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	<title>Paolo Di Stefano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Wanda Marasco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 May 2017 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[neri pozza]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di lettura di Paolo Di Stefano Non è facile parlare della Compagnia delle anime finte, perché si tratta di un libro che contiene molte cose, strati, personaggi. È la storia di tante vite incatenate che partono dall’inizio del Novecento e percorrono tutto il secolo scorso, probabilmente tracimando nel nuovo, ma si tratta di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-68348" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/Copia-di-La-compagnia-delle-anime-finte-01-181x300.jpg" alt="Copia di La-compagnia-delle-anime-finte-01" width="181" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/Copia-di-La-compagnia-delle-anime-finte-01-181x300.jpg 181w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/Copia-di-La-compagnia-delle-anime-finte-01-768x1274.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/Copia-di-La-compagnia-delle-anime-finte-01-617x1024.jpg 617w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/05/Copia-di-La-compagnia-delle-anime-finte-01.jpg 1400w" sizes="(max-width: 181px) 100vw, 181px" />Nota di lettura</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo Di Stefano</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile parlare della <a href="http://www.neripozza.it/bookclub/2017/05/03/la-compagnia-delle-anime-finte/"><em>Compagnia delle anime finte</em></a>, perché si tratta di un libro che contiene molte cose, strati, personaggi. È la storia di tante vite incatenate che partono dall’inizio del Novecento e percorrono tutto il secolo scorso, probabilmente tracimando nel nuovo, ma si tratta di una narrazione cronologicamente non lineare, caratterizzata com’è da un tempo sussultorio, sismico, terremotato. Usando un aggettivo semplice ma credo abbastanza efficace, dirò subito che raramente, negli ultimi anni, ho letto un romanzo così bello, oserei dire che si spinge un passo più in là rispetto ai precedenti <em>L’arciere d’infanzia</em> e <em>Il genio dell’abbandono</em>, secondo me per una ancora più equilibrata calibratura linguistica o stilistica, che in genere è la sfida lanciata dai grandi scrittori, tra i quali colloco ovviamente anche Wanda Marasco.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La compagnia delle anime finte</em> stupisce innanzitutto perché i diversi livelli, degli stili e delle visioni, si bilanciano in un’armonia, anche strutturale, fuori dal comune. Parlo di stili e di visioni perché si tratta di un romanzo plurale, come suggerisce del resto il titolo, un romanzo plurale dentro la comunità napoletana, dentro il teatro della comunità napoletana. Ed è anche un romanzo di voci contenute in una sola voce, quella di Rosa, la quale conduce il filo della narrazione anche quando lo cede provvisoriamente ad altri, per esempio alla madre Vincenzina: che è con lei (cioè con sua figlia Rosa) la protagonista del libro: più che con lei, direi insieme a lei, al punto che le loro voci finiranno per confondersi facendo crescere il sospetto che i due personaggi, Vincenzina e Rosa, siano in realtà una sola figura che contiene due anime (e due destini) quasi coincidenti. In superficie si può dire che il romanzo si gioca (anche grammaticalmente) sulla sovrapposizione, sulla presa di distanza e poi ancora sull’ambigua identificazione tra madre e figlia. Ma andando più a fondo, si scopre che è la storia di un inabissamento comune e infernale a spirale: «Ti seguii nei giri all’inferno, dentro la spirale di vasci», dice la figlia evocando la madre