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Contro Ulisse

“Ulisse uccide i pretendenti” (1883), Fonte: New York Public Library Digital Collections

di Davide Orecchio

Verso la fine di questa estate nata nel segno di Omero e Nolan, rispolvero un mio raccontino odisseico. Nella nota a fine testo spiego da dove viene il racconto.

***

Si consideri il mare e si pensi che noi siamo acqua, anche quando il mare è arrabbiato noi siamo acqua, anche quando il mare percuote la spiaggia e gli scuri cigolano nell’orchestra del vento, anche quando, con l’argine degli scogli che spezzano e feriscono il mare, la terra si difende dalle onde e la tempesta è un lamento e i gemiti di un cane s’intrufolano tra le sue crepe, anche allora noi siamo acqua, e c’è una capanna dove due uomini parlano, il vecchio è appena sbarcato sull’isola, il vecchio ha nascosto tra le dune il suo gozzo, il giovane ha acceso un fuoco e senza guardare l’altro negli occhi gli dice, Ti ho riconosciuto.

Ma sono più vecchio!, protesta il vecchio, e un trucco invecchia il vecchio che sono.

Non importa, assicura il giovane, so chi sei, solo tu indossi Lacoste blu e pantaloni di lino, solo tu aspiri sigarette da un bocchino di plastica.

E il vecchio chiede al giovane quanti anni abbia, e la risposta è quasi trenta, e di cosa si occupi, e la risposta è che il giovane è stato delegato al governo dell’isola.

Ma ora tu sei tornato.

Una brace li separa e intiepidisce le scarpe dell’uomo che il giovane guarda e sorride e chiede, Indossi ancora Superga bianche?

Il vecchio annuisce, Come fai a ricordare?, eri piccolo.

Il giovane spiega, Ricordo tutto, ricordo il tuo sgabello di vimini, lo usavi per sedere di fronte al mare sulla spiaggia dei sassi grandi, a nord dell’isola, ricordo quando eri zoppo per via di una ferita e io ti sorreggevo sulle rocce e portavo lo sgabello per te.

Il vecchio raccoglie una fetta di pane, separa la crosta dal morbido, guarda la brace: Le mie scarpe di pezza però non sono bianche ma color panna e strette, a volte le calzo senza lacci per camminare meglio.

E il vecchio si sdraia e stringe la terra nel pugno ed espira dal petto largo quando il giovane chiede, Adesso che sei tornato riporterai tutto indietro?

Cosa vuol dire «indietro» per te?, domanda il vecchio e il giovane spiega, L’odio di un tempo, il comando, la produzione.

Ma una società ha bisogno di lavoro e nemici, riflette il vecchio e il giovane dice che non è d’accordo: Viaggia nell’isola, guarda, chiedi, ti accorgerai che nessuno più lavora per vivere, ma lavorare non è vietato, anzi lavorare rende felici fuori dai vincoli della sussistenza.

E nessuno odia?, chiede ancora il vecchio e l’altro risponde, Non per bisogno né disuguaglianza, non per motivi ideologici, però non mi hai ancora risposto: tu cosa farai?, riporterai tutto indietro?

Entra Eumeo, ravviva il fuoco, siede accanto ai due uomini, annuncia che tra poco piove, Eumeo non ha riconosciuto il suo re, crede all’inganno, versa del vino nei gusci e lo offre, sorride con l’imbarazzo del timido e isolato, il sorriso del porcaro è una corteccia sulle parole inespresse, è il sorriso del sé ignoto a se stesso, Eumeo sorride timido quando il vecchio gli chiede, Manco da molto tempo, l’isola è cambiata?

E il pastore risponde che ci sono altre leggi, ma non sa se siano migliori o peggiori, perché lui vive tra i porci e le capre, e non lascia mai il promontorio, e quando il vecchio prova a suggerire che gli saranno giunte delle voci lui spiega che non le ha capite, che non possiede parole per riferire le voci, che non sa dire nulla e che adesso deve badare all’asino, ed esce.

La brace crepita ancora e riscalda nella capanna dove il silenzio è una valigia che porta pensieri, attesa, questioni, il figlio l’apre e rimprovera, L’hai messo in difficoltà.

Il padre si difende, Non volevo.

Il figlio poi spiega, Le parole che non ti ha risposto il pastore sono pace, armonia, libertà, ozio, redistribuzione, ti preoccupano?

