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	Commenti a: «Bisogna riscrivere i classici?»: dèmoni e fate della riscrittura	</title>
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		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394938</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 14:52:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394917&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Grazie Andrea, quello che scrivi amplia molto la questione, mi limito a condividere un paio di pensieri: più che le lotte interne al campo letterario, quel che personalmente mi interessa rispetto ai fattori che portano un libro a diventare un classico è l’altro elemento individuato da Bourdieu, e cioè il cambiamento sociale del pubblico (e del suo gusto) – che naturalmente è ben più difficile da tracciare, soprattutto nel momento in cui le fonti di diffusione del gusto si sono moltiplicate attraverso la rete (i booktubers, i reel, ecc ecc). Sicuramente avrà senso farlo in tempi di rivoluzione culturale.
Alle questioni strettamente editoriali della canonizzazione nel ‘900 ha dedicato un libro Isotta Piazza, “Canonici si diventa”: ho sentito una sua conferenza di recente, in cui mostrava esempi di determinate collane editoriali che hanno collaborato a canonizzare certi testi, o come la “tascabilizzazione” sia spesso una pre-canonizzazione. Io, di mio, forse ingenuamente, mi chiedo quanto influiscano oggi le dinamiche della grande distribuzione: mi pare statisticamente molto più difficile che un libro quasi invisibile abbia le stesse possibilità di risonanza di uno che trovi in tutte le Feltrinelli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394917">andrea inglese</a>.</p>
<p>Grazie Andrea, quello che scrivi amplia molto la questione, mi limito a condividere un paio di pensieri: più che le lotte interne al campo letterario, quel che personalmente mi interessa rispetto ai fattori che portano un libro a diventare un classico è l’altro elemento individuato da Bourdieu, e cioè il cambiamento sociale del pubblico (e del suo gusto) – che naturalmente è ben più difficile da tracciare, soprattutto nel momento in cui le fonti di diffusione del gusto si sono moltiplicate attraverso la rete (i booktubers, i reel, ecc ecc). Sicuramente avrà senso farlo in tempi di rivoluzione culturale.<br />
Alle questioni strettamente editoriali della canonizzazione nel ‘900 ha dedicato un libro Isotta Piazza, “Canonici si diventa”: ho sentito una sua conferenza di recente, in cui mostrava esempi di determinate collane editoriali che hanno collaborato a canonizzare certi testi, o come la “tascabilizzazione” sia spesso una pre-canonizzazione. Io, di mio, forse ingenuamente, mi chiedo quanto influiscano oggi le dinamiche della grande distribuzione: mi pare statisticamente molto più difficile che un libro quasi invisibile abbia le stesse possibilità di risonanza di uno che trovi in tutte le Feltrinelli.</p>
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		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394917</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 08:59:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bello e illuminante il tuo pezzo, e interessanti gli interventi. In tutta questa faccenda, c&#039;è una parte che rimane in ombra - perchè non nel tema -, ossia come un testo, anzi un&#039;opera diventa un classico? Il concetto di classico mi sembra includa un doppio aspetto. Il primo riguarda la potenza del testo, la potenza di imporsi al lettore e di produrre letture. E&#039; la sua stessa potenza che espone l&#039;opera divenuta classica ad essere riscritta, tradita, censurata, deformata, ecc. Il secondo aspetto del classico consiste nella politica culturale, nel contesto storico e ideologico che spinge un testo a diventare un classico, ad imporsi ripetto ad altre opere, ad altri testi, e ad altre scritture, prodotte all&#039;interno di una certa cultura. Da questo punto di vista un classico è già esso stesso frutto di un lavoro di riduzione, di occultamento. Penso al caso di Rabelais per la Francia. Rabelais è leggibile nel rinascimento &quot;integralmente&quot;, e diventa una stranezza quasi incomprensibile nei due secoli successivi e in parte fino al XIX secolo. Intendo dire che è anche interessante far entrare in questo discorso il processo che fa si che alcune opere si prestino a diventare classici (con tutte le conseguenze del caso) e alcune no o molto più difficilmente. Qui sembra funzionare un&#039;altro