Vincenzina verso la fine. Ma non dimentichiamo che proprio con l’immagine della chiocciola si apre il romanzo, quasi fosse un senhal per mettere sull’avviso il lettore sulla vertigine che lo attende: «Sta scendendo per le Centoscale, gli occhi puntati a terra. Ci sono le chiocciole incollate alla muraglia e una colonna di nuvole basse sulla sua testa». Il romanzo è in definitiva quella discesa a rottadicollo con le nuvole che incombono minacciose, è uno sprofondamento della voce narrante dentro i propri ipogei individuali e familiari e nel contempo dentro gli ipogei della città stratificati e fatti di tutto: «di tufo con tracce di fango, di petrusino pietrificato, agli e cipolle, frutta di terracotta» è fatto anche il letto di morte della madre con cui si apre il romanzo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi giorni, ripercorrendo il mondo di William Faulkner, ho trovato una efficacissima recensione di Borges, datata 1937, a proposito di <em>Assalonne, Assalonne!</em> C’è un passo che ci dice parecchie cose anche su Wanda Marasco. Eccolo: «Conosco due tipi di scrittore: l’uno la cui prima preoccupazione sono i procedimenti verbali, e l’altro la cui prima preoccupazione sono le passioni e le fatiche dell’uomo. Di solito si denigra il primo tacciandolo di “bizantinismo” o lo si esalta definendolo “artista puro”. L’altro, più fortunato, riceve gli epiteti elogiativi di “profondo”, “umano”, “profondamente umano” o il lusinghiero vituperio di “barbaro”&#8230; Tra i grandi romanzieri, Joseph Conrad è stato forse l’ultimo cui interessavano in egual misura le tecniche del romanzo e il destino e il carattere dei personaggi. L’ultimo fino alla straordinaria comparsa di Faulkner. A Faulkner piace <strong>esporre il romanzo attraverso i personaggi</strong>. Il metodo non è del tutto originale&#8230; ma Faulkner vi trasfonde una <strong>intensità quasi intollerabile</strong>. In questo libro di Faulkner vi è <strong>un’infinita decomposizione, un’infinita e nera carnalità</strong>. Lo scenario è lo Stato del Mississippi: gli eroi, uomini annientati dall’invidia, dall’alcol, dalla solitudine, dai morsi dell’odio». Ci sono alcuni sintagmi borgesiani che si potrebbero trasferire tranquillamente dai sottosuoli americani di Faulkner a quelli napoletani di Wanda: intanto «esporre il romanzo attraverso i personaggi» ci dice della scoperta teatralità o drammaticità delegata alla presenza della voce (delle voci), ma ci sono altri due tratti fondamentali che avvicinano i due mondi narrativi in maniera quasi stupefacente: «l’intensità quasi intollerabile» della visione e la sua «infinita decomposizione, infinita e nera carnalità».</p>
<p style="text-align: justify;">Non so quanti tipi di carne si incontrano nel romanzo, vero e proprio Leitmotiv quasi ossessivo, a dispetto o a controcanto del titolo: ci sono gli «spigoli della carne usciti dalla guerra», ci sono i «gangli della carne» percepiti da Rafele (il padre di Rosa), c’è la carne ferita di Linuccia (madre di Rafele) e c’è la carne da ricucire con cui ha a che fare suo marito Ennio chirurgo; c’è la carne del sesso, quella di Vincenzina dentro cui si inoltra Rafele; c’è la «carne pericolante» e ci sono le «carni fresche» della giovane amante Adelì; c’è la carne della fidanzata su cui Rafele avrebbe voglia di «scatenarle i pizzichilli»; c’è la «carne piumata», c’è la «carne materna», c’è la carne in brodo che fa schifo a Rafele, c’è la «carne esiliata» della miseria «infettata di povertà nell’orfanotrofio; c’è la carne gialla, in decomposizione del corpo morente; c’è la «carne sepolta viva» (cioè quella lasciata morire dell’usuraio Musca); c’è la carne umiliata e sola, c’è la «carne bestiale degli altri» sfiorata nei vasci, e avanti così, un repertorio infinito di carni in senso metaforico e in senso letterale. Davanti a Vincenzina morta, Rosa dice: «Mia madre ha smesso di essere un corpo immobile e spreme nel cielo di Capodimonte una specie di energia. Sono io a spingerla, a contare i suoi passi sulla discesa del vico e lungo le rampe». «Le storie – aggiunge – usciranno dalla carne perché devono inoltrarsi tra una creatura e l’altra come una restituzione e un agguato».</p>
