SU LA TESTA
di Mauro Baldrati
Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta “La sagra delle anime perdute”, pubblicata recentemente dall’editore Derive Approdi, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una “scheda introduttiva” e da una fotografia, entrambe dell’autore

SCHEDA INTRODUTTIVA
La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, pubblicato su Nazione Indiana nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”. Nella foto: il rapper Papa Ricky.

SU LA TESTA
Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. Dare una mano è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.
Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.
“Che? La silicosi? Ma che cazz… Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega… cosa?… Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano… vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.
Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore… O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma… ma… è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada…
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere… Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing… macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.
E poi, chi se ne frega?
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.
