La mia vita con Nolan. Un’Odissea personale
di Cesare Cherchi

Ho un problema con Christopher Nolan, ma non è sempre stato così. Quando ancora andavo a scuola ricordo che ne avevo un’opinione più positiva, da bambino penso di aver visto The Prestige almeno cinque volte. La frattura con i miei coetanei, e con tutti gli altri a quanto pare, iniziò con Interstellar: lo andai a vedere con dei compagni di Liceo e rimasi scandalizzato dalla stupidità del film: cosa avrebbero dovuto essere questi numeri di cui Michael Caine aveva bisogno per la sua teoria? La misurazione di una costante? E in che modo avere una teoria della gravitazione permette di iniziare semplicemente a levitare? Abbiamo una teoria della termodinamica, questo non significa che possiamo creare energia dal nulla… Ma soprattutto cosa significa che l’Amore è la quinta dimensione? Le domande si moltiplicavano.
Il film mi aveva lasciato infastidito e confuso; guardavo con sgomento signore di mezza età in lacrime che lasciavano la sala e l’entusiasmo dei miei compagni di classe – i quali non davano troppa importanza alle mie domande. Da quel giorno iniziava un nuovo capitolo della mia vita cinematografica, una vita fatta di solitudine in mezzo a un mare di conoscenti che continuavano a ripetermi come Nolan fosse il genio del nostro tempo. Ma più film uscivano e più erano brutti, e più erano brutti e insulsi e più vedevo spettatori stracciarsi le vesti (con la sola eccezione di Tenet, che tutti sembrano aver detestato. Anche lì lasciandomi perplesso, visto che a me pareva esattamente in linea con i film precedenti e quelli successivi). Addirittura molti non mi credevano, pensavano che l’unico motivo una persona potesse avere per dire che non le era piaciuto Inception fosse che stesse mentendo, per chissà poi quale motivo.
Scrivo tutto questo non perché pensi che queste note autobiografiche siano di qualche interesse, ma per mettere in chiaro che so bene quale sia la mia posizione. Sono in minoranza, una minoranza schiacciante, e so che tra me e una persona che si è commossa guardando Dunkirk c’è un divario antropologico incolmabile. So quindi che non convincerò nessuno a cambiare idea, voglio piuttosto far sapere a quei pochi là fuori che continuano a non capire cosa tutti ci trovino in Nolan che non sono soli, che c’è una società segreta e parallela di persone che la pensano come loro.
Ciò non ostante, per tutti i difetti che trovo in Nolan, gli ho sempre riconosciuto – troppa grazia, lo so – dei meriti pressoché indiscutibili, per quanto superficiali. I film di Nolan sono quasi tutti (a eccezione dei due veramente belli, Memento e Insomnia) costantemente gradevoli alla vista; c’è uno standard grafico, di sequenze, colori, fotografia e movimenti di macchina talmente rodato che rende impossibile scendere sotto un certo standard. Il secondo merito è che Nolan – sia per meriti o opportunità – ha sempre avuto la possibilità di fare un film solo se voleva farlo, dunque gli si deve riconoscere se non il talento, almeno l’intenzione dell’artista.
Rassicurato da questo plateau sono andato al cinema a vedere l’Odissea e mi sono rammaricato di scoprire che anche le piccole garanzie che mi aspettavo erano state infrante. L’Odissea non è solo uno dei film più brutti che abbia mai visto, ma anche uno dei film la cui bruttezza si estendo per più livelli. Per questo ho deciso di dividere le osservazioni per categorie.
Dialoghi. I dialoghi sono orripilanti. Tutte le interazioni tra i personaggi servono a colmare (addirittura più di quanto il film stesso ne abbia bisogno) i problemi di scrittura generale e a fare il riassunto per gli spettatori (lo Spiegone di Occhi del Cuore), ogni persona o evento è nominato spiegando chi è, cosa fa, dove è, e quale è il suo ruolo nella storia. A volte la volontà di spiegare rompe i muri diegetici e porta a situazioni francamente incredibili, come Ulisse che deve spiegare a Penelope cosa siano i sacrifici umani e perché si facciano. Ogni dialogo suona come “Oh ma certo, il veleno! Il veleno per Cuzco. Il veleno scelto appositamente per uccidere Cuzco. Cuzco e il suo veleno. Quel veleno?” e questo è solo nei dialoghi con funzione didascalica, i dialoghi con funzione lirica sono, se possibile, ancor peggio. La descrizione che fa Ulisse del canto delle sirene è forse uno dei pezzi di prosa più brutti mai messi per iscritto nella storia umana. In generale quando questo film vuole apparire profondo utilizza la paratassi come succedaneo del pensiero. Non c’è bisogno di formulare un immagine e un pensiero da esprimere, basta giustapporre frasi solenni una accanto all’altra e qualcosa verrà fuori; il canto delle sirene è “esattamente come vorresti che fosse e poi tutto quello che non vorresti mai aver desiderato.” Significa qualcosa? A malapena, ma – come gli oroscopi – se la frase è abbastanza vaga si può far finta che non sia così.