Il padre dice Forse sì, ma non m’interessa, voglio solo il tuo aiuto.

Il figlio chiede, Contro i pretendenti?; e il padre annuisce.

Charles Baude, “L’incontro tra Ulisse e Telemaco” (1896). Fonte: New York Public Library Digital Collections

– Spesso ha sognato il ritorno del padre, la restituzione di ogni avere masticato da lui (il figlio si credeva orfano): gli abiti nella muffa, i mobili ridipinti, il governo riformato, la reggia occupata, i nuovi libri, le nuove alleanze, la cartapecora dei vecchi libri, le alleanze consumate, le scarpe bucate dai pollici, i lacci dissipati, la sfortuna cambiata in fortuna, il lavoro del popolo ristrutturato in contemplazione, l’operosità convertita in filosofia, le ricchezze distribuite, il dolore rigurgitato dopo il falso sedimento degli anni nel senso di colpa per non essere più dolore ma appena memoria, le stecche di sigarette di carta azzurra e oro, i pomeriggi al cospetto del mare, il petto glabro, lo stomaco sporgente del re afflitto dall’ulcera, lo sguardo pronto a cattiverie, pronto a bontà, ha sognato il ritorno del padre e la resa del maltolto, ma la ruminazione dell’isola non può retrocedere, la ricostituzione dell’isola non vuole essere disgregata, la destituzione del regno è allergica al resuscitato re e nel sogno il figlio arrossiva, si vergognava, cercava il risveglio. –

– Poi il padre lasciò l’eredità ingombrante dei vecchi libri, sugli scaffali più alti il figlio collocò le opere di Togliatti e Lenin, le opere di Lenin erano in decine di volumi bordeaux e raccontavano di minuto in minuto la vita di Lenin con le sue opere prima durante e dopo la rivoluzione, la rivoluzione e i suoi figli dominavano nei libri vecchi del padre, di scaffale in scaffale il figlio ricostruiva la piccola storia della cultura del padre e le sue letture nel corso del tempo, a Togliatti e Lenin si affiancava la prima edizione degli scritti di Gramsci voluta dallo stesso Togliatti e curata da Platone che non era il filosofo, era un comunista, poi ecco Salvemini, Labriola, De Sanctis e il figlio riconosceva la politica culturale dei comunisti italiani negli anni quaranta e cinquanta del secolo morto, poi lo sguardo del figlio scendeva dove affioravano i testi del dubbio, gli scritti di Gramsci adesso erano in edizioni più oneste filologicamente, gli scaffali della filosofia non avevano più solo Engels e Marx, ma Lukács e Sartre e poi dottrine eterogenee, pensieri eclettici, altri saperi, la Scuola di Francoforte, Barthes, Foucault, Lévi-Strauss, Freud, persino Groddeck, nei territori di storia e politica compariva l’opera di Trockij e di Luxemburg, la Storia della rivoluzione, La rivoluzione tradita, le memorie di Djilas lo jugoslavo, i testi di Medvedev lo storico russo (dopo Budapest e Praga si fanno largo gli scritti del dissenso, le vite di eretici), altrove negli scaffali di letteratura il figlio vedeva che tra i russi Solženicyn aveva scalzato Gor´kij, e tra i francesi Queneau aveva superato Alain e Gide (un tempo maestri del padre, esempi di scrittura apolitica, non di regime), e negli scaffali più bassi, i più recenti, vivevano persino Brodskij e Cioran, poi il padre partì per la guerra di Troia, poi morì il suo secolo, ma il figlio non gettò mai i libri del padre, che adesso è tornato. –

E le braci covano ancora e riscaldano la capanna quando il padre chiede, Vuoi spiegarmi meglio la tua economia?

E il figlio risponde che Il mare è solo mare, non più un deposito per le nostre scorie, così la spiaggia è la spiaggia, e la sua sabbia è pura, al centro del lavoro non c’è l’ossessione, abbiamo smascherato l’ossessione, abbiamo rimboscato la foresta, abbiamo liberato le donne, abbiamo guarito gli uomini, i nostri bambini non cresceranno con l’ossessione, da un divano tra gli scogli e l’acqua il nostro popolo deciderà se alzarsi ed essere operoso oppure restare sdraiato a contemplare, la scelta non muove dalla necessità, la scelta sceglie di scegliere, tutti avranno comunque cibo, diritto, avvenire, che si lavori o no, questo consentirà di donare lavoro e sé stessi al bisogno e alla causa degli altri.

