Una fame che non c’era stata

di Daniele Macuglia
La fame è la condizione di alcune persone che non hanno abbastanza da mangiare. Non è il fatto che non ci sia abbastanza da mangiare.
— Amartya Sen, Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation, Oxford: Clarendon Press, 1981, p. 1
(traduzione dell’autore; corsivi nell’originale)
Mandato
Il furgone non portava farina. Lo si caricava prima che il sole rendesse l’aria difficile da respirare: la bilancia da campo, il metro per la mezza apertura delle braccia, le fettucce e i moduli. La statura, ai vecchi, non la prendevamo in piedi: la schiena, passati certi anni, non rende più l’altezza che è stata, e allora la si ricavava dal braccio teso di lato, che invecchia più lentamente della schiena, leggendo dall’incavo della gola fino alla punta del dito medio. La prima volta che entrai in una tenda con quegli arnesi addosso, una donna mi guardò le mani per capire che cosa portassi. Vide il metro e la fettuccia, e abbassò gli occhi. Avevo in tasca il manuale, in inglese, stampato chissà dove e uguale in ogni campo del mondo, e in quel manuale ciò che a quella donna stava accadendo aveva un nome esatto, lo stesso che in quel momento un altro come me scriveva sotto un altro telo, a migliaia di chilometri; una parola che a lei non sapevo dire, perché per la fame le lingue che si parlano nelle tende hanno molti nomi, e nessuno era quello. La sapevo soltanto segnare nella casella giusta. Avevo studiato a Khartum e fatto i corsi; sapevo l’inglese che si scrive nei rapporti. Ero del Darfur, e questo mi serviva per le parole che la gente si diceva nelle tende, non per la firma in fondo alla scheda, che restava identica a quella di un caposquadra venuto da fuori. Ci avevano mandati a raccogliere una prova. Correggo, perché la parola è importante e voglio scriverla giusta: non andavamo a raccogliere una prova, andavamo a vedere se una prova si potesse raccogliere. Non andavamo a sfamare nessuno. A mandarci era un’organizzazione che teneva i suoi uffici a Roma, e per una volta voleva sapere che cosa la fame facesse ai vecchi, che le altre rilevazioni non contavano: si misurano i bambini e le madri, e i vecchi restano fuori. Da qualche centinaio di anziani sarebbe uscita una cifra, e da quella cifra una percentuale; ma la parola grande, quella che dichiara la carestia di un posto, non si pesava sui vecchi, e la nostra percentuale, a Roma, sarebbe finita in coda a un rapporto che nessuno aveva fretta di riaprire. Mezzo milione di persone, a Zamzam. Alcune erano lì da vent’anni, da quando il campo era nato, una guerra prima di questa, e nel tempo gli erano cresciuti intorno mercati e scuole come a una città vera; altre erano arrivate nelle ultime settimane, in fuga dai combattimenti, e dormivano dove trovavano. Nel mio conto erano la stessa cifra. Circa quindici chilometri più a nord c’era El Fasher, e fra noi e la città passava il fronte: di là restavano il grande mercato del grano e la pista degli aerei, e non potevamo raggiungerli. A scuola ci avevano insegnato che da El Fasher, un tempo, un sultano governava il Darfur tenendone i registri, e ce lo insegnavano come una cosa finita molto tempo prima. Di quei registri non avevo mai visto una pagina; e pensai, aspettando una mattina a un blocco, che la sede da cui una volta si teneva il conto di tutto era là, a una quindicina di chilometri, chiusa nel suo assedio, e che noi eravamo venuti a tenere il conto del campo che le stava sotto, dove non arrivava più nessun registro; e che anche le nostre schede, prima o poi, sarebbero diventate altrettanto introvabili, e qualcuno, molto dopo, avrebbe imparato a scuola che un tempo, lì sotto, si era tenuto il conto di una fame. Ogni mattina, per entrare in un settore, si contrattava il passaggio. Lo facevo io, perché mandare avanti una delle donne a parlare con quegli uomini non si poteva. Stavo davanti a un ragazzo con il fucile, gli dicevo chi eravamo e dove dovevamo arrivare, lui guardava il furgone e non me, e a un certo punto si scostava dalla strada, o non si scostava. Al pomeriggio la strada si richiudeva a un’ora che nessuno annunciava e che imparavi a leggere da come, ai blocchi, smettevano a un tratto di rispondere. Quello che restava fuori da quell’ora restava fuori. Da alcuni di quei settori—quelli in cui non ci avevano lasciato entrare, o che l’ora aveva chiuso—la mattina dopo saliva il fumo e non veniva alcun suono. Lì si moriva almeno quanto dove arrivavamo noi, soltanto che lì non lo contava nessuno.
