La misura della fine

di Marco Corian

Arriva un momento in cui uno scrittore non ha più bisogno di dimostrare nulla; gli basta verificare se lo spazio e la forma che ha abitato per una vita reggano ancora il peso dell’esperienza, il tempo presente e ciò che invece potrebbe essere il futuro. Partenze di Julian Barnes sembra nascere esattamente da questa verifica, da una riflessione che riguarda insieme la memoria, l’amore e la prossimità della fine.

Il romanzo intreccia due stagioni della vita di Stephen e Jean: la giovinezza negli anni Sessanta, con la sua energia ancora intatta, e l’età avanzata, quando ciò che è stato vissuto torna a presentarsi come materia da interpretare. Non si tratta di un semplice confronto tra entusiasmo e disincanto, né di un dispositivo narrativo costruito per mostrare ciò che si perde con gli anni; ciò che interessa a Barnes è piuttosto la variazione dello sguardo, il modo in cui un medesimo episodio, rivissuto interiormente a distanza di decenni, cambia consistenza, si carica di un peso diverso, talvolta rivela un significato che al momento dell’accadere restava invisibile.

La memoria, in questo libro, diventa allora il vero spazio narrativo. Stephen anziano non ricostruisce soltanto una storia d’amore, ma la propria identità, attraverso una serie di aggiustamenti interiori, riconoscendo che ogni ricordo contiene già un’interpretazione. Tra l’uomo che agiva e quello che ora contempla si apre uno scarto che nessuna rilettura riesce a colmare del tutto. In quello scarto prende forma la sostanza del romanzo.

Accanto a questa linea si muove la presenza discreta di Jimmy, il cane che accompagna la vecchiaia di Stephen. Il corpo animale, con il suo declino silenzioso, fino alla morte, restituisce alla riflessione sul tempo una materialità che impedisce ogni astrazione: la fine si inscrive nella quotidianità, nel ritmo delle passeggiate, nella cura, nella consapevolezza che ogni vita possiede una propria misura.
L’apparizione di una figura chiamata Julian introduce un ulteriore livello di coscienza: la scrittura entra in scena come gesto che si interroga sul proprio stesso senso. Il dato biografico della malattia che ha colpito Barnes negli ultimi anni resta sullo sfondo e conferisce al libro una gravità particolare, come se l’orizzonte della finitudine attraversasse la pagina senza bisogno di aggiungere altro.

In un contesto letterario, e un panorama narrativo, in cui il romanzo tende spesso a legittimarsi attraverso un’esposizione quasi spasmodica dell’io, Partenze sceglie una via più mirata, quasi appartata, e affida il proprio vigore alla precisione dello sguardo. L’io che emerge da queste pagine non cerca di imporsi come centro indiscusso dell’esperienza; accetta invece di essere attraversato dal tempo, di essere modificato dal ricordo, di scoprire che ogni interpretazione resta provvisoria.
Se questo libro rappresenta davvero un congedo, lo fa attraverso un gesto di rarefazione: ogni elemento appare ridotto all’essenziale, come se la narrazione avesse attraversato un lungo processo di distillazione e purificazione. I temi che hanno segnato l’opera di Barnes riaffiorano qui con una limpidezza quasi definitiva, consegnando al lettore una meditazione sulla continuità dei legami e sulla loro inevitabile trasformazione.

Chiudendo il libro si avverte qualcosa di più sottile di una conclusione: la percezione che la vita, quando viene osservata a distanza, acquisti insieme maggiore chiarezza e fragilità. Ciò che rimane, alla fine della lettura, non è l’impressione di un epilogo drammatico e solenne, ma quella di un equilibrio raggiunto: la percezione che la durata della vita, osservata con sufficiente attenzione, diventi essa stessa forma, e che l’amore, riletto attraverso le sue trasformazioni, assuma un significato più vasto della somma dei suoi episodi. In questa scelta di misura e di concentrazione si riconosce la cifra più profonda del libro, e forse anche la sua attualità e la sua forza, perché ricorda che la letteratura può ancora interrogare il tempo senza gridarlo, può ancora esplorare la fine senza trasformarla in spettacolo.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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