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	Commenti per NAZIONE INDIANA	</title>
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		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393483</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 21:41:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Stefano (Z) siamo onesti: neppure io mi sento alienato se faccio una traduzione o una conferenza (se pagate come si deve); e nessuno si sogna che il problema sia lo scambio monetario, che esiste storicamente ben prima del capitalismo. Il problema mio, come penso tuo, è: potremmo &quot;fare gli scrittori&quot; (romanzieri, poeti, traduttori, critici, prefatori) &quot;a tempo pieno&quot;, se ci permettessero di &quot;vivere&quot;, con la retribuzione conseguente, &quot;a tempo pieno&quot;. Ma io né in Italia e neppure in Francia posso permettermelo, per cio&#039; ho un altro lavoro. E se ho ben capito tu pure sei costretto ad avere un altro lavoro. Il problema grosso è, per me, quest&#039;altro lavoro. Ed è un problema perché nel mondo trasformato da decenni di neoliberismo, pochi lavoratori sono salvaguardati da contratti decenti e pagati decentemente. Una gran quantità no, e questo non perché esiste la moneta o lo scambio economico, ma per certi processi tipicamente capitalistici basati sulla crescita della produttività, dei rendimenti, ecc. ecc.
Poi ben venga che in una zona di frontiera, ci si renda conto dell&#039;importanza di quel che fa vivere una lingua.
Quanto a vent&#039;anni fa, si poteva ancora credere seriamente di potersi prendere sul serio nel mondo delle lettere. Ora è già un miracolo se uno riesce almeno a fare sul serio :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stefano (Z) siamo onesti: neppure io mi sento alienato se faccio una traduzione o una conferenza (se pagate come si deve); e nessuno si sogna che il problema sia lo scambio monetario, che esiste storicamente ben prima del capitalismo. Il problema mio, come penso tuo, è: potremmo &#8220;fare gli scrittori&#8221; (romanzieri, poeti, traduttori, critici, prefatori) &#8220;a tempo pieno&#8221;, se ci permettessero di &#8220;vivere&#8221;, con la retribuzione conseguente, &#8220;a tempo pieno&#8221;. Ma io né in Italia e neppure in Francia posso permettermelo, per cio&#8217; ho un altro lavoro. E se ho ben capito tu pure sei costretto ad avere un altro lavoro. Il problema grosso è, per me, quest&#8217;altro lavoro. Ed è un problema perché nel mondo trasformato da decenni di neoliberismo, pochi lavoratori sono salvaguardati da contratti decenti e pagati decentemente. Una gran quantità no, e questo non perché esiste la moneta o lo scambio economico, ma per certi processi tipicamente capitalistici basati sulla crescita della produttività, dei rendimenti, ecc. ecc.<br />
Poi ben venga che in una zona di frontiera, ci si renda conto dell&#8217;importanza di quel che fa vivere una lingua.<br />
Quanto a vent&#8217;anni fa, si poteva ancora credere seriamente di potersi prendere sul serio nel mondo delle lettere. Ora è già un miracolo se uno riesce almeno a fare sul serio :)</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Commenti su La corsa di Nick		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/#comment-393453</link>

		<dc:creator><![CDATA[Nick]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 11:25:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sai quando leggi qualcosa e vorresti averla scritta tu?

Grazie Francesco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sai quando leggi qualcosa e vorresti averla scritta tu?</p>
<p>Grazie Francesco</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di Stefano		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393450</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 10:31:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Andrea. La tesi dell&#039;autonomia è persuasiva; tuttavia, se posso portare un esempio personale, quando vengo pagato (quasi sempre) per le attività mediazione letteraria – moderazioni, prefazioni, traduzioni ecc. – che svolgo &quot;a nord di Salorno&quot;, come si definisce dalle mie parti l&#039;inizio del mondo ufficialmente trilingue e poi di lingua tedesca, non mi sento parte di un trattamento (e quindi di uno sfruttamento) capitalistico del mio lavoro, bensì lo vivo piuttosto come un riconoscimento monetario, entro un sistema di valori più democratico, del mio peculiare apporto alla vita culturale di una collettività la cui vita economica è basata sul denaro (e non, che so, sul baratto). Il che porta in primo piano la tua idea di una società che &quot;sa cosa farsene&quot; del lavoro letterario (lo chiamo così intenzionalmente). La società nel campo di lingua italiana lo sa?