<p style="text-align: justify;">La carne è insieme la vita e la narrazione, la materia che si fa narrazione, dove tutto confluisce, dono e sottrazione, luce e ombra, generosità e tradimenti, sospetti, scuorni, matrimoni, separazioni, spettri del passato, fantasmi del futuro, anime e corpi, follie, depressioni, deliri e lucidità, fragilità e aberrazioni. La carne è un «enorme ventre materno» che genera racconti all’infinito, la quinta di teatro dentro cui recita <em>La compagnia delle anime finte</em>.</p>
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		<title>Have Fun! Pagine culturali a confronto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 20:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Di Stefano]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Francesca Matteoni &#160; Sulle pagine culturali del quotidiano inglese The Guardian esce in data 3 novembre un articolo che elenca i dieci ipotetici libri più difficili da leggere. Il sottotitolo è così traducibile: Immergiti in queste opere impegnative e ne trarrai beneficio. Tra gli autori, scrittori e filosofi, i più noti Joyce, Spinoza, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/06/have-fun-pagine-culturali-a-confronto/artista-incompreso/" rel="attachment wp-att-44045"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-44045" title="artista incompreso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/artista-incompreso-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/artista-incompreso-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/artista-incompreso-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>  di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulle pagine culturali del quotidiano inglese <em>The Guardian</em> esce in data 3 novembre <a href="http://www.guardian.co.uk/culture/gallery/2012/nov/03/10-most-difficult-books-in-pictures#/? picture=398745239&amp;index=9" target="_blank">un articolo che elenca i dieci ipotetici libri più difficili da leggere</a>. Il sottotitolo è così traducibile:</p>
<p><em>Immergiti in queste opere impegnative e ne trarrai beneficio.</em></p>
<p>Tra gli autori, scrittori e filosofi, i più noti Joyce, Spinoza, Will Self, Marx, ma anche un misconosciuto libro sperimentale, scritto da B. S. Johnson, morto suicida nel 1973.  L’opera, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/In_bal%C3%ACa_di_una_sorte_avversa" target="_blank"><em>The Unfortunates</em></a> del 1969, viene pubblicata come una serie di fogli sciolti dentro una scatola – il lettore ha il compito e la libertà di assemblare il testo come crede, nei confini dati del primo “First” e ultimo “Last” capitolo.</p>
<p>Sfortunatamente la lista attira anche i sempre ricettivi giornalisti italiani. Così esce sul <em>Corriere della Sera</em> a firma Paolo Di Stefano un <a href="http://www.corriere.it/cultura/12_novembre_04/10-libri-che-non-riesco-a-finire_f0c0087e-26c2-11e2-8015-d7b141f471a2.shtml" target="_blank">articolo</a> che, riprendendo l’iniziativa britannica, ma dimostrando poca dimestichezza perfino con il traduttore di google, ne manipola e distorce il senso, con un titolo tragico, disfattista e un po’ melò:</p>
<p><em>I dieci libri impossibili da finire.</em></p>
<p>Seguono le scelte e le motivazioni del buon Di Stefano.<span id="more-44044"></span></p>
