L’inferno che non si sente

 

Gerhard Richter. Vorhang III (hell) (Curtain III [Light]), 1965

 

di Marco Viscardi

L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.

Ho letto sia la lettera del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese, sia il messaggio di quest’ultima dall’ospedale (li trovate qui e qui) .

In entrambi i casi ho provato la sensazione sgradevole che si ha di fronte a una falsità emotiva. Sono due testi perfettamente speculari: entrambi lunghi, entrambi sintatticamente complessi, entrambi formalmente impeccabili, entrambi scritti in un italiano standard venato di termini alti. Lo studente usa gracile riferito a un compagno (puro De Amicis), audacia, sabotaggio, routine; parla anche di etica e morale in dittologia sinonimica, ovvero come sinonimi intercambiabili.

La docente invece usa una lingua apparentemente più colloquiale — dice di aver dettato la lettera ai suoi legali con voce flebile — ma anche lei controlla il testo come se l’avesse scritto. Il suo è un messaggio intriso di pacatezza cristiana immediatamente dichiarata; quello dello studente potrebbe chiudere una puntata di Adolescence, la serie inglese di recente diffusione.

I testi troppo lisci, come le facce troppo lisce, mi inquietano sempre. La correttezza mi pare spesso un mezzo per reprimere il caos, per scongiurare l’emozione, per non mostrarsi impreparati di fronte all’inatteso. La diffusione di questi testi — di entrambi — mi pare persino pericolosa, non tanto perché si dia spazio a chi ha compiuto la violenza, con il rischio di emulazione, ma perché questi testi sono vuoti, deprivati di una verità emotiva profonda. Sono normalizzazione del mostro, dell’aggressività e della paura; esprimono la violenza di chi vuole domare il caos, soprattutto il caos interiore.

Lo studente scrive:

Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei e chiunque cerchi di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere una routine noiosa nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male.

Non fermiamoci al contenuto ma guardiamo la forma. Sentiamone la musica: è difficile non sospettare l’uso dell’intelligenza artificiale. Giacomo Verri, docente e scrittore che si interroga sul senso del proprio lavoro, ha inserito il testo in un rilevatore che ha riscontrato come il 70% sia stato processato dalla macchina. Verri si chiede se l’IA non abbia rivelato all’assassino la sua scelta di uccidere. Per inciso, il problema non è l’intelligenza artificiale, non lo è mai, anche io ho lavorato e riflettuto su questo testo con l’assistenza di Claude (Anthropic). Però mi chiedo se l’IA non abbia piuttosto legittimato la violenza addomesticandola, standardizzandola, portandola a un livello base della lingua per cui potesse essere detta senza orrore, come una serie di logiche conseguenze nella scala del rancore. Un rancore del quale lo studente sembra aver capito poco. Se qualcuno obietta che la lettera dello studente è intrisa di violenza, non gli do torto; gli vorrei però far notare come quella violenza sia stata normalizzata dal testo, spogliata della sua carica eversiva, spostata nelle tenebre esterne — per usare un’espressione di Jean Starobinski — e non nel nostro inferno interiore. Quello che, secondo Longfellow, tutti dovremo, o dovremmo, affrontare prima o poi.

E anche la vittima, che si è affrettata a lanciare un messaggio di incitamento e compassione nell’arco di pochissime ore, credo che non abbia capito niente. E non per sua incapacità, ma perché non credo si possa interiorizzare un atto così assurdo, violento, inaspettato e francamente terrorizzante in così poco tempo. È come se in entrambi avesse agito un pilota automatico del linguaggio, che è un automatismo della repressione.

L’anima di un ragazzo di tredici anni che progetta un omicidio deve essere un inferno. Nel testo quell’inferno non si sente. Come deve essere un inferno l’anima di chi è stata colpita — ma neppure nella lettera della professoressa si sente l’inferno. L’inferno è la verità, reprimere l’inferno è pericoloso, anche perché, come in questo caso, poi porta ad agirlo. A metterlo in pratica senza il laccio dell’emotività che frena la frustrazione, senza la mediazione di un linguaggio emozionato.

