Ipostatizzare
di Federico Silvano

Le dico che non è colpa di nessuno, che semplicemente è venuta a mancare l’ipostasi.
«Eh?»
Il cameriere poggia sul tavolino due spritz. Alla vista di tutto quel liquido mi trema la gamba. Ho la vescica in fiamme, ma non ho intenzione di alzarmi finché non avrò finito di dirle ciò che ho da dire.
«Ipostasi. Dal greco: hypòstasis. Stare sotto. Dare concretezza a ciò che non ne ha».
Lei spalanca gli occhi per poi socchiuderli: lo sguardo di quando è senza occhiali e cerca di mettere a fuoco qualcosa. Gli occhiali però ce li ha.
«Mi stai lasciando?»
«Non ti sto lasciando. Tu mi piaci, lo sai. La prima volta che ti ho vista in foto mi sono venute le vertigini, giuro. Anch’io ti piacevo, suppongo. Altrimenti non saremmo qui. Poi ci siamo scritti e in un certo senso… già lì stavamo ipostatizzando il nostro rapporto. Stavamo dando concretezza alla cosa. Mi segui?»
«No. E per la cronaca, sei tu che mi hai scritto. Io all’epoca mi frequentavo con un altro».
«Fa niente. Quello che voglio dire è che… insomma, dopo quei messaggi siamo usciti, e se non sbaglio ci siamo dati anche un bacio che, seguendo il mio ragionamento, possiamo definire l’ipostasi di quell’uscita. Ora ci sei?»
«In realtà ti ho baciato io la seconda volta, perché al primo appuntamento tu me l’hai chiesto e me l’hai fatta asciugare».
L’inguine ha inizia a pulsarmi. Lo massaggio con una mano e accavallo strette le gambe.
«Va bene, era la seconda volta, non la prima. Comunque… dopo un po’ abbiamo iniziato a tenerci per mano. Non dico di avertela presa io per primo. Forse me l’hai presa tu, ok? In ogni caso, quel tenerci per mano dava ancora più concretezza alle foto, ai messaggi, al bacio. Poi siamo andati in gita a Garda, giusto? Ecco, per me quella è stata un’altra ipostasi. E poi c’è stato l’unicorno. L’unicorno viola che ho vinto alle giostre e ti ho regalato, quello che tieni sul cruscotto della macchina. Per come la vedo io anche quella è un’ipostasi. Ti chiederai: com’è possibile che un portachiavi di peluche dia concretezza a due persone in carne e ossa? Ti rispondo: perché no? Se ci pensi non è così assurdo. Quando mi sono fatto fare la ceretta da te, quando sono venuto al pranzo con la tua famiglia, alla serata karaoke coi tuoi colleghi, era per dare concretezza alla nostra relazione. Persino il nostro primo litigio, al cinese, ricordi?, quando ti ho detto che se non volevi dividere il dolce non l’avrei ordinato neanch’io, e da lì apriti cielo, mi hai detto che eravamo due entità separate e che dovevo imparare a scegliere per conto mio… anche lì io ci vedo l’ultima di una lunga serie di ipostasi, cominciata con una tua foto in bikini del 2018. Ma ecco, adesso ho la sensazione che quel ciclo si sia interrotto. Che non ci sia più niente da ipostatizzare. Questo e soltanto questo sto cercando di dirti, ok?»
«Senti, forse è meglio affrontare il discorso chiaramente».
«No guarda, ti fermo subito. So dove vuoi arrivare. Ti assicuro che non c’entra».
«Io invece credo che c’entri eccome. E forse dovremmo dirlo, una buona volta. Si chiama disfunzione erettile. Dal greco: non lo so. Ma so che dovremmo parlarne».
«Ecco. Vedi?»
«Mio padre mi ha dato il numero del suo andrologo».
«Cosa? Che? Perché tuo padre lo sa?»
«Come perché?»
«Perché gliene hai parlato? Chi ti ha dato il permesso?»
«Permesso? Dovevo chiederti il permesso? Questa è una cosa che riguarda tutti e due».
«Cristo Santo. Cristo Santissimo. Non posso crederci».
A questo punto levo la mano dall’inguine e do un colpo deciso al tavolino. Lei fa la bocca di quando è senza occhiali e la cosa che cercava di mettere a fuoco è uscita dal suo campo visivo, e cioè una specie di ghigno strafottente. Poi mi risponde afferrando lo spritz e se lo scola tutto in una volta sola. Il risucchio della cannuccia sul fondo è la goccia che fa traboccare il vaso.
Mi alzo e corro in bagno.
Una volta tirata giù la patta, me ne sto lì e aspetto. Porta pazienza, mi dico. Adesso arriva. Intanto fa tempo a spegnersi la luce. Muovo la testa per riattivare la fotocellula. Poi le spalle. Non funziona. In quel limbo maleodorante penso all’etimologia delle prime parole che mi vengono in mente. Bagno (balaneion). Tazza (tāsa). Urina (oúron). Etimologia. Étymos, logos, parola autentica. Sento una goccia che cade nell’acqua. Do una scrollata là sotto, fiducioso. Poi mi accorgo che sono solo io che piango nel buio. Da quant’è che sono in bagno? Cinque minuti. Forse dieci. Rimango in questa posizione finché la fotocellula non si riattiva da sè. Qualcuno bussa alla porta.
«Sì, occupato».
Tiro su col naso e tiro su la patta.
«Guarda che io me ne sto andando. Ho già pagato».
Non so cosa rispondere, quindi ripeto: «Occupato!»
Sento i suoi passi allontanarsi intanto che fisso la pozza del wc. Concludo che è meglio tirare l’acqua anche se non ho sporcato.
Quando ritorno al tavolino, il cameriere sta sparecchiando e al nostro posto si è già seduta un’altra coppia.