Quanto al resto, ricordo che una ventina d&#039;anni fa o più, su queste stesse colonne e all&#039;interno di una discussione animata come ve n&#039;erano allora, proposi giusto una postura nella quale &quot;fare sul serio senza prendersi troppo sul serio&quot;: incassai una reazione contrariata da Carla Benedetti, che se non ricordo male sull&#039;idea di &quot;prendersi [invece] sul serio&quot; ci fece poi un intero post.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Andrea. La tesi dell&#8217;autonomia è persuasiva; tuttavia, se posso portare un esempio personale, quando vengo pagato (quasi sempre) per le attività mediazione letteraria – moderazioni, prefazioni, traduzioni ecc. – che svolgo &#8220;a nord di Salorno&#8221;, come si definisce dalle mie parti l&#8217;inizio del mondo ufficialmente trilingue e poi di lingua tedesca, non mi sento parte di un trattamento (e quindi di uno sfruttamento) capitalistico del mio lavoro, bensì lo vivo piuttosto come un riconoscimento monetario, entro un sistema di valori più democratico, del mio peculiare apporto alla vita culturale di una collettività la cui vita economica è basata sul denaro (e non, che so, sul baratto). Il che porta in primo piano la tua idea di una società che &#8220;sa cosa farsene&#8221; del lavoro letterario (lo chiamo così intenzionalmente). La società nel campo di lingua italiana lo sa?<br />
Quanto al resto, ricordo che una ventina d&#8217;anni fa o più, su queste stesse colonne e all&#8217;interno di una discussione animata come ve n&#8217;erano allora, proposi giusto una postura nella quale &#8220;fare sul serio senza prendersi troppo sul serio&#8221;: incassai una reazione contrariata da Carla Benedetti, che se non ricordo male sull&#8217;idea di &#8220;prendersi [invece] sul serio&#8221; ci fece poi un intero post.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Commenti su La corsa di Corrado Aiello		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/#comment-393443</link>

		<dc:creator><![CDATA[Corrado Aiello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 08:29:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Molto bello e ben scritto, complimenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molto bello e ben scritto, complimenti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su La corsa di Claudio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/04/la-corsa/#comment-393431</link>

		<dc:creator><![CDATA[Claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 05:59:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Davvero un ottimo racconto, che lascia addosso una sottile nostalgia.
Spero di leggere altro di questo autore!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Davvero un ottimo racconto, che lascia addosso una sottile nostalgia.<br />
Spero di leggere altro di questo autore!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di Daniele Muriano		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393413</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Muriano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 00:13:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393380&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Grazie, Andrea, per la risposta approfondita e molto risuonante. Ci rifletto un po’ su. 
Solo un’inquietudine. Non sono uno storico ma, quando penso ai vertici pre-capitalistici della letteratura, mi vengono in mente la schiavitù, la servitù e, insomma, il privilegio di nascita. Presupposto dell’istruzione e del fare letteratura, esclusa la tradizione orale popolare. Se penso alle ipotesi post-capitalistiche non so a cosa penso, perché i transumanisti hanno oscurato con grande forza l’immaginazione del futuro (in senso non desiderabile, ovviamente, almeno per me). Gli scenari di &quot;abbondanza radicale&quot; possono prevedere il superamento del capitalismo solo in ragione del superamento umano, e immaginare la letteratura lì dentro mi è veramente difficile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393380">andrea inglese</a>.</p>
<p>Grazie, Andrea, per la risposta approfondita e molto risuonante. Ci rifletto un po’ su.<br />
Solo un’inquietudine. Non sono uno storico ma, quando penso ai vertici pre-capitalistici della letteratura, mi vengono in mente la schiavitù, la servitù e, insomma, il privilegio di nascita. Presupposto dell’istruzione e del fare letteratura, esclusa la tradizione orale popolare. Se penso alle ipotesi post-capitalistiche non so a cosa penso, perché i transumanisti hanno oscurato con grande forza l’immaginazione del futuro (in senso non desiderabile, ovviamente, almeno per me). Gli scenari di &#8220;abbondanza radicale&#8221; possono prevedere il superamento del capitalismo solo in ragione del superamento umano, e immaginare la letteratura lì dentro mi è veramente difficile.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393384</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 11:44:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393370&quot;&gt;Michela De Mattio&lt;/a&gt;.