Questa vicenda provoca una devastante pietà umana unita allo spavento più feroce. Non è solo il timore che possa capitare a noi — di avere un figlio, uno studente, un collega coinvolto in un fatto di violenza — a spaventare. È la sensazione di stare a contatto con l’indicibile che sta dietro a questo atto, a questo agito, che le parole dei protagonisti stanno disperatamente tentando di coprire.

 

5 Commenti

  1. Queste parole colgono davvero nel segno: grazie per aver ribadito con tanta lucidità che affacciarsi sull’inferno è l’unica possibilità per capirci qualcosa…E che tra i tanti pretesti che adduciamo per eludere questa necessità gli automatismi del linguaggio sono forse tra i più subdoli. Come disse Elfriede Jelinek nel discorso per l’accettazione del Nobel per la Letteratura, la lingua è come un cane che si comporta da padrone e che «vorrebbe più volentieri la gente carina sulla via, accanto alla quale corre, da cane qual è, che finge obbedienza» (traduzione di Rita Svandrlik).

  2. Caro Marco, pezzo che coglie un punto fondamentale e di cui non si sta parlando. Come peraltro si tende immediatamente a parlare in ogni dove, di fronte a questi casi, della psiche dell’autore di un reato e quasi mai – ce ne sarebbe bisogno tanto più oggi visti i crescenti casi di cronaca di questo tipo – delle implicazioni sociologiche, delle tendenze (non tanto quantitative ma qualitative). Cose che invece andrebbero indagate a fondo. Questo tuo testo mette in evidenza una componente importante che oltrepassa la tendenza alla psicologia a caldo per entrare di più, per l’appunto, sugli aspetti sociali, sociologici e di narrazione collettiva di questi accadimenti. L’emotività cancellata, annullata da IA generative (o degenerative) che abbelliscono addirittura una lettera di premeditazione di omicidio è, come tu stesso scrivi, anche pericolosa: normalizza al punto quasi di legittimare l’atto – ma parlare di legittimazione forse è esagerato. Sicuramente c’è qualcosa di straniante, di inquietante. Citi Adolescence. Serie assolutamente riuscita ma che a mio avviso risulta mancante nel finale, che in qualche modo “salva” dalla responsabilità di chi non vede – in questo caso i genitori: cito a memoria “non fare così, la terapeuta ha detto di non colpevolizzarci, noi non c’entriamo, pensa anche a questo: da noi è nata anche X (la sorella “brava, empatica, affettuosa, gentile”) Quindi: totale assoluzione. Un finale protettivo, che (ci) salva. Non si tratta certo di colpevolizzare genitori e figure educative, per carità. Ma c’è pure bisogno di mettere in discussione la nostra parte di adulti. In Adolescence i genitori dicono “stava in camera al computer con la porta chiusa, certo non potevamo capire/sapere”. Ma: è davvero automatico che di un figlio non si possano cogliere segnali di disagio solo perché tiene la porta chiusa? Sto forse divagando, ma sono questioni da affrontare, su cui interrogarsi. Tornando al tuo pezzo, la foga di pubblicare testimonianze così delicate, la foga del voler dire e del voler sapere tutto subito come fosse una serie true crime ci sta scivolando dalle mani. Come ci sta scivolando dalle mani l’uso compulsivo dell’IA. Di giovani e meno giovani, peraltro, che non la usano certo solo come aiuto per la stesura di un testo o in ambito lavorativo (c’è comunque da porre attenzione anche a questo, al cedere al totale delegare) ma anche per la confidenza, la “confessione”. IA che di fatto ci rimanda esattamente ciò che vogliamo sentirci dire/fare. Eliminando l’Altro con cui il confronto non è egosintonico ma apre varchi, relativizza, mette in discussione, muove la critica e le criticità.

