«Bisogna riscrivere i classici?»: dèmoni e fate della riscrittura

di Ornella Tajani
«Sembra la matrigna di Biancaneve»: quante volte l’avremo detto, o anche solo pensato, per alludere a una donna malvagia o antipatica? La fiaba appartiene da sempre al nostro immaginario, strettamente collegata allo schema di un rapporto governato dall’invidia, in cui un’adulta non riesce a sopportare di essere meno bella di una bambina dalla pelle candida. Che choc psicologico, dunque, scoprire che, nella prima versione dei fratelli Grimm (1812), la donna non è la matrigna di Biancaneve, bensì la madre. Funesto è stato per lei il desiderio di avere una figlia «bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano», perché da quel momento, alla domanda «Specchio mio che stai sul muro/sono io la più bella, è sicuro?», lo specchio non farà che rispondere: «Regina signora, siete la più bella in questa stanza/ma Biancaneve vi supera a oltranza!»[1]. Divorata dalla gelosia, la madre tesse varie trame infanticide. Probabilmente troppo «estrema», la stesura originale sarà modificata dagli autori già nell’edizione del 1819, trasformando il personaggio crudele da madre in matrigna, così da rendere il suo odio più “moralmente sostenibile”. Eppure è questa narrazione «aggiornata», modificata, che – almeno per il momento – è passata alla storia, influenzandone la ricezione, generando topoi e finanche clichés linguistici.
È un piccolo esempio dei tanti percorsi della riscrittura: chi fruisce di narrazioni vive immerso in una costellazione di versioni diverse, edizioni scorciate o modificate, traduzioni più o meno infedeli, interpretazioni radicali, che si sovrappongono, sostituiscono o coesistono in un movimento incessante e in buona parte imprevedibile, dimostrando, come diceva Borges, che «il concetto di testo definitivo appartiene soltanto alla religione o alla stanchezza»; e, si sa, Borges ha quasi sempre ragione.
La questione della riscrittura è tornata alla ribalta del dibattito contemporaneo per via del caso Roald Dahl, scoppiato nel 2023 a seguito della decisione, da parte della Puffin Books, di proporre delle edizioni dei suoi libri purgate del lessico suscettibile di urtare la sensibilità del pubblico per motivi di ordine razziale, sessuale o legati alla rappresentazione del corpo. Se ne è molto discusso e nell’arco dell’ultimo anno sono apparsi in Francia due libri che esplorano gli universi delle riscritture.
Il primo è un volumetto tascabile della storica Laure Murat, intitolato Toutes les époques sont dégueulasses (Verdier 2025): distinguendo la «réécriture» (riscrittura creativa, a fini artistici: un esempio su tutti, la Phèdre di Racine, che riprende il mito greco per trasformarlo in una delle opere più belle della letteratura francese) dalla «récriture» (il rimaneggiamento di un testo per ragioni morali o comunque non estetiche: il caso Dahl, appunto), l’autrice sottolinea come la seconda sia quasi sempre dovuta a esigenze di mercato e, proponendo una casistica editoriale varia, evidenzia anche il ruolo politico-culturale importante che hanno e avranno le case editrici negli anni a venire: decidere quali pratiche adottare e quali non (vale, peraltro, anche per l’uso delle IA). Per Murat, contestualizzare (attraverso paratesti, prefazioni, postfazioni, ecc.) e problematizzare (ad esempio a lezione, ampliando lo spettro di letture somministrate) i classici che possono urtare la sensibilità degli studenti è senz’altro una via percorribile, tenendo a mente che la portata delle «récritures», cioè delle riscritture a fini non estetici, è sì da tenere sott’occhio, ma non va confusa col nemico vero e proprio, che è altro ed è rappresentato dalla censura – termine del quale a suo avviso si abusa in tempi di guerre culturali. «Al XXI secolo tocca raccogliere la sfida di questo conflitto fra arte e morale. E questo non può avvenire falsificando le opere, cioè mettendo la polvere sotto al tappeto, ma dando prova di lucidità rispetto al canone, di coraggio intellettuale e, soprattutto, di creatività». Una creatività che può consistere nel trovare nuove maniere di dialogare con testi problematici, come ha fatto Percival Everett con James, in cui ripercorre Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain dal punto di vista dello schiavo Jim. In occasione di un incontro svoltosi all’università Sciences Po di Parigi lo scorso gennaio, Murat, che è autrice di un precedente saggio sulla Cancel Culture intitolato Qui annule quoi? (Seuil 2022), ha evocato l’idea di interagire col passato coloniale non cancellandone le tracce, ma rispondendovi, come è stato fatto ad esempio a Nancy, dove, piuttosto che abbattere la statua del sergente Blandan, figura chiave della colonizzazione in Algeria, è stato commissionato un «contro-monumento», la Table de désorientation, che ora fronteggia e mette in discussione il monumento precedente. Insomma, nelle sue parole, «eliminare ciò che oggi disturba perché lo si ritiene offensivo significa privare gli oppressi della loro oppressione».
