L’utopia indigena di Gabriela Wiener

di Alice Pisu

In quello che è stato definito dalla critica un monumento al rivoluzionario, La danza immobile, Manuel Scorza si interroga su amore e rivoluzione attraverso le vicende di due uomini che perseguono strade diverse, chi rinunciando alla lotta, chi rendendola l’unica ragione dell’esistenza, nella convinzione che il problema più grave sia l’imperialismo, perché “anche se provvisoriamente la rivoluzione significa la morte per noi, la rivoluzione è e sarà la vita”.

Tra le più alte espressioni della letteratura latinoamericana, il fondatore della corrente letteraria neoindigenista definisce nella militanza e nella scrittura gli strumenti per denunciare le vessazioni delle minoranze e dare voce alle rivendicazioni contadine delle Ande con opere dove l’espediente fantastico amplifica il reale. Nella poetica di Scorza emerge la convinzione che l’essere umano non sarà mai, veramente, né allegoria, né carne, né anni, né sogni, “se prima l’uragano della rivoluzione non spazza via il fango putrido della miseria umana”.

Il pensiero di Scorza anima le istanze sollevate dalla scrittrice e giornalista peruviana Gabriela Wiener che nel suo ultimo romanzo, Atusparia, (trad. Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera) delinea un immediato futuro con una politica di sinistra boicottata per essersi fatta portavoce del movimento indigeno, della classe operaia, delle rivolte contadine. Sono pagine vergate dalla denuncia della repressione subita in Perù da quanti nel difendere i diritti negati delle minoranze sono tacciati di terrorismo e arrestati. Atusparia è il nome scelto dalla protagonista per sancire una nuova identità, in omaggio al modello indigenista della scuola sovietica mariáteguista in cui si è formata, intitolata al leader della ribellione di Huaraz del 1885 costata lo sterminio di migliaia di indigeni a opera dell’esercito.

“Siamo i pionieri peruviani che consumano narrativa russa nella lotta contro l’imperialismo culturale in piena Guerra Fredda. Cantiamo in russo per intrattenere i marinai e convincerli della nostra idoneità quali epigoni della Repubblica socialista. Noi siamo il terzo mondo, gli schiavi senza pane, i paria della Terra, famelica regione, quelli che dovrebbero stare in alto invece che in basso, secondo l’inno ufficiale dei lavoratori”.

Quella educazione in un istituto sperimentale di profilo internazionalista che celebra un combattente andino definisce negli anni la coscienza di classe della protagonista, sopita nell’adolescenza tra degrado e dipendenze, e risvegliata in età adulta con l’adesione alla Marcia su Lima contro la deriva autoritaristica della presidente Dina Boluarte. Aspetti centrali nell’intera produzione dell’autrice che già nel precedente romanzo, Sanguemisto, investigava le conseguenze dello sguardo coloniale attraverso quanto compiuto dal suo trisavolo sul finire dell’Ottocento nel saccheggiare migliaia di reperti archeologici peruviani, finiti all’Esposizione Universale di Parigi.

Risuona l’indagine sul corpo, inteso come corpo-patria saccheggiato e offeso, e corpo-oggetto di questioni identitarie, razziali, culturali. Sono emblematiche in Atusparia le descrizioni dell’adolescenza nel complesso residenziale La Resi affrontate con la necessità di un’alienazione da sé nell’abuso.

“Essere giovane e drogarsi è come stare dentro a una serie apocalittica in cui, da copione, il mostro non ti mangerà. Il mio personaggio si diverte a fuggire. Mi spengo e mi riaccendo in un’altra dimensione dei miei io catarifrangenti. Anche la sofferenza è immaginaria, perché con un altro tipo di fragola tossica il dolore svanisce. Ti fumi il dolore. La mia vita alla Resi è fumarmi il dolore”.

