West – Eastwood: Rocco Sedona

L’ultimo dei cowboy
di
Rocco Sedona
È mattina presto a Des Moines, Iowa. Nonostante il jet lag, non sono stanco. Sono qui per onorare una promessa fatta a Derna, la madre di una mia amica. Derna. Nome residuo dell’esperienza coloniale? In Iowa suona come una parola di un’altra lingua, un frammento portato da un’altra sponda del Mediterraneo. Me la immagino come una di quelle città di palazzoni sul lungomare, lambite dal deserto, circondate da palme e viali che portano verso il nulla. Così distante da questa mattina continentale del Midwest.
Salgo sull’auto a noleggio e imbocco l’Interstate verso sud, direzione Kansas City. Supero l’aeroporto e, dopo una ventina di miglia, esco dall’autostrada. Comincia un saliscendi su una statale che non va mai dritta, tra campi e colline ancora avvolti nella nebbia. La strada è vuota, il cielo è un’assenza, e la radio, per lunghi tratti, non emette altro che musica country. Il traffico sparisce.
Supero Winterset, prendo Elderberry Avenue e arrivo al ponte Roseman. Parcheggio in uno slargo. Non c’è nessuno.
Qui Clint Eastwood girò I ponti di Madison County, interpretando Robert Kincaid, accanto a Meryl Streep nel ruolo di Francesca Johnson.
Scendo. Il silenzio è fisico, interrotto soltanto dall’acqua del Middle River sotto le assi e dalle gocce della pioggia notturna che cadono ancora dalle foglie. Ho con me il libro di Robert James Waller e quello di Adriano Della Starza su John Ford e Clint Eastwood. Li apro lì, accanto al ponte. Leggo. Ogni tanto alzo gli occhi e ritrovo nelle pagine quello che ho davanti: il legno, l’acqua, gli alberi, la strada. Per qualche minuto il libro e il luogo coincidono.
Tiro fuori la macchina fotografica, una Nikon Zf digitale. Una discendente della Nikon F che Robert Kincaid portava al collo. La Kodachrome 25 è uscita di produzione all’inizio degli anni Duemila. I rullini, comunque, ho scelto di non portarli: troppi controlli, troppi aeroporti. Ma ho con me, insieme a un adattatore, una vecchia lente degli anni Sessanta.
La giro tra le dita prima di montarla. Il barilotto porta i segni degli anni; la ghiera oppone una lieve resistenza, quasi ricordasse ancora le mani che l’hanno percorsa prima delle mie. È una cosa sciocca, certo, ma mi piace che almeno un pezzo della macchina venga da un tempo abbastanza vicino a quello che sono venuto a cercare. Il corpo macchina è nuovo, il sensore è digitale, l’immagine comparirà subito sullo schermo. La lente no, quella appartiene ancora a un mondo in cui bisognava aspettare, trattenere il respiro, sperare, senza sapere mai con certezza se ciò che si era visto sarebbe rimasto.

Attorno, la nebbia sta appena cominciando a levarsi. Ha piovuto tutta la notte. Ci sono pozzanghere ovunque e, camminando nell’erba alta con i sandali, sento l’umidità della vegetazione sulle caviglie. Osservo, cerco la composizione giusta, scatto.
L’interno del ponte è molto buio. Sul legno si leggono le scritte che mi immagino incise da molte coppiette: nomi, date, iniziali, cuori. Alcune sembrano incise in fretta, con la punta di un coltello; altre hanno una calligrafia lenta, solenne, come se chi le ha lasciate avesse pensato di poter durare più del legno. Quasi tutte prevedibili; un paio, però, riprendono le battute del film. Rimango a leggerle una per una. Alcune sembrano vecchie, vecchie abbastanza da chiedersi che cosa sia successo, dopo.
Questo è il luogo dove, alla fine, Robert e Francesca tornano insieme, per sempre. O meglio, non insieme nel modo in cui avrebbero potuto esserlo. Le ceneri di Robert vengono disperse al Roseman Bridge; Francesca, nel testamento, chiederà ai figli la stessa cosa per sé. Ci avevo pensato spesso, rileggendo il romanzo: due persone che non hanno vissuto insieme e che pure scelgono di condividere il luogo in cui non si è mai presenti, se non come cenere portata dal vento.