tipo di potenza testuale: che invece di incoraggiare la ripresa, riscrittura, travisamento, correzione, la scoraggia, la inibisce. Sto pensando &quot;ad alta voce&quot;, ma trovo che la tesi molto stimolante Samoyault potrebbe proficuamente accompagnarsi a una lettura di come funzionino di rimando sia gli anti-classici sia i libri che, per ragioni extraletterarie, nella Repubblica delle lettere sono rimasti nella categoria dei &quot;testi locali&quot;, provinciali, periferici, minoritari. Questo vuol dire ovviamente rivalutare tutte le letterature &quot;marginalizzate&quot; per ragioni di dominio coloniale, politico, ecc. Ma anche all&#039;interno di una letteratura dominante (mettiamo pure: bianca, occidentale, maschile, ecc.) esistono opere minoritarie, marginalizzate, che malgrado cio&#039; hanno dimostrato una propria potenza all&#039;interno di contesti e momenti storici particolari. Il tema per altro è già presente in Deleuze.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bello e illuminante il tuo pezzo, e interessanti gli interventi. In tutta questa faccenda, c&#8217;è una parte che rimane in ombra &#8211; perchè non nel tema -, ossia come un testo, anzi un&#8217;opera diventa un classico? Il concetto di classico mi sembra includa un doppio aspetto. Il primo riguarda la potenza del testo, la potenza di imporsi al lettore e di produrre letture. E&#8217; la sua stessa potenza che espone l&#8217;opera divenuta classica ad essere riscritta, tradita, censurata, deformata, ecc. Il secondo aspetto del classico consiste nella politica culturale, nel contesto storico e ideologico che spinge un testo a diventare un classico, ad imporsi ripetto ad altre opere, ad altri testi, e ad altre scritture, prodotte all&#8217;interno di una certa cultura. Da questo punto di vista un classico è già esso stesso frutto di un lavoro di riduzione, di occultamento. Penso al caso di Rabelais per la Francia. Rabelais è leggibile nel rinascimento &#8220;integralmente&#8221;, e diventa una stranezza quasi incomprensibile nei due secoli successivi e in parte fino al XIX secolo. Intendo dire che è anche interessante far entrare in questo discorso il processo che fa si che alcune opere si prestino a diventare classici (con tutte le conseguenze del caso) e alcune no o molto più difficilmente. Qui sembra funzionare un&#8217;altro tipo di potenza testuale: che invece di incoraggiare la ripresa, riscrittura, travisamento, correzione, la scoraggia, la inibisce. Sto pensando &#8220;ad alta voce&#8221;, ma trovo che la tesi molto stimolante Samoyault potrebbe proficuamente accompagnarsi a una lettura di come funzionino di rimando sia gli anti-classici sia i libri che, per ragioni extraletterarie, nella Repubblica delle lettere sono rimasti nella categoria dei &#8220;testi locali&#8221;, provinciali, periferici, minoritari. Questo vuol dire ovviamente rivalutare tutte le letterature &#8220;marginalizzate&#8221; per ragioni di dominio coloniale, politico, ecc. Ma anche all&#8217;interno di una letteratura dominante (mettiamo pure: bianca, occidentale, maschile, ecc.) esistono opere minoritarie, marginalizzate, che malgrado cio&#8217; hanno dimostrato una propria potenza all&#8217;interno di contesti e momenti storici particolari. Il tema per altro è già presente in Deleuze.</p>
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		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394806</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 11:03:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394802&quot;&gt;rmorresi&lt;/a&gt;.

Ciao Renata, grazie del commento. Con quell’espressione riprendevo il titolo del saggio di Pascale Casanova, che proprio alle condizioni materiali della produzione del “valore” letterario dedica una buona parte d’attenzione. Hai ragione che su tali condizioni bisogna essere vigili rispetto alla lettura dei classici: dalle ore d’insegnamento effettivo che si hanno a disposizione (sempre meno a scuola, sempre più ostacolate all’università da mille e uno esoneri, sessioni d’esame, eventi extracurricolari), agli stipendi di chi insegna, alle modalità pratiche di «arrivare» al testo vero e proprio. Sono riflessioni in fieri, per me: di recente pensavo soprattutto a quest’ultimo punto (arrivare al testo, invece di partire dal testo, come per formazione metodologica e per gusto sarei invece portata a fare). Ma dici proprio bene: è fondamentale evitare di ridurre i classici a bersagli o reliquie (è la base del saggio di Samoyault).