Toutes les époques sont dégueulasses mira a distinguere le pratiche di riscrittura, a osservarle caso per caso – ce lo insegna, del resto, l’infinita pratica di riscrittura che è la traduzione, un campo nel quale la frase mantra è «dipende dal contesto»; è un saggio breve che si prefigge di discernere gli scopi puramente commerciali di alcune riscritture, dietro le quali può annidarsi una strumentalizzazione di pur sacrosante rivendicazioni identitarie.
Se Murat invita dunque a non polarizzare il discorso, a uscire dallo schema pro/contro la riscrittura, il recente libro di Tiphaine Samoyault, Toutes sortes de Misérables (Seuil 2026), va oltre e spariglia le carte, facendo esplodere lo stesso concetto di riscrittura in una miriade di frammenti che tutti attraversano la galassia letteraria. Pur ammettendo che il neoliberismo si traduca anche in una pluralità di versioni pensate ad hoc per un certo mercato, l’autrice evidenzia come il movimento della riscrittura abbia una portata molto più ampia: considerarne le diverse declinazioni significa ragionare sulle dinamiche arborescenti e complesse della «repubblica mondiale delle lettere».
Il punto di partenza è ancora una volta Borges: in quanto «fatto mobile», il testo è in continua evoluzione, anche il cosiddetto «testo originale». Questa idea, che presiede all’intera poetica borgesiana e si presta a proficue applicazioni nel campo traduttologico[2], va intesa non tanto alla lettera, ma piuttosto come una direzione ideale; la sua mise en abyme perfetta è il racconto Pierre Menard, autore del Chisciotte, che in Dopo Babele Georges Steiner definiva «probabilmente il commento più acuto e più denso che sia mai stato proposto al problema della traduzione».
Le opere letterarie non sono immutabili, annuncia dunque in apertura Samoyault, ma anzi, nel considerare le loro numerose evoluzioni, sembra che i classici diventino tali anche per via delle loro riscritture, che, pur nella loro diversità tipologica, l’autrice vede come «il contrario della cancellazione», perché sempre serbano memoria dell’originale e contribuiscono in qualche modo a tenerlo in vita. Possono comportare una messa in discussione dell’autorità (patriarcale, coloniale o puramente letteraria, del canone), ma si inseriscono in un movimento tutt’altro che mortifero e raccontano, semmai, una contro-storia.
Mi sono innamorata della letteratura divorando edizioni ridotte – comincia l’autrice – e non permetterò a nessuno di dire che quella non era la vera vita […]. È proprio per aver letto I Miserabili in una versione per ragazzi che poi l’ho letto e riletto in edizione integrale. È un libro che ho amato fin dal primo momento, e fin dal primo momento leggerlo ha rappresentato per me un’esperienza.[3]
I primi due capitoli, che costituiscono una sorta di preludio al saggio, sono dedicati al racconto di tre diverse letture di questo stesso romanzo, senza mai trascurare la «lettre du texte», cioè sempre immergendosi nell’analisi di estratti puntuali del testo nelle varie edizioni. Nel primo capitolo vengono ripercorse le «mille e uno» versioni di Cosette, personaggio dei Miserabili di Hugo, periodicamente presentato dagli editori come un romanzo autonomo: in verità si tratta di versioni abbreviate per l’infanzia, il cui close-reading non è privo di sorprese, quando ad esempio si prendono in esame le implicazioni della rimozione di un’esclamazione dalla forte impronta religiosa. Al netto dei cambiamenti effettivi operati nel testo, della sua incredibile mobilità, Samoyault evidenzia inoltre come, ad ogni rilettura, entri in gioco anche la soggettività di chi legge, trasformando di volta in volta l’opera in questione, perché la sensibilità e l’esperienza mutano col tempo; ci ritorno più avanti.
