Dylan, Mercurio e Giano
di Adriano Ercolani

Bob Dylan è il più grande artista popolare del Novecento. Non lo dico io e non mi avvarrò della facile argomentazione che lo vede unica figura mondiale ad aver compiuto il triplete accademico, avendo vinto Premio Oscar, Premio Pulitzer, Premio Nobel. Da sempre, è il considerato il più grande dai più grandi, il più influente, il modello e l’ispiratore di autentici creatori di cosmi artistici, da John Lennon a Jimi Hendrix, da David Bowie a Paul McCartney, dai Rolling Stones a Lou Reed, da Leonard Cohen a Tom Waits. Tutti i cantautori successivi, anche coloro che come Syd Barrett lo contestavano o come Paul Simon e Frank Zappa potevano parodiarlo, hanno dovuto fare i conti con la sua mastodontica grandezza. Dylan è un artista universale. Intendo universale anche nel senso che ha scritto canzoni per tutti, da Michael Bolton ai Kiss. E quindi ha scritto di tutto. Perché ha attraversato, e testimoniato, ogni fase dell’esperienza umana. Dylan è il Bagatto dei Tarocchi. Avendo goduto di una connessione in fibra ottica con l’Inconscio Collettivo per i primi anni della sua carriera (in pochi mesi tra il ’63 e il ’64 ha sfornato un numero di capolavori tali da riempire 7 carriere gloriose), Dylan ha passato ormai sessant’anni di carriera a sfuggire la condanna di divenire il poeta alessandrino di se stesso. Un’intera carriera passata a sputare sul proprio mito, a spezzare le catene delle etichette, delle diverse definizioni, guadagnate dopo un anno di carriera, che lo indicavano quale assoluta icona generazionale. Definizioni da lui divertitamente elencate nello stupendo primo capitolo del suo vero ultimo capolavoro, la sua autobiografia Chronicles: “Leggenda, Icona, Enigma (Buddha vestito alla Europea era il mio favorito), Profeta, Messia, Redentore”. Dylan per sfuggire a questa prigione concettuale inscenerà la famosa apparizione elettrica del’65 a Newport, tempio del folk di cui era l’eroe e il dio: gesto più eversivo della storia, perché rivolto non all’autorità altrui, ma alla propria. In Paura e disgusto a Las Vegas, il romanzo di H.T.Thompson, tra l’altro, dedicato proprio a Dylan, a un certo punto l’autore chiosa con una battuta:
“Era come se Dylan fosse andato in Vaticano a baciare l’anello del Papa.” Come dire, la cosa più assurda del mondo. Sappiamo tutti che ciò è successo, nel ’97, a Bologna. Non un tradimento, ma la testimonianza del superamento di ogni limite e condizionamento. Dylan è Mercurio, l’artista Gemelli per definizione. Dylan è, dunque, anche Giano. Come Bowie, ma in maniera più interiore e meno spettacolarmente evidente, ha continuamente cambiato pelle (il serpente è animale sapienziale) pur rimanendo sempre perennemente se stesso. L’omaggio whitmaniano (e blakeano) di I Contain Multitudes non è che il manifesto mercuriale di una carriera vissuta incarnando il Doppio: “I fought with my twin, that enemy within, ‘til both of us fell by the way”, aveva già cantato in Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat), conclusione del sottovalutato Street Legal, aperto dalla grande visione iniziatica di Changin’of the Guards. L’intuizione del film I’m not there di rappresentarlo con sei personaggi differenti, in quanto personalità troppo molteplice e sfuggente per essere inscatolata in una figura unica, è forse l’unica corrente per accostarsi alla sua Sfinge. Dell’immenso canzoniere dylaniano è impossibile scegliere una gemma definitiva. Lasciando perdere i brani celebratissimi in lizza per i titoli di più importanti classici della storia del Rock (Like a Rolling Stone), inni generazionali (Blowin’in the Wind) o canzoni con più alto numero di cover (Knockin’on Heaven’s Door), la messe è sterminata e accecante per splendore: lo splendore dell’epifania estatica di Chimes of Freedom (“The sky cracked its poems in naked wonder”), il canto dell’ebbrezza visionaria di Mr.Tambourine Man (“I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade/ Into my own parade”), la veggenza dell’albatro baudelairiano in It’s alright, Ma, i’m only bleeding (“And if my thought-dreams could be seen/ They’d probably put my head in a guillotine”), il legame tra amore e sapienza di Love Minus Zero/No Limit (“She knows there’s no success like failure And that failure’s no success at all”)… Un Nobel è miseria rispetto alla folgorante manifestazione dell’archetipo poetico in un buffo ventenne del Minnesota.