Mi piace molto anche ciò che scrivi sul valore della ripresa del classico nelle periferie del sistema: ci saranno sicuramente eccezioni negative, ma forse proprio da queste può partire la rimessa in circolazione della linfa vitale che appartiene ai classici (sempre viva il decentramento). À suivre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394802">rmorresi</a>.</p>
<p>Ciao Renata, grazie del commento. Con quell’espressione riprendevo il titolo del saggio di Pascale Casanova, che proprio alle condizioni materiali della produzione del “valore” letterario dedica una buona parte d’attenzione. Hai ragione che su tali condizioni bisogna essere vigili rispetto alla lettura dei classici: dalle ore d’insegnamento effettivo che si hanno a disposizione (sempre meno a scuola, sempre più ostacolate all’università da mille e uno esoneri, sessioni d’esame, eventi extracurricolari), agli stipendi di chi insegna, alle modalità pratiche di «arrivare» al testo vero e proprio. Sono riflessioni in fieri, per me: di recente pensavo soprattutto a quest’ultimo punto (arrivare al testo, invece di partire dal testo, come per formazione metodologica e per gusto sarei invece portata a fare). Ma dici proprio bene: è fondamentale evitare di ridurre i classici a bersagli o reliquie (è la base del saggio di Samoyault).<br />
Mi piace molto anche ciò che scrivi sul valore della ripresa del classico nelle periferie del sistema: ci saranno sicuramente eccezioni negative, ma forse proprio da queste può partire la rimessa in circolazione della linfa vitale che appartiene ai classici (sempre viva il decentramento). À suivre</p>
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		<title>
		Di: rmorresi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394802</link>

		<dc:creator><![CDATA[rmorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 10:20:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie, Ornella, per una ricognizione critica che permette di guardare alle possibilità dei rapporti tra testi, contesti, direzioni e ricezioni senza ridurre tutto a bandiera o messaggio. D’altronde servono ancora gli strumenti della riflessione letteraria per parlare di letteratura (anche per continuare a godersela). Tra traduzione, adattamento, rifacimento, parodia, contro-narrazione, spin-off ecc. passano differenze che nessun commento generalista può davvero voler, e forse saper, fare.
Su una nota meno pacificata: mi ha colpito più del dovuto quella “repubblica mondiale delle lettere”. Mi chiedo quanto di questa società umanistica resti vivo e praticabile. Da un lato, proprio i classici (soprattutto se antichi e ormai fuori copyright) vengono ripresi ossessivamente (Shakespeare, per esempio, possiede ormai un &#039;capitale reputazionale&#039; che permette di prenderlo, riscriverlo, attualizzarlo, spostarlo ecc senza pagare diritti e con la ragionevole speranza di vendere qualche copia). Dall’altro lato, quegli stessi classici diventano sempre più “illeggibili”, per complessità, mole, distanza storica e/o per loro stessa valenza politica. Twain e Morrison, per dire, sono anche tra gli autori più contestati nelle biblioteche e nelle scuole americane. Magari si fanno meglio da noi, in periferia, che nelle Ivy League. E tuttavia, anche questa periferia a volte li usa come alibi: trasforma i classici in beni-rifugio. Importante continuare a interrogarsi su quali condizioni materiali, editoriali e pedagogiche rendano ancora possibile leggerli &#039;davvero&#039;, senza ridurli a bersagli o reliquie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie, Ornella, per una ricognizione critica che permette di guardare alle possibilità dei rapporti tra testi, contesti, direzioni e ricezioni senza ridurre tutto a bandiera o messaggio. D’altronde servono ancora gli strumenti della riflessione letteraria per parlare di letteratura (anche per continuare a godersela). Tra traduzione, adattamento, rifacimento, parodia, contro-narrazione, spin-off ecc. passano differenze che nessun commento generalista può davvero voler, e forse saper, fare.<br />
Su una nota meno pacificata: mi ha colpito più del dovuto quella “repubblica mondiale delle lettere”. Mi chiedo quanto di questa società umanistica resti vivo e praticabile. Da un lato, proprio i classici (soprattutto se antichi e ormai fuori copyright) vengono ripresi ossessivamente (Shakespeare, per esempio, possiede ormai un &#8216;capitale reputazionale&#8217; che permette di prenderlo, riscriverlo, attualizzarlo, spostarlo ecc senza pagare diritti e con la ragionevole speranza di vendere qualche copia). Dall’altro lato, quegli stessi classici diventano sempre più “illeggibili”, per complessità, mole, distanza storica e/o per loro stessa valenza politica. Twain e Morrison, per dire, sono anche tra gli autori più contestati nelle biblioteche e nelle scuole americane. Magari si fanno meglio da noi, in periferia, che nelle Ivy League. E tuttavia, anche questa periferia a volte li usa come alibi: trasforma i classici in beni-rifugio. Importante continuare a interrogarsi su quali condizioni materiali, editoriali e pedagogiche rendano ancora possibile leggerli &#8216;davvero&#8217;, senza ridurli a bersagli o reliquie.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394801</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 10:20:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394748&quot;&gt;Giorgio Mascitelli&lt;/a&gt;.

