Una storia italiana

di Marcello Luberti
Finalmente una persona come si deve, mormora la gente che accorre in piazza credendo che si possa arrestare il declino della città, visibile a occhio nudo lungo le strade deserte del centro storico. Umberto Gordiani, attempato ex-ministro della Seconda Repubblica, si anima sul palco a motivare la sua candidatura a sindaco della città di C. È convincente, questa volta ci credo anch’io: è lui la persona che ci può risollevare, tirar fuori la città dal pessimismo atavico, vendicare le recenti amministrazioni guidate da reazionari e incapaci.
Non è mai stato uno showman, ma riesce a infondere la giusta energia. Si muove quanto basta per corroborare la retorica della rivoluzione che vorrebbe realizzare nella sonnacchiosa città della collina dalle pendici franose, senza dimenticare le contrade di campagna e la città di pianura, con lo scalo delle attività produttive. Perfino Cicerone farebbe fatica a tenere tutto insieme, ma Gordiani è bravo, è un figlio del vecchio Partito Comunista Italiano sopravvissuto a tutte le tempeste. La lezione l’ha imparata, e non l’ha accantonata. Anzi, il suo modo di fare ha un certo fascino retrò, per come si è trasformata la politica in Italia.
Ma mi viene un dubbio: lui ci crede?
Conosco Umberto da quando navigavamo nelle assemblee studentesche alla metà degli anni ’70, mi sembra ieri. Mentre illustra il programma della coalizione, vedo sul volto dell’uomo una piega amara, un segno, che non è solo il portato degli anni. Anzi, direi che non è invecchiato male: alto, distinto, un po’ stempiato, capelli grigi ma non bianchi come i miei, l’accento inconfondibile delle nostre parti, una cultura solida ma non intellettualistica, un eloquio sobrio, elevato e umile allo stesso tempo. Si aggira sul palco, senza cravatta, dentro un mini-trench grigio scuro fuori stagione, in un nuvoloso pomeriggio di maggio, a 330 metri sul livello del mare.
La campagna elettorale è un compito delimitato da portare a termine in maniera efficace, nulla di più. È come una partita di calcio, un mettersi il paraocchi senza dover guardare il prima e il dopo. La può vincere.
Forse ci crede, uno come lui che ha dedicato la vita alla politica, ci deve credere, per forza. Dicono che abbia attraversato una brutta malattia e che ora ne sia fuori. L’intonazione del volto non è quella di un uomo che presagisce la morte. No, mi sembra che lo pervada la dannazione a fare quello che ha sempre fatto, che lo ha reso vivo nella buona e nella cattiva sorte: la Politica. Con la coscienza della vana utilità a curare le ferite e i problemi di una comunità.
Sembra che sorrida col timore di rivelare una riserva mentale, è dominato dal pudore di chi sa che la vita non è sempre riassumibile in un sorriso.
Lui è da tempo consapevole dell’intima contraddizione dell’azione politica: fermi non si può stare, muoversi non serve poi a tanto. È per lui una missione esistenziale più che collettiva. Un destino. Che io non ho avuto la forza di seguire, pur facendo parte come lui della Ditta: mi proposero a vent’anni di diventare funzionario del grande partito comunista di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, dissi di no.
Umberto divenne prima avvocato e poi disse sì. Da allora ha accumulato un discreto cursus honorum.
Ha di fronte una missione quasi impossibile: risollevare la sinistra depressa in un’intera città depressa, che potrebbe sopravvivere solo valorizzando il proprio grande passato. La modernità l’ha scavalcata, facendola passare dai 57 mila abitanti del 1991 ai 46 mila di oggi. Umberto cammina con disinvoltura sull’asse di equilibrio: deve sollecitare il demos senza però vendere fumo populista. A proposito di asse d’equilibrio, ora che ci penso, mio padre fu insegnante di educazione fisica del redivivo Gordiani, diceva che fosse bravo nella corsa a ostacoli.
Non so spiegare, ma vedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; è assente dal Parlamento da dieci anni e non ha più incarichi. C. è la sua ultima stazione.