A Michela:
&quot;È una zona pericolosa, perché può diventare indistinguibile dall’irrilevanza. (...) Qui per me il testo non regge del tutto: quanto disturba davvero una scrittura che non entra in nessun circuito di valore? Non rischia di essere, proprio per questo, perfettamente tollerabile?&quot;
Hai perfettamente ragione Michela. Non a caso, ad un certo punto, parlo della &quot;libertà del pazzo&quot;. Ma il problema non credo che sia: una scrittura, una produzione, &quot;tollerabile&quot; in quanto marginale, di minoranza, innocua. La scrittura non ha pretese, per quanto mi riguarda, di cambiare il mondo, ma di cambiare il nostro modo di vederlo. E&#039; un principio che ho formulato da giovane scrittore, e che trovo ancora valido oggi. L&#039;immaginario capitalistico, in tutte le sue diramazioni anche più intime, preclude lo spazio stesso del pensiero, della parola, dell&#039;immagine, rivolta a qualcosa che sfugga alla sua logica. Far esistere questo spazio è importante. E malgrado la sua marginalità, lo statuto di una parola letteraria, anche se non &quot;visibile&quot;, di &quot;successo&quot;, è uno statuto &quot;pubblico&quot;. Potenzialmente ognuno puo&#039; appropriarsene, farla sua. Ho un esempio estremo da fare, ma è un esempio drammaticamente chiaro: Israele ha la strapotenza delle armi, che rende irrilevanti non le idee, ma le stesse &quot;persone&quot; palestinesi. Cio&#039; nonostante i palestinesi e le palestinesi scrivono &quot;poesia&quot;. E questa poesia è irrilevante oggi, rispetto ai bombardieri israeliani, ma fondamentale oggi e domani, per la &quot;realtà&quot; del popolo palestinese, la sua identità, la sua voce, il suo immaginario. Chi scrive poesia sotto le bombe, malgrado le bombe, sta dando lezione a tutti i poeti, a tutti i lettori di poesia. 

&quot;Forse è proprio questo che il testo mette in gioco: non una via d’uscita, ma una tensione che non si risolve. E che, una volta vista, non si lascia più chiudere.&quot;
Anche qui hai ragione. Non ho soluzione. Né dico che bisognerebbe mettere una pietra sopra le lotte per mutare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, e conquistare più autonomia nel lavoro salariato. Ma questo è lavoro collettivo. E&#039; un orizzonte collettivo, e io mi sono limitato a fotografare la mia esperienza individuale, di persona che sia scrive sia lavora. E questa tensione credo chenon solo mi accompagnerà, ma definisce la mia identità di individuo storico. E penso che posso condividere questa condizione con parecchie altre persone.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393370">Michela De Mattio</a>.</p>
<p>A Michela:<br />
&#8220;È una zona pericolosa, perché può diventare indistinguibile dall’irrilevanza. (&#8230;) Qui per me il testo non regge del tutto: quanto disturba davvero una scrittura che non entra in nessun circuito di valore? Non rischia di essere, proprio per questo, perfettamente tollerabile?&#8221;<br />