<p>Ora Di Stefano è libero di leggere o non leggere, capire o non capire tutti i libri che vuole e nella lista si va da D’Arrigo a Pasolini, a Musil, passando per i già citati Joyce e Pynchon.</p>
<p>Ciò che è intollerabile è l’applicazione di quella che sembra ormai diventata una legge squisitamente italiana: l’over-semplificazione dell’opera letteraria e della sua fruizione, anche banalizzando e deliberatamente (o davvero non si sa usare il traduttore di google?) storpiando idee e riflessioni provenienti da un altrove meno cialtrone.</p>
<p>Riassumendo:</p>
<p>il <em>Guardian</em> suggerisce: provate, almeno una volta, fatica nel leggere certi libri. Non ve ne pentirete.</p>
<p>Il <em>Corriere</em> generosamente rilancia: mollate!, anche più di una volta!, la fatica di certi libri troppo lunghi, incomprensibili, che osano utilizzare tecniche insulse come il monologo interiore, e insomma, mancano di una trama facilotta che il vostro settimanale di programmi televisivi di fiducia possa riassumere in tre righe.</p>
<p>Ma gli italiani meritano davvero di essere trattati sempre alla stregua di imbecilli?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sull&#8217;omicidio di Pasolini &#8211; Replica a Marco Belpoliti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 04:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carla Benedetti Cari amici di Nazione Indiana, vi scrivo dopo aver letto su questo blog l’articolo &#8220;Il corpo insepolto di Pasolini&#8220;, dove Marco Belpoliti ci invita in pratica a non parlare più del suo omicidio, su cui giá si sa l’essenziale. È uno strano invito, abbastanza inquietante. Ma come? Siamo di fronte a un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2-300x112.jpg" alt="" title="morte-Pasolini2" width="300" height="112" class="aligncenter size-medium wp-image-32587" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2-300x112.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/morte-Pasolini2.jpg 454w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Carla Benedetti</strong></p>
<p>Cari amici di Nazione Indiana,</p>
<p>vi scrivo dopo aver letto su questo blog l’articolo &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/01/il-corpo-insepolto-di-pasolini/">Il corpo insepolto di Pasolini</a>&#8220;, dove Marco Belpoliti ci invita in pratica a non parlare più del suo omicidio, su cui giá si sa l’essenziale. È uno strano invito, abbastanza inquietante.</p>
<p>Ma come? Siamo di fronte a un delitto ancora oscuro, di cui a tanti anni di distanza non si conoscono ancora né i responsabili né i moventi, a indagini fin dall&#8217;inizio depistate, a probabili connivenze che hanno permesso per così tanto tempo di coprire i colpevoli, ancora impuniti,  e un critico letterario, a cui certo non mancano le informazioni né l’intelligenza per ragionare, ci viene a dire che è meglio dimenticare? “Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini … Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”. Sarebbe come se qualcuno sostenesse che è inutile farsi troppe domande sulla morte di John Kennedy, tanto si sa già quasi tutto. In America sarebbe semplicemente ridicolo. In Italia lo si fa spesso. <span id="more-32580"></span>Ogni volta che sui giornali si torna a parlare dell&#8217;omicidio di Pasolini, immancabilmente si alza una voce per dire che è inutile indagare ancora, tanto non c’è nulla da scoprire. Così fanno da anni Nico Naldini (cugino e biografo di Pasolini), Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini e moglie di Vincenzo Cerami) e altri. E così fa ora anche Belpoliti su &#8220;Nazione indiana&#8221; e sulla &#8220;Stampa&#8221;. Dopo che un senatore imputato di concorso in associazione mafiosa ha annunciato e poi non mostrato un supposto inedito di <em>Petrolio</em>, dopo che Veltroni ha chiesto al ministro Alfano di fare indagini, dopo che un avvocato ha annunciato una nuova testimonianza sulla morte di Pasolini, dopo che la Procura di Roma ha deciso finalmente di riaprire il caso, ecco che qualcuno subito si affretta a buttare acqua sul fuoco. Perché lo fanno? Io sinceramente non lo capisco. A chi o a che cosa potrebbero nuocere ulteriori indagini? Non sta anche a loro a cuore la verità?</p>