Perfino dal periodo più oscuro e infelice della sua carriera (i famigerati anni’80) si potrebbbe estrarre un Greatest Hits da far vendere l’anima al diavolo anche ai più grandi cantautori: dal monumento al blues di Blind Willie Mc Tell alla summa mistica e blakeana di Every Grain of Sand, dall’epopea metanarrativa di Brownsville Girl allo splendore visionario di Dark Eyes, dalla summa gnostica di Jokerman al proclama apocalittico di Ring Them Bells. E pensare come nei festeggiamenti del trentennale della sua carriera (vertiginoso realizzare che ormai quel momento di celebrazione che vedemmo svegli di notte a tredici anni appartenga alla PRIMA fase di una carriera giunta al sessantaquattresimo anno), Dylan abbia scelto tre commoventi brani:dopo la carrellata di leggende viventi giunte a omaggiarlo al Madison Square Garden, entrerà in scena da solo, chitarra e armonica, con l’omaggio al mentore Guthrie, Song to Woody, e uscirà con la prima grande canzone d’amore che abbia mai scritto, Girl from the North Country. Per l’acme della serata (in un immaginaria replica del finale trionfal di The Last Waltz), accompagnato dalla superband di ospiti stellari (da Springsteen a Reed, da Harrison a Clapton, da Neil Young a Tom Petty, da Mc Guinn a Kristofferson) sceglierà un brano supremamente rivelatorio: My back pages. Scelta ovvia, visto il momento di crocevia? In realtà, quella canzone andrebbe messa in calce all’intero opus dylaniano. Perché, se ha senso cantarla a cinquant’anni, dopo essere stato il mito della generazione che ha sognato di cambiare il mondo, non scordiamoci il dato impressionante: quelle parole Dylan le verga nel 1964, smentendo in diretta l’esplosione di quel suo stesso mito. Ad appena ventitré anni Dylan, che ha già raggiunto lo status di venerazione intellettuale di Bardo della sua generazione, di cui da Cassandra gemellina intuisce l’ulteriore amplificazione a livello globale, gioca formidabilmente d’anticipo, incarnando millenni di sapienza stoica, zen, gnostica nella saggezza spontanea dell’esperienza di strada, in uno spettacolare contropiede profetico, formale e concettuale. Una serie di strofe solo apparentemente oscure e contorte, ma che appaiono quasi didascalicamente preveggenti lette à rebours, sancite puntualmente da un ritornello meravigliosamente iniziatico nella sua memorabile semplicità: “Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now.”. Con l’intelligenza profetica di una mente mercuriale, Dylan analizza (avendole già in nuce vissute, testimoniate, attraversate e superate in se stesso) tutte le dinamiche dialettiche del fallimento ideologico delle grandi utopie del Novecento. Leggiamola insieme, nella traduzione di Michele Murino: “Fiamme cremisi attraverso le mie orecchie Che srotolavano trappole alte e possenti. Piombavano bruciando su strade fiammeggianti usando le idee come mie mappe. “Ci incontreremo sulla sponda, presto,” dicevo fiero sotto il ciglio ardente. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.”