Ciao Giorgio, sia i due libri, sia la mia lettura mirano a considerare la questione provando a evitare di finire nell’impasse che descrivi. Siamo tutti d’accordo che la letteratura debba aprire all’alterità, e a nessuno pare una buona idea edulcorare i testi (nemmeno alle due autrici: l’ho scritto chiaramente), ma la domanda vera per me invece è: meglio leggere una versione edulcorata di un classico o non leggerlo affatto? Perché è di questo che stiamo parlando. Possiamo arroccarci quanto vogliamo e dire: “No! Il classico va letto in versione originale”, ma 1) la versione “originale” lascia il tempo che trova (vd. tutte le considerazioni avanzate sopra) e 2) leggerlo in una versione rimaneggiata tiene comunque chi legge immerso nel mondo della letteratura, e nulla esclude (anzi, è possibile) che poi, strada facendo, si apra maggiormente all’alterità, magari capitando su una versione non edulcorata. Invitare ad aprirsi all’alterità è una delle scommesse dell’insegnamento: insegnamento nel quale nessuno sta dicendo che si debba fruire di versioni edulcorate. È una scommessa difficile, ma francamente, in un’esistenza fatta di perenne esibizione del sé sui social, di fragilizzazione psicologica dovuta a mille cause storiche, l&#039;impatto nefasto delle versioni edulcorate dei classici va forse relativizzato.
Non sono d’accordo poi con l’affermazione che le edizioni che edulcorano non lo dichiarino, anzi: il caso Dahl è scoppiato proprio perché la Puffin l’ha dichiarato. E certo che l’ha dichiarato, lo scrive pure sulla pagina editoriale del prodotto: è una scelta deliberata, volta a intercettare determinati interessi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394748">Giorgio Mascitelli</a>.</p>
<p>Ciao Giorgio, sia i due libri, sia la mia lettura mirano a considerare la questione provando a evitare di finire nell’impasse che descrivi. Siamo tutti d’accordo che la letteratura debba aprire all’alterità, e a nessuno pare una buona idea edulcorare i testi (nemmeno alle due autrici: l’ho scritto chiaramente), ma la domanda vera per me invece è: meglio leggere una versione edulcorata di un classico o non leggerlo affatto? Perché è di questo che stiamo parlando. Possiamo arroccarci quanto vogliamo e dire: “No! Il classico va letto in versione originale”, ma 1) la versione “originale” lascia il tempo che trova (vd. tutte le considerazioni avanzate sopra) e 2) leggerlo in una versione rimaneggiata tiene comunque chi legge immerso nel mondo della letteratura, e nulla esclude (anzi, è possibile) che poi, strada facendo, si apra maggiormente all’alterità, magari capitando su una versione non edulcorata. Invitare ad aprirsi all’alterità è una delle scommesse dell’insegnamento: insegnamento nel quale nessuno sta dicendo che si debba fruire di versioni edulcorate. È una scommessa difficile, ma francamente, in un’esistenza fatta di perenne esibizione del sé sui social, di fragilizzazione psicologica dovuta a mille cause storiche, l&#8217;impatto nefasto delle versioni edulcorate dei classici va forse relativizzato.<br />
Non sono d’accordo poi con l’affermazione che le edizioni che edulcorano non lo dichiarino, anzi: il caso Dahl è scoppiato proprio perché la Puffin l’ha dichiarato. E certo che l’ha dichiarato, lo scrive pure sulla pagina editoriale del prodotto: è una scelta deliberata, volta a intercettare determinati interessi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Giorgio Mascitelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394748</link>

		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 17:53:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il problema è la chiarezza, tutto è legittimo in letteratura purché dichiarato: quando Grillparzer o Christa Wolf scrivono le loro Medea non pretendono di correggere Euripide, ma scrivono delle nuove opere che raccontano una vecchia storia e se ne assumono la responsabilità. Quando si scrive una riduzione di un classico per bambini o per persone che stanno imparando una lingua straniera, gli autori della riduzione non stanno correggendo o migliorando un&#039;opera, ma si stanno rivolgendo a un pubblico particolare che per varie ragioni non è in grado di accostarsi all&#039;originale. Quando in una traduzione si toglie o si modifica un passo perché sconveniente o, come si usa oggi, si offre un&#039;edizione depurata da concetti non accettabili non lo si dichiara mai (esattamente come non si dichiara mai il ricorso all&#039;IA) perché si intende