<p>Certo, Pasolini era un “poeta” (era ovviamente anche scrittore, e cineasta, ma loro lo chiamano di solito soltanto “poeta’). E con questo? Forse che le indagini su un omicidio possono essere un po’ più approssimative quando la vittima è un “poeta”? Gli assassini non sono ugualmente assassini? E la verità sulla morte di un poeta non è altrettanto sacra della verità sulla morte di un Presidente, o di qualsiasi altro uomo o donna?</p>
<p>Io sono una delle tante persone che vorrebbero si facesse luce su quell’atroce delitto. Nel 2005 la nostra rivista &#8220;Il primo amore&#8221; lanciò un appello per la riapertura del processo Pasolini. L&#8217;appello si può leggere <a href="http://ilprimoamore.com/testo_35.html">qui</a>. Lo hanno firmato un migliaio di cittadini italiani e stranieri, tra i quali personalità note della cultura come Andrea Camilleri, Bernard Henri-Lévy, Luca Ronconi e molti altri. Tra di loro anche studiosi e biografi di Pasolini, come Enzo Siciliano, ora scomparso. Lo hanno firmato anche alcuni collaboratori di Nazione Indiana. E anche Franco Buffoni di cui ora vedo, con piacere, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/04/02/ppp-la-sua-inchiesta/">qui</a> ripreso un articolo di qualche anno fa su Pasolini. Il testo dell&#8217;appello non dava alcun adito alla dietrologia complottistica. Semplicemente diceva:</p>
<p>&#8220;Noi non sappiamo se a far tacere uno degli artisti più fervidi e una delle voci più scomode e tragiche di questo paese sia stata una decisione politica. Quello che però sappiamo &#8211; come lo sa chiunque abbia prestato attenzione alla vicenda &#8211; è che la versione blindata della rissa omosessuale tra due persone non sta in piedi. Sappiamo che essa è stata solo una copertura servita a sviare le indagini e a coprire un altro tipo di delitto”.</p>
<p>Chiunque sia informato sulla vicenda, oggi sa che quella versione non regge. Non solo perché lo stesso Pelosi l&#8217;ha ritrattata, dopo aver scontato la pena, dichiarando di essersi accusato dell&#8217;omicidio di Pasolini perché sotto minaccia. Ma perché già non reggeva per il Tribunale di Primo grado, che infatti condannò il Pelosi &#8220;assieme a ignoti&#8221;. Invece la storia della rissa omosessuale piace molto a Naldini, a Belpoliti e a qualche altro letterato. La trovano “poetica”. Permette loro di fare molti bei ricami sulla morte sacrificale del poeta, sullo &#8220;scandalo dell’omosessualità&#8221;. Un poeta omosessuale ucciso mentre cercava di violentare il suo oggetto di desiderio! Un poeta delle lucciole ucciso da una lucciola  mutante. E se non fosse vera? A loro non importa, quella storia è troppo bella.</p>
<p>Belpoliti scrive che la verità sulla morte di Pasolini l’ha già scritta Naldini. Egli avrebbe già “spiegato a suo modo, non troppo lontano dal vero, cosa successe quella notte a Ostia”. Come se Naldini fosse stato quella notte all&#8217;idroscalo! E che cosa mai racconta Naldini? La solita versione: rissa tra due persone, arricchita però da osservazioni sulla psicologia omosessuale e sui suoi possibili scoppi di violenza. La solita storia, quindi, quella che non convince più, che non convinse nemmeno il Tribunale di primo grado che sentenziò la responsabilità di “ignoti”. Se Naldini, Belpoliti e altri sono così certi che non c&#8217;è più nulla da scoprire, perché non ci dicono allora chi erano gli &#8220;ignoti&#8221; che presero parte all&#8217;omicidio di Pasolini? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto.</p>