Guardo il legno del ponte, le assi umide, le scritte lasciate da ragazzini del luogo e da turisti che probabilmente non torneranno mai più tra le sterminate praterie dell’Iowa. È curioso che certe storie abbiano bisogno di un luogo proprio quando non hanno più un tempo. Un ponte coperto, il legno rosso mattone, le ringhiere bianche, i graffiti, l’acqua lenta, i moscerini. Mi viene da pensare a un tunnel, ma anche a una bara. Certi passaggi servono a questo: portarci dall’altra parte lasciando qualcosa indietro.
Il film, del resto, comincia quando tutto è già finito. I figli aprono cassetti, leggono quaderni e lettere, guardano fotografie. Scoprono che la donna che hanno conosciuto per tutta la vita ne conteneva un’altra, rimasta quasi interamente segreta. Quattro giorni che non avevano visto e che pure, in qualche modo, erano rimasti lì per decenni. Gli oggetti sopravvivono alle storie: non si scopre un amore, si scopre che l’amore ha lasciato una traccia, una scatola, una macchina fotografica, una lettera. E la traccia impone di essere guardata, anche quando non può più cambiare nulla.
Torno nella Chevrolet blu elettrico che ho noleggiato. Collego il telefono al Bluetooth e metto il Bhairavi, suonato dal flauto di Hariprasad Chaurasia. Poi prendo il quadernetto e una penna.
«Roseman Covered Bridge, mattina. La nebbia si alza. I nomi restano sul legno. Almeno fino alla prossima mano di vernice.»
Resto ancora un po’ con il quaderno appoggiato al volante, la penna in mano. Mi accorgo che, senza averlo deciso, anch’io sto mettendo insieme delle tracce: fotografie, un quaderno, qualche riga che chissà chi leggerà. È la prima volta, da quando sono partito, che scrivo qualcosa di non strettamente necessario. Anche le parole, come le fotografie, hanno bisogno di un tempo intermedio, di una camera oscura? Quando rialzo gli occhi, la nebbia si è quasi sciolta.
Mi rimetto in strada verso gli altri ponti: il Cedar, citato nel libro e l’unico che si può ancora attraversare in auto, e l’Holliwell, che compare invece nel film: è lì che Robert fotografa Francesca. Quando lascio il Roseman, è quasi pomeriggio. La mattina è rimasta da qualche parte tra il ponte, l’abitacolo dell’auto e le pagine del quaderno.
Con il pomeriggio arrivano più visitatori. Coppie non più giovani camminano piano, si aspettano all’ingresso dei ponti, si fotografano a vicenda. Osservo soprattutto le donne. Qualcuna rimane a guardare il ponte un poco più a lungo dell’uomo che le sta accanto. O forse sono io a volerlo vedere.
Poco più avanti, una donna con un abito chiaro si ferma davanti all’erba bagnata. Si sfila i sandali, li prende per i cinturini e continua a piedi nudi. Nell’afa quel gesto ha qualcosa di inatteso, una piccola libertà che dura pochi metri. Poi il marito la chiama. Lei si volta, i sandali ancora in mano. Gli risponde qualcosa che non sento e torna verso di lui, lentamente.
Per un istante penso a Francesca. Non a quella del film, ma a quella che avrebbe potuto diventare molti anni dopo, in un altro pomeriggio d’agosto, mentre attraversa un ponte senza più sapere che cosa, una volta, un ponte aveva significato.
Mi torna in mente una frase di Francesca: «Non era ciò che avevo sognato da ragazza». Guardo ancora la donna con l’abito chiaro. Il marito le sta dicendo qualcosa, lei ride. Poi si rimette i sandali.
Ma la giovinezza non c’entra. Francesca non ritrova la ragazza che è stata; intravede, piuttosto, la donna che avrebbe potuto essere. Ci avevo pensato una volta, non ricordo più quando di preciso, alla Villa dei Misteri di Pompei. Quelle figure sono ancora lì dopo due millenni, ferme sulle pareti, dentro un rito di cui abbiamo perduto il senso, eppure continuano a guardarci da un tempo che non è più il nostro. Davvero non lo è? Ad ogni modo, le vite non vissute fanno qualcosa di simile. Non scompaiono. Restano accanto a quella che abbiamo scelto.
La vita di Francesca non è infelice. Ed è questo, in fondo, a rendere la sua storia così crudele. Il marito Richard non è un uomo cattivo, i figli non sono una prigione. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, nessun errore abbastanza evidente da poterlo correggere. Per quattro giorni, semplicemente, si apre accanto alla sua un’altra vita: altre strade, fotografie, un uomo che la guarda come se la vedesse per la prima volta. È intera quanto la prima, e proprio per questo impossibile. Alla fine non le chiede di scegliere fra due uomini. Le chiede quale delle due donne che è diventata dovrà continuare a vivere.