    • Le IA DEgenerative… grazie, Mariasole, per avermici fatto pensare. E anche per identificare così chiaramente, così semplicemente, ciò che mi preoccupa di più della loro diffusione ad uso del singolo: il rischio della progressiva eliminazione dell’altro.

  3. Grazie Mille Maria Sole per la lettura e per i commenti. Non so se Adolescence è indulgente, da quello che ricordo, mi pare che narrativamente ruoti attorno ad un mistero insondabile. Perché un ragazzino grazioso e apparentemente innocuo ha ucciso una coetanea. Forse la risposta suggerita nella seria è la galassia Incel, il rancore verso chi si nega, chi non acconsente a ogni profferta. Anche se la grande domanda a cui è impossibile rispondere è quella che riguarda l’origine del male. Ti ringrazio particolarmente per non aver letto il mio articolo come un tentativo di diagnosi dell’azione, ma come la lettura di testi. Testi che sembrano entrambi pacati nella sintassi e nelle argomentazioni, ma che entrambi sembrano scritti nell’urgenza di giustificare l’aver compiuto e l’aver subito un’azione tremenda. E in entrambi i casi mi pare che i due attori si siano comportati come il pubblico si sarebbe aspettato da loro. Un pubblico standardizzato e immaginario, che forse tanto lo studente che la sua insegnante, avevano in testa, ma che poi si è rivelato esistere nella realtà dove la lettera dell’insegnante è stata presa a modello di comportamento e di virtù. Io non ho paura delle IA, credo però che anche in questo caso le crisi e gli estremi ci aiutino a capire meglio l’ordinario. La standardizzazione del linguaggio non è stata creata dalle IA, ma da loro replicata sulla base delle interazioni che hanno con noi ‘umani’ e su quanto trovano in rete. Forse è vero che stanno cambiando il mondo, ma non lo stanno rivoluzionando

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

“La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi

di Paolo Rigo
Insomma, questo è il finissimo universo della Donna della domenica, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.

Hamnet e il problema del dolore

di Paolo Rigo
Nell’esperienza del dolore ci rinnoviamo, scopriamo noi stessi, saggiamo i nostri limiti e li superiamo. Nell’accettazione dell’impossibilità di guarire diventiamo maturi. E questo, forse, è il messaggio centrale dell’Hamnet di Chloé Zhao.

L’amore non ha etica. Su “Meglio così” di Amélie Nothomb

di Ornella Tajani
Avere a cena Silvio Berlusconi e servirgli per dispetto gli avanzi di sei settimane prima? Talmente spassoso che è successo per davvero: così almeno racconta Amélie Nothomb nel suo ultimo libro Meglio così (Voland, traduzione di Federica Di Lella).

Ani-ma anima-lia. Su ‘Bestiario interiore’ di Silvia Argurio

di Paolo Rigo
In Bestiario interiore il mondo animale non è un rimando, non è l’agente della similitudine, ma il centro dell’intera opera, che ruota attorno alla famiglia di L. e alla sua lotta contro le consuetudini.

«Non è ancora l’ultimo febbraio…». San Valentino da una colonia penale russa

a cura di Giulia Marcucci
Ženja Berkovič è una regista e poeta russa, in carcere dal 2023 per apologia del terrorismo e «femminismo radicale e lotta all’assetto androcentrico della Russia». Presento qui in traduzione una sua poesia scritta il 14 febbraio 2025. "Il giorno di Valentino volge alla fine/Le donne stanno mute nello spiazzo/Vista di fiaba dalla finestra della quarantena"

Ripubblicare Francesco Orlando oggi

di Nicola De Rosa
Orlando ci invita a leggere il conflitto dove non si dichiara e a riconoscere nella forma un luogo in cui l’ideologia si struttura in modo non apodittico. Ripubblicarlo significa offrire uno strumento per pensare ancora la complessità e riconoscere l’ambivalenza del linguaggio
ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: