. Smetto di leggere in preda all’incubo, subitaneo ma profondissimo, che qualcuno &#8211; oggi al governo in Italia &#8211; vorrebbe farci tornare a quegli anni. Eppure sembrava un grande passo avanti, dal prete col peccato al giudice col reato, si era arrivati al medico. Che comprendeva e “curava”. Parevano cose moderne, d’avanguardia. Le cause, si volevano conoscere le cause della nostra “malattia”. E molti omosessuali docilmente si fecero analizzare. Convinti che gli psiconazisti &#8211; con i loro test di Rorschach &#8211; avessero ragione. Convinti che &#8211; nella propria crescita o nella propria composizione bio-genetica &#8211; qualcosa fosse andato storto. Eccolo lì, Aldo, troppo orgoglioso per mettersi in analisi, e determinato a lottare per trasformare a suo vantaggio ciò che non era andato per il verso giusto. Quanta fatica, quante discussioni (ma non ho sbagliato tutto anch’io, visto il risultato conclusivo?) in quella settimana del settembre scorso, per instillargli il seme del dubbio: se lui era così e suo fratello no, non necessariamente qualcosa per lui doveva essere andata storta. Che invece è la convinzione inestirpabile di tutto questo scaffale, rigidamente fermo a quegli anni.<br />
Dove però trovo anche ottimi lavori, come L’eroe negato di Francesco Gnerre sui personaggi omosessuali nella narrativa italiana novecentesca, edito da Gammalibri nel 1981, e Lo schermo velato di Vito Russo, sull’omosessualità nel cinema, con Stanlio e Ollio a letto assieme in copertina, uscito lo stesso anno da Costa § Nolan. E inchieste utili e ben fatte, come Cercando il paradiso perduto di Cossolo e Teobaldelli (Gammalibri 1981) sui momenti di vita comunitaria gay, i grandi campeggi di quegli anni: Aldo aveva già preso altre strade: lui campeggiava sì con qualche compagno gay, ma in Turchia, a caccia insieme di baffuti anatolici; o Una questione diversa di Reim e Veneziani uscito per Lerici nel 1978, consistente in una raccolta di interviste sulla prostituzione maschile in Italia; o Il sesso nelle carceri italiane di Bolino e De Deo, uscito da Feltrinelli nel 1970. Lo sfoglio e trovo sottolineata questa testimonianza: “Dopo circa un mese venni trasferito a&#8230; Venni a conoscere che io potevo avere un compagno di cella a mio piacere, purché andare d’accordo. Era un rito come uno si sposa e si porta via la donna. Su 400 detenuti, esclusi i vecchi, 50 vecchi, il 90% degli altri voleva il compagno di cella passivo. Omosessuali come me non arrivavano a 10; tutti gli altri si prostituivano per convenienza ai detenuti più forti e potenti. Noi omosessuali eravamo i più richiesti”. Aldo evidentemente era stato attratto da questa accezione di omosessuale come passivo. Così commenta con la sua biro rossa: “Che reato si deve commettere e soprattutto dove, per finire lì?!”.<br />
Accanto, un minaccioso Perversioni sessuali, edito da Feltrinelli nel 1965, a cura di Lorand e Balint, con prefazione di Cesare Musatti, che già nel sottotitolo &#8211; Psicodinamica e terapia &#8211; indica la sua propensione a curare. Che cosa? Naturalmente l’omosessualità, e naturalmente dopo averne indagate le “cause”. Aldo non si sarebbe mai fatto “curare”: con la sua “malattia” conviveva bene, anzi la preferiva, ma era radicalmente convinto &#8211; come Musatti &#8211; che “è alla psichiatria che compete, per la sua grande attrezzatura, giudizio e cura della omosessualità”. Frase che trovo sottolineata nelle serie dei Quaderni della Salute apparsa nel 1968. Serie completa, evidentemente ben introiettata: L’omosessualità nella storia e nella letteratura, I travestiti, Le interpretazioni della moderna psicologia. Allibisco infine, prima di decidermi a spegnere la luce, sfogliando Terzo Sesso di Walter Curelle, edito nel 1967 da Società Editoriale Attualità. Recita il sottotitolo: Aspetti storici e psicologici del “vizio contro natura”. In copertina una riproduzione da Bosch. Il libro è molto