Aberrazioni in forma di tetramerone
di Alice Pisu
Nell’ultimo romanzo scritto prima della morte e pubblicato postumo, La palude definitiva, Giorgio Manganelli compie un’allucinata ricognizione di un luogo in cui è difficile entrare e impossibile uscire, non rappresentabile su una mappa, dove sentirsi escluso dal consorzio umano. Dotata di una sua magnificenza, tra farfalle di putredine che si levano in volo, grumi di insetti galleggianti, vermi decomposti in filamenti erbosi, la palude è uno spazio polimorfo e ambiguo. Investe di innumerevoli favole drammatiche chi, nell’attraversarla, è divorato da interrogativi sulla reale natura degli spettri – forse gli abitanti dei cenotafi? – che sostano sulle soglie del suo corpo.
Nel disegno unitario alla base di Mamma mostro (Nutrimenti), Danilo Soscia rivela la necessità di penetrare tale palude manganelliana con racconti dove confluiscono rimandi disparati – Shakespeare, Perrault, Boccaccio, Chaucer, Poe, Kafka, Hoffmann, Landolfi, Buzzati – e suggestioni che fondono gotico contemporaneo, new weird, realismo, fantascienza, ritratto sociale, riscrittura del mito. Con un profondo studio dell’orrore, l’autore ispeziona la miserevole complessità umana entro lo schema del tetramerone: l’incedere narrativo è cadenzato da quattro sezioni/giornate da dieci racconti con una precisa evoluzione, dalle storie di non-morti, di mutanti, di spettri, l’approdo è il libero orrore.
L’opera si inserisce in una produzione composita ma coerente dello scrittore, che già dal suo esordio con Gli dei notturni (minimum fax) tradiva una fascinazione per l’onirocritica greca nella tendenza a reimmaginare forme di misticismo con ricorrenze che avrebbero caratterizzato anche la produzione successiva alle quaranta ipnografie, come lo scheletro narrativo, lo sguardo diacronico, lo scandaglio del legame originario tra morte e immaginazione. Il conflitto col tempo, ritenuto da Lovecraft il più potente e fruttuoso soggetto nell’ambito dell’espressività umana, è favorito nelle storie di Soscia dal bilico di verosimile e assurdo perché, come sostenuto dall’inventore dei miti di Cthulhu, è necessario garantire “un accurato realismo in ogni fase del racconto salvo per ciò che concerne il fatto meraviglioso di cui tratta” (Note su come scrivere racconti fantastici).
In Mamma mostro l’elogio dell’abominio assomma un gusto epico per l’ibrido e per il trascendente inserito in una meditazione sulla matrice tragica dell’esistenza, resa con pagine memorabili sulla solitudine, sul senso di alienazione contemporanea, sull’incertezza del vivere senza lavoro e senza casa, sul ricatto dei ruoli sociali predefiniti, sulla labilità delle relazioni, sui miti dell’infanzia, incistate in storie di orripilanti metamorfosi, di allucinazioni e varchi dell’ignoto. Ogni racconto spalanca voragini su un immane vocio proveniente da un tempo e da uno spazio sconosciuti, in qualche misura riconoscibile da chi legge per la natura della sua irruzione sulla pagina con elementi ordinari come un telefono, un mazzetto di banconote o una fotografia, resi strumento di connessione con l’irrealtà che infettano il noto in modo irrimediabile.
Il sentimento detonatore è la nostalgia per un tempo anteriore vissuta da soggetti soggiogati da una fatale idealizzazione dell’infanzia, alla ricerca vana dell’origine della malinconia e, per questo, puniti con efferatezza, come accade a chi torna nel borgo della giovinezza e viene sbranato dalla bottegaia di fiducia, o chi viene fagocitato nell’incubo permanente della madre di una creatura acquatica leggendaria. Destino comune anche a chi torna nella casa natale alla ricerca della collezione paterna di elenchi telefonici internazionali per poi essere travolto, nel sollevare la cornetta del telefono di una casa chiusa da decenni, da un nugolo di voci che all’unisono pronunciano il suo nome in infinite lingue diverse; o a chi riconosce la propria grottesca immagine infantile nel tatuaggio mutante che aveva appena realizzato sulla schiena di una centenaria.