Hai perfettamente ragione Michela. Non a caso, ad un certo punto, parlo della &#8220;libertà del pazzo&#8221;. Ma il problema non credo che sia: una scrittura, una produzione, &#8220;tollerabile&#8221; in quanto marginale, di minoranza, innocua. La scrittura non ha pretese, per quanto mi riguarda, di cambiare il mondo, ma di cambiare il nostro modo di vederlo. E&#8217; un principio che ho formulato da giovane scrittore, e che trovo ancora valido oggi. L&#8217;immaginario capitalistico, in tutte le sue diramazioni anche più intime, preclude lo spazio stesso del pensiero, della parola, dell&#8217;immagine, rivolta a qualcosa che sfugga alla sua logica. Far esistere questo spazio è importante. E malgrado la sua marginalità, lo statuto di una parola letteraria, anche se non &#8220;visibile&#8221;, di &#8220;successo&#8221;, è uno statuto &#8220;pubblico&#8221;. Potenzialmente ognuno puo&#8217; appropriarsene, farla sua. Ho un esempio estremo da fare, ma è un esempio drammaticamente chiaro: Israele ha la strapotenza delle armi, che rende irrilevanti non le idee, ma le stesse &#8220;persone&#8221; palestinesi. Cio&#8217; nonostante i palestinesi e le palestinesi scrivono &#8220;poesia&#8221;. E questa poesia è irrilevante oggi, rispetto ai bombardieri israeliani, ma fondamentale oggi e domani, per la &#8220;realtà&#8221; del popolo palestinese, la sua identità, la sua voce, il suo immaginario. Chi scrive poesia sotto le bombe, malgrado le bombe, sta dando lezione a tutti i poeti, a tutti i lettori di poesia. </p>
<p>&#8220;Forse è proprio questo che il testo mette in gioco: non una via d’uscita, ma una tensione che non si risolve. E che, una volta vista, non si lascia più chiudere.&#8221;<br />
Anche qui hai ragione. Non ho soluzione. Né dico che bisognerebbe mettere una pietra sopra le lotte per mutare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, e conquistare più autonomia nel lavoro salariato. Ma questo è lavoro collettivo. E&#8217; un orizzonte collettivo, e io mi sono limitato a fotografare la mia esperienza individuale, di persona che sia scrive sia lavora. E questa tensione credo chenon solo mi accompagnerà, ma definisce la mia identità di individuo storico. E penso che posso condividere questa condizione con parecchie altre persone.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393380</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 10:39:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Daniele del tuo intervento. Scrivi: &quot;Uno si chiede, ingenuamente, quanto il “senso di sé” di una persona che scrive (quella cosa che le permette di tenere una posizione eretta nel mondo) derivi dalla sua funzione riconosciuta attraverso il denaro (quindi il lavoro salariato) e quanto invece dalle cose scritte, poco o mal pagate. Quando scrittura e lavoro non coincidono, come in questo caso.&quot;
Hai colto un punto importante della mia riflessione. Quale identità (postura, sentimento di sè) puo&#039; rivendicare chi, oggi, in un ambito a bassa istituzionalità come la letteratura (non lo studio universitario della letteratura), produce in qualche forma pubblica (libri, testi sul web, ecc.), senza la sanzione positiva del mercato? Per certi versi, è un problema vecchio, già esistito, nella forma tradizionale dell&#039;artista o dello scrittore non riconosciuto. Ma oggi è complicata dalla pretesa propria del libro di essere un prodotto di massa, e quindi l&#039;unica logica &quot;oggettiva&quot; che alla fine s&#039;impone in questo ambito (letterario o artistico) come in altri, è: vende? Promette di vendere? Si lascia vendere? 
E su questo nulla da dire, se non che il perseguimento di questa unica logica &quot;oggettiva&quot; sta spingendo l&#039;industria editoriale, non solo italiana, contro il muro.