Questa concezione aperta, borgesianamente irriverente, del sistema letterario dialoga molto bene con ciò che l’autrice definisce una teoria «euforica» della traduzione, meno preoccupata cioè dal rimpianto dell’impossibile fedeltà al testo di partenza, ma piuttosto curiosa e stimolata dal rapporto che le varie traduzioni intessono fra loro; in fondo, se la traduzione dipende dall’originale, è pur vero che l’originale diventa tale solo nel momento in cui viene tradotto. La traduzione finisce per essere la condizione stessa dell’esistenza di un’opera, sicché «un testo dev’essere considerato come l’insieme di tutte le sue traduzioni significativamente diverse»: nel citare il poeta e traduttore Léon Robel, Samoyault compie un passo ulteriore verso un’analisi del testo, dei testi, alla luce di due sue caratteristiche fondamentali, ossia la pluralità e la capacità di cambiamento. Lo si vede nel paragrafo intitolato Voyages lointains e dedicato alle traduzioni di Hugo in Cina, Giappone e Russia. Un caso clamoroso è quello del componimento Les pauvres gens, tradotto in russo da Tolstoj, ritradotto poi in cinese e in questo paese diffuso, fino a tempi recenti, come un’opera di paternità tolstojana, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della ricezione: nondimeno, Les pauvres gens ha circolato anche in Cina. A cosa serve ritracciare queste traiettorie? Serve a mettere a fuoco che, se al centro del sistema letterario restano i testi, la loro permanenza nel tempo e nello spazio non dipende da una loro presunta immutabilità, da una «materia inalterabile», ma al contrario da una grande capacità di trasformazione.
Ciò che definisce un classico o un autore mondiale, non meno della sua presunta atemporalità, è che si tratta di un’opera infinitamente ripresa, citata, fatta propria, modificata, in una parola, riscritta. Per cui la domanda «bisogna riscrivere i classici?» è una falsa domanda, perché i classici sono tali proprio nella misura in cui vengono costantemente riscritti.
Dunque, più un autore è mondiale, più i suoi libri conosceranno variazioni, e viceversa. Non tutte le variazioni hanno un interesse, né sono «neutre» (così come non lo sono le traduzioni: la stessa autrice ne ha ampiamente discusso nel precedente saggio Traduction et violence, Seuil 2020). Tuttavia, è auspicabile vedere la moltiplicazione dei testi come un’addizione piuttosto che una sottrazione: le variazioni sarebbero così come onde collaterali, che non hanno certo la pretesa di sommergere il testo di partenza. Si può amare la letteratura alla follia nei suoi testi «originali», scrive Samoyault, ammettendo però che i testi circolino seguendo dinamiche varie: è inevitabile quanto confortante, perché testimonia di una condizione non stagnante della letteratura.
Ora, uno degli spettri che la riscrittura porta con sé è, come si accennava, la messa in discussione di un’autorità. L’autrice lo dimostra attraversando una varietà di testi: si comincia con il contro-esempio costituito dalle versioni della Bella e la bestia, successive all’originale e inscrittesi nell’immaginario collettivo perché corrispondenti all’ordine sociale dominante (la storia della fanciulla prigioniera), mentre, nella sua prima apparizione in Francia nel 1740 ad opera di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve, la Bella ha un potere sulla bestia e non è intrappolata nel castello, può andarsene quando vuole; «la riscrittura patriarcale delle fiabe trasforma il soggetto della storia tanto quanto una riscrittura femminista. Ma siccome impone una versione che corrisponde all’ordine sociale dominante, non ha alcuna difficoltà a essere considerata come originale». Si passa poi dalla Medea di Christa Wolf (esempio di riscrittura come sovvertimento dell’autorità maschile) al già citato James di Percival Everett (riscrittura come sovvertimento dell’autorità coloniale): queste ultime due opere non mirano a sostituirsi agli originali, ma a instaurare con essi un dialogo. La casistica è ampia e le scelte potenzialmente illimitate: anche rispetto alle traduzioni epurate di termini lesivi di alcune sensibilità, pur definendo «ridicole e inutili» le manipolazioni sui testi di Dahl, Samoyault ritrova nella storia della letteratura esempi di traduzioni persino più razziste degli originali: se queste sono state ammesse, si potrebbe forse concepire anche l’eventualità di traduzioni che lo siano meno.
La memoria culturale non è immobile, come l’autrice ricorda ancora attraverso le parole di Borges: non si rilegge mai un libro allo stesso modo, come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume; le acque si muovono così come si muovono e cambiano lettori e lettrici, già soltanto rispetto a sé stessi.
Ho fatto la scelta, forse discutibile, di utilizzare lo stesso termine «riscrittura» per parlare ora di riscritture ad usum delphini, ora di adattamenti ludici mirati a sovvertire le versioni canoniche, ora di riprese autoriali di testi del passato. Queste ultime attengono spesso al campo dell’arte, a differenza delle edizioni censurate o dei rimaneggiamenti moralizzanti. Ma l’importanza sociale della letteratura sta soprattutto nel confondere le categorie d’arte e discorso, nell’essere oggetto di usi diversissimi, che non sempre hanno uno scopo estetico. Nella pratica è molto difficile distinguere con certezza cosa ha a che vedere con l’invenzione e cosa le è estraneo. Sebbene alcuni casi siano indiscutibili, molto altro resta nell’indeterminatezza.
Si tratta di un libro ricchissimo di esempi e spunti di riflessione, che spaziano, oltre a quanto già detto, dagli adattamenti teatrali a dei casi di studio finali legati al campo dell’arte, oggetto di considerazioni su cosa sia davvero l’effacement, la cancellazione, e su quale sia anche il suo potere immaginifico. Ma Toutes sortes de Misérables è soprattutto un saggio che invita a non aver paura delle riscritture, a ragionare sul ruolo sociale della letteratura, a pensarla come un sistema in continuo movimento, in cui la collusione fra le trasformazioni a fini estetici e quelle a fini commerciali è in fondo sempre esistita. Inoltre, per l’autrice un testo manipolato perché diventi più appetibile sul mercato è ancora una maniera di far esistere il libro «originale» nello spazio pubblico, uno spazio che tende sempre più a trascurarlo; è molto probabile che desacralizzarlo consenta di farne meglio circolare la linfa vitale, di declinarne in maniera multipla il valore sociale. Le «variazioni» di un testo possono quindi essere interpretate in senso musicale: non comportano mai la scomparsa del tema, ma forse assicurano, attraverso continue metamorfosi, la vitalità della letteratura, che resta in ogni caso «lo spazio della critica di tutte le istituzioni», come detto in chiusura.
Mentre il testo di Murat si presta più immediatamente a una completa adesione da parte di chi legge, perché separa in modo piuttosto netto ciò che è artistico da ciò che è commerciale, ciò che è intellettualmente interessante da ciò che non lo è, il saggio di Samoyault induce a una messa in discussione continua dei propri assunti e rappresenta dunque una lettura che invita all’impegno, nel senso formativo e politico del termine – che invita cioè a interrogarsi profondamente: cosa ci aspettiamo da una riscrittura o da una traduzione, quali sono le funzioni e i parametri che attribuiamo alla letteratura, che ruolo crediamo rivesta nel mondo di oggi?
Questi due libri, diversi per ambizione (come si è detto, un testo breve da un lato e un saggio molto più ampio dall’altro) e per impostazione del discorso, sono interessanti da leggere anche in un’ottica complementare, così com’è stato arricchente ascoltare le due autrici discuterne in occasione della già citata conferenza di gennaio, in un dialogo da cui emergeva un rispettoso e parziale – non completo – disaccordo. È in fondo questo ciò che ci si aspetta dalla vera critica: che non dimentichi le grandi questioni, che non le polarizzi in dibattiti sterili, ciascuno arroccandosi sulla propria posizione da difendere a tutti i costi, ma che apra piuttosto a nuovi e appassionanti modi di guardare alle opere letterarie, più o meno consacrate, sempre mutabilissime e dotate di vite infinite.
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[1] Cito da Tutte le fiabe (prima edizione integrale 1812-1815), traduzione e cura di Camilla Miglio, Donzelli 2015. Ringrazio Bruno Berni, che mi ha suggerito questa lettura a margine del suo intervento al convegno «Tradurre il trauma», Università per Stranieri di Siena, 5-7 dicembre 2023.