Il campionamento
Per dire qualcosa dei vecchi di un campo se ne misurano qualche centinaio. Non si sceglie chi sembra più magro: sarebbe il modo più rapido per avere il numero che si teme, e il più disonesto. Si sceglie a caso, per gruppi di tende che il programma chiama grappoli, perché il caso, almeno in teoria, non sa chi favorire. Questo è il mestiere fatto come si deve, e ci credo ancora. Prima ancora di misurarlo, di un vecchio bisognava sapere l’età: dai cinquant’anni in su entrava nel conto, sotto no; la soglia l’aveva fissata il protocollo apposta per questi campi, ché la vecchiaia, da queste parti, comincia presto, e chi aveva compilato quella riga lo sapeva. Carte non ce n’erano quasi mai. Allora lo chiedevo a chi avevo davanti, o a chi stava lì intorno—c’era già, all’anno della grande fame? e al tempo degli inglesi, era nato?—e tenevamo un foglio con gli anni in fila e accanto, a ogni anno, ciò che in quell’anno era successo. Vicino a quasi ogni riga c’era una cosa che aveva bruciato o che era mancata, e le righe dei più vecchi scendevano fino agli anni in cui erano arse o mancate cose che io conoscevo soltanto dai racconti. Gli davamo un’età misurandola dalle carestie che aveva già attraversato. Hiba misurò la prima vecchia dell’ottavo grappolo. Le tese prima il braccio di lato. Era la sola parte di lei che avesse conservato la lunghezza di un tempo, e la statura che ne ricavammo fu quella della donna che era stata, non di quella che ci stava davanti; di questa il corpo diceva soltanto di quanto si fosse consumata. Solo dopo le girò intorno al braccio, a metà fra la spalla e il gomito, la fettuccia, una striscia di plastica graduata, e mi disse centocinquantotto millimetri. Ripetei la cifra ad alta voce, perché i numeri si ripetono prima di scriverli. La donna teneva il braccio fuori dalla veste perché Hiba lo misurasse, la mano ferma, e guardava la fettuccia come si guarda una cosa che si lascia fare senza capirla; non so che cosa aspettasse. Centocinquantotto, in una donna ridotta così, voleva dire un corpo che aveva consumato quasi tutto; ma dove per un bambino la linea cadeva nello stesso punto in tutto il mondo, e sotto la linea un nome, per i vecchi le linee c’erano soltanto nei manuali, che le tracciavano in punti diversi e non s’erano mai messi d’accordo, e lei stava sotto tutte, anche la più bassa. Caso grave, dunque, qualunque linea si scegliesse, e la gravità fruttava almeno una nota in fondo alla scheda, perché dal centro venissero a prenderla; quello che nessuna linea poteva fare, per quanto in basso la si tracciasse, era pesare sulla parola grande. E nei giorni in cui i gravi erano più dei posti al centro, chi segnalare per primo lo decidevamo a occhio. Lo scrissi, e mentre lo scrivevo lei smise di essere la donna dal braccio scoperto e diventò una frazione di quel mezzo milione, un braccio per le migliaia che non avremmo toccato. Poi disse piano una parola, a se stessa più che a noi. La conoscevo: me la diceva mia nonna, che di questa donna avrebbe avuto l’età, in un Darfur che non era ancora questo, mentre il bastone girava nella