Ma torniamo a noi, a tutti quelli, e sono tanti, che non sono intronizzati nel &quot;mestiere&quot; dello scrittore. Tutti quelli che vivono nella penombra, in una zona dubbia, di dubbia realtà, di dubbia qualità, ecc. Io credo, saggezza della vecchiaia, che dobbiamo smetterla di negare questo statuto incerto, per scomodo che sia, e accettarlo come un punto di forza: la nostra poca esistenza, la nostra poca realtà, è una piccola, ma non irrilevante leva, contro la realtà dell&#039;organizzazione capitalistica del mondo. Non è solo una questione di mera testimonianza, come se fossimo mute insegne di qualche passato più glorioso o solo più decente. Stiamo lavorando secondo un&#039;altra logica, secondo un altro immaginario. E qusta è la forza di quella cosa che possiamo chiamare non so, arte della parola, arte del discorso, poesia, o altro, e che esiste, in Occidente, + o - dal VII secolo avanti cristo - Daniele Ventre mi corregga. Pradossalmente, noi che leggiamo ancora l&#039;Iliade e i lirici greci, e li leggiamo perché ne facciamo qualcosa nelle nostre vite, apparteniamo anche a una temporalità che precede il capitalismo, a un &quot;tipo antropologico&quot;, direbbe Castoriadis, che esiste prima del capitalismo, e che potrebbe esistere dopo il capitalismo.

Sulle prospettive per il futuro non mi pronuncio. Le minacce non solo in ambito letterario, culturale, sono tali e tante, che è difficile misurarle. E certamente preservare l&#039;autonomia dello scrivere non promette in alcun modo di per sé di far fronte a queste minacce, che richiedono azioni collettive, di carattere propriamente politico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Daniele del tuo intervento. Scrivi: &#8220;Uno si chiede, ingenuamente, quanto il “senso di sé” di una persona che scrive (quella cosa che le permette di tenere una posizione eretta nel mondo) derivi dalla sua funzione riconosciuta attraverso il denaro (quindi il lavoro salariato) e quanto invece dalle cose scritte, poco o mal pagate. Quando scrittura e lavoro non coincidono, come in questo caso.&#8221;<br />
Hai colto un punto importante della mia riflessione. Quale identità (postura, sentimento di sè) puo&#8217; rivendicare chi, oggi, in un ambito a bassa istituzionalità come la letteratura (non lo studio universitario della letteratura), produce in qualche forma pubblica (libri, testi sul web, ecc.), senza la sanzione positiva del mercato? Per certi versi, è un problema vecchio, già esistito, nella forma tradizionale dell&#8217;artista o dello scrittore non riconosciuto. Ma oggi è complicata dalla pretesa propria del libro di essere un prodotto di massa, e quindi l&#8217;unica logica &#8220;oggettiva&#8221; che alla fine s&#8217;impone in questo ambito (letterario o artistico) come in altri, è: vende? Promette di vendere? Si lascia vendere?<br />
E su questo nulla da dire, se non che il perseguimento di questa unica logica &#8220;oggettiva&#8221; sta spingendo l&#8217;industria editoriale, non solo italiana, contro il muro.<br />
Ma torniamo a noi, a tutti quelli, e sono tanti, che non sono intronizzati nel &#8220;mestiere&#8221; dello scrittore. Tutti quelli che vivono nella penombra, in una zona dubbia, di dubbia realtà, di dubbia qualità, ecc. Io credo, saggezza della vecchiaia, che dobbiamo smetterla di negare questo statuto incerto, per scomodo che sia, e accettarlo come un punto di forza: la nostra poca esistenza, la nostra poca realtà, è una piccola, ma non irrilevante leva, contro la realtà dell&#8217;organizzazione capitalistica del mondo. Non è solo una questione di mera testimonianza, come se fossimo mute insegne di qualche passato più glorioso o solo più decente. Stiamo lavorando secondo un&#8217;altra logica, secondo un altro immaginario. E qusta è la forza di quella cosa che possiamo chiamare non so, arte della parola, arte del discorso, poesia, o altro, e che esiste, in Occidente, + o &#8211; dal VII secolo avanti cristo &#8211; Daniele Ventre mi corregga. Pradossalmente, noi che leggiamo ancora l&#8217;Iliade e i lirici greci, e li leggiamo perché ne facciamo qualcosa nelle nostre vite, apparteniamo anche a una temporalità che precede il capitalismo, a un &#8220;tipo antropologico&#8221;, direbbe Castoriadis, che esiste prima del capitalismo, e che potrebbe esistere dopo il capitalismo.</p>
<p>Sulle prospettive per il futuro non mi pronuncio. Le minacce non solo in ambito letterario, culturale, sono tali e tante, che è difficile misurarle. E certamente preservare l&#8217;autonomia dello scrivere non promette in alcun modo di per sé di far fronte a queste minacce, che richiedono azioni collettive, di carattere propriamente politico.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di Michela De Mattio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393370</link>

		<dc:creator><![CDATA[Michela De Mattio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 05:12:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119265#comment-393370</guid>

					<description><![CDATA[Leggendo questo testo ho avuto la sensazione che il punto non sia tanto la contrapposizione tra lavoro salariato e scrittura, ma il luogo in cui uno riesce ancora a non negoziare. E, leggendo, mi sono accorta che quel luogo è molto più ristretto di quanto vorrei ammettere.