Pur essendo strutturato in forma di romanzo, con Atusparia Wiener affronta vicende dimenticate dalla Storia. Attraverso l’impegno della sua protagonista nel collettivo femminista delle Rite, l’autrice ricorda la contadina e maestra Rita Puma, torturata e uccisa per aver fondato e continuamente ricostruito una scuola per alfabetizzare aymara e quechua e organizzare insubordinazioni nelle campagne.

Memore dei racconti scritti dalla sua insegnante Asunción Grass con al centro un alpaca marxista che parla come il comunista peruviano José Carlos Mariátegui, Atusparia matura la necessità di catalizzare le proteste degli oppressi contro lo sfruttamento delle risorse umane e del territorio per interessi internazionali.

L’itinerario letterario e politico dell’opera rivela debiti verso grandi pensatori, filosofi, teologi, sociologi, rivoluzionari, come Alberto Flores Galindo, Aníbal Quijano, Antonio Gramsci, Gustavo Gutiérrez, Hugo Blanco, Víctor Polay, le cui intuizioni sollecitano Wiener a compiere continui ingrandimenti sulle diverse forme di assenza di libertà.

Con pagine memorabili sul quotidiano allucinato in una colonia penale agricola nella foresta vergine, l’autrice illumina il dramma carcerario giocando sul paradosso insito nel nome, “El aire”. Dietro l’abbaglio del carcere felice per leader indigene contrarie allo sfruttamento minerario, attiviste ecologiste, sindacaliste, dirigenti di sinistra, si nasconde il vero volto di una “discarica della Storia” in cui far cadere nell’oblio prigioniere scomode.

“A volte la notte sogna che vive, lavora, ha figli a Wancho. L’utopia andina è esistita con questo nome. Per fortuna, pensa, non bisogna inventare le utopie da zero, le utopie dei vinti sono sempre lì per chiunque le voglia prendere”.

In una sorta di romanzo di formazione politica, Wiener riconosce il ruolo della rabbia nell’agognare un cambiamento radicale, associando la vocazione politica a un sentire ‘vagamente utopico’ in risposta alla guerra intestina, al terrorismo, al dramma dei desaparecidos, agli attentati di Sendero Luminoso, alla crisi economica, alla fine del comunismo, al prosperare della dittatura, tra scorci sul passato e finestre su un prossimo futuro segnato dall’incapacità della società di distinguere tra un rivoluzionario e un assassino.

Nella concezione degli spazi clandestini di militanza femminista come incubatori di utopie, a prefigurare un rovesciamento del potere egemonico è la formazione di una forza sociale che attraverso la mobilitazione e la lotta di massa ambisce all’istituzione di un governo proletario. La pluralità di visioni è scandagliata anche per riflettere su una frammentazione ideologica e una chiusura dogmatica che possono culminare in un settarismo fatale, per divergenze tra chi si apre al dialogo con le istituzioni e chi interpreta in questo intento un tradimento dei principi fondanti dell’antagonismo.

“Non sarà la civilizzazione, non sarà l’alfabeto del bianco né dell’uomo a elevare la nostra anima. È il mito: la speranza che un giorno faremo la vera ribellione nella fattoria. La rivoluzione non sarà né calco né copia, ma creazione eroica dell’alpaca”.

Con Atusparia Gabriela Wiener intona un inno alla disobbedienza civile con l’esortazione a concepire la memoria come pratica attiva attraverso quanto compiuto dal movimento indigeno, dalle lotte anticoloniali, dalle rivolte di Túpac Amaru, Pedro Pablo Atusparia, Micaela Bastidas e Rita Puma, dalle insurrezioni contadine, dalla resistenza zapatista, mapuche, aymara, quechua e amazzonica di oggi. La sovrapposizione temporale con una proiezione su un immediato futuro induce chi legge a oltrepassare il mero esercizio celebrativo per canalizzare il desiderio di riscatto dalle persecuzioni subite dagli attivisti estromessi dalla partecipazione politica. Un invito a coltivare fantasie di cambiamento per riappropriarsi della visione della lotta come poesia dei popoli.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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