pentola e l’asida di sorgo si addensava. Sabr. Abbi pazienza. Quello che quella parola le costava non era cosa mia; sapevo soltanto che quella parola la conoscevo, e che lì, con la scheda in mano, conoscerla non mi serviva a niente. Una volta un vecchio disse di no. Samia gli spiegò che era soltanto una misura; lui tenne il braccio sotto la veste e non lo scoprì. Samia abbassò la fettuccia e non insistette, e restammo così un momento, io con la scheda, lei con la striscia arrotolata in mano, lui che guardava la parete di tela. Su quel braccio, poco sopra il punto dove la fettuccia si chiude, le persone della sua età portano spesso la stessa cicatrice tonda, il fiore lasciato dall’ago che tanti anni prima era passato di tenda in tenda a vaccinare contro il vaiolo, un male che oggi non esiste più: l’unica volta che da fuori erano venuti a quel braccio per lasciare qualcosa, e non per prenderne un numero. Quel fiore non me lo mostrò. Segnai rifiuto. Nel conto pesava come una tenda in cui non eravamo entrati, ma lui restava vivo, fuori dalla percentuale; e quella sera mi pesò meno degli altri vuoti, e non so se fosse giusto. Del resto, non tutte le braccia si stendevano fino in fondo: una donna aveva il gomito irrigidito, e il braccio non arrivava dove il metro lo voleva. Per quel caso il modulo aveva la sua casella, misura non valida, e io non la usai: il pezzo che mancava lo aggiunsi a mente e lo scrissi come se l’avessi letto. Quella misura me la porto ancora, perché non saprò mai se la statura che le ho dato era la sua o quella che mi serviva per chiudere la riga. La sera ricontrollavo le schede del giorno. Verso le ultime ore troppe misure finivano per zero e per cinque: la mano, dopo troppe ore e con quel caldo, smetteva di leggere il millimetro esatto e arrotondava. Il programma aveva un punteggio per quello, e con un punteggio abbastanza brutto il coordinamento poteva rimandarci indietro, a rifare il grappolo. Ma tornare voleva dire riattraversare il blocco, che non si riapriva due volte nello stesso giorno; così certe giornate restavano come erano, con i loro zeri e i loro cinque di troppo, e io le firmavo sapendo che erano sbagliate, ma non di quanto: il millimetro esatto, ormai, non lo sapeva più nessuno. C’era un controllo anche dall’altra parte: le misure troppo lontane da tutte le altre il programma non le cancellava, le segnava, perché una misura così estrema era più probabilmente uno sbaglio—una mano che aveva letto male, o una cifra battuta storta—che il segno di un corpo ancora in vita, e per ognuna chiedeva di tornare alla scheda, e se non bastava alla tenda, a controllare. La regola era buona, teneva gli errori fuori dalla prova; solo che alla tenda non si tornava quasi mai, e all’analisi, se nessuno era riuscito a verificarle, le misure segnate restavano fuori, e un vecchio arrivato davvero a quel punto e una mia svista, sulla riga, diventavano quasi la stessa cosa: un numero che non si riusciva a credere. Quando riguardavo una misura segnata, non sapevo mai se avevo davanti un mio errore o qualcuno che il metodo si rifiutava di credere vivo.