Il passaggio che mi ha colpito di più non è tanto quello sullo sfruttamento o sull’alienazione, ma quello sullo svuotamento del lavoro. Il fatto che il problema non sia solo lavorare tanto o male, ma non poter più fare bene ciò che si sa fare. Che qualcuno cambi continuamente le regole, tolga senso, renda il lavoro più stupido. Questo lo riconosco. Ed è lì che capisco perché la scrittura, anche non pagata, possa diventare uno spazio da difendere.
Ma proprio qui si apre una frattura. Perché quella libertà che la scrittura promette non ha verifica. Non passa dal denaro, non passa dal riconoscimento, a volte non passa nemmeno dal lettore. Nel testo ritorna come dubbio: esisto come autore? esistono i lettori? E questa non è solo una condizione da accettare. È una zona pericolosa, perché può diventare indistinguibile dall’irrilevanza.
Qui per me il testo non regge del tutto: quanto disturba davvero una scrittura che non entra in nessun circuito di valore? Non rischia di essere, proprio per questo, perfettamente tollerabile?
E allo stesso tempo, quella separazione così netta — compromesso nel lavoro, autonomia nella scrittura — è difficile da sostenere senza produrre una scissione. Come se la libertà fosse possibile solo in uno spazio laterale, e mai dove si gioca davvero la propria posizione.
Forse è proprio questo che il testo mette in gioco: non una via d’uscita, ma una tensione che non si risolve. E che, una volta vista, non si lascia più chiudere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo questo testo ho avuto la sensazione che il punto non sia tanto la contrapposizione tra lavoro salariato e scrittura, ma il luogo in cui uno riesce ancora a non negoziare. E, leggendo, mi sono accorta che quel luogo è molto più ristretto di quanto vorrei ammettere.<br />
Il passaggio che mi ha colpito di più non è tanto quello sullo sfruttamento o sull’alienazione, ma quello sullo svuotamento del lavoro. Il fatto che il problema non sia solo lavorare tanto o male, ma non poter più fare bene ciò che si sa fare. Che qualcuno cambi continuamente le regole, tolga senso, renda il lavoro più stupido. Questo lo riconosco. Ed è lì che capisco perché la scrittura, anche non pagata, possa diventare uno spazio da difendere.<br />
Ma proprio qui si apre una frattura. Perché quella libertà che la scrittura promette non ha verifica. Non passa dal denaro, non passa dal riconoscimento, a volte non passa nemmeno dal lettore. Nel testo ritorna come dubbio: esisto come autore? esistono i lettori? E questa non è solo una condizione da accettare. È una zona pericolosa, perché può diventare indistinguibile dall’irrilevanza.<br />
Qui per me il testo non regge del tutto: quanto disturba davvero una scrittura che non entra in nessun circuito di valore? Non rischia di essere, proprio per questo, perfettamente tollerabile?<br />
E allo stesso tempo, quella separazione così netta — compromesso nel lavoro, autonomia nella scrittura — è difficile da sostenere senza produrre una scissione. Come se la libertà fosse possibile solo in uno spazio laterale, e mai dove si gioca davvero la propria posizione.<br />
Forse è proprio questo che il testo mette in gioco: non una via d’uscita, ma una tensione che non si risolve. E che, una volta vista, non si lascia più chiudere.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Commenti su Lo strano caso dell’attività che non era un lavoro di Daniele Muriano		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/05/01/lo-strano-caso-dellattivita-che-non-era-un-lavoro/#comment-393366</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Muriano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 00:49:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=119265#comment-393366</guid>

					<description><![CDATA[Bello questo pezzo, onesta e condivisibile la postura.