Il padre dice, Non capisco come funziona: senza l’offerta di lavoro per il denaro?, senza socialismo di stato?, senza pianificazione dell’avvenire?, oppure senza mercato?, senza fabbriche?, senza crescita?, senza capitalismo?

Il figlio insiste, Senza necessità, guarda queste braci, guarda la cenere, vedi com’è diffusa ai piedi del fuoco?, così sarà il patrimonio dell’isola, nessuno sarà più povero, la reggia amministrerà il benessere, attorno al lavoro costruiremo una fabbrica rispettosa, chiuderemo il petrolchimico e il maglificio, apriremo un’economia nuova.

Ed è redditizia la tua economia?, chiede il padre e il figlio risponde, Meno dei tuoi cantieri ma sì.

E il padre dice, È noiosa, è triste, non ha futuro.

E il figlio dice, Ti sbagli.

E il padre dice, È debole, chiunque sbarcasse saprebbe predarti, l’ingresso dei pretendenti è solo l’inizio.

E il figlio dice, Ma io li controllo.

E il padre dice, Li ucciderò uno a uno, cos’hai, sei preoccupato?

E il figlio dice, Ti aiuterò, ma dopo?

E il padre dice, Dopo, io a mia moglie e tu alla tua utopia.

E il figlio dice, Non torneranno le ciminiere, i sedimenti, le truffe, la sfiducia degli uomini verso gli uomini, le ricchezze ingiuste?

E il padre dice, Era questa la mia Itaca?; e il figlio annuisce, e il padre dice, È passato molto tempo, non ricordo più, come posso prometterti che non tornerà quello che non ricordo?

E il figlio dice, Basta che prometti con me: nessuna violenza sul popolo, nessuna vendetta, nessuno stato di necessità.

E il padre dice, Se per te è importante…

E il figlio dice, Lo è.

E il padre dice, Allora prometto.

Li interrompe il raglio di un asino, Eumeo impreca, un sasso rotola, la pioggia schiaffeggia il legno della capanna, i due ora stanno in silenzio, pensano ciascuno per sé, un tempo il figlio sognava il padre, ma il padre sognava la moglie, un tuffo nel letto della moglie, un’immersione tra cosce e capezzoli, pelurie morbide e nude, nel suono dei sospiri, il padre sognava il ritorno, la scena di una realtà non sognata ma vera, non bisognosa che qualcuno la sognasse, ed entrambi sognavano la tempesta, l’assenza, la morte, l’orfano, la vedova, la ciminiera, la fabbrica storpiata dall’uomo contro l’uomo laggiù sul ciglio della terra, dove finisce l’isola e inizia il mare, l’onesta realtà, e la fabbrica avrebbe potuto essere diversa, avrebbe dovuto, forse in un sogno o in un’altra isola.

Hardy e Cousen, “Ulisse ara la riva del mare” (1888), Fonte: New York Public Library Digital Collections.
Per evitare di andare a combattere nella guerra di Troia, Ulisse finge di essere pazzo, arando il suo campo ma seminando sale al posto del seme. Il suo stratagemma viene rivelato quando Palamede pone Telemaco, il figlio neonato di Ulisse, davanti all’aratro, e Ulisse sterza per evitare di ucciderlo.

*

C’è stato un banchetto e ne resta l’odore, la natura morta degli avanzi nei piatti di stagno, le ossa del pollame, sfridi di pelle, l’aroma di carne abbrustolita nel ricordo, nell’olfatto, poi prugne, olive, uva, misticanza, strutto, teste di agnello, code, lombi di bue, rossori e poi il bianco dei pesci e il chiaro fermo degli occhi, ci sono gli arnesi e sono trinciapolli, squarcine, roncoli, spaccaossa e marranci, ci sono uova che sanguinano, mele sbucciate, nespole, il meticciato dei succhi, il vino ossigenato, l’acqua intiepidita nelle brocche che sugli orli hanno l’impronta delle labbra, orme calde e opache, i ventri degli uomini sono come mattoni, esce fiato da gole e sfinteri, entrano la dolcezza del sonno, l’euforia, il desiderio, la sfida.