<p>Come se temessero l’emergere di un’altra verità.</p>
<p>Nell’articolo su “Nazione Indiana”, Belpoliti fa dell&#8217;ironia su chi ha dubbi e si pone domande. C’è in effetti nei negazionisti anche la tendenza a irridere chi chiede ulteriori indagini, stravolgendo i loro argomenti in modo da farli apparire come fanatici dietrologi innamorati del complotto. Belpoliti lo fa anche nei confronti di un mio articolo uscito sull'&#8221;Espresso&#8221; del 31 marzo, che ora si legge anche su &#8220;<a href="http://ilprimoamore.com/testo_1760.html">Il primo amore</a>&#8220;. Fa persino passare per incontro “notturno&#8221; la conversazione che ebbi nel 2003 con il giudice Vincenzo Calia alla Casa delle Letterature di Roma, alla fine di un convegno su Pasolini che si protrasse fino alle dieci di sera e a cui presero parte anche Gianni D&#8217;Elia, Gianni Borgna e altri. Perché tanta fretta di mettere in ridicolo chi vorrebbe la verità? Non la vogliono forse anche loro?</p>
<p>Per dimostrare quanto sia assurdo indagare ancora su quell&#8217;omicidio, Belpoliti tenta anche di portare una “prova” filologica. Scrive che le fonti di <em>Petrolio</em> (a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte) sono note. È vero. Pasolini riprendeva da articoli di giornale, dalle fotocopie del libro <em>Questo è Cefis</em> che gli aveva passato Elvio Fachinelli (quel libro, scritto da qualche nemico di Cefis, e poi ritirato dalla circolazione, ora si può leggere su &#8220;<a href="http://ilprimoamore.com/testo_1732.html">Il primo amore</a>&#8220;). Quindi Pasolini non sapeva niente di più di ciò che altri già sapevano. Non c&#8217;era perciò &#8211; conclude Belpoliti &#8211; nessuna ragione per ucciderlo. Però omette di dire che quelle sono le fonti del <em>Petrolio</em> edito. Ma nessuno sa cosa ci fosse in quello inedito, negli appunti mancanti del capitolo intitolato &#8220;Lampi sull&#8217;Eni&#8221; (quello annunciato da Dell&#8217;Utri), al cui posto resta ora una pagina bianca. Né quindi si può sapere quali ne fossero le &#8220;fonti&#8221;, né se si trattasse di informazioni ricevute da altri, e che potevano mettere in pericolo la vita dello scrittore. Su quelle non si può dire proprio niente, visto che non le conosciamo. Come può allora Belpoliti sostenere con tanta perentorietà che Pasolini non aveva in mano alcun materiale compromettente?</p>
<p>Vi scrivo dall&#8217;Università di Chicago dove arrivano pochissimi giornali italiani. Ho letto perciò l&#8217;articolo di Belpoliti solo su &#8220;Nazione Indiana&#8221; e non nella versione più breve uscita sulla &#8220;Stampa&#8221;. Non so se ci siano delle differenze sostanziali. Sulle vicende di queste ultime settimane relative al caso Pasolini, oltre al mio, sono usciti anche articoli di <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_marzo_04/carte-rubate-morte-petrolio-pasolini_e3f27a20-275e-11df-badf-00144f02aabe.shtml">Paolo Di Stefano sul &#8220;Corriere della sera&#8221;</a>, di <a href="http://www.pasolini.net/vita_ppp-dellutri01.htm#delia">Gianni D’Elia su “il manifesto”</a>, di <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/31/cosi-si-riapre-il-caso-pasolini.html">Carlo Lucarelli su &#8220;Repubblica&#8221;</a>, che spiegano, anche con rilievi sul testo di Pasolini, da dove nascano i nuovi inquietanti interrogativi che Belpoliti ha cercato di cancellare in quell&#8217;articolo.</p>
<p>Con un cordiale saluto,</p>
<p>Carla Benedetti</p>