Le tre soglie
Le soglie che decidevano la carestia non erano le mie, anche se due delle tre passavano pure dai nostri moduli, in coda alle misure. Erano tre, e le ripetevamo sempre nello stesso ordine: prima i bambini, poi le case, poi i morti. Tre bambini su dieci troppo magri, una casa su cinque con la pentola vuota, e i morti, che si contavano in un altro modo: così le dicevamo fra noi, per tenerle a mente, e il manuale le diceva più lunghe. Dentro le tre soglie la mia gente c’era e non c’era: i vecchi mangiavano nella conta delle case e morivano nella conta dei morti, ma in nessuna delle tre entravano da vecchi; la loro fame, presa sul braccio, non faceva soglia e non spostava la carestia di un millimetro, e li misuravo lo stesso. C’era un segno che aveva una casella tutta sua, e che nei vecchi tornava spesso e diceva meno chiaro che nei bambini. Premevi i pollici sul dorso dei piedi, uno per piede, e contavi fino a tre; se, tolte le dita, la conca restava e tardava a riempirsi, era l’acqua sotto la pelle, e quella conca bastava da sola: caso grave, qualunque cosa dicessero la bilancia e la fettuccia. Da dove venisse, l’acqua, la casella non lo chiedeva—dalla fame arrivata al punto in cui invece di consumare gonfia, o dal cuore stanco, o dai reni—e il medico che avrebbe saputo distinguerle stava di là dal fronte. Hiba misurò una donna che le altre dicevano ancora in carne, il viso pieno, e nei piedi le restò la conca dei suoi pollici per tutto il tempo che ci misi a scriverlo. La bilancia, di lei, diceva un numero tranquillo, e a tenerglielo tranquillo era la stessa acqua che le gonfiava i piedi: il peso le cresceva proprio di quello che la stava consumando. Quello che restava in certe case lo riferivano le donne della squadra, e qualche volta lo vedevo io. Una madre mostrò a Samia il sacco da cui prendeva da mangiare: ambaz, il panello che resta quando dai semi hai spremuto l’olio e che si dà alle bestie. Prima lo raccoglievano per terra ai margini del mercato e non costava niente; poi qualcuno aveva cominciato a venderlo, e ormai lo pagavano a peso. Lo cuocevano a lungo perché smettesse di sapere di mangime. Lo scrivemmo anche questo: una crocetta nella casella che chiedeva come le famiglie si arrangiassero contro la fame. La casella per l’ambaz c’era; il sapore che restava in bocca non aveva nessuna casella. E i morti: più di due ogni diecimila persone, ogni giorno, purché fossero morti che la guerra non aveva toccato, perché il modulo distingueva, i morti ammazzati si segnavano e poi si toglievano dal conto della fame, che vuole soltanto i suoi, e tutti gli altri il conto li teneva, anche quando la causa non si riusciva a stabilire. Quello non si misurava con la bilancia; si andava tenda per tenda e si rifaceva la famiglia com’era stata alla fine di Ramadan, chi c’era allora e chi c’era adesso, chi era arrivato, chi se n’era andato, chi era nato; e per ognuno che mancava il modulo aveva una riga intera, il nome, gli anni, il come e il dove, e da quelle righe, pesate sui giorni che ciascuno aveva passato nel campo, usciva la velocità con cui la fame, e ciò che alla fame teneva dietro, se li portava via mentre noi eravamo lì a contarli. La riga dunque c’era, e c’era perfino il nome; era la sera, quando le righe diventavano la somma da dettare, che i nomi cadevano, e dei morti restava un numero al giorno ogni diecimila vivi. C’era una cosa di cui non parlavo con nessuno. Lo stesso anziano lo si poteva misurare in due modi—la fettuccia al braccio, oppure l’indice ricavato dalla mezza apertura delle braccia e dal peso—e i due modi, in un corpo vecchio, quasi mai dicevano la stessa cosa: la fettuccia misurava quello che al braccio restava, l’altro dipendeva da un peso che l’acqua poteva alzare e da braccia che non si stendevano più dritte. A Roma, però, andava una percentuale sola, e quale dei due modi dovesse valere l’aveva deciso il protocollo prima che vedessimo un solo vecchio; l’altro restava nelle colonne dietro, con tutte le volte in cui aveva detto una cosa diversa. Della stessa fame esistevano due nomi. Dentro una tenda non li usava nessuno: si diceva che non c’era farina, che l’ambaz era finito, e che qualcuno non si alzava più. Carestia cominciava più lontano, quando abbastanza tende diventavano un’area; catastrofe era il nome che restava addosso a una famiglia sola; chi stava nella tenda non aveva bisogno di nessuno dei due.