sgualcito e sottolineato: “L’omosessuale non va trattato a priori come un delinquente. E’ un anormale e, tale essendo, va posto semmai più sotto la giurisdizione del medico, che sotto quella del giudice o del poliziotto”. E’ solo superata la fase del prete, ma per il resto ci siamo: tutta la letteratura che Aldo ebbe a disposizione negli anni della sua formazione, lo indusse a credere di essere un malato. E lui &#8211; artatamente &#8211; si sentì sempre più astuto nei decenni successivi, in cui smise di leggere saggistica e praticamente di leggere tout court. Quindi non potè cogliere gli sviluppi del dibattito scientifico. Astuto perché, invece di farsi curare, accondiscese, coccolò la sua “malattia”: se la godette.</p>
<p>(continua)</p>
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		<title>ZAMEL</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 16:32:26 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p><em>Casa di Aldo, prima notte: arrivo</em></p>
<p>So già che questa notte non riuscirò a dormire, meglio che cerchi subito qualcosa da leggere. Tra i libri illustrati qui spiccano: Sport e giochi nell’età classica di Giovanni Manetti, edito da Mondadori nel 1988, e un delizioso librino uscito da Interlinea nel 1995 &#8211; Il manuale dell’allenatore &#8211; compilato nel III secolo d.C. da Filostrato di Lemno: in copertina &#8211; sconvolgenti nella loro sensualità &#8211; i fanciulli pugilatori da un affresco di Thera del XVI secolo a.C., capaci con le loro treccine a punta di surclassare tutti i giovani Törless e persino la riproduzione lì accanto della tetra Scuola di pugilato di Max Slevogt, coi due giovani ignudi rimasti appesi in mostra in un castello di Ludwig. Ancora, tra i fuori formato, Querelle, edito da Ubulibri nel 1982, con i dialoghi del film e numerose foto a colori, intrecciato al relativo Oscar del 1981: Genet, Querelle de Brest, nella traduzione di Giorgio Caproni. Sfoglio e trovo sottolineato, con punto esclamativo accanto, un paragrafo: “L’uniforme da marinaio trasformava Gil. Si posò il berretto sui capelli, poi lo inclinò indietro con spavalda civetteria. L’anima affascinante e nervosa dell’arma era entrata in lui. Era diventato un membro di quella Marina da guerra destinata più a ornare la costa francese che a difenderla. Essa frastaglia e ricama un grazioso festone in riva al mare, da Dunkerque a Villefranche con, qua e là, alcuni nodi più fitti e più stretti che sono i porti militari. La Marina è un’organizzazione stupendamente congeniata, composta di giovanotti che attraverso tutto un tirocinio imparano come farsi desiderare”. Commento di Aldo in matita: “Oggi è così a Biserta”.<span id="more-16211"></span><br />
Tra i romanzi noto subito la serie completa di Roger Peyrefitte &#8211; Ambasciate, La fine delle ambasciate, Eccentrici amori, Cavalieri di Malta, Le chiavi di San Pietro &#8211; usciti nelle edizioni economiche Longanesi tra il 1966 e il 1968: tutti molto sgualciti, molto “letti”. Ugualmente Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro in un’edizione rilegata del 1957 nella collana della Medusa; Demian e Il lupo della steppa negli Oscar del 1972, e persino un Peter Camenzind uscito nel 1951 da Aldo Martello Editore. E ancora la prima edizione rilegata del Paradiso di José Lezama Lima uscita dal Saggiatore nel 1971, squinternata nei pressi del famoso capitolo VIII (già anticipato, per altro, da Pasolini su Nuovi Argomenti), quello in cui l’adolescente Farraluque, dotatissimo e confinato per punizione in collegio da solo la domenica, si scopa in sequenza la procace signora, la giovane cuoca meticcia del direttore e, nel magazzino, un misterioso signore dal volto coperto da una maschera, un poco obeso&#8230; Ecco, Farraluque era il ragazzo ideale di Aldo, una vera machine à baise.<br />