La costante consapevolezza gemellina della coesistenza di due piani di realtà perennemente contemporanei e in solo apparente contrasto dona a Dylan la capacità di testimoniare con sapiente autoironia laa trasfigurazione retorica, degli “inni di battaglia”, in una formidabile sintesi della scissione tra realtà ideologia (l’idea non è la realtà come la mappa non è il territorio). “Pregiudizi a metà distrutti balzavano fuori “Strappate tutto l’odio,” gridavo, bugie che la vita è bianca e nera parlavano dal mio teschio. Sognavo romantiche gesta di moschettieri con radici profonde, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” La coscienza dell’ipocrisia (i pregiudizi distrutti a metà), l’ingenuità irenica di debellare il Male con un annuncio, la perfetta condanna dello schematismo idiota manicheo, ancora una volta il ritratto autoironico che inchioda se stesso (e i suoi stanchi epigoni) alla puerile immaginazione letteraria da adolescente sognante. E nuovamente il rintocco sapienziale sul vecchiume che infesta le menti giovani. “Visi di ragazze tracciavano le strade da seguire lontano da false gelosie apprendendo le politiche della storia passata impartite da evangelisti cadavere non pensate nonostante tutto. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Lo splendore innocente e al contempo il fremente desiderio contrapposto, appunto, alle false gelosie degli “evangelisti cadavere” (quale miglior definizione dello stupido indottrinamento moralista dell’attuale puritanesimo pseudo-progressista?), appunto “non pensate”, ovvero scevre da logiche, mere formule vuote applicate a forza sul divenire inafferrabile del Reale. E ancora il memento, che si fa compassionevole e sorridente rispetto al superamento dei goffi inciampi giovanili. “La lingua di un sedicente professore troppo serio per ingannare sentenziò che la libertà è solo l’uguaglianza nelle scuole “Uguaglianza,” io pronunciai la parola come fosse un voto matrimoniale. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Strofa che sembra scritta stamane: la spocchia ridicola della seriosità (“too serious to fool”), l’epitaffio, con cinquant’anni d’anticipo sul fallimento delle identity politics (divide et impera, una volta era il mantra del Potere, non delle minoranze ribelli!), la poetica ironia sul voto matrimoniale (contrapposto alla spontaneità dell’innamoramento giovanile nella strofa precedente), Ah, ma si era molto più vecchi allora, siamo molto più giovani adesso. “In posa militare, puntavo la mano verso quei cani bastardi che insegnavano senza preoccuparmi del fatto che sarei diventato il mio nemico nel momento stesso in cui avrei cominciato a pontificare La mia esistenza guidata da battelli in confusione ammutinati da poppa a prua. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” Forse, la più strofa più riuscita, il verso definitivo, la conquista della saggezza socratica: si diventa il proprio nemico nel momento in cui si comincia a pontificare. Se le forze “progressiste” avessero compreso questa lezione, non avremmo una banda di cialtroni fascistoidi a giocare a Risiko con le nostre vite. La confusione, l’ammutinamento, ovvero il tradimento della propria natura mercuriale, scaturiti proprio dal non accettare l’Ombra, il Caos (mantra della successiva fase visionaria dylaniana). Non è un caso che proprio questa sarà la strofa cantata da Dylan (e reincisa perché, come e più durante l’incarnazione chapliniana del meme a venire delle incisione di We are the World, l’apice della goffaggine del Nostro sarà proprio nel momento di massima celebrazione, stordito nel suo essere venerato pubblicamente, lui che fa del suo “non essere qui” di I’m not there la cifra ontologica della sua impermanenza).
“Sì, restavo in guardia quando minacce astratte troppo nobili per essere ignorate mi ingannarono portandomi a pensare che avevo qualcosa da proteggere Bene e male, io definivo questi termini in maniera chiara, senza dubbi, in qualche modo. Ah, ma ero molto più vecchio allora, sono molto più giovane adesso.” “Minacce astratte, troppo nobili per essere ignorate”: perfetta definizione del virtue signaling a cui si è ridotta la militanza, in una trappola reciproca di ricatti e sensi di colpa. La sapienza è al di là delle definizioni illusorie di Bene e Male: lì, in quel campo, ci attende Rumi nei suoi celebri versi, lì sorge l’Übermensch. Ed è meravigliosamente ironico che la vera sapienza dell’Oltreuomo sia stata incarnata, nell’immaginario di massa, da un ragazzino ebreo, basso e goffo, dalla voce nasale e la risata di un Fool shakespeariano. Dylan è un archetipo vivente. Onoriamolo finché abbiamo il privilegio di essere suoi contemporanei.
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Questo testo è apparso, in formato cartaceo, nella collana Isola e isole delle Edizioni Volatili