La voce di Roma
A sera chiudevo i conti e collegavo il telefono satellitare. Leggevo le cifre dei miei vecchi a una voce che stava a Roma, in uno di quegli edifici dove arrivano, una sopra l’altra, le fami di mezzo mondo. La parola non usciva da quella stanza: quella la pesava altrove un comitato indipendente, una procedura fatta da gente che non avrei mai sentito, e la pesava sui bambini e sulle case e sui morti, non su chi misuravo io. Quella stanza riceveva e archiviava. Ma era il primo orecchio fuori dal campo, e di notte bastava quello. Io ero al buio quasi sempre, perché la corrente se ne andava presto e il caldo del giorno restava sotto il telo per ore; di là dal filo, nello stesso momento, c’era una stanza con la luce accesa. La voce pronunciava il nome del campo con l’accento sulla sillaba sbagliata, sempre la stessa. Sotto le parole c’era un rumore di tastiera, e a volte diceva, ripeta, prima che avessi finito, perché stava scrivendo e io andavo più svelto della sua mano. Leggevo numeri e qualcuno, di là, li ricopiava; e fra il mio foglio e il suo c’erano quasi tremilaquattrocento chilometri e nessun ostacolo. Quello che a noi era proibito attraversare di giorno—le strade coi loro blocchi, e il fronte—il numero lo passava di notte, e arrivava a El Fasher, e oltre, fino alla pista, dove noi non saremmo mai arrivati. Una volta sola, a metà di una cifra, la voce si fermò. Per un attimo parve volesse dire qualcos’altro, una domanda, o forse soltanto un saluto. Poi tornò indietro e ripeté la cifra dal principio. Quell’esitazione di un secondo, in una voce che non commentava mai, me la ricordo più di tutto il silenzio che di solito veniva da quella stanza.
Le aree non raggiunte
Andavamo nel campo da sei giorni quando, una mattina, la strada si chiuse prima del previsto, mentre eravamo a metà di un grappolo. Mancava un’ora al coprifuoco che nessuno dichiarava. La squadra era stanca, l’autista aveva già girato il furgone nel verso del ritorno, e al blocco un ragazzo con il fucile aveva smesso di rispondere. Fui io a decidere che il grappolo si chiudeva lì. Nessuno mi obbligò, ed era la decisione giusta: trattenere la squadra oltre quell’ora voleva dire rischiare i vivi che avevo con me per finire di misurare chi, là dentro, forse non lo era già più. Raccogliemmo la bilancia e le fettucce, e le schede le contammo a metà. Scrissi non raggiunto. Non scrissi che dal settore, quella mattina, era salito il fumo. Il metodo aveva un nome perfino per il settore in cui non eri entrato—lo chiamava non raggiunto, e il suo vuoto dato mancante—e non lo trasformava in niente; aveva perfino le riserve, grappoli estratti in anticipo e tenuti da parte per quando una strada si chiudeva, come la ruota di scorta nel furgone. Nessuno scriveva zero morti là dentro; dirlo sarebbe stato falso, e non voglio comprarmi la coscienza a così poco prezzo. Il settore entrava nel rapporto con il suo nome e con la stima di quanta gente ci vivesse, e da lì in avanti ogni nostro numero valeva per un campo un poco più piccolo del campo vero; pesare come un esito, però, non poteva: nessuna delle sue tende entrava nella prova e, dentro il numero finale, non spostava una soglia di un millimetro. Il campo, intanto, non taceva mai; da certi settori semplicemente non arrivava nessun dato, e l’assenza di un dato, sulla mappa, restava bianca. Quel bianco lo facevamo noi, che misuravamo con cura tutto quello che gli stava intorno. Quei settori non li ho mai visti da dentro; li ho visti dalla strada, mentre tornavamo, file di teli che continuavano oltre il punto in cui ci era stato detto di fermarci, e il fumo che si alzava più in là, sempre alla stessa ora. Non sapevo da che cosa venisse. Di quei settori avevamo soltanto i numeri di popolazione, stimati prima della guerra, e quante di quelle persone fossero ancora vive non lo sapeva nessuno.