[2] Ricordo sempre volentieri un ricco saggio sull’argomento: Sergio Waisman, Borges e la traduzione. L’irriverenza della periferia, trad. Alessio Mirarchi, Arcoiris 2014.
[3] Trad. mia per tutte le citazioni.

Interessantissimo Ornella questo tuo pezzo! Butto giù al volo qualche banale spunto stimolato dalla lettura.
-Eh sì, leggere le prime versioni delle fiabe dei Grimm è piuttosto scioccante (con le sorellastre di Cenerentola che arrivavano ad amputarsi le dita e i calcagni dei piedi pur di entrare nella scarpetta!), e fa capire come si è poi voluto edulcorare il perturbante delle narrazioni popolari per non disturbare troppo la nascente classe borghese.
-Riscrittura e traduzione come ragione di vita delle opere letterarie: su questo ha molto da insegnare la cultura del medioevo europeo, che non concepiva proprio –soprattutto per i testi non in latino– lo statuto di “originale” e non si faceva scrupoli a riscrivere continuamente (e anche a usare filtri tendenziosamente cristiani per interpretare opere dell’antichità).
-Borges ha quasi sempre ragione: basti pensare a come per lunghi secoli (di fatto fino al Concilio Vaticano II) il Vaticano si è ostinatamente opposto ad ogni traduzione della Bibbia nelle lingue volgari, perseguendo chi –come per esempio i valdesi, e poi i luterani– ne faceva invece un punto decisivo per avvicinare i fedeli alle Scritture.
-Molto interessante il caso del contro-monumento di Nancy (che non conoscevo), che credo rappresenti un modo intelligente di rapportarsi alle eredità scomode del passato (un po’ come quando a Bolzano, qualche anno fa, due artisti locali avevano proiettato una citazione di Hannah Arendt, “Nessuno ha il diritto di obbedire”, sull’enorme fregio che decora quella che era la sede locale del Partito fascista).
Grazie a te, Daniele, per la lettura e gli spunti utilissimi e stimolanti: dai Grimm (dici proprio bene) al passo indietro fino al Medioevo. Non dobbiamo mai dimenticare di storicizzare, cerco di ricordarlo innanzitutto a me stessa: vale per molte “grandi questioni”, fra cui quella dell’autonomia della letteratura, che mi suscita riflessioni già da un po’. Grazie e a presto!
Grazie di questo pezzo, Ornella.
Apre fronti che vanno anche oltre la letteratura. Il cinema vive di riscritture con la stessa mobilità che lei descrive, e il caso più interessante non è il rifacimento, è la ripresa dichiarata: Pasolini che reinventa Sofocle nel suo Edipo Re non cancella il testo greco, ne assume il peso e lo trasporta in un altro corpo.
È il contrario della cancellazione, come scrive Samoyault, ma a una condizione che il suo libro lascia un po’ nell’ombra: che chi riscrive accetti di essere nominato e di rispondere di ciò che ha trasformato.
La «galassia delle versioni», su questo, regge fino a quando il nome di chi opera la trasformazione resta leggibile.
Il problema è la chiarezza, tutto è legittimo in letteratura purché dichiarato: quando Grillparzer o Christa Wolf scrivono le loro Medea non pretendono di correggere Euripide, ma scrivono delle nuove opere che raccontano una vecchia storia e se ne assumono la responsabilità. Quando si scrive una riduzione di un classico per bambini o per persone che stanno imparando una lingua straniera, gli autori della riduzione non stanno correggendo o migliorando un’opera, ma si stanno rivolgendo a un pubblico particolare che per varie ragioni non è in grado di accostarsi all’originale. Quando in una traduzione si toglie o si modifica un passo perché sconveniente o, come si usa oggi, si offre un’edizione depurata da concetti non accettabili non lo si dichiara mai (esattamente come non si dichiara mai il ricorso all’IA) perché si intende fornire una versione a vario titolo più congrua di quella dell’autore come nella Carmen di qualche anno fa in cui è lei che ammazza lui. Ora il problema centrale non è la censura, anche se ovviamente durante la Controriforma i classici circolano praticamente solo in versione moralizzata, il problema generale è l’allergia alla storia, che ci piaccia o meno è una forma di allergia al diverso da noi, è insomma l’allergia all’idea che i nostri amati bisnonni potessero consentire a cose che noi disapproviamo. Non voglio farti il pistolotto sulle cause della ridiffusione di questa vecchie pratiche e idee in quest’epoca perché lo conosci meglio di me. Però la domanda è se tu non leggi la letteratura per incontrare l’altro da te, a cosa serve leggere?
