Il mito dell’uomo. “The Odyssey” di Christopher Nolan
Melinda Sue Gordon
di Marco Viscardi
The Odyssey di Christopher Nolan
Devo confessare che ho sempre preferito l’Iliade all’Odissea. L’Iliade è l’alterità per eccellenza, viene da un mondo in cui non esiste scrittura e quindi non può esistere intreccio. Viene dal mondo delle nazioni e delle genealogie, degli eroi che si odiano e disprezzano senza sminuirsi, anzi è vanto avere un avversario che condivide l’altezza culturale e tecnologica della società greca. L’Odissea è individuale, struggente, ben costruita. L’epica sta cedendo il posto alla tragedia, al conflitto, alla voce oscura del fato. L’altro da Ulisse è sempre primordiale e primitivo, ma inferiore. I Ciclopi erano i signori della terra, le sirene quelle del canto e dell’aria, ninfe e maghe dominano spazi alti, ma nessuno sopravvive davvero al passaggio d’Ulisse e della sua lingua oramai unica.
La distanza fra l’Iliade e l’Odissea mi sembra incredibilmente maggiore di quella che separa noi dall’Odissea, dove ci sono, magnificamente variati, tutti i luoghi comuni che studiamo alle medie: il viaggio dell’eroe, l’analessi e la prolessi, il punto di vista etc etc.
Soprattutto nell’Iliade c’è un senso della vita che mi pare non sia presente in nessuna opera della letteratura occidentale. La vita biologica, terrena, immanente, disperante è la sola cosa che conti, il solo fondamento della morale, l’unico lampo concesso agli uomini e agli eroi. Quando una vita finisce, finisce il mondo.
Mi colpisce sempre l’apparizione di Ilioneo, nel libro XIV. Ilioneo – a cui è dedicata una strada a due passi da dove abito – appare nell’Iliade solo per essere ucciso da Peneleo.
«Peneleo estrasse la spada acuta e lo colpì al collo tagliando via la testa insieme con l’elmo; era ancora infissa nell’occhio la lancia pesante, ed egli la sollevò come un papavero e rivolto ai Troiani trionfante gridò: “Dite da parte mia, Troiani, al padre e alla madre del nobile Ilioneo di piangerlo nella loro casa; neanche la sposa di Promaco figlio di Alegenore avrà la gioia di rivedere il suo sposo, il giorno in cui noi, figli degli Achei, sulle navi faremo ritorno da Troia”. Disse così, e tutti furono colti da un tremito e si guardarono intorno cercando dove sfuggire l’abisso di morte». Cito la bellissima traduzione di Maria Grazia Ciani.
Peneleo uccide il nemico e ne raccomanda esequie degne. L’angoscia davanti a quel giovane corpo è paralizzante. La morte è sempre necessaria, qui c’è della pietà, più spesso i corpi che cadono fanno rumore. Tornano alla terra protestando di perdere la sola cosa che conti. La morte è davvero la fine di tutto.
L’Iliade è l’epica in purezza, l’Odissea canta anche le nostre meschinità, le piccole furberie e i compromessi. È il primo capolavoro della crisi che alterna momenti colossali a inquietudini dell’anima. E questo nel film di Nolan si vede perfettamente. The Odyssey racconta la sparizione di una civiltà ad opera di una generazione maledetta. Per tutto il film si avverte l’angoscia di un pericolo esterno e imminente, ma per tutto il film ci siamo dentro. Quel pericolo è già nel canto dell’aedo che apre queste magnifiche tre ore di visione, è già nei comportamenti delle donne e degli uomini. Mai il mondo era stato così bello e non lo sarà mai più. Il mare aperto porta la minaccia.
Com’è stato notato da molti, Nolan racconta un mondo senza dèi. Telemaco li cerca continuamente negli occhi delle persone che incontra. Ha ancora l’ostinazione infantile di credere alla magia del mondo, mentre tutto crolla. Gli dèi possono essere solo il rimorso e il rimosso. I padri lontani, i fondamenti di una legge morale che nella pratica diventa convenzione e sopruso. Atena è un fantasma di Ulisse. Ulisse deve fare i conti con la possibilità di non voler tornare.
Ma il mondo disabitato dagli dèi è un mondo popolato di creature. Nolan qui reinventa l’immaginario.
The Odyssey ci fa vedere per il prima volta una storia che abbiamo interiorizzato e assorbito fin dall’infanzia. Tutto è noto e tutto è nuovo. Il nostro orizzonte d’attesa sul mondo omerico si è spostato. Le nuove rappresentazioni di Polifemo non potranno accontentarsi dell’allucinazione di un volto di un mascherone elaborato dalle IA con la deformazione di un unico occhio. Il Polifemo di Nolan è una creatura baconiana, è il sovrano di un mondo di capre, è la creatura possente raffigurata nei momenti dell’orrore e della caduta. La magia di Circe non è l’incanto ariostesco, ma intervento fisico, tattile quasi faticoso. L’ibridazione è insostenibile e il mondo di questa donna isolata da tutti è quello dell’allucinazione narcisista. Della paranoia che si difende dalle proprie paure, appropriandosi della vita incontrollabile degli altri e imprigionandola nel corpo di stupefatti animali. Calipso non è una ninfa, ma una vera donna, le sirene sono un’ombra. Nolan ha riscritto ancora una volta il paradigma e tutto quello che c’era prima non può più appassionarci. Al massimo ci farà la tenerezza dei vecchi Batman e Robin dei telefilm americani che si arrampicano sulle grondaie dei palazzi, col Joker scioccherello, la Catwoman maliarda e il Pinguino da Grand Guignol
Non si svolge esattamente come lo descrive Omero ma conta poco, anche perché se si vuole conoscere Omero, basta leggerlo o magari farselo leggere. Fra i morti, Ulisse incontra Agamennone ucciso da Clitemnestra, in attesa della vendetta di Oreste. L’epica è già crollata nella tragedia. L’incanto collettivo del rapsodo è il suono di un’età superata, ora il conflitto è rappresentato da uomini in maschera in cerca di catarsi.
L’Odissea è l’epica degli uomini, l’epica che viene trascinata dal gorgo della tragedia, del conflitto che lascia cicatrici nell’animo delle persone. Cicatrici come quella che permette all’anziana Euriclea, prima fra tutti a Itaca, di ritrovare nel lacero mendicante senza nome, l’eroe del ritorno.
Anche se la prima creatura a riconoscere Ulisse è il cane Argo, abbandonato da tutti, sopra il letame dei muli e dei buoi. Lui che «nel folto della foresta profonda» non lasciava sfuggire una preda al suo inseguimento perché «era esperto nel fiutare le tracce», giace ora dimenticato. Il guardiano dei porci Eumeo, il fedele servitore che senza saperlo accompagna Ulisse nella sua reggia, commenta: «Metà del suo valore toglie all’uomo Zeus, signore del tuono, quando schiavo lo rende». E sembra che in questa considerazione unisca l’umano e l’animale, entrambi sottomessi a un fato grande, opprimente e oscuro.