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		<title>Gentilissimo Paolo Di Stefano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2008 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[[Paolo Di Stefano sul Corriere, il 24 giugno, ha scritto alcune cose che non condivido. Gli ho risposto di getto dalle pagine dell&#8217;Unità.] di Gianni Biondillo Gent.mo Paolo Di Stefano, se lo faccia dire fuori dai denti: che palle! Mi sono sempre chiesto se sia una condizione anagrafica o di rendita di posizione quella che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/distefano.jpg" alt="" title="distefano" class="alignnone size-full wp-image-6335" /><br />
[<em>Paolo Di Stefano sul Corriere, il 24 giugno, ha scritto <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2008/giugno/24/Autori_vicini_grandi_gia_dimenticati_co_9_080624117.shtml">alcune cose</a> che non condivido. Gli ho risposto di getto dalle pagine dell&#8217;<a href="http://www.unita.it/">Unità</a>.</em>]</p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Gent.mo Paolo Di Stefano,<br />
se lo faccia dire fuori dai denti: che palle! Mi sono sempre chiesto se sia una condizione anagrafica o di rendita di posizione quella che porta alla tentazione del pulpito. In fondo conosco scrittori della mia età che studiano per diventare i nuovi tromboni delle patrie lettere quindi non mi stupisco più di nulla, ma vedere che anche lei ci sia cascato in pieno mi deprime assai. Nella sua rubrica sul <em>Corriere della Sera</em> dal titolo “autori vicini, grandi e già dimenticati”, il 24 giugno scorso, ha saputo inanellare una tale serie di luoghi comuni letterari che mi ha davvero impressionato, facendomi venir voglia di scrivere di getto queste righe “risentite”. <span id="more-6334"></span><br />
Il primo dei luoghi comuni è quello della tanto vituperata categoria dei “giovani scrittori”, che qualcuno mi deve spiegare qual è, dove si trova, in quale ufficio anagrafe, e, soprattutto, da chi è composta. Ragionare per generazioni è così inconsistente che non meriterebbe neppure un appunto. Per farle un esempio: è da anni che mi ritrovo iscritto nell&#8217;elenco e non so più come uscirne. Ho 42 anni, una moglie, due figlie, e pure qualche capello bianco, che mi coccolo come in quella bellissima poesia di Wole Soyinka: quand&#8217;è che riuscirò ad essere considerato uno scrittore e basta? Quando, per dirla con Arbasino, si passa dalla fase “giovane promessa” a quella di “solito stronzo”?<br />
Bene, dato che io mi considero davvero l&#8217;ultimo degli stronzi le voglio dire che rigetto in pieno l&#8217;immagine che dà dei “giovani scrittori”, dimentichi del patrimonio culturale del passato, remoto o prossimo che sia.<br />
Parlo di me non certo per l&#8217;alta opinione che ripongo nelle mie cose. Le assicuro che non scrivo per essere ricordato nelle antologie future, come molti miei colleghi fanno, anzi ho la certezza che sopravviverò alla mia opera: i miei libri verranno dimenticati presto, gusterò la vecchiaia nell&#8217;assoluto anonimato. Resta però il fatto che fra le poche miserande cose che ho pubblicato in volume ci sono saggi su Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Elio Vittorini. Che colleghi a me cari, come Girolamo De Michele, hanno scritto pagine accorate su Rigoni Stern, che i Wu Ming lavorano da anni sul tema della lingua in Beppe Fenoglio, che Raul Montanari ha scritto uno dei più bei ricordi della figura umana e artistica di Pontiggia, che Marino Magliani chiosa da anni, paziente, l&#8217;intera opera di Francesco Biamonti, che Sergio Garufi conosce a memoria intere pagine di Giorgio Manganelli, che su <em>Nazione Indiana</em> (lo conosce? Ci viene a trovare in rete?), grazie a Francesco Forlani, abbiamo pubblicato inediti per la prima volta tradotti in italiano di Saul Bellow o di Céline, che Andrea Inglese ha scritto saggi densissimi su Volponi, che continuiamo a pubblicare e scrivere su Adriano Spatola o Amelia Rosselli, che proprio l&#8217;altro giorno un nostro lettore commentava nel blog, affranto, la notizia della scomparsa di Fabrizia Ramondino, stimolandoci a parlarne più diffusamente. E questi sono solo una spicciolata di esempi dei moltissimi che potrei ancora farle.<br />