Ciao Giorgio, sia i due libri, sia la mia lettura mirano a considerare la questione provando a evitare di finire nell’impasse che descrivi. Siamo tutti d’accordo che la letteratura debba aprire all’alterità, e a nessuno pare una buona idea edulcorare i testi (nemmeno alle due autrici: l’ho scritto chiaramente), ma la domanda vera per me invece è: meglio leggere una versione edulcorata di un classico o non leggerlo affatto? Perché è di questo che stiamo parlando. Possiamo arroccarci quanto vogliamo e dire: “No! Il classico va letto in versione originale”, ma 1) la versione “originale” lascia il tempo che trova (vd. tutte le considerazioni avanzate sopra) e 2) leggerlo in una versione rimaneggiata tiene comunque chi legge immerso nel mondo della letteratura, e nulla esclude (anzi, è possibile) che poi, strada facendo, si apra maggiormente all’alterità, magari capitando su una versione non edulcorata. Invitare ad aprirsi all’alterità è una delle scommesse dell’insegnamento: insegnamento nel quale nessuno sta dicendo che si debba fruire di versioni edulcorate. È una scommessa difficile, ma francamente, in un’esistenza fatta di perenne esibizione del sé sui social, di fragilizzazione psicologica dovuta a mille cause storiche, l’impatto nefasto delle versioni edulcorate dei classici va forse relativizzato.
Non sono d’accordo poi con l’affermazione che le edizioni che edulcorano non lo dichiarino, anzi: il caso Dahl è scoppiato proprio perché la Puffin l’ha dichiarato. E certo che l’ha dichiarato, lo scrive pure sulla pagina editoriale del prodotto: è una scelta deliberata, volta a intercettare determinati interessi.
Grazie, Ornella, per una ricognizione critica che permette di guardare alle possibilità dei rapporti tra testi, contesti, direzioni e ricezioni senza ridurre tutto a bandiera o messaggio. D’altronde servono ancora gli strumenti della riflessione letteraria per parlare di letteratura (anche per continuare a godersela). Tra traduzione, adattamento, rifacimento, parodia, contro-narrazione, spin-off ecc. passano differenze che nessun commento generalista può davvero voler, e forse saper, fare.
Su una nota meno pacificata: mi ha colpito più del dovuto quella “repubblica mondiale delle lettere”. Mi chiedo quanto di questa società umanistica resti vivo e praticabile. Da un lato, proprio i classici (soprattutto se antichi e ormai fuori copyright) vengono ripresi ossessivamente (Shakespeare, per esempio, possiede ormai un ‘capitale reputazionale’ che permette di prenderlo, riscriverlo, attualizzarlo, spostarlo ecc senza pagare diritti e con la ragionevole speranza di vendere qualche copia). Dall’altro lato, quegli stessi classici diventano sempre più “illeggibili”, per complessità, mole, distanza storica e/o per loro stessa valenza politica. Twain e Morrison, per dire, sono anche tra gli autori più contestati nelle biblioteche e nelle scuole americane. Magari si fanno meglio da noi, in periferia, che nelle Ivy League. E tuttavia, anche questa periferia a volte li usa come alibi: trasforma i classici in beni-rifugio. Importante continuare a interrogarsi su quali condizioni materiali, editoriali e pedagogiche rendano ancora possibile leggerli ‘davvero’, senza ridurli a bersagli o reliquie.