Effetti visivi. Il film è brutto, più di quanto non fosse lecito immaginarsi per un film di Nolan: la fotografia è stantia, stanca. Qualcuno che avesse visto Oppenheimer senza audio avrebbe potuto avere il dubbio fosse un bel film, questo rischio con l’Odissea non c’è. Tutte le scene in mare sembrano pubblicità di un profumo ma girate con un filtro blu, la scena del naufragio dopo la macellazione delle vacche del dio del Sole è di sconcertante bruttezza e trita banalità. Seppure alcuni effetti siano genuinamente belli (il volto dei ciclopi, o la sequenza della trasformazione degli uomini di Ulisse in maiali) ce ne sono altri che lasciano esterrefatti, come Scylla. Ovviamente molti non sono d’accordo, per alcuni una bella inquadratura è l’inquadratura di un bel paesaggio, ma purtroppo per queste persone non c’è nulla che possiamo fare per aiutarle.
Paura del fantastico. Il film non sembra concettualmente attrezzato a mostrare qualcosa di sovrannaturale, quando il film è costretto a mostrare il fantastico, se ne vergogna. Polifemo (polì-pheme!) non parla, ma è solo un bestione inerte, lo stesso vale per il Lestrigoni. Sembra esserci un tentativo di rimuovere tutto ciò che è fantastico, con l’ovvio problema che non si può fare un film sull’Odissea senza mostri, streghe e giganti. Alla fine dunque appaiono, ma rimangono privi di senso e inconcludenti.
Il cielo stellato sopra di me e la legge di Zeus dentro di me. A quanto pare la Xenìa, la “legge di Zeus” che viene nominata innumerevoli volte durante il film, consiste nel “trattare gli altri come vorresti essere trattato te stesso”(?). Il problema di questa invenzione non è tanto la sua poca fedeltà testuale, ma il fatto che renda tutta la storia priva di senso, se la legge di Zeus è l’imperativo categorico Kantiano allora per la legge di Zeus dovrebbe essere sbagliato anche mentire o uccidere. Qualcosa che ovviamente non era vero nella Grecia arcaica ma non pare essere vero nemmeno per i personaggi del film. Si suggerisce poi che l’inganno del cavallo infrangesse la legge di Zeus, non è ben chiaro se la versione originale o quella inventata da Nolan: se si riferiscono alla prima, la legge di Zeus non ha nulla a che fare con le guerre e gli inganni, se invece si riferiscono alla seconda allora dovrebbe proibire la guerra in generale (dal momento che dubito che qualcuno desideri essere assediato) dunque anche qui non si capisce quale sia il problema di Zeus. Tanta insistenza sulla legge di questo Zeus mi faceva almeno aspettare con trepidazione – per quanto possibile – il culmine simbolico dell’ospitalità nel poema. Quando Ulisse fintosi mendicante viene accolto da Eumeo in casa sua dove quest’ultimo, nonostante da anni sia vessato e razziato dai Proci, uccide due maiali per sfamare uno sconosciuto. Stranamente, il film – dopo aver insistito ossessivamente sulla legge di Zeus – taglia la scena in cui si spiega davvero cosa sia, forse perché il film per essere visto richiede che non la si capisca.
Il pio Ulisse. Questo è uno dei difetti meno sorprendenti del film, ma non per questo è uno dei più lievi. Un eroe cinematografico americano contemporaneo è una persona buona™ e lo spettatore deve averne simpatia e sperare che vinca, e questo Ulisse non fa eccezione. Ci sono però due problemi, l’Ulisse del poema non è certo pravo, è una persona che rispetta gli Dei, ma altrettanto certo è che non è una persona buona nel senso che daremmo oggi alla parola. Questo non significa che il personaggio non possa essere cambiato, in fondo l’aderenza al testo originale non è un valore in sé, il punto è che se Ulisse non è un personaggio ingannatore, superbo e a tratti anche crudele quasi tutto quello che gli accade diventa privo di senso, come infatti è priva di senso la sua ultima interazione col Polifemo. Per lo stesso motivo Ulisse, dacché deve essere buono, non può massacrare i Proci inermi, o i servi e le serve che lo hanno tradito come Melanto. Questo costringe Nolan a scrivere un combattimento finale demenziale in cui Ulisse deve uccidere decine di persone da solo e nessuno può aiutarlo per via della legge di Zeus (?), che a questo punto inizia ad essere piuttosto nebulosa.
