Un marsupio di pietre e di terra
di Marino Magliani
il testo che segue è tratto dalla parte iniziale del racconto lungo del narratore Marino Magliani “Fondovalle”, pubblicato di recente dalla casa editrice Carabba, che ringraziamo

Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.
Lo riconoscevo lentamente. Era una specie di luogo interno, ben definito e spopolato, l’unico mondo, in quanto privato, che mi apparteneva interamente. La notte assomigliava a una camera, piena di luna e di listelli di persiana. Io ancora non lo sapevo, ma intuivo avesse anch’essa la forma di un marsupio.
La questione verbosa, sia chiaro, la potevo risolvere da solo. Anzi era la sola questione che non potevo spartire con nessuno. Le parole, in dialetto e in italiano, davano un senso alla mia incapacità, al sentirmi pienamente inadatto alle diverse proposte di lavoro e ai diversi aspetti del mondo del lavoro. E nello stesso tempo riuscivano a farmi accettare da un buon numero di cose mute, come la campagna ulivata e gli orti, i muri intatti. Ciò che intendo è che i muri con la pancia, prossimi a crollare, non mi ferivano se mostravano una possibile frattura tra me e la natura, al contrario, attraverso il racconto e le parole, persino nell’eccezionalità sintetica di un dirmi «belin», le parole esaltavano in me una quota di ingegno.
Uno scrittore ligure, di un paesino di fondovalle come il mio, ma più di frontiera, pur non avendo mai rialzato un muro, si occupava di queste questioni, tra il lirico e il pratico, diventando una specie di guru, di santone in grado di esercitare fascino, di costruire la sua poetica della decadenza. L’avrei voluto conoscere e mi chiedevo se anche a me non fosse riservato un destino simile. Ma io non scrivevo, non lo facevo ancora, l’avrei mai fatto? Sentivo, tuttavia, senza mai aver eccelso nelle materie umanistiche – o in altre – che mi attendeva un destino, una missione. Un giorno mi convinsi a confessarlo ai miei genitori. Fu verso agosto, durante un pranzo. Non lo sarei diventato o non lo avrei fatto, non c’era niente da fare o non c’era da fare niente, che è diverso, semplicemente ero lo scrittore di quella valle e lo sarei stato persino di un insieme di vallate, rigorosamente senza mai scrivere nulla.
Mio padre disse «belin», mia madre inclinò la testa e trattenne, mi pare di ricordare, un meschin.
Per il resto dell’estate, il pomeriggio prendevo un asciugamano e andavo a un laghetto. L’agitazione dell’acqua piena di girini e di una vita da osservare sotto la pelle dell’acqua mi dava un senso di movimento, era l’impressione di far parte di un mondo frenetico, di avere per me e per quel mondo un’occupazione. Senza saperlo esercitavo per ore l’occhio, mi descrivevo la ruvidità del paesaggio come se ne stessi elaborando la poetica, il corso dell’acqua mi accoglieva e mi chiedeva di realizzare un impianto botanico e zoologico, collocare tutti quegli animaletti anfibi in una storia. Abbassavo un filare di americana che attraversava il torrente, e quando l’uva non bastava a togliermi fame e sete, tornavo in paese. Immagino che mio padre avvertisse il rumore dei miei zoccoli come io sentivo le sue ciabatte e i gambali infangati. A casa facevo una faccia da lavoratore stanco, come se avessi faticato a qualche prosa, e in effetti a qualcosa del genere avevo lavorato.