Mentre il mio amico doveva essere rimasto deluso da Vanja di Michail Kuzmin, edito nel 1981 dalle edizioni e/o con uno splendido disegno in copertina, e forse solo per questo acquistato. Perché il libro, che porta come sottotitolo L’educazione omosessuale di un giovane a Pietroburgo agli inizi del secolo, appare intatto. Nell’81 Aldo era già nella sua fase “semplificata”: non più Bildung, solo realizzazioni. Dello stesso anno il concreto Mio padre e io di Ackerley appare invece ben letto. Nello spazio bianco, sotto la fotografia dell’autore a dodici anni (didascalia: Io a scuola, “Bimba”), c’è un commento in biro rossa: così io a S. Pietro, chierichetta. E la a è sottolineata.<br />
Molte sottolineature &#8211; risalenti ai due anni “americani” di Aldo &#8211; anche in due famosi romanzi degli anni sessanta di James Baldwin, Another Country e Giovanni’s Room: “Pierre, on t’offre&#8230;”, dice la barista di Montmartre al minet flessuoso e solido come un pugile piuma sul ring. L’americano attende. Proprio, un americano a Parigi, negli anni post-bellici&#8230; e Baldwin, che era nero e anche bruttino, riuscì a crearsi il proprio mondo di favola descrivendo giovani bianchi vogliosi e bellissimi &#8211; americani e francesi &#8211; che splendidamente facevano all’amore.<br />
Ma perché il pensiero mi va via così&#8230; Sono in Tunisia, nella casa di Aldo, con la porta a vetri del bagno mancante e il processo contro il suo assassino dal nome bellissimo, Nabil, da seguire domani mattina. Rimetto tutto a posto, mi cadono due libri, La vita segreta di Telenio, attribuita a Oscar Wilde, in un’edizione piratesca del 1971, senza l’indicazione del nome del traduttore né dell’autore del disegno di copertina (uno stupendo Dargelos di Cocteau). Wilde ancora a connotare scandalo, Cocteau morto da poco. E Il Cardinal Pirelli di Ronald Firbank, edito da Feltrinelli nel 1964 con in appendice Fuoco nero tradotto da Vittorio Sereni. Erano gli anni in cui scriveva Gli strumenti umani&#8230;<br />
Ecco, il corto circuito di Nabil. Qualcuno tra loro che &#8211; anche &#8211; lo pigli (a parte i professionnels versatiles), ci deve pur essere. Ma non per questo può tollerare di essere teorizzato, di essere esplicitamente definito “zamel” da uno straniero. Uno che deve limitarsi a prenderlo in culo e a pagare non può, letteralmente non può, definire zamel un magrebino. Ciò che Aldo ha fatto con la sua stupidissima capacità di irritare, portando alle estreme conseguenze il suo bisogno di autopunirsi. Vedi anche le avvisaglie. La mail in cui mi raccontava dell’ultimo dell’anno: i quattro ragazzi ubriachi dai quali si fece pisciare in bocca. O gli operai che dormivano nel cantiere: e lui che arrivava con whisky e sigarette e poi si “concedeva” a tutti.<br />
Rimetto di nuovo a posto e quasi mi scivola in mano Eric Jourdan, Gli angeli malvagi, la drammatica storia d’amore di Pierre e Gérard ambientata nella campagna francese. Colpito da censura appena uscito in Francia nel 1956 e pubblicato in Italia da Guanda nel 1990. Trovo sottilineate queste righe: “Gérard si sdraiava sul fondo e quando, stanco di remare, lo rimproveravo per la sua indolenza, si alzava col costume umido incollato alle natiche, e si metteva a vogare in piedi. Il paesaggio sembrava liquido tra le sue gambe&#8230; Un giorno gli misi la fronte contro le ginocchia. Gérard lasciò il remo, mi afferrò la nuca e fece risalire la mia testa lungo le sue cosce. Il suo inguine odorava di giovane daino”. Accanto a Jourdan trovo Tony Duvert, Diario di un innocente, nella traduzione uscita da SE nel 1999. La pagina è interamente sottolineata: “Un culo sfondato attira tutti i teppisti del paese come un vaso di miele richiama le mosche. Ci si passa il nome del colpevole, se ne parla, si va da lui quando si ha bisogno di scaricarsi, e talvolta lo si costringe: sarebbe rivoltante se rifiutasse, visto che ce l’ha già aperto”. Accanto in biro rossa l’annotazione: evviva i niek, gli scopatori.</p>
<p>(continua)</p>
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