L’impero del bene. Gran parte dei crucci di Ulisse, sia quello originale che quello del film, è il rammarico per la vana brutalità della guerra. Nel poema Ulisse piange alla coorte dei Feaci quanto sente i canti sulla guerra di Troia perché ricorda l’infanticidio di Astianatte. L’Odissea è, tra le altre cose, fatta di atrocità che già millenni fa erano riconosciute come tali. Nolan di queste atrocità ne parla, ma ha paura di farle vedere. Il film è sempre attento a rendere ogni scena di violenza innocua (si veda il “saccheggio” di Troia) in maniera tale che non turbi la signora che va al cinema due volte l’anno. Il risultato è che bisogna ascoltare due ore di lagna su una crudeltà che il regista non ha avuto il coraggio di mostrare davvero.
The crime of a wasted life. Il problema fondamentale di questo film, che forse è anche la causa di tutti gli altri, è la povertà di spirito con cui è stato realizzato. La cosa straordinaria di quando si adatta un’opera di migliaia (o anche solo centinaia) di anni fa è lo straniamento nel percepire di stare vivendo un tipo di arte, un tipo di letteratura, che aveva scopi totalmente diversi dalla nostra. È un effetto che si basa su un inganno (non possiamo mai veramente uscire dal nostro tempo) ma allo stesso tempo è una delle esperienze più interessanti che si possano vivere da lettore (o spettatore), un’esperienza che alcuni film hanno saputo cogliere. Non necessariamente essendo fedeli a un testo originale (come per il Settimo Sigillo) e non necessariamente portando a dei risultati totalmente felici (The Northman). Ma quest’Odissea risolve del tutto il problema semplicemente rifiutandosi di affrontarlo. Ogni cosa è banalizzata e appiattita su dei valori contemporanei; non c’è nessun interesse o tentativo di capire una cultura lontana. La storia è solo un canovaccio noto abbastanza da attirare il pubblico e a cui appendere una morale cenciosa (la guerra è brutta e la famiglia è bella). Dietro non c’è alcuna curiosità letteraria, antropologica o anche solo umana. C’è anzi un rifiuto di capire che è quasi esasperante. L’esempio più doloroso è forse la scena in cui il fantasma di Sinone parla con Ulisse. L’aldilà omerico è spoglio, non ci sono ricompense o contrappassi, è solo una landa di anime disperate che rimpiangono la vita. Come nell’Inferno di Dante l’unico sollievo per i morti è sapere cosa accade tra i vivi, per avere per pochi attimi l’illusione di essere ancora tra di loro. È un’idea di aldilà che ormai ci è lontana: non si viene puniti, non si viene ricompensati, si muore e basta. È forse uno dei pochi momenti in cui si ha un bagliore di cosa doveva essere la religione della Grecia arcaica, una delle cose più straordinarie di cui si può fare esperienza leggendo. Ecco, nel film si fa dire a Sinone una cosa superficialmente simile, ma sintomo di una volontà di non capire rovinosa: “I morti vogliono avere notizie dei vivi che gli hanno fatto del male”(!). Una piccola aggiunta fatta al solo scopo di eliminare ogni minima differenza e rendere Sinone un fantasmino vittoriano che si vuole vendicare.
Non posso commentare il finale. Sono uscito dal cinema quando ancora mancava qualche decina di minuti alla fine del film. Quando ho visto Matt Damon roteare con delle asce in mano come un derviscio ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. All’uscita, mentre aspettavo i miei compagni di sventura, sentivo i commenti entusiasti di vecchi e ragazzini. Anche stavolta evidentemente non sono riuscito a capire un capolavoro del genio del nostro tempo. La sera stessa sono andato su Letterboxd, l’Odissea ha un punteggio medio di quattro stelle e mezza su cinque. Più di mezzo milione di persone hanno votato cinque stelle, ad aver dato il mio stesso voto (mezza stella) siamo in meno di cinquemila. A tutti loro voglio dire che so quanto stanno soffrendo, ma un giorno tutto questo finirà. Spero…