Si alza in piedi Penelope per dire che apparterrà a chi tende l’arco e scocca la freccia nei dodici anelli, i pretendenti esultano con la promessa, accade un mescolamento di smorfie, pregusto, passione, sguardi, attesa e sospetto, il padre vestito di stracci studia i pretendenti da un angolo, il pretendente Agelao l’ha deriso dicendo, La tua Lacoste è fasulla ed è stinta, i tuoi calzoni sono deformi, hai le scarpe di pezza, fai schifo; e gli ha gettato un boccone, lo raccoglie il figlio mentre i pretendenti con la sugna ammorbidiscono l’arco e lo prendono a turno per incordarlo e tenderlo e scoccare la freccia ma nessuno ci riesce e s’infuriano dopo lo sforzo dei muscoli, dopo lo smacco, e uno di loro chiede, Di cosa è fatto quest’arco?; e un altro dice, Nessuno può usarlo; e versano ancora vino, mangiano bacche e dolciumi, vogliono il trono e la moglie del re, qualcuno ha sottratto le armi dalle pareti, qualcuno ha nascosto le asce e le spade, i pretendenti sono sazi, sono ebbri e indifesi, c’è chi ancora protesta, È impossibile incoccare la freccia!

Ora entra una rondine e vola tra i piedritti e plana sugli uomini quasi sfottendoli, sembra aggressiva, se parlasse li insulterebbe, stride minacce?, commina sentenze con le ali che batte, si libra nei propri scherzi come se le avessero eseguite già, è violenta, poi allegra, solo quando s’avvicina al vecchio si calma.

Ora il figlio s’accosta all’arco e lo raccoglie, ora l’arma è mansueta, non gli resiste, s’accomoda nella sua presa e lui l’imbraccia, monta una freccia, tende la corda, mira agli anelli e pensa, Ne sono capace; e cerca lo sguardo del padre e la sua approvazione ma incontra un rimprovero, Non puoi usare l’arco, non ti appartiene.

Ora tra il divieto e il limite, sul confine tra dominio e reggenza rincasa il potere, nel padre la violenza è legittima, nel figlio questa violenza è illecita e il giovane posa l’arco sul marmo e mostra il petto, le braccia e le cosce nude e si distrae pensando al suo popolo operoso solo per scelta e sensuale nelle ore libere, al popolo cittadino e con reddito, agli amplessi del popolo col tempo, il sonno, il mare, pensa alla memoria, pensa ai progetti che sono pensieri e non smanie: redimere il popolo, aggiustare il presente, riformare il futuro, ricostituire la nascita del popolo, redigere il calendario della libertà, poi pensa la pineta e il lecceto, e la proliferazione di lepidotteri sul materasso della natura ansiolitica, e un panorama senza intrusi, e un orizzonte di sola bellezza, Ma sono frutti di un regno in prestito e di un governo per delega, considera il figlio sul marmo freddo.

Ecco la prima freccia, il padre l’ha scoccata senza sforzo nella melodia della corda dopo aver teso con dolcezza l’arco, la freccia attraversa i dodici anelli, succede un amalgama dov’è l’urlo dei pretendenti, e le sedie cadono, e gli uomini balzano in piedi, e cercano le armi sulle pareti nude di armi, e la rondine vola nella battaglia, e il padre sulla soglia prende la mira e uccide, e il figlio corre fuori a raccogliere scudi e asce, e rifornisce Eumeo e l’altro servo Filezio che aiutano, e il padre massacra gli uomini tutti, frecce nel fegato, nei fianchi, nel petto, in gola, tra la mandibola e il fiato, frecce sulla resa, su reazione e protesta, sul calcolo, l’ambizione, il desiderio che lacerati sgorgano via col sangue, c’è chiasso ma le urla non sono proiettili, strepitare non basta, esagitati, poi feriti, infine coricati, muoiono i pretendenti col loro esercito di anelli, orologi Rolex e Iwc, abiti Armani, camicie di seta coi polsini di platino, black ties, fresco lana, vigogna, filo di Scozia, cinte di coccodrillo, oro, stivaletti Chelsea five macchiati d’intestino, qualche gemito si spegne and fades away, la rondine irride i cadaveri, defeca sui corpi.

Ora c’è la quiete e la morte in una sala di maschi (Penelope è fuggita prima della battaglia), i guerrieri completano lo sgozzamento, le pareti però spillano il pianto di giovani donne, il figlio s’avvicina al padre e gli chiede, Sei soddisfatto?, va’ da mia madre, bado io ai corpi.