fornire una versione a vario titolo più congrua di quella dell&#039;autore come nella Carmen di qualche anno fa in cui è lei che ammazza lui. Ora il problema centrale non è la censura, anche se ovviamente durante la Controriforma i classici circolano praticamente solo in versione moralizzata, il problema generale è l&#039;allergia alla storia, che ci piaccia o meno è una forma di allergia al diverso da noi, è insomma l&#039;allergia all&#039;idea che i nostri amati bisnonni potessero consentire a cose che noi disapproviamo. Non voglio farti il pistolotto sulle cause della ridiffusione di questa vecchie pratiche e idee in quest&#039;epoca perché lo conosci meglio di me. Però la domanda è se tu non leggi la letteratura per incontrare l&#039;altro da te, a cosa serve leggere?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il problema è la chiarezza, tutto è legittimo in letteratura purché dichiarato: quando Grillparzer o Christa Wolf scrivono le loro Medea non pretendono di correggere Euripide, ma scrivono delle nuove opere che raccontano una vecchia storia e se ne assumono la responsabilità. Quando si scrive una riduzione di un classico per bambini o per persone che stanno imparando una lingua straniera, gli autori della riduzione non stanno correggendo o migliorando un&#8217;opera, ma si stanno rivolgendo a un pubblico particolare che per varie ragioni non è in grado di accostarsi all&#8217;originale. Quando in una traduzione si toglie o si modifica un passo perché sconveniente o, come si usa oggi, si offre un&#8217;edizione depurata da concetti non accettabili non lo si dichiara mai (esattamente come non si dichiara mai il ricorso all&#8217;IA) perché si intende fornire una versione a vario titolo più congrua di quella dell&#8217;autore come nella Carmen di qualche anno fa in cui è lei che ammazza lui. Ora il problema centrale non è la censura, anche se ovviamente durante la Controriforma i classici circolano praticamente solo in versione moralizzata, il problema generale è l&#8217;allergia alla storia, che ci piaccia o meno è una forma di allergia al diverso da noi, è insomma l&#8217;allergia all&#8217;idea che i nostri amati bisnonni potessero consentire a cose che noi disapproviamo. Non voglio farti il pistolotto sulle cause della ridiffusione di questa vecchie pratiche e idee in quest&#8217;epoca perché lo conosci meglio di me. Però la domanda è se tu non leggi la letteratura per incontrare l&#8217;altro da te, a cosa serve leggere?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Luigi Menna		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394741</link>

		<dc:creator><![CDATA[Luigi Menna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 16:19:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie di questo pezzo, Ornella. 
Apre fronti che vanno anche oltre la letteratura. Il cinema vive di riscritture con la stessa mobilità che lei descrive, e il caso più interessante non è il rifacimento, è la ripresa dichiarata: Pasolini che reinventa Sofocle nel suo Edipo Re non cancella il testo greco, ne assume il peso e lo trasporta in un altro corpo. 
È il contrario della cancellazione, come scrive Samoyault, ma a una condizione che il suo libro lascia un po’ nell’ombra: che chi riscrive accetti di essere nominato e di rispondere di ciò che ha trasformato.
La «galassia delle versioni», su questo, regge fino a quando il nome di chi opera la trasformazione resta leggibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie di questo pezzo, Ornella.<br />
Apre fronti che vanno anche oltre la letteratura. Il cinema vive di riscritture con la stessa mobilità che lei descrive, e il caso più interessante non è il rifacimento, è la ripresa dichiarata: Pasolini che reinventa Sofocle nel suo Edipo Re non cancella il testo greco, ne assume il peso e lo trasporta in un altro corpo.<br />
È il contrario della cancellazione, come scrive Samoyault, ma a una condizione che il suo libro lascia un po’ nell’ombra: che chi riscrive accetti di essere nominato e di rispondere di ciò che ha trasformato.<br />
La «galassia delle versioni», su questo, regge fino a quando il nome di chi opera la trasformazione resta leggibile.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394738</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 15:00:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=120507#comment-394738</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394720&quot;&gt;Daniele Ruini&lt;/a&gt;.