A vent’anni, una storia come questa parla dell’amore che si incontra. Più tardi parla anche delle vite che non abbiamo vissuto. Non necessariamente migliori. Soltanto possibili. E delle porte che non si sono aperte, e che restano lì, socchiuse, nel punto esatto in cui una mano ha esitato.
La donna di prima appoggia la mano alla ringhiera del ponte mentre il marito la fotografa. Rimane così un istante, poi si volta verso di lui e sorride. Non so cosa stia pensando. Non so nemmeno se vorrei saperlo.
Riparto verso Winterset, la città dove è nato John Wayne. Una ventina di minuti per strade sterrate, tra fattorie, silos, tralicci con le banderuole che segnano il vento e case dai grandi portici. Cerco l’incrocio dove, nel film, Francesca vede Robert per l’ultima volta. Per qualche minuto le due vite, appena separate, tornano ancora vicine. Parcheggio al distributore.
È ancora lì, anche se non è più un Texaco. Nel film piove. Anche oggi è agosto, e il cielo si è chiuso quasi nello stesso modo. La luce è cambiata di colpo; tra poco pioverà forte. Entro a prendere un caffè. La donna dietro il banco riempie un bicchiere di cartone e me lo porge senza quasi alzare gli occhi. È bollente, devo tenerlo per il bordo. Per lei, penso, questo è soltanto un distributore.
Appoggio il caffè sul cofano e resto a guardare l’incrocio. Il semaforo cambia colore, passano poche auto. Un distributore, due corsie, un marciapiede in cemento. Nient’altro. Eppure proprio qui, per pochi secondi, un’intera vita resta ferma al rosso.
Rivedo Robert sotto la pioggia, dall’altra parte della strada. Francesca è nell’auto del marito. Si guardano. Poi Robert torna al pickup. Poco dopo Francesca e Richard se lo ritrovano davanti al semaforo: lui nel pickup, loro nell’auto dietro.
Robert si china verso il vano portaoggetti. È un gesto da nulla, ma Francesca lo riconosce: pochi giorni prima, facendo lo stesso movimento, il suo braccio le aveva sfiorato una gamba. Per un istante il tempo si confonde. Il pickup, la pioggia, Richard accanto a lei; e insieme quei quattro giorni, già lontani come un ricordo eppure non ancora finiti.
Scatta il verde.
Robert non parte.
Rimane fermo ancora qualche secondo. Anche l’auto dietro di lui aspetta. Richard si spazientisce. Francesca guarda la nuca di Robert attraverso il parabrezza bagnato.
Poi la sua mano cerca la maniglia.
Si posa lì, le dita si stringono. Per andarsene basterebbero pochi centimetri. La mano avanza, esita, avanza ancora. Non abbastanza. In quel momento i quattro giorni sono scomparsi, il ponte è lontano, Robert stesso quasi non si vede più. Restano una mano, una portiera, quella distanza minima.
Robert aspetta ancora.
Poi parte.
Svolta all’incrocio e il pickup scompare nella pioggia. Francesca non ha aperto la portiera. Richard le chiede che cosa le sia successo. Lei gli chiede soltanto un momento.
Quello che trovo più difficile nella scena è ciò che viene dopo: non accade niente di straordinario. La strada continua, il semaforo torna rosso, si torna a casa. Una decisione può dividere una vita in due senza lasciare, almeno all’inizio, nessun segno visibile.
Poi gli anni fanno il resto. Ciò che Francesca non ha scelto non scompare davvero. Resta nelle fotografie, nelle lettere, negli oggetti che sopravvivono a chi li ha toccati. I fantasmi sono anche questo: non presenze che ritornano, ma assenze che continuano a lasciare segni.
Resto ancora un po’ davanti al semaforo. Adesso comincia a piovere. Le prime gocce sono larghe e scure sull’asfalto caldo.
Robert se ne va lungo John Wayne Drive.
John Wayne, a Winterset, ci era nato davvero. L’ironia è quasi perfetta. Robert sembra appartenere a un altro tempo: viene da altrove, viaggia leggero, non resta abbastanza a lungo da appartenere davvero a un luogo. L’ultimo dei cowboy. Ma un cowboy che non conquista nulla. Non porta Francesca con sé, non abbatte l’ostacolo, non forza il destino.
Se ne va. E l’ultimo gesto da cowboy è sapere quando andarsene.
Il western è tramontato qui, a Winterset, Iowa.