La parola arrivò davvero, settimane più tardi: un comitato indipendente riesaminò i numeri e scrisse che nel campo a sud di El Fasher la carestia era presente con ragionevole evidenza. Ragionevole, non solida: le prove bastavano per due delle tre soglie, e la terza si resse su tutto quello che si era riusciti a vedere, da vicino e da lontano, compreso il cimitero accanto al campo, che nelle fotografie dal satellite continuava ad allargarsi. Quel giorno io ero già in un altro campo, e lo lessi in una riga d’agenzia. Ma non cercavo questo, nella riga. Cercavo gli altri due campi, quelli per cui non si era riusciti a chiudere nessun conto. Erano lì, in fondo: le condizioni vi erano probabilmente simili, diceva, ma mancavano i dati sugli esiti e non si sapeva più con sufficiente certezza quanta gente vi abitasse; perciò non concludeva. Quella prudenza, che dentro il metodo era una virtù, fuori li lasciava dove la guerra li aveva messi. La loro gente continuava a morire, e di quella morte restava, in fondo a un rapporto, una stima fra parentesi. Una fame che, per il mondo, non c’era stata.
Note
In fondo a ogni scheda c’è uno spazio per le note. Serve a segnalare i casi gravi, quelli da mandare subito al centro, che sta dentro il campo e ha i letti contati: il numero della tenda e l’ora, perché qualcuno vada a prendere chi non si alza più. Quella sera, prima di collegare il telefono, cercai fra le scatole che viaggiavano ancora con noi una scheda di Zamzam, di un altro grappolo e di un altro giorno, e ritrovai una riga. Un uomo, a centocinquantasei: sotto tutte le linee che i manuali non si accordavano a tracciare nello stesso punto, e sotto la più bassa di tutte. La nota l’aveva scritta Hiba, di sua mano, con l’ora e il numero della tenda; la controfirma, in fondo, era mia. La scheda era ancora lì, con la sua riga e la sua data; di quell’uomo non sapevo altro, e ignoravo se fosse ancora vivo. Poteva darsi che quel rettangolo di carta fosse rimasto l’unico posto in cui di lui restasse qualcosa di esatto, il numero della tenda e l’ora; quello che di lui restava altrove, in chi l’aveva conosciuto, non era esatto, e non era mio da sapere. Quando l’avevamo scritta, sapevamo già che fra quella nota e quell’uomo c’era la stessa striscia di terra che ci fermava ogni mattina, e che sarebbe arrivata a Roma molto prima che alla tenda. Il dato è leggero, viaggia di notte. Il pane no. Nello spazio per le note non c’era un campo per la parola che la vecchia, quel giorno, aveva detto a se stessa. Non avrei saputo in quale lingua scriverla, e nemmeno in quale casella metterla, o a chi sarebbe servita. Restò fuori dalla scheda, con tutto il resto che la scheda non prevedeva. Poi composi il numero e cominciai a leggere le cifre. A un certo punto la voce di Roma, rifacendo la somma per controllo, disse un totale diverso dal mio; tornai alle righe, e lo sbaglio stava nel mio foglio, nella somma fatta al lume della torcia: barrai il numero con un tratto solo, che lo lasciava leggibile, scrissi accanto quello giusto e ci misi la sigla, come vuole il modulo, che non fa sparire nemmeno gli errori. Per un attimo, sulla linea, i due numeri furono veri tutti e due. Poi ne restò uno. Quella notte pensavo a uno di quei settori che avevamo lasciato bianchi sulla mappa, e che nel conto non pesava niente. Da qualche parte, là dentro, a quell’ora una vecchia diceva a se stessa di avere pazienza, di sopportare, in un posto dove non saremmo mai entrati. La stessa parola che diceva mia nonna, e per cui nessuna scheda aveva mai avuto una casella. Per i registri, lì, non stava succedendo niente che si potesse firmare. La scrivo qui.