Ma il padre risponde, Non abbiamo finito, le infedeli ci aspettano.

Ora entrano dodici ancelle e il padre ordina che tolgano i cadaveri e le ancelle obbediscono, ordina che puliscano il sangue da terra ed eseguono, poi dice che tradirono Itaca, che s’accoppiarono coi pretendenti e prende dodici corde che annoda a una trave, e le donne capiscono e piangono mentre il giovane le riconosce: alcune sono operaie, altre borghesi, il figlio ferma il braccio del padre: Avevi promesso, nessuna vendetta.

Ma il padre dice, Questa è giustizia, e sputa sulle donne e le chiama puttane, poi le guarda col ghigno, il padre severo, il re, adesso il potere, adesso il padre nomenclatore di coiti e impronte lasciate sul letto dall’ancella, dal pretendente, le gambe di lei lontane dal centro di lei e il nemico in mezzo alle gambe, la coscia contro la coscia, il motore del sesso, il piccolo viaggio veloce, la patria e la diserzione, la pelle, il sudore, il serpente, quanto basta di sangue, quanto basta di gemiti, levitazione del letto e dei corpi, il volo, l’ascesa verso il soffitto all’altezza del quadro e del gancio, accanto al lampadario, nel calore della lampada alogena, l’incoronazione dei buchi riempiti, dell’attrito, la combustione di muscolo, tessuto, energia, la prosecuzione di voglia e spinta, l’affanno, il collasso.

Puttane, le chiama il padre e sputa di nuovo.

Sono innocenti, protesta il figlio, anzi bisbiglia, perché il giovane è afono, ha smarrito la voce, non ha preso l’arco, ha obbedito, obbedisce, obbedirà, si rannicchia in un angolo, ringiovanisce, torna imberbe, gli si restringe il bacino, perde i peli sul petto, la stempiatura e la miopia, perde la ruga che solca il pomo d’Adamo.

Dodici sgabelli, dodici corde, dodici donne, sono bellissime nelle loro tuniche, hanno la scollatura, gli stinchi nudi, ogni capigliatura ha la sua storia, il suo colore, le operaie, le benestanti, le disoccupate, le maestre, le impiegate, il massetto della nuova società che adesso il re disarciona, il padre ordina il cappio, non ascolta le suppliche e il pianto, snobba vomito e svenimenti, ogni collo adesso ha la sua corda, ora il padre colpisce gli sgabelli col piede regale, col gesto del ritorno, uno dopo l’altro, le donne scalciano un poco e tutto finisce.

Ora l’adolescente rincasa nel bimbo perpetuo che se parlasse avrebbe nella voce un falsetto, ma sta zitto mentre il vecchio mondo risorge col lanificio e la maquiladora, e rinasce la produttività, la famiglia, il solvente, la sabbiatura dei jeans, la scoloritura, la silicosi, il marcatempo, il flusso, lo sversamento e lo scolo, il trono, il padre, la madre, il mare macchiato di Itaca, il catrame della fabbrica insonne, l’industria sonnambula, il fumo imbianca la notte tra l’acciaio e l’amianto, insemina il cielo e le nuvole, non consente aborti, la realtà ha il suo getto perpetuo, la vita disbosca la vita fino alla fine del bosco, non c’è più progetto, non c’è più tempo se non il tempo passato, ieri rigurgita, vomitare ieri e di nuovo cibarsene, obbedire alla realtà, aspettare di non essere pronti, acconsentire al potere che sbaglia, accettare che la vita sia un assassino, non c’è altro, ora c’è solo il ritorno del padre.

***

Nota

Questo racconto si intitolava «Contro nessuno» e uscì originariamente sulla rivista Watt 3,14, 2013, pp. 25-33. Poi lo infilai in una mia raccolta di racconti che si intitola Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017). Ma il titolo che avevo pensato per quel libro all’inizio, e poi scartato, era proprio Contro nessuno. Recupero il racconto adesso per parlare un po’ di Ulisse. Visto che ne parlano tutti, ne parlo un poco anche io, a modo mio. In realtà il testo non esprime esattamente la mia opinione su Ulisse. Perché a me lui piace. È l’unico acheo che mi piaccia nella guerra di Troia. Cos’altro aggiungere? In genere non riesco a rileggere le mie cose pubblicate, perché mi viene una sensazione di disgusto e inutilità testuale. Anche in questo caso ho provato una lieve nausea.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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