Grazie a te, Daniele, per la lettura e gli spunti utilissimi e stimolanti: dai Grimm (dici proprio bene) al passo indietro fino al Medioevo. Non dobbiamo mai dimenticare di storicizzare, cerco di ricordarlo innanzitutto a me stessa: vale per molte &quot;grandi questioni&quot;, fra cui quella dell&#039;autonomia della letteratura, che mi suscita riflessioni già da un po&#039;. Grazie e a presto!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394720">Daniele Ruini</a>.</p>
<p>Grazie a te, Daniele, per la lettura e gli spunti utilissimi e stimolanti: dai Grimm (dici proprio bene) al passo indietro fino al Medioevo. Non dobbiamo mai dimenticare di storicizzare, cerco di ricordarlo innanzitutto a me stessa: vale per molte &#8220;grandi questioni&#8221;, fra cui quella dell&#8217;autonomia della letteratura, che mi suscita riflessioni già da un po&#8217;. Grazie e a presto!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Daniele Ruini		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/22/bisogna-riscrivere-i-classici/#comment-394720</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ruini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 11:07:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Interessantissimo Ornella questo tuo pezzo! Butto giù al volo qualche banale spunto stimolato dalla lettura.
-Eh sì, leggere le prime versioni delle fiabe dei Grimm è piuttosto scioccante (con le sorellastre di Cenerentola che arrivavano ad amputarsi le dita e i calcagni dei piedi pur di entrare nella scarpetta!), e fa capire come si è poi voluto edulcorare il perturbante delle narrazioni popolari per non disturbare troppo la nascente classe borghese.
-Riscrittura e traduzione come ragione di vita delle opere letterarie: su questo ha molto da insegnare la cultura del medioevo europeo, che non concepiva proprio –soprattutto per i testi non in latino– lo statuto di “originale” e non si faceva scrupoli a riscrivere continuamente (e anche a usare filtri tendenziosamente cristiani per interpretare opere dell’antichità).
-Borges ha quasi sempre ragione: basti pensare a come per lunghi secoli (di fatto fino al Concilio Vaticano II) il Vaticano si è ostinatamente opposto ad ogni traduzione della Bibbia nelle lingue volgari, perseguendo chi –come per esempio i valdesi, e poi i luterani– ne faceva invece un punto decisivo per avvicinare i fedeli alle Scritture.
-Molto interessante il caso del contro-monumento di Nancy (che non conoscevo), che credo rappresenti un modo intelligente di rapportarsi alle eredità scomode del passato (un po’ come quando a Bolzano, qualche anno fa, due artisti locali avevano proiettato una citazione di Hannah Arendt, “Nessuno ha il diritto di obbedire”, sull’enorme fregio che decora quella che era la sede locale del Partito fascista).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Interessantissimo Ornella questo tuo pezzo! Butto giù al volo qualche banale spunto stimolato dalla lettura.<br />
-Eh sì, leggere le prime versioni delle fiabe dei Grimm è piuttosto scioccante (con le sorellastre di Cenerentola che arrivavano ad amputarsi le dita e i calcagni dei piedi pur di entrare nella scarpetta!), e fa capire come si è poi voluto edulcorare il perturbante delle narrazioni popolari per non disturbare troppo la nascente classe borghese.<br />
-Riscrittura e traduzione come ragione di vita delle opere letterarie: su questo ha molto da insegnare la cultura del medioevo europeo, che non concepiva proprio –soprattutto per i testi non in latino– lo statuto di “originale” e non si faceva scrupoli a riscrivere continuamente (e anche a usare filtri tendenziosamente cristiani per interpretare opere dell’antichità).<br />
-Borges ha quasi sempre ragione: basti pensare a come per lunghi secoli (di fatto fino al Concilio Vaticano II) il Vaticano si è ostinatamente opposto ad ogni traduzione della Bibbia nelle lingue volgari, perseguendo chi –come per esempio i valdesi, e poi i luterani– ne faceva invece un punto decisivo per avvicinare i fedeli alle Scritture.<br />
-Molto interessante il caso del contro-monumento di Nancy (che non conoscevo), che credo rappresenti un modo intelligente di rapportarsi alle eredità scomode del passato (un po’ come quando a Bolzano, qualche anno fa, due artisti locali avevano proiettato una citazione di Hannah Arendt, “Nessuno ha il diritto di obbedire”, sull’enorme fregio che decora quella che era la sede locale del Partito fascista).</p>
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