Ogni storia ne riscrive innumerevoli altre nel dare una nuova veste a noti personaggi letterari, dalle vicissitudini di una Griselda contemporanea all’ironia della sorte affrontata da Barbablù, dal destino di Shahrazād andata in sposa a un vampiro di Mumbai, al viaggio macabro di una novella Lisabetta da Messina (Decameron, IV, 5) divenuta Lisabetta da Amsterdam che, ignara della presenza della testa di suo padre nel vaso di basilico, inizia un viaggio macabro originato da un indirizzo appuntato su alcune banconote.
Nel muoversi costantemente tra modelli esemplari e copie imperfette, Soscia rimpasta con passo epico la tragedia antica e il dramma, attua visioni allucinate che contraffanno gli archetipi come accade in Racconto d’inverno, dove il lupo shakespeariano attratto da due giovani corpi uniti in un amplesso ne divora uno e ne sceglie un altro da portare in dono alla madre (un’anziana chiusa in una casa di riposo) per poi ritrovare le sembianze umane e rincasare nel suo monolocale.
La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono. Emblematico il ricorso a Zóphanías (uno dei dodici profeti minori dell’Antico Testamento della Bibbia e del Tanakh ebraico) come nome dato al feto in grembo alla giovane cameriera islandese, ‘guardiana del nulla’, rimasta incinta di un anonimo avventore del bar. Quella presenza infestante si palesa nei sogni della donna, prima come bozzolo animale ricoperto di peli lunghissimi, poi feretro seguito da un corteo funebre di cani.
“Almeno nei sogni, suo figlio non c’era più. In fondo a tutto c’erano sempre i sogni. Uno dei posti migliori dove andare ad abortire”.
Affine a Pynchon e Borges nel giocare sui dislocamenti ontologici, Soscia opera continue proiezioni retrospettive di nuovi miti e sapienti riscritture dei classici entro un tempo nuovo, interessato non tanto al mero effetto anacronistico ma a celebrare il limitare dei mondi. Travalica epoche e risale a storie di leggendari faraoni, demiurghi che pur sentendosi i più grandi creatori delle loro stirpi hanno rinunciato a comprendere il senso delle cose; sposi divenuti spettri che generano un neonato dalle dita atrofizzate di un granchio a cui si riveleranno a decenni di distanza tramite una foto; illustri scrittori come Jan Potocki colpiti da una morte paradossale; artisti tormentati come Vincent Van Gogh che dialogano con il proiettile che gli sfonda lo sterno; embrioni insidiosi simili a idrocefali dotati di branchie e chele polidattili; mostri che popolano fabbriche abbandonate e che si rivelano gli unici dotati di un residuo senso di compassione umana.
La prosa affilata di Soscia esalta le descrizioni fisiche di oggetti ordinari, spazi domestici segnati in modo irrimediabile da una decadenza che invade ogni cosa. I costumi, le abitudini, gli ambienti restituiscono un senso di repulsione non ridotto a mera parabola sopranaturale ma inserito entro un’estetica della decadenza in quaranta vividi ritratti di senza patria smarriti tra le rovine che, al pari dell’unico sopravvissuto di un sotto-esercito lincantropizzato, si sentono irrimediabilmente guasti. Nell’enfasi sull’orrore, nell’attrazione per l’ignoto, nella fascinazione per la dissoluzione, con Mamma mostro Danilo Soscia invita chi legge a lambire la soglia e godere dell’istante che anticipa il disfacimento orrifico come una catarsi.
“Arriva per tutti, prima o poi, un demone che ti mangia la vita. Devi solo fuggire, se ne hai la possibilità, e attendere altrove una morte più equa. A meno che non sia tu stesso il demone. In quel caso la tua morte sarà degna di una storia”.