Senza pretendere una risposta, devo ammettere che è un discorso da cui mi viene fuori un bel dubbio. Uno si chiede, ingenuamente, quanto il “senso di sé” di una persona che scrive (quella cosa che le permette di tenere una posizione eretta nel mondo) derivi dalla sua funzione riconosciuta attraverso il denaro (quindi il lavoro salariato) e quanto invece dalle cose scritte, poco o mal pagate. Quando scrittura e lavoro non coincidono, come in questo caso. 
A me pare che, in un mondo che disconosce sempre di più la lettura profonda, per effetti abbastanza visibili e osservati anche dalle neuroscienze, il “senso di sé” delle persone che scrivono – presenti esclusi, come si dice, a meno che non si includano da sé – sia in profonda crisi. Mi chiedo anche che ne sarà di questo “senso di sé” in un mondo che, annichilita probabilmente la lettura, non avrà nemmeno più bisogno del lavoro, e lo manterrà magari in forme sostanzialmente inutili a scopo di sorveglianza sociale. Oltretutto: morto il lavoro, defunta cognitivamente la lettura (profonda), da cosa ci si potrà mai rendere autonomi? Mancherà un termine di confronto.
Questo solo per dire che, nonostante tutto, in momenti di pessimismo ossia di lucidità, il nostro mi pare paradossalmente il migliore dei mondi ancora possibili. E questa è una cosa po’ disperante, se posso dirlo.
(Non significa deporre le armi, o le parole, o quel che si ha di utile per le mani. Però è il momento in cui bisogna forse lottare avendo in mente un mondo auspicabile, e non più possibile. Lottare per l&#039;impossibile, anche se suona già retorico. Puntare molto, ma molto in alto, dico).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bello questo pezzo, onesta e condivisibile la postura.<br />
Senza pretendere una risposta, devo ammettere che è un discorso da cui mi viene fuori un bel dubbio. Uno si chiede, ingenuamente, quanto il “senso di sé” di una persona che scrive (quella cosa che le permette di tenere una posizione eretta nel mondo) derivi dalla sua funzione riconosciuta attraverso il denaro (quindi il lavoro salariato) e quanto invece dalle cose scritte, poco o mal pagate. Quando scrittura e lavoro non coincidono, come in questo caso.<br />
A me pare che, in un mondo che disconosce sempre di più la lettura profonda, per effetti abbastanza visibili e osservati anche dalle neuroscienze, il “senso di sé” delle persone che scrivono – presenti esclusi, come si dice, a meno che non si includano da sé – sia in profonda crisi. Mi chiedo anche che ne sarà di questo “senso di sé” in un mondo che, annichilita probabilmente la lettura, non avrà nemmeno più bisogno del lavoro, e lo manterrà magari in forme sostanzialmente inutili a scopo di sorveglianza sociale. Oltretutto: morto il lavoro, defunta cognitivamente la lettura (profonda), da cosa ci si potrà mai rendere autonomi? Mancherà un termine di confronto.<br />
Questo solo per dire che, nonostante tutto, in momenti di pessimismo ossia di lucidità, il nostro mi pare paradossalmente il migliore dei mondi ancora possibili. E questa è una cosa po’ disperante, se posso dirlo.<br />
(Non significa deporre le armi, o le parole, o quel che si ha di utile per le mani. Però è il momento in cui bisogna forse lottare avendo in mente un mondo auspicabile, e non più possibile. Lottare per l&#8217;impossibile, anche se suona già retorico. Puntare molto, ma molto in alto, dico).</p>
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