E poi questa storia dell&#8217;egemonia dei gialli, ma insomma, basta davvero! “Parli per interesse personale”, potrebbe dirmi. Al di là del fatto che della decina di volumi da me pubblicati solo tre appartengono alla categoria suddetta &#8211; ma l&#8217;abitudine a incasellare l&#8217;opera di chi scrive è così connaturata in certi giornalisti che non potrò certo io estirparla &#8211; io mica mi tiro indietro: mi trovo in ottima compagnia fra i “giallisti”, quanto meno fra loro manca quella sete dell&#8217;altrui sangue che continuo a percepire fra gli “scrittori laureati”. Ma l&#8217;egemonia, dai, per piacere! Vada a vedersi le cinquine di tutti i premi prestigiosi o meno del territorio nazionale (lei li conosce bene, dato che li frequenta): non c&#8217;è un giallista  neppure a piangere in cinese. “Guardare le classifiche per credere”, lei dice. Bene, guardiamole. Ho sottomano la classifica della scorsa settimana: dei primi dieci della narrativa italiana solo due (Faletti e Camilleri) rientrano nel genere. Al primo posto Saviano, al secondo Giordano. Ma di che stiamo parlando, insomma? Vogliamo dimenticare che i casi editoriali degli ultimi anni, da Piperno giù giù fino a Giordano, tutto sono tranne che gialli? Che la tiratura media di un giallo italiano (smettiamola di baloccarci con i vari Faletti o Carofiglio) è di circa 800 copie (spessisimo invendute)?  Oppure ci siamo dimenticati che gli italiani hanno da sempre letto i cosiddetti gialli (spesso scritti da autori italiani sotto pseudonimo), con la sola differenza che al posto di comprarli in edicola ora lo fanno in libreria? E cioè che grazie anche al vituperato genere, un po&#8217; di italiani sono entrati per la prima volta in una libreria?<br />
E infine, quel guardare con disprezzo i “giovani scrittori” (ho i brividi ogni volta che lo scrivo) che “fanno il tifo” a loro stessi: ma mi scusi, dove sarebbe la novità? Che forse dagli Scapigliati fino ai Cannibali (roba del secolo scorso, le rammento), non è sempre stato così? È vero che le pagine culturali dei quotidiani più in auge sono spesso o lenzuolate di cose accadute fra il 1943 e il 1950 oppure articoli che trattano la letteratura contemporanea come fosse una guerra di posizione &#8211; con gossip della peggior specie, inventando fazioni inesistenti l&#8217;uno contro l&#8217;altro armate, e lei forse leggendoli davvero ci ha creduto &#8211; ma dove sta scritto che questi autori millantano di aver inventato l&#8217;epica italiana? Chi di loro l&#8217;ha detto? Condivisibili o meno, ha letto con attenzione le parole di Wu Ming 1? Oppure le sono arrivate di straforo, un po&#8217; ammaccate? Si aggiorni, Di Stefano, provi a leggerli questi scrittori. Non parlo di me, insisto. Io sono l&#8217;ultima ruota del carro. E guardi, per non turbarla troppo, non le consiglio alcun giallista (anche se ce n&#8217;è di bravissimi). Legga però, oltre a quelli succitati, Helena Janeczek, legga Alberto Garlini, Giacomo Sartori, ammiri la compostezza di quelli ancora più giovani, come Luca Ricci, Andrea Bajani o Marco Missiroli, si inoltri nella poesia contemporanea di Biagio Cepollaro, Francesca Matteoni o Andrea Raos. Mai come in questi anni la letteratura italiana è viva e variegata.<br />
Tutto il resto, se lo faccia dire con le parole del Califfo, “tutto il resto è noia”.</p>
<p>Suo devoto lettore,<br />
Gianni Biondillo</p>
<p>[<em>pubblicato su L&#8217;Unità il 4 luglio 2008</em>]</p>
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