Vengono ora chiamati sul palco due giovani candidati per l’elezione al consiglio comunale che, nessuno lo dice ma molti lo pensano, stanno ad esorcizzare il declino e l’invecchiamento della popolazione di C.
«Io sono tornato perché credo in questa città» dice un rampantino molto simpatico dalla parlata contagiosa e un cognome di origine straniera, impegnato nel campo del web design e nell’innovazione digitale.
«La sfida più grande è quella di chi decide di restare, perché vuole vivere l’intera vita nella città che tutti amiamo», sentenzia accorata una ragazza neolaureata con un sorriso portatore di speranze che ho dimenticato. Io il problema lo risolsi individualmente: la mediocrità di C. mi stava stretta e preferii diventare un numero nella Capitale.
«Mai più partire» sintetizza Gordiani, consapevole della piaga dell’emigrazione di cervelli in una città che ha sempre vantato delle ottime scuole superiori.
Tutti applaudono, finalmente, pensando di aver trovato la sintesi per superare la mentalità così radicata in C., quella della denigrazione e dell’esaltazione al tempo stesso. Mio padre era un genio in questa specialità.
Quando mi sono permesso di chiamarlo per postulare la mia candidatura nella sua lista civica, Umberto mi ha apostrofato con Egregio Cavaliere, ogni suo desiderio è un ordine. E subito è scoppiato in una fragorosa risata come ai vecchi tempi, quando agli attivi di Federazione del Partito intervenivano certi personaggi del popolo minuto con la loro involontaria comicità.
«Valerio, non si dica che non raccolgo il tuo grido di dolore … ma ti interessa ancora la politica della tua città, tu che ormai sei cittadino di Roma da tanti anni? Devi sempre ricordare che il tuo cognome è il più diffuso nel piccolo paese in cui sono nato. Morganti e Gordiani, Gordiani e Morganti, a Monterto non si scappa. Vedi, la storia fa giri incredibili. Tu che sei nostalgico amante di C. vivi a Roma, mentre io mi candido a sindaco della città che a suo tempo mi ha adottato. Tu sei scappato e io sono rimasto, faccio l’ultimo giro proprio qui».
Pensavo che mi avrebbe liquidato in breve tempo, un uomo della sua rilevanza, e invece no. Aveva utilizzato proprio le parole di cui la nostra generazione conosce tutto il peso.
«Vuoi che ti metta come capolista?» disse senza piaggeria.
«Ti ringrazio, mi basta testimoniare il mio attaccamento alla città e darti una mano a raccogliere un po’ di voti. Mi ricordo che non eri credente, ma ti dico che la tua candidatura mi sembra come un dono proveniente da un’entità superiore, credimi».
Al telefono Umberto ricordò perfino quando nei primi anni ’90 gli mandai una lettera per spiegargli le motivazioni a sostegno di un nuovo partito della sinistra dopo la caduta del Muro di Berlino. Una lunga nota che si concludeva con l’incipit di un testo latino dei primi anni del V sec d.C., noto come Inno a Roma.
Si mise a recitare a memoria la frase che io invece dedicavo alla nostra città di C.
«Non c’è tedio in ciò che piace senza fine».
Proprio così conclude il comizio Gordiani, con quelle parole di Rutilio Namaziano che gli ha fatto conoscere il candidato Morganti. Mi indica col braccio spianato tra i suoi primi sostenitori davanti al palco e sorride, sornione. Tutti battono le mani, esilarati. Lui ha una pausa, non sa come continuare, mi commuovo, chino il capo e stendo anch’io la mano verso di lui. Sorrido, dopo tanti anni, per un nobile motivo.
Gordiani ha ancora un’anima, ho pensato, sono orgoglioso di salire anch’io sulla giostra, di dire alla mia città che non l’ho mai abbandonata.
Le nuvole afose che hanno sorvegliato il comizio ci hanno voluto bene: dal cielo non è piovuta nemmeno una goccia.
Si torna tutti a casa, per una notte i cattivi pensieri tornano in cantina.
