La separazione delle carriere: giudici e no (Letteratura e diritto #6)
di Pasquale Vitagliano
La prima separazione delle carriere l’ha realizzata Atena nell’Areopago. Nella trilogia di Eschilo, infatti, assistiamo alla nascita del processo e alla trasfigurazione della vendetta arcaica nella più moderna amministrazione della giustizia. Questa svolta di civiltà produce anche un mutamento antropologico. Le terribili Erinni, che sono le accusatrici di Oreste, colpevole di aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, si trasformano in Eumenidi, le benevole. Chissà che l’inconscio collettivo della politica non riveli questo desiderio: rendere i pubblici ministeri, che rappresentano, appunto, l’accusa, più benevoli. Ammansire le procure è l’inconfessato obiettivo che una parte politica persegue dai tempi di Tangentopoli. Con il referendum del prossimo marzo siamo arrivati all’Armageddon.
Sul piano giuridico il discorso si fa più lineare. La nostra civiltà, almeno sulla carta, ha già introiettato la riforma di Atena. Tanto che il pubblico ministero ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’imputato. Nella pratica, si dirà, questo non avviene. Il tema, dunque, è un altro. Si dovrebbe avere il coraggio di non parlare più di carriere ma di funzione. Sarà mica che la funzione inquirente non è una funzione giurisdizionale ma poliziesca? La discussione assumerebbe tutt’altra piega e si sgancerebbe dall’attualità del referendum. Vi immaginate lo zelante ispettore Javert essere benevolo nel perseguire Jean Valjean? E chi può pensare al Grande Inquisitore dei Fratelli Karamzov o al giudice istruttore Petrovic di fronte al delitto compiuto da Raskol’nikov, come a un giudice terzo? Ne Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird), ci ricordiamo, anche grazie al film, l’avvocato Atticus Finch, ma non Horace Gilmer, il procuratore pieno di pregiudizi razziali niente affatto benevoli.
Per trovare un giudice-eumenide bisogna andare a Porte aperte e al giudice descritto da Leonardo Sciascia (tirato per il bavero nella polemica referendaria). Impariamo da questo romanzo che il mestiere del giudice, qualunque sia la carriera, consiste, come la lingua italiana, nel “ragionare”. E mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca di scarsi ragionamenti. Il giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro voterà SI al referendum sulla separazione delle carriere. Appunto, lo avevano criticato per essere stato, in realtà, un poliziotto. Almeno, lui è rimasto coerente. Noi invece ci sentiamo più garantiti se giudici e procuratori condividono la stessa cultura della giurisdizione e dunque lo stesso ordinamento.
Il sistema giudiziario italiano è, per fortuna, tra i più garantisti. Lo dimostra, se si guardano le statistiche, il fatto che, con tre gradi di giudizio, le assoluzioni prevalgono sulle condanne. Se c’è stato e persiste un abuso della carcerazione preventiva, va detto che in Italia, appena fuoriuscito dalla stagione del terrorismo (ed allora la legislazione di emergenza restrittiva delle garanzie costituzionali fu contestata da pochi), il sistema giudiziario è stato continuamente “stressato”, prima con la corruzione di Tangentopoli, poi con l’offensiva della criminalità organizzata.
C’è da chiedersi perché le forze politiche che invocano la separazione delle carriere in nome del garantismo e dello stato di diritto, sono le stesse che invocano misure securitarie e repressive in materia di ordine pubblico. Questa contraddizione rivela una cattiva coscienza. “Li arrestano, poi i giudici li mettono fuori”. Quante volte abbiamo sentito questa frase da bar? Ecco, i giudici sono alla bisogna, secondo la convenienza, quelli che non rispettano i diritti della difesa, e allo stesso tempo quelli che lasciano liberi i delinquenti. Siamo arrivati al punto. La separazione è solo un velo. Dietro questa riforma, soprattutto con lo sdoppiamento del CSM, l’organo di autogoverno della magistratura, c’è l’obiettivo non dichiarato di rompere l’unità della giurisdizione, che in Italia ha col tempo anche formato una cultura della giurisdizione garantista e soprattutto indipendente dal condizionamento del potere politico.