Ciao Renata, grazie del commento. Con quell’espressione riprendevo il titolo del saggio di Pascale Casanova, che proprio alle condizioni materiali della produzione del “valore” letterario dedica una buona parte d’attenzione. Hai ragione che su tali condizioni bisogna essere vigili rispetto alla lettura dei classici: dalle ore d’insegnamento effettivo che si hanno a disposizione (sempre meno a scuola, sempre più ostacolate all’università da mille e uno esoneri, sessioni d’esame, eventi extracurricolari), agli stipendi di chi insegna, alle modalità pratiche di «arrivare» al testo vero e proprio. Sono riflessioni in fieri, per me: di recente pensavo soprattutto a quest’ultimo punto (arrivare al testo, invece di partire dal testo, come per formazione metodologica e per gusto sarei invece portata a fare). Ma dici proprio bene: è fondamentale evitare di ridurre i classici a bersagli o reliquie (è la base del saggio di Samoyault).
Mi piace molto anche ciò che scrivi sul valore della ripresa del classico nelle periferie del sistema: ci saranno sicuramente eccezioni negative, ma forse proprio da queste può partire la rimessa in circolazione della linfa vitale che appartiene ai classici (sempre viva il decentramento). À suivre
Bello e illuminante il tuo pezzo, e interessanti gli interventi. In tutta questa faccenda, c’è una parte che rimane in ombra – perchè non nel tema -, ossia come un testo, anzi un’opera diventa un classico? Il concetto di classico mi sembra includa un doppio aspetto. Il primo riguarda la potenza del testo, la potenza di imporsi al lettore e di produrre letture. E’ la sua stessa potenza che espone l’opera divenuta classica ad essere riscritta, tradita, censurata, deformata, ecc. Il secondo aspetto del classico consiste nella politica culturale, nel contesto storico e ideologico che spinge un testo a diventare un classico, ad imporsi ripetto ad altre opere, ad altri testi, e ad altre scritture, prodotte all’interno di una certa cultura. Da questo punto di vista un classico è già esso stesso frutto di un lavoro di riduzione, di occultamento. Penso al caso di Rabelais per la Francia. Rabelais è leggibile nel rinascimento “integralmente”, e diventa una stranezza quasi incomprensibile nei due secoli successivi e in parte fino al XIX secolo. Intendo dire che è anche interessante far entrare in questo discorso il processo che fa si che alcune opere si prestino a diventare classici (con tutte le conseguenze del caso) e alcune no o molto più difficilmente. Qui sembra funzionare un’altro tipo di potenza testuale: che invece di incoraggiare la ripresa, riscrittura, travisamento, correzione, la scoraggia, la inibisce. Sto pensando “ad alta voce”, ma trovo che la tesi molto stimolante Samoyault potrebbe proficuamente accompagnarsi a una lettura di come funzionino di rimando sia gli anti-classici sia i libri che, per ragioni extraletterarie, nella Repubblica delle lettere sono rimasti nella categoria dei “testi locali”, provinciali, periferici, minoritari. Questo vuol dire ovviamente rivalutare tutte le letterature “marginalizzate” per ragioni di dominio coloniale, politico, ecc. Ma anche all’interno di una letteratura dominante (mettiamo pure: bianca, occidentale, maschile, ecc.) esistono opere minoritarie, marginalizzate, che malgrado cio’ hanno dimostrato una propria potenza all’interno di contesti e momenti storici particolari. Il tema per altro è già presente in Deleuze.
Grazie Andrea, quello che scrivi amplia molto la questione, mi limito a condividere un paio di pensieri: più che le lotte interne al campo letterario, quel che personalmente mi interessa rispetto ai fattori che portano un libro a diventare un classico è l’altro elemento individuato da Bourdieu, e cioè il cambiamento sociale del pubblico (e del suo gusto) – che naturalmente è ben più difficile da tracciare, soprattutto nel momento in cui le fonti di diffusione del gusto si sono moltiplicate attraverso la rete (i booktubers, i reel, ecc ecc). Sicuramente avrà senso farlo in tempi di rivoluzione culturale.
Alle questioni strettamente editoriali della canonizzazione nel ‘900 ha dedicato un libro Isotta Piazza, “Canonici si diventa”: ho sentito una sua conferenza di recente, in cui mostrava esempi di determinate collane editoriali che hanno collaborato a canonizzare certi testi, o come la “tascabilizzazione” sia spesso una pre-canonizzazione. Io, di mio, forse ingenuamente, mi chiedo quanto influiscano oggi le dinamiche della grande distribuzione: mi pare statisticamente molto più difficile che un libro quasi invisibile abbia le stesse possibilità di risonanza di uno che trovi in tutte le Feltrinelli.