Non è stato sempre così, attenzione. Fino agli anni ’70 gli uffici giudiziari di Roma venivano chiamati il “porto delle nebbie”. La stagione è cambiata con la generazione dei “pretori d’assalto”. Con le loro prime inchieste contro la corruzione ruppero la storica alleanza tra Potere e Magistratura. La volontà di una parte politica è di ritornare al passato. Le procure vanno normalizzate. Erinni con i pesci piccoli. Benevole con i potenti. Altro che garantismo. Addio indipendenza.

Tra tutti gli effetti che potrebbe avere la legge Nordio, è di certo escluso che renda i PM “più benevoli”. Saranno al contrario dei super-poliziotti, del tutto disinteressati dall’avere un ruolo da magistrati nel processo, come adesso hanno, e concentrati solo nell’accusa all’imputato. Bisogna votare con convinzione NO al referendum del 22 marzo, per evitare che il nostro Paese perda il suo essenziale, vitale equilibrio e bilanciamento tra i poteri; per evitare che l’Italia si metta sulla strada della democratura, come tanti altri Paesi, anche europei, anche Ue; per evitare una generale e pericolosa umiliazione della magistratura italiana.
Si sostiene che la riforma promossa dal Ministro Carlo Nordio muterebbe il pubblico ministero in un “super-poliziotto”, ma tale timore appartiene più al registro dell’enfasi che a quello dell’analisi giuridica. La separazione delle carriere è da tempo realtà in ordinamenti pienamente democratici come Francia e Germania, senza che ciò abbia incrinato l’equilibrio dei poteri. Il PM rimane soggetto alla legge e obbligato alla ricerca della verità, anche quando essa giovi all’indagato. L’architettura costituzionale non si fonda sulla promiscuità delle funzioni, bensì su garanzie, controlli e responsabilità. Per questo il dibattito merita misura, rigore e rispetto delle istituzioni, non evocazioni apocalittiche.
concordo del tutto con Davide: ho sempre pensato che Atena parthenos, sorta immacolata dalle acque, fosse per l’indipendenza dei magistrati.
Voterò NO con convinzione. Anche per le ragioni esposte. Il pezzo intreccia diritto e letteratura e dunque ho seguito delle suggestioni. Il desiderio non espresso della separazione delle carriere è domare la magistratura. Rendere i PM più benevoli. Con il Potere ovviamente. Dunque sono d’accordo con Davide e con Sparz.
L’evocazione di Atena e dell’Areopago narrato nell’Orestea è affascinante, ma le istituzioni non si edificano sulle metafore. Il mito celebra il trionfo della legge sulla vendetta; non consacra l’intangibilità di un assetto organizzativo. Richiamare Javert o la stagione di Mani Pulite accende la scena, ma non dimostra che la separazione delle carriere equivalga a soggezione politica.
L’indipendenza della magistratura non risiede nella commistione delle funzioni, bensì nella solidità delle garanzie e nella soggezione del giudice soltanto alla legge. L’unità della giurisdizione è principio costituzionale; l’unità delle carriere è una scelta tecnica, discutibile ma non sacrale.
Gridare all’Armageddon può infiammare gli animi; non sostituisce la forza dell’argomentazione. Le riforme si vincono o si perdono sul terreno del diritto, non su quello dell’apocalisse.
Caro Emanuele, non pensavo di stimolare un dibattito puramente tecnico. Allora esprimo la mia nel merito. Dici bene che la separazione delle carriere “è una scelta tecnica”. Eppure, per realizzarla viene cambiata la costituzione. Attualmente l’architettura è armonica con il presidente della repubblica, il “primo magistrato”, che presiede il CSM e dunque è architrave del sistema. Con la duplicazione del CSM, più la creazione di un’Alta Corte, il sistema viene scomposto. Tecnicamente si tratta di una vera e propria superfetazione di organi. Infine richiami, come si fa spesso, altri sistemi dove le carriere sono separate. Andrebbe aggiunto e precisato che in questi sistemi muta radicalmente la legittimazione: in Francia, seguendo la tradizione del procuratore del Re, i pm sono funzionari dell’esecutivo e in America vengono eletti.